Quei 23 milioni tolti alle nostre pensioni

Boeri chiede indietro i soldi delle liquidazioni Inps «gonfiate»

Quei 23 milioni tolti alle nostre pensioni

Quando si parla dei soldi dell'Inps, si parla di soldi degli italiani. Di più: delle pensioni degli italiani; cioè quanto di più prezioso (e politicamente sensibile) ci sia in circolazione di questi tempi. Quindi, se salta fuori che il presidente dell'Inps ha scoperto un possibile «ammanco», nell'ordine dei 23 milioni nelle risorse dell'Istituto, le orecchie si drizzano. Di che si tratta?

Parliamo di circa 200 liquidazioni «gonfiate», cioè calcolate con valori in eccesso rispetto al dovuto, pagate negli ultimi 10 anni ad alcune categorie di dipendenti Inps. Per lo più si tratta di professionisti (soprattutto avvocati: l'Inps ne ha circa 300) alle dipendenze dell'istituto.

Il tema, anche a costo di risultare un po' imprecisi, può essere sintetizzato così: la retribuzione dei dipendenti Inps è formata da diverse parti, c'è una componente fissa e una accessoria. Quest'ultima può consistere in onorari legali o indennità di toga (per gli avvocati), indennità generali (professionisti statistici o attuariali), indennità medica specifica (medici). Ebbene, per anni l'Inps ha calcolato il Trattamento di fine servizio dei dipendenti (Tfs, quello che per i privati è il Tfr, o liquidazione) includendo anche il computo di onorari e indennità, cioè la parte non ricorrente. Per esempio, un avvocato alle dipendenze Inps, con un suo stipendio fisso, se chiamato a difendere l'istituto in una causa civile, a fine anno riceve un «bonus» per la parcella relativa alla causa (vinta o persa non importa). E poi, al momento di incassare il Tfs, riceve anche l'importo relativo alla parcella fatturata in quell'anno.

L'attuale presidente Tito Boeri (all'Inps dal 2014), venuto a conoscenza di questa disciplina in tempi relativamente recenti, ha segnalato l'anomalia alla Corte dei Conti e ha avviato una miriade di contenziosi mirati a recuperare la parte di liquidazione calcolata e versata a chi ha lasciato l'Istituto in questi ultimi 10 anni. Più indietro, infatti, non si può andare per prescrizione dei termini.

La materia, all'interno dell'Inps, è stata molto dibattuta, anche prima che arrivasse Boeri. E questo è il punto più delicato della storia, perché le precedenti gestioni non solo hanno applicato la «quiescibilità delle voci retributive accessorie», ma l'hanno confermata sia in presenza di sentenze giuridiche che mettevano in discussione tale disciplina (come quelle della Cassazione del 2010/7154 o del 2012/3775), sia a fronte di metodi di calcolo che la escludevano, applicati da altri istituti successivamente incorporati (è il caso dell'Inpdap).

Sostenitore convinto della controversa disciplina è stato Mauro Nori, direttore generale dell'istituto dal 2010 fino all'arrivo di Boeri, che lo ha licenziato quasi subito. Per esempio è stato Nori, nel 2012, a chiedere un parere all'avvocatura interna - pur essendo questa in palese conflitto d'interesse - e sulla base di questo a confermare la disciplina, pur utilizzando una formula di «sospensione» a tutela di eventuali future contestazioni. Formula che però lo stesso Nori ha fatto eliminare a partire dal 2014.

L'ex direttore generale è da questa estate consigliere giuridico del ministro dell'Economia Giovanni Tria, entrato così a far parte del governo pentastellato. Come tale è considerato uno dei principali candidati a sostituire lo stesso Boeri, non amato da questo esecutivo (come non lo è stato nemmeno dai precedenti, compreso quello di Matteo Renzi che pure lo aveva nominato) e il cui mandato al vertice Inps scade a febbraio. Bisognerà però vedere cosa dirà la Corte dei Conti. E se la generosità con cui sono state gestite le liquidazioni Inps e, di conseguenza, le risorse dei pensionati, sarà apprezzata o meno dal governo in carica.

Commenti