<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><rss xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom" xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/" xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/" xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/" version="2.0" xmlns:media="http://search.yahoo.com/mrss/"><channel><title><![CDATA[News feed]]></title><link>https://www.ilgiornale.it</link><atom:link href="https://www.ilgiornale.it/arc/outboundfeeds/rss/autore/francesco-leone-grotti/" rel="self" type="application/rss+xml"/><description><![CDATA[ News Feed]]></description><lastBuildDate>Tue, 28 Jul 2026 21:01:37 +0000</lastBuildDate><language>it</language><ttl>1</ttl><sy:updatePeriod>hourly</sy:updatePeriod><sy:updateFrequency>1</sy:updateFrequency><item><title><![CDATA[Miliardi e diplomazia. Trump sbarca in Cina accolto da imperatore]]></title><link>https://www.ilgiornale.it/news/politica/miliardi-e-diplomazia-trump-sbarca-cina-accolto-imperatore-1461099.html</link><guid isPermaLink="true">https://www.ilgiornale.it/news/politica/miliardi-e-diplomazia-trump-sbarca-cina-accolto-imperatore-1461099.html</guid><dc:creator><![CDATA[Francesco Leone Grotti]]></dc:creator><description><![CDATA[Cerimoniale senza precedenti per il tycoon I temi: commercio, Nordcorea e Mar cinese]]></description><pubDate>Thu, 09 Nov 2017 07:44:58 +0000</pubDate><content:encoded><![CDATA[<p>Donald Trump non ha potuto fare a meno di esclamare un «wow» ieri pomeriggio, quando scendendo dall'Air Force One insieme alla first lady Melania, ha messo piede per la prima volta sul suolo cinese da quando è stato eletto presidente degli Stati Uniti. Il partito comunista è solito riservare ai capi di Stato un'accoglienza modesta in aeroporto, per poi dare sfoggio della potenza e dello sfarzo cinese con un ricevimento nella Grande sala del popolo che affaccia su Piazza Tiananmen. Questa volta invece ha cambiato protocollo per riservare a Trump dei privilegi mai accordati a nessun altro, come sottolineato dai media cinesi. Ieri all'aeroporto internazionale di Pechino non mancava niente: soldati rigidi sull'attenti, musica marziale suonata dalla banda e nugoli di bambini sorridenti a sventolare bandierine cinesi e americane. Trump e Melania, passando sotto le suggestive volte di gingko, che in autunno si ricoprono di foglie dorate, sono stati portati al tramonto nella Città proibita, dove il presidente Xi Jinping in persona, insieme alla moglie Peng Liyuan, li ha accolti facendo da guida per un tour d'eccezione nel famoso palazzo imperiale. È seguita una chiacchierata informale tra i leader davanti a un tè caldo, prima della cena di benvenuto (e chissà che Trump non ripeta la famosa battuta di Kissinger: «Dopo un'anatra alla pechinese sono d'accordo su tutto»). Terminati i convenevoli, però, da oggi si fa sul serio e tutti sono curiosi di vedere che cosa Trump riuscirà ad ottenere nella tappa di tre giorni più importante e ostica della sua missione asiatica, che si concluderà lunedì.</p><p>Gli obiettivi principali del presidente americano sono due. Innanzitutto ridurre «l'enorme» disavanzo commerciale nei confronti di Pechino, che nel 2016 ha venduto a Washington 347 miliardi di dollari di merci in più rispetto a quante ne ha acquistate. Per riequilibrare la bilancia e favorire la creazione di nuovi posti di lavoro sono atterrati in Cina anche i dirigenti di circa 40 multinazionali americane, tra cui Goldman Sachs e Boeing. In particolare, si attende la nascita di un fondo congiunto da cinque miliardi di dollari tra il fondo sovrano cinese, la China Investment Corporation, e il colosso bancario americano per portare investimenti nel manifatturiero Usa. Già ieri sono stati firmati accordi per 9 miliardi di dollari, ma Xi dovrebbe fare altre concessioni dal momento che Trump agita lo spettro di un'indagine formale sul furto da parte di agenzie governative cinesi di brevetti americani. Se venissero confermate irregolarità da parte di Pechino, Washington sarebbe pronta a introdurre nuovi dazi punitivi sulle merci cinesi.