<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><rss xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom" xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/" xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/" xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/" version="2.0" xmlns:media="http://search.yahoo.com/mrss/"><channel><title><![CDATA[News feed]]></title><link>https://www.ilgiornale.it</link><atom:link href="https://www.ilgiornale.it/arc/outboundfeeds/rss/autore/francesco-damato/" rel="self" type="application/rss+xml"/><description><![CDATA[ News Feed]]></description><lastBuildDate>Tue, 28 Jul 2026 13:58:47 +0000</lastBuildDate><language>it</language><ttl>1</ttl><sy:updatePeriod>hourly</sy:updatePeriod><sy:updateFrequency>1</sy:updateFrequency><item><title><![CDATA[Le strane convergenze tra Prodi e il Carroccio]]></title><link>https://www.ilgiornale.it/news/strane-convergenze-prodi-e-carroccio.html</link><guid isPermaLink="true">https://www.ilgiornale.it/news/strane-convergenze-prodi-e-carroccio.html</guid><dc:creator><![CDATA[Francesco Damato]]></dc:creator><description></description><pubDate>Thu, 11 Oct 2007 07:10:29 +0000</pubDate><content:encoded><![CDATA[<p>Non sono soltanto i mercati a soffrire di volatilità, recentemente lamentata dalla Banca centrale europea per spiegare il suo rifiuto di cambiare i tassi dinteresse. Ancor più dei mercati soffre di volatilità la politica, che almeno in Italia tende sempre di più a evaporare. </p><p>Ciò vale per la presunta maggioranza di governo, che vive e ancora di più vivrà alla giornata dopo lormai imminente nascita del Partito democratico. Del quale non si riesce ancora non dico a conoscere, ma nemmeno a immaginare uno straccio di programma, per quanto loquace sia stato Walter Veltroni nella sua campagna per la sicura elezione a segretario. Ma purtroppo ciò vale anche per lopposizione, a dispetto dellinteresse che tutte le sue componenti dovrebbero avvertire a tenere la barra dritta per trarre vantaggio dalla volatilità dello schieramento opposto, accelerando la caduta del governo e non fornendogli di tanto in tanto strani soccorsi. Tale mi è apparso, per esempio, quello che Lega, Udc e Alleanza nazionale hanno prestato alla maggioranza approvando nella competente commissione della Camera gli articoli di un progetto di riforma costituzionale che potrebbe arrivare in aula già il 22 ottobre. Solo Forza Italia si è sottratta alla partita, votando anche contro la polpetta avvelenata della riduzione del numero dei parlamentari: avvelenata perché essa è tanto popolare quanto irrealistica dopo la bocciatura referendaria, promossa e ottenuta dagli attuali partiti di governo, della vera e concreta riduzione apportata dal centrodestra con la sua riforma nella scorsa legislatura.</p><p>Persino Europa, il giornale ufficiale della dissolta Margherita, ha definito il progetto della commissione presieduta da Luciano Violante, vista la improbabilità di unapprovazione definitiva, niente di più che «propaganda» e «operazione dimmagine», osservando giustamente che «già sarebbe altra cosa se il centrosinistra provvedesse al taglio di ministri e sottosegretari», attuabile senza bisogno di alcuna legge. Ma, «asserragliato nel suo bunker», come gli ha contestato Giovanni Sartori sul Corriere della Sera, il presidente del Consiglio è paralizzato dalla paura della crisi.</p><p>Non mi ha sorpreso il contributo dato dalla solita, scalpitante Udc allazione di «propaganda» di Violante e della maggioranza. Né mi ha sorpreso il contributo di An, che è tornata peraltro a scambiare Antonio Di Pietro per uno statista progettando iniziative comuni. Mi ha invece sorpreso il contributo della Lega, appena dopo che Umberto Bossi in persona, pur esagerando con richiami a immagini da guerra civile, aveva chiuso il discorso sulle riforme ottimisticamente avviato con Prodi in un incontro di alcuni mesi fa nella prefettura di Milano, quando scambiò lucciole per lanterne. </p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[Bossi annuncia la «guerra» per svelare le bugie di Prodi]]></title><link>https://www.ilgiornale.it/news/bossi-annuncia-guerra-svelare-bugie-prodi.html</link><guid isPermaLink="true">https://www.ilgiornale.it/news/bossi-annuncia-guerra-svelare-bugie-prodi.html</guid><dc:creator><![CDATA[Francesco Damato]]></dc:creator><description></description><pubDate>Thu, 04 Oct 2007 01:10:03 +0000</pubDate><content:encoded><![CDATA[<p>Il richiamo infelice di Bossi alla «lotta di liberazione», come sbocco della rabbia di tanta parte dellelettorato del nord per il modo in cui viene governato questo nostro Paese, ha purtroppo consentito ai soliti furbacchioni di distrarre lattenzione dal reale significato della sortita del leader leghista, peraltro avvenuta alla presenza non casuale di un imbarazzato ma comprensivo Berlusconi.</p><p>La chiave di lettura del discorso di Bossi, al di là dello scandalo gridato dal presidente della Camera Bertinotti, prodigo di indulgenza invece per i «vuoti colmati» dal comico Grillo con i suoi «vaffa», sta nel sospetto maturato al vertice dalla Lega che «in Italia - come ha detto Bossi - non ci sia più una via sicura per cambiare la Costituzione». Anche se Prodi e i suoi fiancheggiatori hanno finto di non capire, evocando scenari di guerra in terra padana, il leader leghista ha voluto staccare la spina in qualche modo offerta al governo in materia di riforma costituzionale ed elettorale. Spintosi nei mesi scorsi a un ottimistico incontro con Prodi nella Prefettura di Milano, anche a costo di procurare a Berlusconi un mezzo cardiopalmo, Bossi ha capito che da questo governo in caduta libera di consenso e credibilità non può aspettarsi niente di buono. Ha avvertito il rischio di rimanere intrappolato nel gioco di un governo che promette riforme non per farle, ma solo per guadagnare tempo e prolungare la propria agonia. Particolarmente penoso è risultato nei giorni scorsi lo spettacolo di due ministri e del presidente della commissione Affari costituzionali della Camera che davano letteralmente i numeri su una futuribile riduzione dei parlamentari, pur essendosi i loro partiti tanto prodigati per bocciare con il referendum dellanno scorso la riduzione effettiva, non immaginaria, contenuta nella riforma approvata dal centrodestra.</p><p>Pure Maroni, che è stato tra i leghisti il più tentato dallidea di un accordo sulla strada delle riforme «anche con il diavolo», si è arreso commentando così con il nostro Antonio Signorini il presunto percorso riformatore di Prodi: «Se uno non sa giocare a rubamazzetto non può pensare di diventare campione di scopone scientifico». Il presidente del Consiglio in effetti è più indicato per il tavolo di qualche seduta spiritica, come quella lasciatagli raccontare impunemente durante il tragico sequestro di Moro da magistrati troppo indulgenti. A uno qualsiasi di noi, se avessimo fatto il nome poi rivelatosi quello della strada romana in cui si nascondevano gli autori del sequestro, avrebbero contestato reticenza, favoreggiamento e chissà quanti altri reati, sbattendoci anche in galera.</p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[Veltroni sogna la spallata dopo i sondaggi in rosso]]></title><link>https://www.ilgiornale.it/news/veltroni-sogna-spallata-i-sondaggi-rosso.html</link><guid isPermaLink="true">https://www.ilgiornale.it/news/veltroni-sogna-spallata-i-sondaggi-rosso.html</guid><dc:creator><![CDATA[Francesco Damato]]></dc:creator><description></description><pubDate>Thu, 27 Sep 2007 01:09:02 +0000</pubDate><content:encoded><![CDATA[<p>Non è una buona notizia per Walter Veltroni quella che gli ha dato lultimo sondaggio di Renato Mannheimer sulla corsa alla segreteria del Partito democratico, in vista delle primarie del 14 ottobre. I ventuno elettori su cento che nel mese di luglio, dopo lannuncio della sua candidatura, attribuivano al sindaco di Roma la capacità di assicurare al nuovo partito «molti più voti» di un altro leader sono scesi a sedici. Anche quelli che gli attribuivano la pur modesta capacità di raccogliere «qualche voto in più» sono scesi da 47 a 41. Gli scettici, quelli del «non so», sono saliti da 4 a 11.