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Nazionale

Scoperta una maxi truffa di criptovalute con l’AI tra Friuli, Lombardia e Veneto. Cinque arresti

Il sistema fraudolento si basava sull’interazione tra l’intelligenza artificiale e le criptovalute. Sequestrati beni per circa 900 mila euro, decine di risparmiatori truffati

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Cinque persone sono state arrestate questa mattina dai finanzieri del Comando Provinciale di Trento, su disposizione del Gip, nell’ambito di un’operazione volta a smantellare una maxi truffa nel mercato finanziario digitale delle criptovalute. Oltre alle misure cautelari, è stato disposto il sequestro preventivo di beni per un valore stimato di oltre 877.000 euro, costituenti il profitto dell’attività fraudolenta. Inoltre sono state effettuate numerose perquisizioni e acquisizioni documentali in Trentino Alto Adige, Veneto, Lombardia e all’estero, in Belgio .

L’operazione

L’operazione, denominata Mercurio Mining, è stata condotta dai finanzieri del Servizio Centrale Investigazione Criminalità Organizzata (S.C.I.C.O.) e del Nucleo Speciale Repressione Frodi Tecnologiche e da numerosi altri reparti della Guardia di Finanza operanti sul territorio nazionale e con il supporto di EuroJust, l’organo di cooperazione giudiziario europeo. La complessa attività di indagine è stata avviata nel 2024 e ha permesso di individuare e smantellare il sistema fraudolento perpetrato nel settore del finto mining di criptovalute chiamato “Hashburst”. Gli indagati, alcuni dei quali si presentavano come sedicenti esperti in informatica, proponevano investimenti basati sull’interazione tra l’intelligenza artificiale (IA) e la valuta digitale, generando un ingente danno patrimoniale a scapito di molti risparmiatori, tra cui pensionati e imprenditori.

La truffa

I membri del sodalizio organizzavano convegni in hotel di lusso in Trentino, che venivano sponsorizzati sui social network, durante i quali si presentavano come sedicenti esperti di un progetto innovativo nel mercato delle criptovalute. Nella fattispecie proponevano investimenti legati alla vendita di dispositivi tecnologici basati sull’utilizzo dell’intelligenza artificiale. A fronte di un investimento iniziale, compreso tra 4 mila e 30 mila euro, promettevano ai clienti guadagni irrealistici stimati 0,8 e 1 Bitcoin mensili o annuali. Dalle indagini è emerso che non solo i device venduti erano semplici computer, ma anche le applicazioni e i siti che i risparmiatori avrebbero dovuto utilizzare per controllare i profitti erano fittizi. Quando i clienti poi non ricevevano i guadagni promessi, gli indagati trasferivano piccole somme di denaro sui conti degli stessi, comunicando che il corrispettivo mancante sarebbe stato erogato dopo la risoluzione di problemi di natura tecnica. Il gruppo si basava su un solido circuito internazionale che ostacolava la tracciabilità dei fondi. Le entrate derivanti dalla vendita dei pc, infatti, confluivano su conti correnti esteri e venivano fatturate da due società con sede in Inghilterra, entrambe riconducibili ai sodali. Uno dei cinque indagati era stato destinatario di una misura cautelare già nel 2023 per presunti frodi e indebita percezione di fondi legati al PNRR.

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