</p><p>Il secondo obiettivo riguarda un maggiore impegno della Cina per contenere le ambizioni nucleari della Corea del Nord. Il tema è spinoso: Pechino ha meno influenza di quanto si pensi sul dittatore Kim Jong-un. Se evitare una crisi regionale è nei suoi interessi, non può neanche permettersi che il regime crolli. Per questo ha applicato le sanzioni stabilite dall'Onu a metà agosto, ma si è rifiutata di porre fine alle esportazioni di petrolio a Pyongyang, ribadendo che non approverà sanzioni aggiuntive oltre a quelle decise dalle Nazioni Unite.</p><p>In cambio di accordi economici e qualche promessa sulla Corea del Nord, Xi spingerà Trump a firmare una dichiarazione amichevole comune sulla cooperazione tra i due Paesi e ribadire il principio dell'unica Cina e della coesistenza pacifica nel Mar cinese meridionale. Inoltre, chiederà a Washington di autorizzare una maggiore collaborazione tra i due Paesi in diversi settori (aviazione, aerospaziale, ingegneria, hi-tech) che permettano alla Cina di acquisire nuova tecnologia. Sul tavolo delle trattative non dovrebbero esserci i diritti umani, come la liberazione di Liu Xia, moglie del defunto premio Nobel perseguitato Liu Xiaobo. «America first» significa anche che gli affari vengono prima di tutto.</p>]]></content:encoded><media:content url="https://www.ilgiornale.it/resizer/v2/DY6WZQ5YQNLLDC3DIT7K5YHM2E.jpg?auth=6f7ba7a1193ac1b90838d30a445171d4a415274e9909167227a4df93877deedd&amp;smart=true&amp;width=1200&amp;height=900" type="image/jpeg" height="900" width="1200"/></item><item><title><![CDATA[Il giovane, il liberale e il filosofo. I sette nuovi imperatori di Cina]]></title><link>https://www.ilgiornale.it/news/politica/giovane-liberale-e-filosofo-i-sette-nuovi-imperatori-cina-1456518.html</link><guid isPermaLink="true">https://www.ilgiornale.it/news/politica/giovane-liberale-e-filosofo-i-sette-nuovi-imperatori-cina-1456518.html</guid><dc:creator><![CDATA[Francesco Leone Grotti]]></dc:creator><description><![CDATA[L'obiettivo: aprirsi al mondo ma conservare il partito al potere. Con Xi, che non nomina eredi, nuovo Mao]]></description><pubDate>Thu, 26 Oct 2017 06:54:11 +0000</pubDate><content:encoded><![CDATA[<p>«Anche un viaggio di mille miglia comincia con un passo». Il celebre aforisma di Laozi fa parte della millenaria cultura cinese e Xi Jinping, l'imperatore comunista più forte e autoritario dai tempi di Mao Zedong, ha dimostrato di conoscerlo molto bene. Ieri, al termine del 19mo Congresso del partito comunista, Xi ha presentato nella Grande sala del popolo che si affaccia su Piazza Tiananmen a Pechino i sette componenti del Comitato permanente del Politburo, il sancta sanctorum del partito, cuore nevralgico del sistema di potere che governa 1,4 miliardi di cinesi. Molti osservatori occidentali si aspettavano che avrebbe nominato solo i suoi fedelissimi, invece il segretario del partito, presidente della Cina e capo dell'esercito, ha deciso sì di rivoluzionare il sistema, cambiando alcune tradizioni consolidate all'interno del partito, ma un passo alla volta, spartendo il potere tra le diverse fazioni.</p><p>Il presidente ha fatto inserire in Costituzione alla voce «ideologia guida» il «Pensiero di Xi Jinping», mettendosi sullo stesso piano di Mao. La sua smisurata ambizione non si è fermata qui: è tradizione infatti che dopo cinque anni in carica (Xi è stato nominato nel 2012) il leader nomini all'interno del Comitato permanente del Politburo un delfino intorno ai 50 anni, candidato in pectore per la successione. Xi invece non l'ha fatto, rinfocolando così le speculazioni sulla sua volontà di restare alla guida del partito più grande del mondo oltre i canonici 10 anni.