</p><p>Poiché il gradimento per la candidatura di Veltroni è risultato ugualmente alto, pari al 69 per cento del pubblico dichiaratosi «sicuramente» deciso a partecipare alle primarie, contro il 12 per cento di Rosy Bindi e il 5 per cento di Enrico Letta, si può presumere chegli non sia ritenuto responsabile - o lo sia solo in minima parte - della minore capacità che gli viene ora attribuita di procurare «più voti» al partito di cui sta per assumere la guida. Veltroni sembra piuttosto considerato vittima dei danni procurati al nuovo partito dallaccresciuta impopolarità di Romano Prodi e del suo governo.</p><p>Il senatore Goffredo Bettini, che è il più veltroniano dei parlamentari del partito che sta nascendo, ha riconosciuto qualche giorno fa che il governo a causa di «unincertezza di comunicazione su alcuni provvedimenti decisivi per la vita degli italiani, come le tasse, ha generato paura e confusione». Ma non per questo esso andrebbe liquidato perché «se cade, lunica alternativa è il voto», ha detto Bettini in sintonia con Piero Fassino. A Veltroni pertanto spetterebbe, secondo Bettini, lingrata funzione di «ammortizzatore tra lopinione pubblica e il governo», cioè tra il potenziale elettorato del nuovo partito e Prodi.</p><p>Se questa fosse anche la vera opinione di Veltroni, a dispetto della convergenza con Francesco Rutelli sulla opportunità di costruire alleanze politiche di «nuovo conio», sottratte ai condizionamenti asfissianti della sinistra estrema, la sua avventura di segretario del Partito democratico sarebbe semplicemente suicida. Il governo Prodi marcia ormai in tale rotta di collisione con lelettorato che non vi è ammortizzatore in grado di reggere lurto. In cuor suo Veltroni può solo augurarsi che qualche incidente nella sessione parlamentare di bilancio lo liberi di Prodi e gli consenta, con laiuto del presidente della Repubblica, di mettere in cantiere un governo di decantazione che, dovendo provvedere alla legge finanziaria e ad altre urgenze, sottragga il nuovo partito allimmediato naufragio elettorale. Non faccio Walter tanto sprovveduto da non capirlo, o tanto temerario da considerarsi lammortizzatore immaginato dal suo amico Bettini.</p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[Ma il voto di preferenza non serve solo a Grillo]]></title><link>https://www.ilgiornale.it/news/voto-preferenza-non-serve-solo-grillo.html</link><guid isPermaLink="true">https://www.ilgiornale.it/news/voto-preferenza-non-serve-solo-grillo.html</guid><dc:creator><![CDATA[Francesco Damato]]></dc:creator><description></description><pubDate>Thu, 20 Sep 2007 01:09:05 +0000</pubDate><content:encoded><![CDATA[<p>Il nostro Massimo Teodori ha esposto sul Giornale di giovedì scorso, a proposito del «grillismo» e dei «falchetti» che gli volteggiano attorno, lanalisi critica forse più penetrante fra tutte quelle che mi sia capitato di leggere dopo le invettive scurrili lanciate contro i partiti dal comico genovese. Il quale ne vorrebbe «la distruzione» considerandoli tutti «un cancro», ad eccezione evidentemente di quello chegli sembra tentato di costruire sulle liste civiche sollecitate per le prossime elezioni comunali.</p><p>Non condivido tuttavia il tono un po' troppo apodittico con il quale lamico Teodori ha liquidato la presunta «banalità» della «reintroduzione delle preferenze» come rimedio ad una delle proteste di Grillo, purtroppo giustificatissima, contro i parlamentari solo formalmente eletti, in realtà nominati dai rispettivi partiti grazie al sistema vigente delle liste bloccate dei candidati.</p><p>Secondo Teodori sarebbe «un rimedio peggiore del male» il ritorno al voto di preferenza. Ma perché? Contrariamente a quanto ritengono in molti, esso non fu abolito per raccogliere listanza popolare espressa dal referendum del 1991: quello che Bettino Craxi e Umberto Bossi, pur da sponde opposte, invitarono inutilmente a disertare raccomandando di andare piuttosto «al mare».</p><p>Quel referendum chiedeva di abolire, e abolì, le preferenze plurime, lasciando agli elettori il sacrosanto diritto di esprimerne una sola, come avvenne nelle elezioni dellanno dopo. A sopprimere il diritto alla preferenza fu nel 1993 il Parlamento, peraltro già in via di scioglimento anticipato, con una legge elettorale concordata fra la segreteria del Pds-ex Pci e quella della Dc. Che era appena passata nelle mani della sinistra con Mino Martinazzoli ed era interessata ad espugnare con il sistema appunto delle liste bloccate anche i gruppi parlamentari del partito, dove le correnti moderate e anticomuniste grazie proprio al voto di preferenza erano sempre risultate in maggioranza. Una volta acquisito il controllo anche dei nuovi gruppi parlamentari con le liste bloccate della quota proporzionale, la sinistra scudocrociata riuscì dopo le elezioni del 1994 a spostare quel chera rimasto della Dc, e che si chiamava Partito Popolare, nello schieramento rosso che portò nel 1996 Romano Prodi a Palazzo Chigi.</p><p>Labolizione del voto di preferenza non è servita neppure ad un altro scopo reclamato dai suoi detrattori: quello di contenere i costi delle campagne elettorali, che sono continuati a salire. Così come non mi sembra cessata la tentazione di vendersi il voto, questa volta di lista, in chi era abituato a vendersi le preferenze, specialmente al sud, dove allignano maggiormente clientelismo e partiti dal prefisso telefonico che tengono in pugno laccidentato e forse esausto bipolarismo italiano.</p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[Il Polo e le riforme istituzionali: quei ritocchi attesi e mai fatti]]></title><link>https://www.ilgiornale.it/news/polo-e-riforme-istituzionali-quei-ritocchi-attesi-e-mai.html</link><guid isPermaLink="true">https://www.ilgiornale.it/news/polo-e-riforme-istituzionali-quei-ritocchi-attesi-e-mai.html</guid><dc:creator><![CDATA[Francesco Damato]]></dc:creator><description></description><pubDate>Thu, 13 Sep 2007 01:09:22 +0000</pubDate><content:encoded><![CDATA[<p>Capisco la puntigliosità con la quale Gianfranco Fini ha voluto fissare pali e paletti quando, invitato a casa di Umberto Bossi con Silvio Berlusconi, ha accettato lidea di tentare un accordo con la maggioranza per modificare in Parlamento la legge elettorale. Dopo essersi molto impegnato a favore del ricorso al referendum, egli non ha voluto dare limpressione, accreditata invece da Pier Ferdinando Casini, di averne abbandonato la causa. Ed ha perciò precisato le condizioni a suo avviso irrinunciabili di una nuova legge: lindicazione preventiva delle alleanze di governo, e dei rispettivi candidati alla presidenza del Consiglio, e il conferimento del premio di maggioranza allo schieramento vincente per garantirgli un consistente vantaggio in Parlamento, anche in presenza di un risultato elettorale striminzito.</p><p>Le condizioni di Fini non mi sembrano in linea, in verità, con lobbiettivo referendario più vistoso e significativo, che è quello di assegnare il premio di maggioranza non più alla coalizione, come oggi, ma alla lista più votata. Esse tuttavia sono in linea con la strenua difesa che Fini e il suo partito fanno del bipolarismo da quando, nel 1994, ne sperimentarono i vantaggi grazie allalleanza elettorale offerta loro coraggiosamente da Silvio Berlusconi per fermare la «gioiosa macchina da guerra» allestita da Achille Occhetto.</p><p>Ogni tanto Fini avverte sulla strada del bipolarismo pericoli dai quali pensa che si possa rimediare stringendo le maglie della legge elettorale, non rendendosi conto che il problema è più a monte. Il tarlo che scava e insidia il bipolarismo è larticolo 67 della Costituzione. Esso vanifica qualsiasi accorgimento legislativo stabilendo che «ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato». Lo stesso concetto del premio di maggioranza, a rigore di logica, non sarebbe coerente con il principio costituzionale del mandato parlamentare «senza vincolo»: un principio che neppure il centrodestra, chissà per quale misteriosa ragione, non ritenne di sopprimere o cambiare nella riforma istituzionale faticosamente approvata nella scorsa legislatura. Se lo avesse fatto, avrebbe reso quella riforma più popolare, oltre che più stringente, salvandola forse dalla bocciatura referendaria dellanno scorso. Che venne peraltro reclamata da partiti dellattuale, presunta maggioranza che adesso ne ripropongono disinvoltamente parti non secondarie come il federalismo, la riduzione del numero dei parlamentari, il rafforzamento dei poteri del presidente del Consiglio e la distinzione dei compiti della Camera e del Senato.