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Personaggi

Lucio Colletti, che da sinistra demolì il marxismo

Venticinque anni fa moriva lo studioso che, dalle file del Pci, criticò l’Urss e le basi filosofiche del comunismo

Lucio Colletti il ribelle. Saltò lo steccato marxista nel nome della libertà

Pochi giorni fa è caduto il venticinquesimo anniversario della scomparsa di Lucio Colletti (1924-2001), uno studioso che ha lasciato un’orma profonda nella cultura e nella vicenda politica italiana del secondo dopoguerra. Qui ci proponiamo di rievocare le tappe essenziali del suo cammino. Giovanissimo, Colletti aderì al Partito comunista. Una prima scossa a questa adesione gli venne dal rapporto “segreto” di Krusciov al XX congresso del Partito comunista dell’Unione Sovietica (in cui veniva fatto a pezzi il mito di Stalin), e poi dalla rivoluzione ungherese contro il dominio sovietico. Colletti fu uno degli autori della «lettera dei 101» (fra i quali figuravano molti dei più bei nomi della cultura italiana, da Natalino Sapegno a Giorgio Candeloro, da Luciano Cafagna a Paolo Spriano, a Piero Melograni, a Renzo De Felice ecc.): tale lettera era indirizzata al Comitato centrale del Partito comunista italiano, con richiesta di pubblicazione immediata sul quotidiano comunista l’Unità. «I tragici avvenimenti d’Ungheria – così incominciava la lettera – scuotono dolorosamente in questi giorni l’intera opinione pubblica del Paese. La coscienza democratica e il sentimento d’umanità dei lavoratori e di tutti gli uomini onesti reagiscono con la forza delle grandi passioni civili alle notizie divenute di giorno in giorno più drammatiche». La lettera proseguiva poi con una dura condanna dello «stalinismo» che, si diceva, risultava fondato: a) sulla prevalenza di elementi di dura coercizione sulle masse nell’opera di costruzione di una economia collettivizzata; b) sull’abbandono dello spirito di libertà, che si trova nel genuino pensiero dei fondatori del socialismo; c) sull’instaurazione di rapporti fra i popoli, gli stati socialisti e i partiti comunisti, che non sono di parità e fratellanza, ma di subordinazione e di ingerenza.Oggi è facile rilevare le ingenuità della «lettera dei 101», la sua incomprensione del carattere totalitario e imperialistico del sistema sovietico. E tuttavia, in quel periodo, era una lettera coraggiosa in quanto scritta da comunisti. Togliatti si guardò bene dal farla pubblicare su l’Unità (del resto la lettera si concludeva con una dura condanna dell’intervento militare sovietico in Ungheria, che invece l’Unità aveva applaudito con un famoso titolo: Viva l’Armata Rossa).Colletti non uscì subito dal Pci; lo farà alcuni anni dopo (nel 1964). Un giudizio molto negativo egli diede sul movimento studentesco del 1968, divenuto assai presto un movimento estremistico, che rifiutava la divisione del lavoro, la fabbrica e più in generale l’organizzazione industriale del mondo moderno, la scienza e le sue applicazioni industriali. Premuto da quelle che, per usare un’espressione hegeliana, furono definite le «dure repliche della storia» (il crollo definitivo del mito sovietico, e la crescente inadeguatezza del marxismo ad analizzare e a comprendere gli sviluppi delle società industriali), Colletti non esitò a rivedere e a mettere in discussione i fondamenti stessi della dottrina. In un acuto saggio su marxismo e dialettica (1974) egli mostrò che nell’opera di Marx le coppie lavoro concreto/lavoro astratto, lavoro privato/lavoro sociale, valore d’uso/valore di scambio, merce/denaro, lavoro salariato/capitale, non erano semplici opposizioni senza contraddizione, bensì erano opposizioni contraddittorie. Tutte le contraddizioni capitalistiche erano infatti per Marx lo sviluppo della contraddizione interna alla merce tra valore d’uso e valore, tra lavoro individuale e lavoro astratto. La contraddizione interna ala merce si estrinsecava nella contraddizione tra merce e denaro; la contraddizione tra merce e denaro si sviluppava a sua volta nella contraddizione tra capitale e lavoro salariato. Lo stesso Marx, del resto, aveva avvertito che merce e denaro, pur essendo «esteriormente indipendenti», «internamente non sono indipendenti perché si integrano reciprocamente»; e che, quando la loro indipendenza si spinge oltre un certo punto, «l’unità si fa valere con la violenza, attraverso ad una crisi».La conclusione alla quale Colletti giungeva, in modo autonomo e originale, era la stessa indicata tanti anni prima da Kelsen: e cioè che, condizionato dalle premesse logico-filosofiche di Hegel, Marx aveva assunto come momento centrale della propria indagine sul capitalismo il concetto «assurdo» di una realtà autocontraddittoria. «Sotto la guida della logica dialettica di Hegel – aveva detto Kelsen – Marx trasferisce le contraddizioni logiche dal pensare all’essere», sicché «forze opposte nella natura o nella società vengono interpretate (anche da Marx) come contraddizioni logiche». Senonché, se ciò poteva avere un senso nella filosofia idealistica di Hegel, dove pensiero ed essere sono identificati, non poteva avere alcun senso nella concezione materialistica di Marx. In questo quadro Colletti spiegava l’origine degli aspetti più discutibili e caduchi dell’opera di Marx: la teoria del crollo connessa alla «caduta tendenziale del saggio del profitto», la tesi della polarizzazione della società in due classi sociali, l’estinzione dello Stato, ecc. Così Colletti mostrava di essere il critico più acuto del marxismo, quali non erano stati i critici precedenti.

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