</p><p>Nessuno conosce le reali intenzioni del presidente. Di sicuro però non vuole prendere il potere assoluto in un unico colpo, ma solo un passo alla volta. Guardando gli ufficiali che sono stati nominati all'interno del Comitato permanente è evidente la logica della spartizione del potere e l'accordo che c'è stato tra Xi, la «cricca di Shanghai» capeggiata dal vecchio leader Jiang Zemin e la Lega giovanile comunista legata all'ex presidente Hu Jintao. Oltre a Xi e al premier riconfermato Li Keqiang, i nuovi padroni della Cina infatti sono: Wang Yang, 62 anni, vicepresidente, un liberale in campo economico, che ha condotto la lotta per far uscire 55 milioni di cinesi dalla povertà e servirà a Xi per costruire un'immagine più liberale della Cina; Han Zheng, 63 anni, che è stato il più giovane capo di partito di Shanghai, abile più che altro a non pestare mai i piedi a nessuno; Zhao Leji, 60 anni, sarà a capo della potentissima Commissione anti-corruzione, il braccio armato di Xi che ha già epurato 1,4 milioni di ufficiali spianando la strada alla conquista del potere da parte del segretario; Li Zhanshu, 67 anni, che sarà probabilmente nominato capo dell'Assemblea nazionale del popolo, è amico di Xi e della sua famiglia fin dagli anni Ottanta ed è stato il primo membro del partito a dichiarare «fedeltà assoluta al compagno Xi» nel 2014, 18 mesi prima che lo facesse il Politburo; infine Wang Huning, 62 anni, sarà a capo della propaganda e dell'organizzazione del partito. Pensatore e accademico, dopo essere stato l'ideologo di Jiang Zemin e Hu Jintao, potrebbe diventare il nuovo volto delle relazioni diplomatiche della Cina.</p><p>Se Li, Wang Huning e Zhao sono gli uomini di fiducia del presidente, Han appartiene alla cricca di Shanghai, mentre Wang Yang si rifà alla Lega giovanile comunista. Saranno loro a costruire la «nuova era» della Cina sotto la guida dell'imperatore Xi. Con un unico obiettivo: conservare il partito al potere perché il Paese non faccia la fine dell'Urss.</p>]]></content:encoded><media:content url="https://www.ilgiornale.it/resizer/v2/IMB437OXH5MEDKFUXK776VCVSI.jpg?auth=c3ea4ceec979a488a3f2c2c96c28f3fe3a4f0e291fb7ed24e3817e6f04e4c497&amp;smart=true&amp;width=1200&amp;height=900" type="image/jpeg" height="900" width="1200"/></item><item><title><![CDATA[E ora contro Kim nasce la santa Alleanza]]></title><link>https://www.ilgiornale.it/news/politica/e-ora-contro-kim-nasce-santa-alleanza-1383398.html</link><guid isPermaLink="true">https://www.ilgiornale.it/news/politica/e-ora-contro-kim-nasce-santa-alleanza-1383398.html</guid><dc:creator><![CDATA[Francesco Leone Grotti]]></dc:creator><description><![CDATA[Donald chiama Abe per unire le forze. E la Sud Corea «testa» i suoi missili]]></description><pubDate>Fri, 07 Apr 2017 04:00:23 +0000</pubDate><content:encoded><![CDATA[<p>Francesco Leone Grotti</p><p>Non serve la sfera di cristallo per immaginare che la Corea del Nord sarà uno dei dossier principali al centro dei colloqui tra il presidente americano Donald Trump e il suo omologo cinese Xi Jinping. I due leader più importanti del mondo si sono incontrati ieri sera (notte in Italia) per la prima volta in Florida, a Mar-a-Lago, e il faccia a faccia proseguirà anche oggi. Per non rischiare che i due si dimenticassero di Pyongyang, mercoledì Kim Jong-un ha fatto recapitare un promemoria sotto forma di missile balistico a medio raggio. Lanciato dalla città costiera di Sinpo, il missile ha volato per nove minuti verso il Mar del Giappone e si è inabissato nell'oceano.