</p><p>Che cosa non si fa per cercare di allungare la miserevole vita di questo governo, precipitato al 27 per cento di gradimento tra il vacuo ottimismo di Romano Prodi a Palazzo Chigi e i vaffanculo di Beppe Grillo in piazza.</p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[La coppia di nuovo conio che vuole liquidare Prodi]]></title><link>https://www.ilgiornale.it/news/coppia-nuovo-conio-che-vuole-liquidare-prodi.html</link><guid isPermaLink="true">https://www.ilgiornale.it/news/coppia-nuovo-conio-che-vuole-liquidare-prodi.html</guid><dc:creator><![CDATA[Francesco Damato]]></dc:creator><description></description><pubDate>Thu, 06 Sep 2007 01:09:55 +0000</pubDate><content:encoded><![CDATA[<p>Ha forse ecceduto in pessimismo Sergio Romano rammaricandosi sul Corriere della Sera di domenica scorsa che lestate non abbia modificato lagenda della politica italiana, visto «il menù» riproposto dalla sinistra antagonista. I cui ministri, sottosegretari e segretari di partito si dividono tra la decisione e la tentazione di partecipare il 20 ottobre ad una manifestazione di sostanziale protesta organizzata contro il governo, che pure essi condizionano pesantemente. Non è un bel menù, certamente, ma per fortuna non è il solo che abbia prodotto questa estate ormai avviata alla conclusione. È emersa allinterno della coalizione governativa anche una maggiore insofferenza dei riformisti per i danni procurati dalla coppia costituita da Prodi e Bertinotti. Ai quali fu consentito con le primarie dellautunno del 2005 di contendersi per finta la candidatura a Palazzo Chigi, ben sapendo che il primo si sarebbe politicamente messo al servizio dellaltro con un programma ambiguo di quasi trecento pagine, preteso e ottenuto dalla sinistra estrema per afferrare le chiavi dellalleanza.</p><p>Alla coppia Prodi-Bertinotti, felicemente definita Prodinotti alla vigilia delle elezioni dellanno scorso da chi ne aveva avvertito in tempo la pericolosità, se nè contrapposta unaltra in questa pur confusa estate politica. Essa potrebbe essere chiamata Veltronelli: composta da Veltroni, al secondo e ultimo mandato di sindaco di Roma, e Rutelli, che ne sostiene la candidatura a segretario del partito che nascerà il mese prossimo dalla fusione tra i Ds e la Margherita. Il proposito dei due al di là degli «incoraggiamenti» e delle visite di convenienza che il presidente del Consiglio ogni tanto reclama e ottiene da entrambi, è di tagliare lerba sotto i piedi di Prodinotti e di preparare, anche a costo di un turno anticipato di elezioni preceduto da un governo di decantazione, un centrosinistra di «nuovo conio», ha detto in particolare Rutelli. Ad esso - ha spiegato Veltroni - dovrebbe bastare e avanzare un programma di dieci punti, cioè conciso e chiaro abbastanza per risultare indigesto alla sinistra estrema.</p><p>Peccato che nel centrodestra molti abbiano sinora sottovalutato o addirittura deriso Veltronelli, avvertendo probabilmente solo il rischio che la nuova coppia, rimescolando le alleanze, riesca ad attrarre pezzi di quella che è stata sino alle elezioni dellanno scorso la Casa delle libertà. Certo, un rischio del genere esiste, ma solo a condizione che il centrodestra non sappia o addirittura non voglia attrezzarsi alla sfida, ridefinendo programma e assetti anziché attardarsi in una visione statica e per ciò stesso perdente del bipolarismo. Che non può bastare da solo a garantire la governabilità del Paese, visti i guai odierni di Prodi, ma anche le difficoltà incautamente procurate a Berlusconi nella scorsa legislatura dalla pur larga maggioranza da lui raccolta nelle urne del 2001.</p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[La giustizia allitaliana viaggia a due velocità]]></title><link>https://www.ilgiornale.it/news/giustizia-all-italiana-viaggia-due-velocit.html</link><guid isPermaLink="true">https://www.ilgiornale.it/news/giustizia-all-italiana-viaggia-due-velocit.html</guid><dc:creator><![CDATA[Francesco Damato]]></dc:creator><description></description><pubDate>Thu, 30 Aug 2007 01:08:04 +0000</pubDate><content:encoded><![CDATA[<p>Incendi e omicidi a parte, naturalmente, una delle notizie più sconcertanti dellestate è arrivata da Lipari. Dove la magistratura ha dato una prova di efficienza e di rapidità che avrebbe sicuramente meritato il plauso generale se avesse riguardato, per esempio, un piromane colto sul fatto, o in procinto di compierlo. Essa avrebbe attenuato il fallimentare, anzi scandaloso bilancio della legge che istituì sette anni fa il reato di incendio boschivo, e che ha prodotto sinora solo una condanna definitiva. No, ad essere acciuffato, ammanettato, processato per direttissima e tradotto in carcere è stato un povero svitato che di notte, per protesta contro alcuni torti che riteneva di avere ricevuto dalle autorità portuali, aveva rimosso le cime al panfilo dellindustriale Diego Della Valle, autorizzato ad ormeggiare ad una banchina riservata ai traghetti perché ospitava a bordo i coniugi Mastella: lui ministro della Giustizia e lei presidente del Consiglio regionale della Campania.</p><p>Ciò che ha fatto quello svitato non è per niente commendevole, ovviamente. Ma, senza voler infierire sullequipaggio del panfilo, dal quale forse il ricco armatore e i suoi ospiti e amici avrebbero dovuto o potuto attendersi una maggiore vigilanza, non mi sembra neppure tanto commendevole linsolito e perciò assordante silenzio nel quale il Guardasigilli ha lasciato che la sua amministrazione (peraltro in assenza di seri danni procurati dallo svitato alla nave, ad altri natanti, a persone e animali, se ve nerano anchessi a bordo) adottasse procedure e metodi a dir poco inusuali negli uffici giudiziari di questa nostra strampalata Repubblica. Dove, per esempio, non mi risulta che sia stato ancora processato con rito abbreviato Luca Delfino, catturato prima di Ferragosto con le mani e i vestiti ancora sporchi del sangue dellex fidanzata appena assassinata per strada a Sanremo. </p><p>Conosco personalmente Mastella da quasi quarantanni. Per quanto mi sia capitato spesso di dissentire da lui, sin da quando, demitiano di ferro, contrastò in nome del rinnovamento, prima di scoprirne e apprezzarne le qualità, lelezione del povero Aldo Moro a presidente del Consiglio nazionale della Dc, obbligandolo allimbarazzato passaggio di due votazioni, non ho mai infierito contro lattuale Guardasigilli perché sempre trattenuto, alla fine, da una certa simpatia umana. Luomo è scaltro, imprevedibile, spesso disinvolto sul piano politico, come dimostrò nel 1998 saltando dallalleanza con Silvio Berlusconi a quella con Massimo DAlema, ma non è cattivo, ve lo assicuro. Quello svitato di Lipari meritava e meriterebbe da lui un aiuto, per il buon nome della giustizia, e non solo del ministro che vi è preposto. E che farebbe un torto alla nostra intelligenza se si riparasse dietro la solita e arcinota autonomia dellordine giudiziario.</p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[Il privilegio delle toghe di non essere giudicate]]></title><link>https://www.ilgiornale.it/news/privilegio-delle-toghe-non-essere-giudicate.html</link><guid isPermaLink="true">https://www.ilgiornale.it/news/privilegio-delle-toghe-non-essere-giudicate.html</guid><dc:creator><![CDATA[Francesco Damato]]></dc:creator><description></description><pubDate>Thu, 23 Aug 2007 01:08:25 +0000</pubDate><content:encoded><![CDATA[<p>Aiutato dal generale Ferragosto a uscire dalle prime pagine dei giornali, il sostituto procuratore Enrico Zucca è riapparso qualche giorno fa nelle pagine interne per via di due lettere anonime dinsulti e minacce inviategli da cittadini che lo considerano evidentemente responsabile del caso Delfino: il trentenne che ha assassinato a coltellate a Sanremo lex fidanzata dopo averla ripetutamente minacciata, ma soprattutto dopo essere stato inutilmente indicato allo stesso Zucca, nei rapporti di polizia, come lautore del delitto di unaltra ex fidanzata, avvenuto lanno scorso a Genova.