Quando Indro lesse l'Alighieri e lo raccontò a modo suo...

Due grandi italiani, due toscani, due "eretici". Così il giornalista vedeva il simbolo della nostra nazione

Quando Indro lesse l'Alighieri e lo raccontò a modo suo...

Per gentile concessione della casa editrice De Piante, pubblichiamo uno stralcio del profilo firmato da Indro Montanelli di Dante Alighieri, apparso in una serie del 1993 dedicata ai grandi italiani: Dante Alighieri ovvero Durante di Alighiero degli Alighieri (pagg. 54, euro 20, rilegatura a mano, tiratura in 500 copie; www.depianteditore.it; con prefazione del cardinal Gianfranco Ravasi).

Firenze c'è ancora la casa di Dante. Ma non è certamente quella in cui egli nacque e crebbe, perché questa fu demolita quando venne bandito: la distruzione della casa faceva parte del castigo che s'infliggeva (...)

(...) ai nemici politici vinti. Però sorgeva nelle vicinanze, in quello che allora si chiamava il «sesto di Porta San Piero». Non sappiamo come fosse fatta, ma sappiamo che le case di Firenze, a quei tempi, lasciavano piuttosto a desiderare in fatto di comfort. Non avevano acqua corrente né gabinetti, i pianciti erano di terra battuta cosparsa di paglia che marciva e puzzava, le finestre erano assi di legno.

Firenze non era allora la stupenda e ridente città che oggi conosciamo. Avrà avuto un cinquantamila abitanti. Sebbene avesse già costruito una seconda cerchia di mura per potersi distendere un po' di più, era ancora piuttosto soffocata, con straduzze strette e a gomiti. Di edifici imponenti e artisticamente pregevoli aveva solo il Battistero di San Giovanni, ma non ancora rivestito di marmi. L'insieme era severo e arcigno, grazie alle torri costruite dai nobili, lunghe, strette e minacciose, che le davano un'aria di campo trincerato. Di bello, c'era solo il paesaggio: quella corona di colline, fra cui si srotolava l'Arno. L'abitato si stendeva tutto sulla sponda destra del fiume.

Con quella sinistra era collegato da un solo ponte: il Ponte Vecchio. Di tutta l'infanzia del poeta, conosciamo solo un episodio, che però doveva restare decisivo per la sua vita e la sua opera: l'incontro con Beatrice. Gli storici hanno discusso a lungo sulla realtà di questo personaggio: alcuni hanno ritenuto che fosse di pura fantasia. Ma ormai è opinione comunemente accettata che si trattasse della figlia di Folco Portinari, banchiere molto stimato a Firenze. Era quasi coetanea di Dante, più tardi andò sposa a Simone de' Bardi, e morì nel 1290, probabilmente di un parto andato male.

Dopo la scuola, dove aveva imparato ben poco, Dante ebbe un altro maestro, che gl'insegnò molto di più: Brunetto Latini. Era costui un notaio che godeva di notevole prestigio, e non solo per le sue qualità professionali. La gran cultura, la signorilità, il «tatto», ne facevano anche un uomo di mondo, un idolo dei salotti, e un diplomatico di prima scelta. Non aveva originalità di pensiero, ma aveva molto visto, molto viaggiato, molto letto, e sapeva parlarne. Era anche un buon cittadino, un funzionario capace e integro, un coerente uomo di parte. Solo la vita privata lasciava alquanto a desiderare per la sua imparzialità verso i due sessi. Ma questo, nella Firenze di allora (e anche in quella d'oggi), non faceva molta impressione.

Il fatto che Dante, incontrandolo più tardi nell'Inferno, dove lo aveva collocato appunto per quel vizio, chiami affettuosamente Brunetto suo «maestro», ha fatto credere a molti ch'egli sia andato materialmente a lezione da lui. In realtà il rapporto non fu scolastico in senso stretto. Dante fu soltanto uno dei giovani letterati che intorno a Brunetto si raccoglievano e che formavano quella che oggi si chiamerebbe la nouvelle vague della poesia italiana, cui Dante stesso doveva dare il nome, passato alla Storia, di stil novo.

La novità, per ridurla all'essenziale, consisteva in questo. L'amore dei provenzali era stato estetico e sensuale, ma anonimo. L'identità di colei che lo aveva suscitato veniva nascosta sotto il senhal o pseudonimo. Ed è naturale perché si trattava solitamente di un tributo alla padrona di casa, e bisognava salvare il prestigio coniugale del marito, cioè di colui che forniva l'ospitalità al poeta. Gli stilnovisti fecero il contrario. Tolsero all'amore ogni contenuto carnale. E, resolo in tal modo inoffensivo, poterono metterci sopra l'indirizzo della destinataria. A chi poteva dar noia? Disincarnata e angelicata, l'ispiratrice non è più la moglie né la figlia né la sorella di nessuno. È solo un simbolo di perfezione spirituale e uno strumento di elevazione a Dio. Ciò che conta non è lei, ma il sentimento che suscita. Ed è infatti su di esso che gli stilnovisti si accaniscono, vivisezionandolo e rivoltandolo con una casistica puntigliosa e, a dire il vero, abbastanza uggiosa. I cultori di questo nuovo credo poetico erano Cino da Pistoia, Guido Cavalcanti, Lapo Gianni, Gianni Alfani, Dino Frescobaldi. Erano degli esteti, i cui equivalenti si ritrovano a scadenza di ogni due o tre generazioni, e ogni volta credono di inventare chissacché. Predicavano quella che oggi si chiamerebbe «l'arte per l'arte», cioè una poesia «disimpegnata» da tutto, anche dal bisogno di piacere ai Signori che avevano mantenuto i trovatori nei propri castelli. E potevano permetterselo perché erano di famiglia aristocratica o della ricca borghesia. Costituivano insomma la «gioventù dorata» di Firenze.

Che vita conducesse coi nuovi amici, non si sa. Ma si sa che costoro razzolavano in maniera assai diversa da come predicavano coi loro versi, tutti intesi ad angelicare la donna e a spiritualizzarla. Tuttavia i cànoni andavano rispettati. E quelli dell'«amor cortese» esigevano che anche Dante eleggesse una dama a ideale poetico di vita. Probabilmente fu soprattutto per questo che si ricordò di Beatrice. Non ci sarebbe nulla di bizzarro se l'amore, in Dante, fosse nato dalla poesia, e non viceversa.

E nulla toglierebbe alla grandezza dei suoi risultati.

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