Per gentile concessione dell’editore, pubblichiamo stralci della autobiografia di Maurizio Nichetti, attore e regista, intitolata Occhi aperti (La nave di Teseo, pagg. 210, euro 18). Il libro esce in coincidenza con il tour teatrale dell’autore di Ratataplan, Ho fatto splash, Ladri di saponette, Volere volare
Vi lascio immaginare la mia felicità quando nel 1983 Mario Monicelli mi ha chiamato per interpretare il personaggio di Bertoldino accanto a Ugo Tognazzi, furbissimo Bertoldo. Abbiamo girato in Turchia a Urgup, in Cappadocia. Lavoravo a fianco di un mio mito infantile, il gregario Gregorio, e finalmente ho capito perché avevo così tanta simpatia per Ugo Tognazzi e i suoi personaggi. Ugo era un uomo simpatico, amante della vita e della tavola più che del set e di tutte le sue inevitabili competizioni. Di giorno pensava sempre cosa cucinare a cena, non per pochi, per tutta la troupe! Mandava un suo assistente al mercato e in base alle spezie trovate decideva il menù serale. Un primo o un secondo, alternandosi coi cuochi locali.
Una sera cucina degli spaghetti assolutamente buoni, almeno per degli italiani da quattro settimane lontani dalla loro cucina tradizionale. I cuochi dell’albergo, invece, avevano sbagliato completamente la cottura di un secondo di carne, portando in tavola uno spezzatino duro come il marmo. Monicelli dopo cena usciva sempre per una passeggiata. E a me piaceva seguirlo e ascoltare i suoi aneddoti, le sue storie. Quella sera era particolarmente divertito e mi racconta che, per tutta la cena, lui e Alberto Sordi si erano messi d’accordo per decantare la squisitezza dello spezzatino e trovare difetti sulla cottura degli spaghetti. Uno scherzo, protratto, forse troppo, per tutta la serata.
La mattina dopo alle cinque e mezza un’auto accompagna me e Tognazzi sul set. Lui aveva una sessione di trucco molto lunga e a me non dispiaceva alzarmi presto. In auto, di solito si parlava, ed era un bel modo per iniziare la giornata. Quella mattina, però, Ugo era muto. Stranamente silenzioso. Non era certo preoccupato per il lavoro, perché era l’ultimo dei suoi pensieri. Io taccio e rispetto il suo silenzio. Dopo tre quarti d’ora di viaggio, finalmente apre bocca: «Dimmi sinceramente: lo spezzatino di ieri
sera era davvero migliore dei miei spaghetti?». Sono stato preso alla sprovvista. Non ho avuto il coraggio di dirgli che Mario e Alberto lo avevano preso in giro per tutta la serata. Mi sono limitato a esprimere il mio parere personale. Lo spezzatino faceva schifo e avrei mangiato volentieri un bis dei suoi spaghetti. Mi è sembrato subito rasserenato. Questo per dire le priorità che aveva Ugo. Prima di tutto essere apprezzato in cucina e poi i premi cinematografici, d’accordo, fanno piacere, ma sono sempre meno importanti di un buon ragù.
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Avevo conosciuto Christian Depuyper, un giornalista francese amante del cinema italiano, a Venezia, che il 22 novembre aveva organizzato una proiezione di Ratataplan alla Sorbona di Parigi. Quando arrivo lo trovo particolarmente agitato. Ha invitato alla proiezione anche Jacques Tati e dobbiamo passare a prenderlo a casa sua. Non ricordo d’essermi emozionato particolarmente. Di emozioni negli ultimi mesi ne avevo vissute anche troppe e mi ero imposto di rimanere il più tranquillo possibile. Mi saluta distrattamente con una voce molto bassa, scura. Non avevo mai visto Tati parlare sullo schermo e quella voce così profonda mi ha colpito subito. Cerco di capire cosa si stanno dicendo in francese i miei compagni di viaggio. Convenevoli usuali, poi il discorso cade sul cinema e Tati dice: «Il cinema muto è morto, nessuno ne vuole più sapere».
Speravo di aver capito male, ma Tati era proprio convinto che il cinema muto avesse finito di piacere. Forse lo aveva detto per non farmi nutrire speranze sul suo giudizio, forse Christian si era dimenticato di dirgli che Ratataplan era un film muto. Arriviamo in una sala piena di studenti e Tati è l’ospite d’onore. Io mi siedo alle sue spalle. Il film l’ho già visto, voglio vedere a quali passaggi ride lui. Per tutta la proiezione Tati non ride mai. Alla fine scoppia un grande applauso da una sala piena di studenti che hanno riso sonoramente per un’ora e mezza. Mi alzo per ringraziare e
quando cerco con lo sguardo Jacques Tati non lo trovo più. Scomparso. Anche Christian Depuyper ci è rimasto male. Se ne è andato senza neppure salutare.
Arrivato in albergo, insieme alla chiave mi consegnano un biglietto: ha telefonato Jacques Tati che mi aspetta il giorno dopo a casa sua per prendere un tè. Un tè da Tati! Arrivo e la figlia ci serve davvero un tè. Mi spiega perché è scappato il giorno prima. Aveva visto una troupe della Rai che stava documentando la mia visita a Parigi e non voleva farsi intervistare da loro. Era in causa con la Rai a proposito di due sue pantomime: Il portiere di calcio e Il giocatore di tennis, che aveva fatto un sabato sera e che la Rai aveva poi replicato all’infinito per dieci anni. In effetti, anch’io da giovane, avevo visto prima quelle due pantomime dei suoi film Mi parlava della difficoltà di chiudere un progetto in Francia, mi parlava dei suoi inizi, delle sue vicissitudini economiche che lo avevano obbligato a smettere di produrre io ascoltavo, sforzandomi di capire il più possibile. Di una cosa ero però sicuro: non mi stava dicendo nulla su Ratataplan. Glielo chiedo, prima di andarmene, e lui mi risponde semplicemente: «Tu as de belles jambes!».
La mia limitata conoscenza della lingua francese, mi traduce alla lettera: «Tu hai delle belle gambe!». Che vorrà dire? Mi sta prendendo in giro? ma Tati sta già spiegando meglio: «Tu as un bon jeu de jambe» Tu hai un buon gioco di gambe «quando io guardo un nuovo comico non guardo la sua espressione o quello che dice, gli guardo i piedi. Se i piedi stanno fermi è un comico televisivo, se i piedi si muovono è un comico cinematografico. I tuoi piedi si muovono sempre, hai un buon gioco di gambe». È stato il complimento più bello che ho ricevuto per un mio film, e sentirmelo dire da Jacques Tati mi ha emozionato davvero.