</p><p>La nuova notizia non sta tanto nelle due lettere anonime, precedute peraltro dagli striscioni di protesta in occasione dei funerali della ragazza di Sanremo, ma nelluso che ha ritenuto di poterne e doverne fare una sindacalista delle toghe. Che se lè presa con il capo della squadra mobile di Genova per avere rivelato, diciamo pure denunciato, la sottovalutazione degli elementi forniti dai suoi uffici al magistrato sulla pericolosità dellassassino, ben prima del delitto che gli è costato larresto in flagranza. «Dalle dichiarazioni di un poliziotto è scaturito un attacco mediatico nei confronti del pubblico ministero» ha detto lesponente dellassociazione nazionale dei magistrati Anna Canepa. Secondo la quale - sembra di capire - meriterebbero di finire sotto processo più ancora del suo collega ligure, o degli autori delle due lettere anomine, se qualcuno riuscisse naturalmente a identificarli, i giornali che hanno dato spazio alle rivelazioni di quel «poliziotto». Il quale comunque, nel caso non improbabile di un procedimento giudiziario, rischierebbe ben più del sostituto procuratore, non il privilegio, riconosciuto invece ai magistrati, di essere processato e giudicato solo dai suoi colleghi.</p><p>Ogni tentativo di eliminare o quanto meno attenuare questo odioso privilegio è fallito, anche quando a compierlo è stato, con pubbliche dichiarazioni e iniziative, chi certamente non è sospettabile di animosità verso le toghe come Luciano Violante.</p><p>Tocca peraltro ai magistrati anche decidere la liquidazione dei danni procurati dai loro colleghi ai cittadini assolti dopo essere stati ingiustamente processati, spesso anche arrestati. Qualche giorno fa il nostro Fabrizio de Feo, in un articolo sugli «orfani della balena bianca», ha riferito sullepilogo grottesco della lunga vicenda giudiziaria dellex ministro democristiano Gianni Prandini, assolto con formula piena dalle accuse prima di concussione e poi di corruzione che ne avevano rovinosamente interrotto nel 1992 la carriera politica. I giudici gli hanno accordato un risarcimento di 14mila euro per leccessiva durata dei suoi processi: circa mille euro per ogni anno trascorso da lui fra carcere, aule giudiziarie, studi legali e linciaggi. E questa sarebbe giustizia.</p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[Ecco perché avere paura della sinistra reazionaria]]></title><link>https://www.ilgiornale.it/news/ecco-perch-avere-paura-sinistra-reazionaria.html</link><guid isPermaLink="true">https://www.ilgiornale.it/news/ecco-perch-avere-paura-sinistra-reazionaria.html</guid><dc:creator><![CDATA[Francesco Damato]]></dc:creator><description></description><pubDate>Wed, 15 Aug 2007 01:08:59 +0000</pubDate><content:encoded><![CDATA[<p>Fra gli editorialisti del Corriere della Sera impegnati ultimamente nel tentativo di far dimenticare, visti i risultati del secondo governo di Romano Prodi, la responsabilità assunta dal loro giornale sponsorizzandone larrivo nella campagna elettorale dellanno scorso, Ernesto Galli della Loggia è quello che si è guadagnato i maggiori rimbrotti degli esponenti del centrodestra. Che gli hanno contestato, fra laltro, i giudizi troppo sommari espressi a carico dei precedenti governi di Silvio Berlusconi, come se i guai di Prodi derivassero dalleredità ricevuta e non dagli errori inanellati alla guida della sua troppo eterogenea coalizione.</p><p>Ma più ancora delle concessioni di Galli della Loggia allantiberlusconismo, di cui la compagnia prodiana ha bisogno per sopravvivere alla sua schizofrenica insufficienza, mi ha colpito lindulgenza mostrata sul piano politico e culturale da Giovanni Sartori verso «Rifondazione comunista e partitelli di contorno». Dei quali egli ha rivendicato il 6 agosto il diritto di essere considerati «rivoluzionari», o «massimalisti», o «estremisti», ma non «conservatori», come qualcuno li definisce lamentando la loro ostinata resistenza a coniugare la sinistra con la pratica del riformismo.</p><p>Pur mosso dallapprezzabile proposito di difendere il buon nome dei veri conservatori, o almeno di quelli che vogliono mantenere le cose buone e cambiare quelle cattive, Sartori ha praticamente chiesto ai moderati di non avere paura dei «nostri partiti massimalisti» perché essi «non sono al potere». E non essendo al potere non avrebbero il modo di passare dalla vocazione rivoluzionaria al sistema «rigido» delle dittature, esse sì «ossessivamente dedite alla propria immutabile conservazione».</p><p>Sartori evidentemente non si è ancora accorto, benedettuomo, che «i nostri partiti massimalisti» non sono mai stati al potere come in questo secondo governo Prodi, condizionandolo ben più dei riformisti, veri o presunti che siano. Considerarli peraltro «rivoluzionari» è un azzardo culturale perché, più ancora che conservatori di cose cattive, essi sono semplicemente dei reazionari, impegnati come sono dalla mattina alla sera, nelle stanze del potere e nelle piazze, dove si sono già dati appuntamento per il 20 ottobre, a riportare indietro le lancette dellorologio di questo sfortunato Paese, condannato al passo del gambero. </p><p>Di tutte le riforme faticosamente realizzate nella scorsa legislatura - dal mercato del lavoro «flessibile», che porta il nome di Marco Biagi, ucciso dalle Brigate rosse ma indecentemente scambiato da Francesco Caruso per un assassino, allinnalzamento delletà pensionabile, dallordinamento istituzionale a quello giudiziario, dallimmigrazione alla riduzione delle aliquote fiscali - essi hanno reclamato e spesso anche ottenuto laggiramento o la soppressione. </p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[Sui richiami di Napolitano i dubbi di doppiopesismo]]></title><link>https://www.ilgiornale.it/news/sui-richiami-napolitano-i-dubbi-doppiopesismo.html</link><guid isPermaLink="true">https://www.ilgiornale.it/news/sui-richiami-napolitano-i-dubbi-doppiopesismo.html</guid><dc:creator><![CDATA[Francesco Damato]]></dc:creator><description></description><pubDate>Thu, 09 Aug 2007 01:08:00 +0000</pubDate><content:encoded><![CDATA[<p>Pur senza farlo personalmente, ma affidandone il compito al suo portavoce ufficiale Pasquale Cascella, il capo dello Stato ha voluto ribadire sul nostro giornale, in risposta ad una cortese lettera aperta scrittagli dal deputato di Forza Italia Raffaele Fitto, di non aver mai voluto polemizzare direttamente con il giudice Clementina Forleo. Che ha chiesto alle Camere di utilizzare nel procedimento sulle scalate bancarie del 2005 alcune telefonate utili a contestare gravi reati anche a tre parlamentari importanti dellex partito di Giorgio Napolitano intercettati sullutenza dellallora capo dellUnipol: il segretario Piero Fassino, il ministro degli Esteri Massimo DAlema e il vice presidente del gruppo dellUlivo al Senato Nicola Latorre. </p><p>Pronunciato davanti al Consiglio Superiore della Magistratura il 23 luglio scorso, subito dopo liniziativa assunta dalla Forleo, il monito di Napolitano a «non inserire nei provvedimenti giudiziari valutazioni o riferimenti eccedenti rispetto alle finalità dellatto emesso» prescinderebbe dal «caso concreto». A provarlo sarebbe il fatto che un analogo richiamo fu già fatto dal presidente della Repubblica nella stessa sede «il precedente 6 giugno», per non parlare di quello pronunciato il 1° agosto dellanno scorso, «in epoca prossima» ad un altro fatto clamoroso. Che fu linvasiva richiesta darresto dellonorevole Fitto avanzata alla Camera dalla magistratura pugliese e ricordata dallo stesso Fitto sul nostro giornale per lamentare il silenzio allora opposto dal Consiglio Superiore e dal suo presidente. È proprio la sequenza delle date fornite dal Quirinale ad autorizzare tuttavia qualche sospetto. Mi chiedo, in particolare, perché mai il capo dello Stato non avesse ritenuto lanno scorso di tornare sullargomento di fronte allaggressione giudiziaria subìta da Fitto, visto che questanno ha invece ritenuto di farlo, rinnovando allindomani delliniziativa della Forleo contro DAlema, Fassino e Latorre il monito lanciato ai magistrati un mese e mezzo prima, il 6 giugno. Permane il dubbio di «doppiopesismo». </p><p>A parte comunque la diversa attenzione ricevuta da Fitto e dai dirigenti dei ds, mi chiedo se non sia il caso che il presidente della Repubblica sinterroghi finalmente sullo scarso ascolto che i suoi moniti ricevono negli uffici giudiziari ai quali sono destinati. </p><p>Cambiano i presidenti della Repubblica, i ministri della Giustizia e persino gli ordinamenti giudiziari, vista la recente approvazione della riforma reclamata dal sindacato delle toghe e firmata da Clemente Mastella per cancellare quella del predecessore Roberto Castelli, ma non cambiano per niente le brutte abitudini di molti magistrati. Sembra diventato irreversibile il passaggio di 15 anni fa dalle Procure della Repubblica alla Repubblica delle Procure.