</p><p>La provocazione è più che riuscita e ieri mattina Trump ha ribadito telefonicamente al primo ministro giapponese, Shinzo Abe, che per rispondere «tutte le opzioni sono sul tavolo», anche quella militare. Il presidente repubblicano, ha fatto sapere la Casa Bianca, «ha chiarito che gli Stati Uniti continueranno a rafforzare la propria capacità di scoraggiare la Corea del Nord e difendere se stessa e i suoi alleati con la gamma completa del proprio arsenale militare». Trump ha anche sottolineato che «gli Stati Uniti sono dalla parte degli alleati giapponese e sudcoreano davanti alla grave minaccia che la Corea del Nord continua a rappresentare».</p><p>Mentre era in corso la telefonata di 35 minuti tra Trump e Abe, la Corea del Sud testava con successo un missile balistico in grado di colpire «dovunque» il Nord. Seul, con il consenso degli Usa, ha l'obiettivo di dispiegare i nuovi missili entro l'anno. La nuova santa alleanza che si va formando tra Stati Uniti, Giappone e Corea del Sud non servirà solo come «forte deterrente» verso le provocazioni di Kim, che da anni cerca di sviluppare un missile intercontinentale a lungo raggio in grado di montare una testata nucleare miniaturizzata per minacciare l'America. Gli accordi, politici e militari, servono anche per fare pressione su Xi Jinping e convincerlo che, se non vuole restare isolata e accerchiata, la Cina deve davvero fare di tutto per fermare Pyongyang.</p><p>Non sarà facile. Pechino è di gran lunga l'unico alleato di Kim, ma non per questo sopporta l'ingombrante vicino. Anzi. I rapporti tra i due paesi sono ai minimi storici, ma il partito comunista cinese continua a vedere più vantaggi nel confinare con una dittatura ideologicamente contigua, piuttosto che con una democrazia alleata degli Stati Uniti. E se il rapporto tra Pechino e Tokyo, per motivi storici, non è mai stato eccellente, quello con Seul è peggiorato drasticamente a inizio marzo, quando il primo dei cinque principali componenti del sistema missilistico difensivo Thaad è arrivato nella base militare sudcoreana di Osan. Il sistema, operativo entro l'anno, serve a difendere i due terzi della Sud Corea da un eventuale attacco di Pyongyang, ma la Cina teme che i potenti radar installati possano spiare «i nostri arsenali militari».</p><p>L'amicizia sempre più stretta tra Seul, Washington e Tokyo potrebbe convincere Pechino a superare lo stallo che si era creato con Barack Obama. Trump farà capire chiaramente al presidente Xi che se non smetterà di aiutare il regime di Kim, gli Stati Uniti useranno ogni mezzo per mettere in ginocchio a suon di sanzioni quelle banche cinesi e quegli individui che continuano a fare affari con Pyongyang. </p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA["Ora rischio la vita per un Buon Natale"]]></title><link>https://www.ilgiornale.it/news/politica/ora-rischio-vita-buon-natale-1347850.html</link><guid isPermaLink="true">https://www.ilgiornale.it/news/politica/ora-rischio-vita-buon-natale-1347850.html</guid><dc:creator><![CDATA[Francesco Leone Grotti]]></dc:creator><description><![CDATA[Gli estremisti lo vogliono morto dopo che ha  messo in rete un video con gli auguri]]></description><pubDate>Wed, 04 Jan 2017 07:52:15 +0000</pubDate><content:encoded><![CDATA[<p>«Taseer ha insultato Allah e il profeta Maometto superando ogni limite. Ecco perché è meritevole di morte». È questo il testo della fatwa che il gruppo estremista islamico pakistano Sunni Tehreek ha emesso contro Shaan Taseer. Ma che cosa ha fatto questo musulmano sposato, padre di due figli ed esperto nel settore finanziario per meritare la morte? Ha augurato ai suoi amici «Buon Natale» in un video diffuso su Facebook, chiedendo a tutti di pregare per le vittime di discriminazione religiosa e in particolare per Asia Bibi, la donna cattolica condannata all'impiccagione in base a false accuse di blasfemia e in prigione da oltre sette anni. C'è anche un altro motivo per cui il caso è finito sulle prime pagine di tutti i giornali pakistani e non solo: Shaan è figlio di Salman Taseer, il governatore musulmano del