Gambe pesanti e doloranti. Lividi che compaiono senza avere sbattuto da nessuna parte. Ore di palestra che non producono effetti. Diete che fanno perdere peso ovunque, tranne che proprio lì dove dovrebbero. E quella risposta, come un ritornello: «deve dimagrire», «deve fare più sport».
Invece il problema ha un altro nome, purtroppo ancora poco conosciuto. Si chiama lipedema. Ed è una patologia, di origine genetica, indipendente dal peso corporeo. Infatti sono frequenti i casi che interessano donne magre e sportive.
«È una patologia cronica infiammatoria che interessa il tessuto connettivo, la fascia che ricopre i muscoli, le articolazioni, i legamenti, mentre prima si pensava che fosse solo un problema di adipe. E colpisce quasi esclusivamente le donne», spiega la dottoressa Marzia Bernardi, medico estetico con un’esperienza quasi quindicennale e una formazione specifica sul lipedema, ma che conosce anche l’altra parte della scrivania, perché ne soffre lei stessa. «L’ho scoperto quasi per caso, durante un corso. Una collega notò il tipico segno del calzino sulla caviglia. Fino a quel momento pensavo che certe cose che sentivo fossero semplicemente la mia normalità».
Ed è proprio questo il problema ancora più comune. Il lipedema si nasconde bene. Si camuffa. È stato descritto per la prima volta nel 1942, ma per decenni è stato confuso con obesità, cellulite, ritenzione idrica. «Molte pazienti - spiega la dottoressa - arrivano dopo anni di diete e di attività fisica poco proficue. Umiliate dall’etichetta di essere “pigre” e logorate da un pellegrinaggio medico privo di risposte che può sfociare in quadri depressivi».
Invece i campanelli di allarme ci sono. Ma sono ancora troppo pochi gli specialisti che sanno leggerli e legarli insieme. Dolore alle gambe, anche al semplice tocco, sensazione di pesantezza e bruciore, facilità a sviluppare lividi, fragilità capillare e piccoli nodi sottocutanei. Negli stadi iniziali, come spiega Bernardi, possono essere minuscoli «simili a chicchi di riso, mentre nelle forme più avanzate possono diventare grandi come arance. E la malattia può arrivare a compromettere anche la mobilità. Ho delle pazienti che non riescono più a camminare, arrivano con le stampelle o sulla sedia a rotelle». C’è poi quel “segno del calzino” che segna un confine netto tra gamba e piede, di solito non coinvolto dalla malattia.
La diagnosi è clinica. «Non esiste un singolo esame del sangue o test strumentale che possa confermarla». Servono osservazione e palpazione da parte di un medico con formazione specifica.
Individuare la patologia per tempo è fondamentale. La predisposizione è familiare, ma l’infiammazione viene spesso attivata dai cambiamenti ormonali: pubertà, gravidanza e menopausa.Marzia Bernardi — laureata all’Università dell’Aquila in Medicina e Chirurgia, con un master di II livello all’Università di Chieti e una formazione quadriennale presso la Scuola Internazionale di Medicina Estetica Fatebenefratelli di Roma, e formazione presso l’Accademia Lipedema Italia — sottolinea però la difficoltà di trovare professionisti davvero preparati.
Non esiste una bacchetta magica né una terapia risolutiva. Non si guarisce, insomma, ma si può migliorare. «È una condizione cronica che va gestita con un approccio multidisciplinare», spiega la dottoressa. Alimentazione personalizzata antinfiammatoria, fisioterapia, attività fisica adeguata e quando indicato trattamenti medici come la carbossiterapia, se non ci sono controindicazioni, oppure le onde d’urto.Anche lo sport va calibrato. Nelle fasi più infiammatorie sono preferibili attività a basso impatto, dal nuoto al pilates. Obiettivo: ridurre il dolore e le limitazioni, migliorando la qualità della vita. L’importante è affidarsi a medici seri e competenti. «Perché ultimamente c’è un gran parlare di lipedema, ma con soluzioni anche discutibili.
Ora c’è anche una vera e propria associazione, la “LIO - Lipedema Italia”, che sta creando un database con medici, fisioterapisti e nutrizionisti specializzati».Il primo passo è riconoscere il problema, soprattutto per quelle donne che hanno combattuto contro il proprio corpo pensando di non fare abbastanza. Se dieta, palestra e buona volontà non cambiano quelle gambe, insomma, non serve l’ennesimo sacrificio. Serve una diagnosi