</p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[Quelle affinità elettive fra ds e procura milanese]]></title><link>https://www.ilgiornale.it/news/quelle-affinit-elettive-ds-e-procura-milanese.html</link><guid isPermaLink="true">https://www.ilgiornale.it/news/quelle-affinit-elettive-ds-e-procura-milanese.html</guid><dc:creator><![CDATA[Francesco Damato]]></dc:creator><description></description><pubDate>Fri, 03 Aug 2007 01:08:08 +0000</pubDate><content:encoded><![CDATA[<p>Quanto più rifletto sulle modalità dapprodo dellaffare Unipol-Ds in Parlamento, tanto più singolare e inquietante mi appare la storia dei rapporti tra il maggiore partito della sinistra e la giustizia di rito, diciamo così, ambrosiano.</p><p>Allepoca di Mani pulite si conobbe un solo caso in cui negli uffici della Procura di Milano fu applicata la legge per cercare prove non solo a carico, ma anche a discarico dellindagato. Ciò accadde ad opera dellallora procuratore aggiunto DAmbrosio, oggi senatore dellUlivo in quota Ds, che trovò le carte utili a bloccare i tentativi della sostituta procuratrice Tiziana Parenti di coinvolgere i dirigenti del partito nelle indagini sui soldi e sui conti di Primo Greganti, il mitico «compagno G» delle feste dellUnità.</p><p>Nella scorsa primavera è nuovamente toccato alla Procura di Milano, nei piani ancora più alti di quelli frequentati a suo tempo da DAmbrosio, il compito di rilasciare una specie di liberatoria al vice ministro ds delleconomia Visco annunciando di non avere ravvisato elementi «prepotentemente» a suo carico nelle soperchierie denunciate dal generale Speciale, allora comandante generale della Guardia di finanza. Che, rimosso nel frattempo con procedure e motivazioni impugnate in sede giudiziaria, ha trovato maggiore ascolto alla Procura di Roma, dove Visco ha dovuto sottoporsi a interrogatorio con lassistenza di uno storico senatore e avvocato del suo partito.</p><p>Sempre negli uffici della Procura di Milano sono state a lungo trattenute in un clima dincertezza, anche a costo di fughe di notizie e di documenti, le registrazioni delle telefonate fra il capo dellUnipol e i maggiori esponenti dei Ds avvenute nelle giornate e ore cruciali della fallita scalata alla Banca nazionale del lavoro. Alla fine il giudice delle indagini preliminari Clementina Forleo ha rotto gli indugi chiedendo alle Camere la necessaria autorizzazione alluso processuale di quelle intercettazioni. Ma, pur essendo meritoriamente tra i pochi magistrati a sostenere la separazione delle carriere, la signora ha fatto un po di confusione tra i ruoli di giudice e di pubblico ministero. Ha adoperato a carico dei parlamentari espressioni indebitamente anticipatrici di unaccusa, o addirittura di una sentenza. </p><p>Per quanto siano i meno titolati a farlo, avendo il loro partito abbondantemente coperto e usato contro gli avversari analoghi sconfinamenti, i dirigenti ds protestano contro la pretesa della Forleo di indicarli in una ordinanza, prima ancora che essi vengano indagati e processati, come «consapevoli complici di un disegno criminoso di ampia portata» in ordine alla vicenda Unipol. E guadagnano la solidarietà garantistica di Berlusconi. Sempre fortunati, questi diessini, nei rapporti con le toghe milanesi, di ogni grado e funzione, anche quando essi sembrano finiti clamorosamente sotto schiaffo.</p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[Dini e i presunti riformisti caduti giù dagli «scalini»]]></title><link>https://www.ilgiornale.it/news/dini-e-i-presunti-riformisti-caduti-gi-dagli-scalini.html</link><guid isPermaLink="true">https://www.ilgiornale.it/news/dini-e-i-presunti-riformisti-caduti-gi-dagli-scalini.html</guid><dc:creator><![CDATA[Francesco Damato]]></dc:creator><description></description><pubDate>Thu, 26 Jul 2007 01:07:09 +0000</pubDate><content:encoded><![CDATA[<p>I mal di pancia e le proteste più o meno minacciose della sinistra che Francesco Rutelli chiamerebbe forse di vecchio conio, visto che egli ha mostrato di desiderare per il futuro alleati di «nuovo conio», non debbono indurre in errore nella valutazione delle scelte del governo per rallentare laumento delletà pensionabile. Più ancora dei comunisti irriducibili e dolenti, ruzzolano per gli «scalini» in costruzione al posto dello «scalone» dellex ministro del Lavoro Roberto Maroni i presunti riformisti dellaltrettanto presunta maggioranza.</p><p>È sorprendente la rapidità con la quale Lamberto Dini, dopo avere minacciato di votare contro il governo se dal negoziato del presidente del Consiglio con la sinistra e con i sindacati fosse uscito un pasticcio, peraltro a spese anche di una riforma delle pensioni che porta ancora il suo nome, si sia affrettato ad annunciare, testualmente: «Io sto con Prodi». Il quale contemporaneamente si vantava di avere adottato una soluzione «equa e giusta» rinviando al 2011 il divieto di andare in pensione prima dei 60 anni di età e 35 di contributi. Eppure lo stesso Dini, e nella stessa occasione, costituita da unintervista al Corriere della Sera del 21 luglio, ha detto che «sarebbe stata preferibile una maggiore equità nel reperire le risorse» necessarie a coprire gli alti costi del rinvio. «La formula concordata - ha spiegato Dini - sposta gran parte degli oneri dal lavoro dipendente a quello autonomo e parasubordinato attraverso laumento di aliquote e contributi. E poi compie un esproprio delle pensioni più alte». Che per il solo fatto di superare i tremilacinquecento euro lordi mensili, pari a meno di duemilacinquecento netti, dovrebbero essere considerate doro e penalizzate con il blocco delle indicizzazioni e supplementi dimposta camufatti da contributi di solidarietà. «In pratica - ha spiegato Dini - vengono colpiti coloro che hanno poca o nessuna voce in capitolo, come gli stessi pensionati»: quelli, per intenderci, iscritti dufficio allanagrafe dei ricchi e colpevoli forse solo di non essere iscritti alla Cgil. </p><p>Continuano disinvoltamente a «stare con Prodi», al pari del sorprendente Dini, anche i radicali di Marco Pannella e di Emma Bonino, ora desiderosi persino di intrupparsi nel nascituro Partito Democratico. </p><p>Di cui Pannella, ristabilitosi dai suoi ultimi digiuni, vuole proporsi addirittura come segretario, in concorrenza con Walter Veltroni, Rosy Bindi, Furio Colombo, Enrico Letta e non ricordo più quanti altri, evidentemente per fare meglio «lultimo giapponese di Prodi». Che è il ruolo ribadito pubblicamente e orgogliosamente dalla Bonino anche nellannuncio della sua falsa e perciò rientrata minaccia di dimissioni da ministro, alla vigilia delle decisioni del governo sugli «scalini» delletà pensionabile. </p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[Il referendum non cancella il ricatto dei piccoli partiti]]></title><link>https://www.ilgiornale.it/news/referendum-non-cancella-ricatto-dei-piccoli-partiti.html</link><guid isPermaLink="true">https://www.ilgiornale.it/news/referendum-non-cancella-ricatto-dei-piccoli-partiti.html</guid><dc:creator><![CDATA[Francesco Damato]]></dc:creator><description></description><pubDate>Thu, 19 Jul 2007 01:07:48 +0000</pubDate><content:encoded><![CDATA[<p>Chi giustamente non vede lora di liberarsi di questo governo sempre più avvolto nei pannoloni dei senatori a vita, e finalmente avvertito dalla radicale Emma Bonino come «un monocolore comunista» senza tuttavia trovare il coraggio di uscirne davvero, potrebbe essere tentato di compiacersi del traguardo che stanno tagliando con la raccolta delle firme i promotori dei nuovi referendum elettorali. </p><p>Ai quali il ministro della Giustizia Clemente Mastella e altri partiti minori della presunta maggioranza uscita lanno scorso dalle urne sono talmente contrari da essere disposti alla crisi e alle elezioni anticipate pur di evitarli. Ma anche una riforma parlamentare della legge elettorale, se fosse approvata in tempo per anticipare e far decadere i referendum, comprometterebbe la legislatura delegittimando le Camere elette con il vecchio sistema.