Punjab, la provincia più importante del Pakistan, ucciso nel 2011 per avere osato difendere Asia Bibi e criticare la legge sulla blasfemia. Il suo assassino, Mumtaz Qadri, è stato condannato a morte per omicidio e impiccato l'anno scorso, ma viene esaltato nel paese come un «eroe dell'islam». Dopo avere emesso la fatwa, gli estremisti hanno fatto anche pressione sulla polizia di Lahore, capitale del Punjab, che ha aperto un'indagine ufficiale per blasfemia. «Vogliono vedermi morto come mio padre», dichiara al Giornale Shaan Taseer, che al momento si trova fuori dal Pakistan, ma per ragioni di sicurezza non può rivelare dove. «Ho paura per la mia sicurezza e quella della mia famiglia».</p><p><b>Augurare buon Natale è vietato in Pakistan?</b></p><p>«Bisogna chiederlo agli estremisti. Il Natale è un periodo di felicità per tutti, non solo per i cristiani. Io durante la vigilia di Natale non ho fatto altro che chiedere una preghiera per coloro che soffrono la persecuzione religiosa. In particolare ho citato Asia Bibi, privata dei suoi diritti in carcere, e ho ribadito che la legge sulla blasfemia è disumana».</p><p><b>E ora si ritrova «blasfemo».</b></p><p>«I capi di imputazione della fatwa sono due. Primo: solidarizzare con un accusato di blasfemia costituisce reato di blasfemia. Secondo: affermare che la legge sulla blasfemia è disumana costituisce blasfemia».</p><p><b>Per gli islamisti ora è «meritevole di morte». Che cosa potrebbe accadere?</b></p><p>«Con una fatwa del genere si dà il permesso a chiunque di farsi giustizia con le sue mani. È una sentenza di morte. Chiunque è autorizzato ad assassinarmi ora. Non ci sono dubbi riguardo alle loro intenzioni: questo è incitamento all'omicidio».</p><p><b>La stessa cosa è stata fatta con suo padre Salman Taseer.</b></p><p>«Sì, ho già ricevuto molte minacce di morte via internet, messaggi che glorificano Mumtaz Qadri, l'assassino di mio padre, e incitano ad uccidermi».</p><p><b>Perché è così difficile fermare gli estremisti islamici in Pakistan?</b></p><p>«Da anni purtroppo il Paese è diventato terreno fertile per reclutare jihadisti. Ci sono gruppi religiosi che continuano a sfidare la legge dello Stato e a metterla in discussione. Agiscono al di fuori della legge e sono molto potenti».</p><p><b>Ha paura?</b></p><p>«Sì, temo per la mia famiglia. Ma non cambierò le mie idee».</p><p><b>Fuori dal Pakistan non si sente al sicuro?</b></p><p>«No. La minaccia è pericolosa ed è internazionale, a causa della diffusione dei social media. Chiunque nel mondo potrebbe applicarla. Basta guardare cos'è successo l'anno scorso a un negoziante musulmano pakistano a Glasgow (Asad Shah, appartenente alla setta di minoranza islamica degli ahmadi, considerata eretica dai sunniti, ndr): è stato assassinato per avere augurato ai cristiani buona Pasqua su Facebook».</p><p><b>Perché ha registrato quel messaggio se sapeva che era così pericoloso?</b></p><p>«Io credo fortemente che tutti gli esseri umani siano uguali, a prescindere dalla religione. Ma in Pakistan abbiamo leggi, come quella sulla blasfemia o il secondo emendamento della Costituzione, che discrimina gli ahmadi, che cercano di creare differenti classi di cittadini: alcuni di serie A, altri di serie B. Queste leggi sono disumane, ingiuste, incostituzionali e incivili. È dovere di tutti cercare di abolire questa crudeltà legalizzata, che crea solo dolore e sofferenza. Non si può accettare di vivere in un Paese dove la discriminazione è istituzionalizzata».