</p><p>Gli aspetti positivi dei referendum in cantiere consistono tuttavia solo nel rischio di crisi che comportano. </p><p>I benefici strutturali sbandierati dai loro promotori sono invece illusori. Non è per niente vero, per esempio, che assegnando il premio di maggioranza non più alla coalizione, come oggi, ma alla lista più votata, come avverrebbe in caso di successo del principale dei tre quesiti referendari, si semplificherebbe il quadro politico, si eliminerebbero i piccoli partiti e si aprirebbe finalmente la stagione del bipartitismo. </p><p>Anche se i piccoli partiti lo lasciano credere pure loro protestando contro i referendum, in realtà essi farebbero solo più fatica a negoziare con i partiti più grandi le candidature sicure, garantite dalla mancanza del voto di preferenza, in quelli che diventerebbero i due listoni in gara per laggiudicazione del premio di maggioranza. </p><p>Ad elezioni avvenute, i regolamenti parlamentari continuerebbero a consentire la formazione dei gruppi con soli venti deputati o dieci senatori, ed anche meno con le deroghe permesse dagli uffici di presidenza delle assemblee. </p><p>Usciti dalla porta, i piccoli partiti rientrerebbero così dalla finestra con i loro simboli, i loro nomi e i loro ricatti, secondo un modello daltronde già sperimentato con le candidature nei collegi uninominali della precedente legge elettorale. </p><p>Che non a caso, pur essendo maggioritaria per i tre quarti e proporzionale solo per un quarto dei seggi parlamentari, produsse un aumento, non una riduzione dei partiti rispetto alla tanto odiata e bistrattata Prima Repubblica.</p><p>Gli elettori tornerebbero quindi ad essere imbrogliati, come in occasione dei precedenti referendum elettorali, promossi non per abrogare leggi o parti di esse, secondo quanto consente larticolo 75 della Costituzione, ma per cambiarne i testi tagliandoli con il bisturi dellastuzia e della truffa. </p><p>Il cui uso è stato disinvoltamente autorizzato dalla Corte Costituzionale con una frequenza che non consente purtroppo di sperare in un suo ripensamento.</p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[Che errore difendere il Csm dei veleni]]></title><link>https://www.ilgiornale.it/news/che-errore-difendere-csm-dei-veleni.html</link><guid isPermaLink="true">https://www.ilgiornale.it/news/che-errore-difendere-csm-dei-veleni.html</guid><dc:creator><![CDATA[Francesco Damato]]></dc:creator><description></description><pubDate>Thu, 12 Jul 2007 01:07:58 +0000</pubDate><content:encoded><![CDATA[<p>Il vice presidente Nicola Mancino offende la nostra intelligenza quando dice che il Consiglio Superiore della Magistratura «non ha né condannato né assolto nessuno» denunciando «lintrusione indebita nella vita di giudici seguiti, osservati e controllati nei loro movimenti». Essa risulterebbe dai numerosi fascicoli sequestrati alcuni mesi fa allallora funzionario del servizio segreto militare Pio Pompa, giustamente indagato per questo dalla Procura della Repubblica di Roma.</p><p>Il Consiglio Superiore, scavalcando il magistrato titolare dellinchiesta, ha tuttavia ritenuto di attribuire non a Pompa o a qualche ufficio deviato, ma allintero servizio segreto militare la responsabilità del dossieraggio, peraltro definito «una grande buffonata» da Francesco Saverio Borrelli, che pure è fra i magistrati «osservati» per il suo noto antiberlusconismo. Di fatto il Csm ha emesso una sentenza mediaticamente inappellabile, vista anche la sorprendente unanimità con la quale essa è stata votata, con il consenso quindi dei consiglieri non togati in qualche modo riferibili allopposizione. </p><p>Stupisce che Mancino, la cui lunga carriera è stata insieme forense e politica, non avverta la confusione che ha fatto il Consiglio Superiore della Magistratura, peraltro producendo una quantità industriale di veleni da cui esso rischia di essere danneggiato per primo. Tre sono i sospetti, uno peggiore dellaltro, rovesciatisi sul Csm.</p><p>Il primo è di avere voluto mandare alla Corte Costituzionale un messaggio ostile al servizio segreto in vista del giudizio che essa è stata chiamata ad esprimere sul processo in corso a Milano contro lex capo del Sismi Nicolò Pollari ed altri imputati, fra i quali alcuni agenti della Cia, per il sequestro di Abu Omar, su cui la Procura milanese è stata accusata dal governo in carica, non da quello precedente, di avere indagato anche violando il segreto di Stato.</p><p>Il secondo sospetto è di avere voluto stendere una rete di solidarietà attorno alla categoria dei magistrati mentre il sindacato delle toghe sostiene lennesimo e forse decisivo tentativo di vanificare in Parlamento quel poco che è rimasto della riforma dellordinamento giudiziario che porta il nome dellex ministro della Giustizia Roberto Castelli, già mutilata dalle modifiche e dalla sospensione varate lanno scorso su iniziativa del nuovo guardasigilli.</p><p>Il terzo sospetto è di avere cercato di distogliere lattenzione dallo stato agonico del governo montando un caso strumentalizzabile contro lopposizione. Al cui leader il segretario dei Ds Piero Fassino, sorprendendo persino il suo compagno di partito Luciano Violante, si è affrettato come uno sciacallo ad attribuire la «responsabilità oggettiva» di ogni nefandezza eventualmente compiuta durante il suo governo negli uffici del servizio segreto.</p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[La cacciata di Capezzone, un processo in stile sovietico]]></title><link>https://www.ilgiornale.it/news/cacciata-capezzone-processo-stile-sovietico.html</link><guid isPermaLink="true">https://www.ilgiornale.it/news/cacciata-capezzone-processo-stile-sovietico.html</guid><dc:creator><![CDATA[Francesco Damato]]></dc:creator><description></description><pubDate>Thu, 05 Jul 2007 01:07:26 +0000</pubDate><content:encoded><![CDATA[<p>Ero incerto se occuparmi oggi delle preoccupazioni procurate alla Commissione europea e al Fondo Monetario Internazionale dal troppo dispendioso documento di programmazione economica e finanziaria imposto al governo italiano dalla sinistra massimalista, o degli sviluppi sempre più clamorosi e inquietanti della rimozione del generale Roberto Speciale dal comando della Guardia di Finanza. Che rischia di costare più di un processo a chi lha reclamata, ottenuta e difesa davanti al Senato, ingiuriando lalto ufficiale per avere resistito alle indebite pressioni e agli altrettanto indebiti scavalcamenti della cosiddetta autorità politica. </p><p>Ma quel diavolo di Marco Pannella mi obbliga a tornare su una notizia che, anticipata in un assolato pomeriggio romano del mese scorso, mi sembrava francamente incredibile per il fatto che a darla era stato, come improvvisato portavoce radicale, nientemeno che Oliviero Diliberto. Il quale è segretario di un movimento che, a distanza ormai di quasi 18 anni dalla caduta del muro di Berlino, si chiama orgogliosamente «partito dei comunisti italiani». È quindi vero, o quasi. Il vecchio e inossidabile Marco, non potendo solo per ragioni di statuto «cacciare» materialmente il giovane Daniele Capezzone dal partito radicale, come aveva invece annunciato Diliberto, lo ha interdetto con quella che il suo ex pupillo ha giustamente definito «la brutta copia di una fatwa». In particolare, dopo avergli tolto la segreteria del partito e ledizione domenicale della rassegna stampa di Radio radicale, Marco ha preteso e ottenuto dal comitato nazionale un documento di condanna anche morale di Capezzone. I numeri per questa operazione non sono certo mancati a Pannella, come dimostrano i 28 voti favorevoli e i soli 7 contrari raccolti dal verdetto contro Capezzone dopo un dibattito che Gian Maria De Francesco sul Giornale ha paragonato al «primo processo politico dellera staliniana»: quello che aveva tra gli imputati il contumace Lev Trotskij, destinato ad essere assassinato in Messico. Spero che Diliberto, da comunista irriducibile, non sinorgoglisca anche di questo. Ma decisamente meno convincenti dei numeri sono stati gli argomenti usati da Pannella, che ha accusato Capezzone di essere in pratica un fannullone per via di unassai scarsa, e documentata, partecipazione alle votazioni parlamentari.</p><p>In effetti lex segretario radicale, peraltro astenutosi alla Camera sulla fiducia che consentì a Romano Prodi di scampare alla crisi di fine febbraio scoppiata al Senato sulla politica estera, da tempo evita coerentemente di votare le bischerate di un governo che Pannella per primo ha più volte considerato composto di «quasi buoni a niente». Buoni solo a fare danni al Paese, purtroppo anche con il concorso, spero almeno sofferto, del ministro radicale Emma Bonino. </p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[Se lUnione si convince che Veltroni sia Mandrake]]></title><link>https://www.ilgiornale.it/news/se-l-unione-si-convince-che-veltroni-sia-mandrake.html</link><guid isPermaLink="true">https://www.ilgiornale.it/news/se-l-unione-si-convince-che-veltroni-sia-mandrake.html</guid><dc:creator><![CDATA[Francesco Damato]]></dc:creator><description></description><pubDate>Thu, 28 Jun 2007 01:06:13 +0000</pubDate><content:encoded><![CDATA[<p>Anche a costo di deludervi, vi confesso di aver votato Walter Veltroni a Roma in entrambe le occasioni nelle quali si è candidato a sindaco. Lho fatto per ragioni di stima e simpatia personale facilitate dalla natura amministrativa delle elezioni ed anche dalla sensazione avvertita, a torto o a ragione, che al centrodestra non importasse più di tanto contrastarlo, non avendogli contrapposto un concorrente adeguato. Avrei votato in modo diverso se si fosse stato candidato contro di lui, per esempio, Gianni Letta o Gianfranco Fini.</p><p>Da una lettura attenta dei risultati elettorali delle amministrative romane risulta che sono stati parecchi i voti raccolti da Veltroni al di fuori dello schieramento che lo aveva proposto al Campidoglio. Egli ha rappresentato a livello capitolino quello che gli esperti chiamano un «valore aggiunto». Al quale molti nella presunta Unione guidata nelle ultime elezioni politiche da Romano Prodi pensano probabilmente di potersi aggrappare la prossima volta a livello nazionale, nel tentativo di rimediare alla delusione, alla rabbia, al panico e a quantaltro di negativo è riuscito a seminare lattuale presidente del Consiglio nel primo anno del suo secondo governo. Ma se questo è il calcolo dei furbetti del Botteghino che hanno spinto Veltroni verso la segreteria del costituendo Partito democratico, peraltro dopo averne contrastato lipotesi sino a qualche settimana fa, temo per lui, e spero per loro, che la scommessa sia sbagliata.</p><p>Per quanto abile nellarrotondare gli spigoli e nel raccordarsi a tutti, vivi e morti, Veltroni non è Mandrake. Quella che gli è stata affidata mi sembra una missione impossibile, non potendo neppure lui liberare la sua coalizione da quellautentica zavorra politica che è la sinistra antagonista, arroccata in una visione della società antistorica. Nel consegnarsi a Veltroni la coalizione ridotta da Prodi in brache di tela proprio per accontentare la sinistra estrema non lo ha in fondo sottratto ai progetti africani coltivati dal sindaco di Roma in vista dellesaurimento del suo mandato capitolino e rinfacciatigli dal nostro Mario Sechi. LItalia in realtà sta sprofondando in Africa con il modo di governare di Prodi, che di europeo ormai ha solo la suoneria del telefonino, della quale si è vantato dopo il recente vertice comunitario di Bruxelles per spiegare, poverino, il contributo che vi aveva apportato. </p><p>Ciò non significa tuttavia che il centrodestra possa dormire tra i classici due guanciali, magari ironizzando su taluni aspetti del cosiddetto veltronismo che in effetti vi si prestano. Aveva ragione Fini ad ammonire già sabato scorso i suoi alleati in una intervista a non commettere «lerrore strategico dimmaginare la futura campagna elettorale contro Veltroni come fosse una campagna elettorale contro Prodi». </p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[Il pendolo di DAlema garantista a fasi alterne]]></title><link>https://www.ilgiornale.it/news/pendolo-d-alema-garantista-fasi-alterne.html</link><guid isPermaLink="true">https://www.ilgiornale.it/news/pendolo-d-alema-garantista-fasi-alterne.html</guid><dc:creator><![CDATA[Francesco Damato]]></dc:creator><description></description><pubDate>Thu, 21 Jun 2007 01:06:55 +0000</pubDate><content:encoded><![CDATA[<p>Scottato dalla diffusione delle imbarazzanti telefonate nelle quali due anni fa incoraggiava e «sognava» la scalata rossa di Unipol alla Banca nazionale del lavoro, Massimo DAlema ha dunque scoperto gli effetti «indecenti» delle procedure giudiziarie «sotto lo sguardo trascurato» della magistratura. Dalla quale egli si aspettava evidentemente unapplicazione delle norme più rispettosa delle residue prerogative o immunità parlamentari.</p><p>In verità, allautorevole esponente di quello che fu il Pci è già accaduto altre volte di riconoscere le storture di un sistema a dir poco anomalo e di lamentarsene, senza però trarne mai le conseguenze sul piano politico promuovendo o sostenendo iniziative capaci di cambiare davvero le cose.</p><p>Egli era capogruppo alla Camera quando si discusse una proposta di legge, sostenuta anche da un suo compagno di partito poi emarginato, che voleva ridurre il ricorso alla carcerazione preventiva, visto luso smodato che se ne stava facendo nelle indagini su Tangentopoli. DAlema riconobbe in aula che la proposta era giusta, ma ne lamentò la «inopportunità» perché lapprovazione in quel momento sarebbe apparsa ostile ai magistrati. </p><p>Qualche tempo dopo gli capitò di cenare nellabitazione romana di Alfio Marchini con Filippo Mancuso, che mi raccontò poi di essere rimasto impressionato per lasprezza con la quale sentì parlare lallora segretario dellex Pci di certa magistratura per via di alcuni spifferi giudiziari che minacciavano di danneggiarlo. Il povero Mancuso, diventato poi ministro della Giustizia nel governo di Lamberto Dini, se lo ritrovò con sorpresa tra gli avversari per le ispezioni disposte a carico della Procura di Milano. La vicenda, come si ricorderà, si concluse con la sfiducia parlamentare e lestromissione di Mancuso dal governo. </p><p>Diventato con lappoggio anche di Berlusconi presidente della commissione bicamerale per le riforme istituzionali, DAlema protestò giustamente contro un magistrato milanese che aveva appena dipinto quella commissione come unaccolita di «ricattati» perché intendeva promuovere modifiche anche al sistema giudiziario sgradite alle toghe militanti. Ma quando, di lì a poco, divenne presidente del Consiglio egli si tenne ben lontano dai temi più scabrosi della giustizia.</p><p>Ora che il pendolo di DAlema sembra tornato su posizioni garantiste, mi chiedo quanto tempo vi rimarrà. Aspetto laccigliato ministro degli Esteri alla prova dello sciopero minacciato dai magistrati per far cancellare entro luglio dalla riforma dellordinamento giudiziario approvata faticosamente nella scorsa legislatura quel poco che è rimasto dopo le mutilazioni e la sospensione strappate un anno fa allesordiente Guardasigilli Clemente Mastella.</p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[La battaglia di Pannella serve a distrarre i radicali]]></title><link>https://www.ilgiornale.it/news/battaglia-pannella-serve-distrarre-i-radicali.html</link><guid isPermaLink="true">https://www.ilgiornale.it/news/battaglia-pannella-serve-distrarre-i-radicali.html</guid><dc:creator><![CDATA[Francesco Damato]]></dc:creator><description></description><pubDate>Thu, 14 Jun 2007 00:06:25 +0000</pubDate><content:encoded><![CDATA[<p>Per fortuna di Marco Pannella ci sono ancora Paesi ostinatamente decisi a tenersi lincivile pena di morte, ed altri disposti solo a parole a sostenere allOnu una proposta di moratoria delle esecuzioni. Mi chiedo che cosa il buon Pannella, in condizioni diverse, avrebbe dovuto inventarsi, a che cosa avrebbe potuto appendere i suoi digiuni e appelli, guadagnandosi peraltro anche lamichevole solidarietà del leader dellopposizione, per distrarsi e distrarre i suoi militanti dallaiuto che i radicali stanno dando alla miserevole sopravvivenza di questo governo e della sua maggioranza.</p><p>Me lo chiedo naturalmente con la delusione di chi ha condiviso molte battaglie coraggiosamente condotte da Pannella nella sua ormai lunghissima attività politica. O di chi, pur sorpreso dalla decisione dei radicali di aderire con lavventura della «Rosa nel pugno» alla Unione - si fa per dire - di Romano Prodi, consentendole di vincere per il rotto della cuffia le elezioni politiche dellanno scorso, si è per un po consolato scommettendo sulla loro capacità di tirarsene fuori in tempo per non esserne travolti nella caduta.</p><p>Evidentemente mi sono sbagliato. Pannella al massimo si concede appunto qualche distrazione. Egli ammette che il governo Prodi, pur composto anche da una radicale infaticabile come Emma Bonino, è fatto di «quasi buoni a niente», ma non per questo intende staccarsene, aggrappandosi un po penosamente a quel «quasi». O continua ad occuparsi di politica interna solo per continuare a fare la guerra, diciamo così, a Daniele Capezzone, già rimosso dalla segreteria del partito per avere posto con una certa evidenza e concretezza il problema di ridefinire i rapporti con il governo. </p><p>Le penultime notizie della guerra di Pannella e Capezzone ce le ha date di recente con la sua solita e felice ironia il nostro Filippo Facci, fermo però ad una situazione ancora di stallo. Le ultime sono state fornite nel pomeriggio di sabato scorso da un improvvisato e sorprendente portavoce di Pannella: addirittura il segretario del partito dei comunisti italiani Oliviero Diliberto. Che, collegato da Piazza del Popolo in diretta con gli studi televisivi di La7, dove si seguivano e commentavano i cortei in corso per le strade di Roma contro la visita del presidente americano, ma anche contro il governo, ha così liquidato le critiche di Capezzone alla sinistra antagonista: «Taci tu, che sei stato cacciato dal tuo partito». </p><p>Lindomani Capezzone concludeva la sua abituale rassegna stampa domenicale a Radioradicale dichiarando di non essere sicuro di poterla tornare a fare, come gli ha sinora permesso il direttore Massimo Bordin resistendo professionalmente alle pressioni punitive di Pannella. Al quale chiedo almeno di risparmiarci una goffa imitazione del viceministro Vincenzo Visco, e del governo, nella rimozione del generale Roberto Speciale.</p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[Salvate il soldato Speciale dalle lusinghe dei partiti]]></title><link>https://www.ilgiornale.it/news/salvate-soldato-speciale-dalle-lusinghe-dei-partiti.html</link><guid isPermaLink="true">https://www.ilgiornale.it/news/salvate-soldato-speciale-dalle-lusinghe-dei-partiti.html</guid><dc:creator><![CDATA[Francesco Damato]]></dc:creator><description></description><pubDate>Thu, 07 Jun 2007 01:06:16 +0000</pubDate><content:encoded><![CDATA[<p>Qua la mano, naturalmente, ad un generale speciale di nome e di fatto qual è il comandante della Guardia di finanza deposto dal governo pur agonizzante di Romano Prodi in tempi e modi che gridano sempre più vendetta, per quanto avallati purtroppo dal presidente della Repubblica. Che, non fossaltro per «il comando delle Forze Armate» assegnatogli dallarticolo 87 della Costituzione, avrebbe dovuto subito contestare il ruolo notarile assegnatogli dal presidente del Consiglio nella rimozione del capo delle Fiamme gialle, colpevole di aver tenuto testa alle ingerenze del viceministro Vincenzo Visco. </p><p>Peccato che Giorgio Napolitano, pur prodigo di discorsi, dichiarazioni, comunicati, lettere a giornali e quantaltro gli offre il sistema delle comunicazioni per far conoscere il suo pensiero e i suoi umori, a volte persino i suoi sospiri, non abbia ritenuto opportuno difendere le proprie prerogative. Pare che ora cominci ad avere qualche dubbio pure lui, ma continuando curiosamente a reagire con un certo fastidio, per quanto mitigato dalla sua solita cortesia, a quanti reclamano un suo intervento esplicito. </p><p>Fra laltro, il presidente del Consiglio rimuovendo un capo militare in una improvvisata e incompleta riunione di governo ha contraddetto sgarbatamente un appello appena rinnovato dal Quirinale, nel sessantunesimo compleanno della Repubblica, alle larghe intese tra le forze politiche sulle questioni più importanti e difficili del Paese. Nessuno a Palazzo Chigi aveva avvertito il buon gusto, pur abituale in simili circostanze, di informare e consultare l'opposizione sulla rimozione del comandante della Guardia di finanza e sulla nomina del successore.</p><p>Nello stringere la mano al generale Roberto Speciale, che merita il rispetto e la solidarietà dovuti ad un uomo dalla schiena dritta che ha appena subìto un torto immeritato, e che ha giustamente rifiutato il «baratto» imprudentemente tentato dal governo designandolo a consigliere della Corte dei conti, vorrei tuttavia rivolgergli una preghiera. Poiché è ormai chiaro che si andrà alle elezioni ben prima della scadenza ordinaria del 2011, anche se Prodi attorno al tavolo di qualche seduta spiritica continua a considerare realistica una sua sopravvivenza a Palazzo Chigi sino a quella data, non si lasci indurre - caro generale - in tentazioni politiche. Si tenga lontano, per carità, da offerte di candidatura al Parlamento, dove peraltro arriverebbe, nella spiacevole e perdurante mancanza del voto di preferenza, più per nomina di qualche partito che per scelta degli elettori. Non dia ai suoi avversari, che le stanno attribuendo disegni cervellotici e oscuri, secondo le peggiori, odiose e consolidate abitudini di certa sinistra, di mettere ai loro archi altre frecce avvvelenate. Per favore, signor generale, non mi deluda.</p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[Il «jaccuse» di Montezemolo irrita la stampa filo-Unione]]></title><link>https://www.ilgiornale.it/news/j-accuse-montezemolo-irrita-stampa-filo-unione.html</link><guid isPermaLink="true">https://www.ilgiornale.it/news/j-accuse-montezemolo-irrita-stampa-filo-unione.html</guid><dc:creator><![CDATA[Francesco Damato]]></dc:creator><description></description><pubDate>Thu, 31 May 2007 01:05:52 +0000</pubDate><content:encoded><![CDATA[<p>Non appena Romano Prodi, disperato comera per lo stato già comatoso del suo governo, aggravatosi adesso con i risultati delle elezioni amministrative, ha lanciato lallarme della «salita» di Luca Cordero di Montezemolo alla politica, i giornali che fiancheggiano ancora il presidente del Consiglio si sono messi allopera per fronteggiare la sgradita incursione del presidente della Confindustria negli affari chegli considera la prima azienda italiana, rigorosamente pubblica. Ne farebbero parte i 180mila e rotti tra parlamentari, consiglieri regionali, provinciali, comunali, circoscrizionali e via dicendo, eletti o nominati, visto che a sceglierli sono più spesso i partiti che gli elettori, non per governare, legiferare, amministrare e controllare ma solo per costare alla collettività qualcosa come ottomila miliardi delle vecchie lire.</p><p>È subito partito dai sostenitori di Prodi un processo alle intenzioni dellavversario di turno, anziché contestare il merito delle critiche di Montezemolo al governo o rimproverargli una certa complicità, come ha fatto invece Silvio Berlusconi rinfacciandogli giustamente il credito accordato allUnione nelle elezioni politiche dellanno scorso, poi nel referendum contro la riforma costituzionale del centrodestra e infine nel concepimento della legge finanziaria del 2007. Le reazioni dei prodiani hanno prodotto, fra laltro, una rappresentazione caricaturale della presunta scalata di Montezemolo a Palazzo Chigi. </p><p>La solita Repubblica, per esempio, gli ha attribuito con laltrettanto solito giochino del totoministri la capacità, la voglia, la tentazione - chiamatela come volete - di «prenotare» la carica di ministro dellindustria per lamministratore delegato della sua Fiat. O di prenotare il Viminale per Gianni Letta come «garanzia di rapporti non ostili» con Berlusconi, insinuando così che il Cavaliere abbia problemi con polizia e dintorni. O di prenotare i trasporti per un altro uomo di provenienza confindustriale come Innocenzo Cipolletta «per aprire i grandi cantieri di LCdM», cioè delle società vecchie e nuove di Montezemolo. O di prenotare il posto di portavoce del governo per il direttore del Tg5 Carlo Rossella, «compagno di zingarate di Luca e Della Valle», spero non destinato alla mestizia e agli infortuni notturni di Silvio Sircana, portavoce del governo attuale.</p><p>Il discredito della politica è tanto, come ha appena scritto il buon Angelo Panebianco, deluso di tutti e di tutto, forse anche del suo Corriere, già sponsor elettorale di Prodi. Il discredito della magistratura non è inferiore, anche se molti faticano a dirlo per paura delle manette. Ma occorre riconoscere che è notevole anche il discredito di un certo giornalismo supponente e moralistico. Il cui appoggio comunque non basterà a Prodi per evitare la fine che merita.</p>]]></content:encoded></item></channel></rss>