</p>]]></content:encoded><media:content url="https://www.ilgiornale.it/resizer/v2/ZKYRS5A74NPW7GGORF5537SKDE.jpg?auth=b59d0631320157e006e7c6de91953641a05ca38914cbd0892f6b2493a8294568&amp;smart=true&amp;width=1200&amp;height=900" type="image/jpeg" height="900" width="1200"/></item><item><title><![CDATA["Lì la democrazia imparò  a battere i fanatismi"]]></title><link>https://www.ilgiornale.it/news/politica/l-democrazia-impar-battere-i-fanatismi-1346343.html</link><guid isPermaLink="true">https://www.ilgiornale.it/news/politica/l-democrazia-impar-battere-i-fanatismi-1346343.html</guid><dc:creator><![CDATA[Francesco Leone Grotti]]></dc:creator><description><![CDATA[Lo storico Chiarini: "Quella disfatta diede agli Usa una forza morale che nessuno si aspettava"]]></description><pubDate>Wed, 28 Dec 2016 07:50:34 +0000</pubDate><content:encoded><![CDATA[<p>«Ieri, 7 dicembre 1941, una data che verrà ricordata come il giorno dell'infamia, gli Stati Uniti d'America sono stati improvvisamente e deliberatamente attaccati dalle forze aeree e navali del Giappone». Sono entrate nella storia le parole con cui il presidente Franklin Roosevelt ha informato il Congresso che 353 aerei da guerra, lanciati da sei portaerei del Sol Levante, avevano appena sferrato un attacco mortale alla base navale di Pearl Harbor, nelle Hawaii, principale porto militare americano nel Pacifico. Morirono 2.400 soldati Usa, oltre 1.200 rimasero feriti e un intero popolo si rese conto che la Seconda guerra mondiale non riguardava solo l'Europa. L'offensiva giapponese cambiò le sorti della Guerra, trascinando nel conflitto gli Stati Uniti. La cerimonia pubblica di commemorazione per i 75 anni della tragedia ha messo una «pietra tombale su un episodio doloroso che ha segnato per decenni i rapporti tra Tokyo e Washington», dichiara al Giornale Roberto Chiarini, docente ordinario di Storia contemporanea all'Università statale di Milano. Anche se alcuni interrogativi restano ancora senza risposta.</p><p><b>Cinque corazzate e due cacciatorpediniere distrutti, 188 aerei annientati e altri 155 resi inservibili. I giapponesi colpirono nel segno.</b></p><p>«Il loro obiettivo era minare alla base la potenza reattiva degli Usa nel Pacifico. Nell'immediato un grande ko, ma sappiamo tutti quanto è stata letale la reazione americana».</p><p><b>Al Giappone conveniva inimicarsi un paese potente come gli Stati Uniti?</b></p><p>«No, ma bisogna leggere questo attacco nel quadro dell'espansionismo aggressivo giapponese. Già nel 1931 era cominciata l'invasione della Manciuria. Poi quella della Cina. Dopo toccò al Golfo del Tonchino, alle Filippine, all'Indocina. Il Giappone peccò di avventurismo».</p><p><b>Eppure sapeva di andare contro gli interessi Usa...</b></p><p>«Sì, ma se oggi tutti capiscono che le sorti della guerra sono state determinate dalla soverchiante potenza industriale degli Stati Uniti, allora nessuno pensava che potessero sostenere un conflitto».</p><p><b>Perché?</b></p><p>«Le società totalitarie avevano creato una macchina infernale, schiavista ma efficiente. La mobilitazione emotiva dei popoli era impressionante. Chi pensava che una democrazia potesse fare lo stesso? Washington invece riuscì a concentrare tutte le energie produttive del paese, ma aveva bisogno di una scintilla che convincesse l'opinione pubblica».</p><p><b>Non crederà anche lei alla teoria complottista secondo cui Roosevelt non fece informare volutamente Pearl Harbor in tempo per avere una scusa e intervenire in guerra?</b></p><p>«Nessuno storico ci crede. Ma è chiaro che Roosevelt, a capo di una grande democrazia, aveva bisogno di farsi dichiarare guerra. Non si può dire fosse complice, però sapeva di dover contrastare Hitler e si aspettava l'irreparabile».</p><p><b>Dietrologie a parte, il Giappone violò le regole di ingaggio. Questo aspetto ha influito sulla decisione di Truman di porre fine al conflitto con l'atomica?</b></p><p>«Quando un Paese si sente aggredito a tradimento, le argomentazioni umanitarie cadono e ogni mezzo è giustificato. Inoltre, la guerra lanciata dai regimi totalitari aveva abolito ogni confine morale. Infine, un attacco via terra per vincere la resistenza giapponese sarebbe costato la vita a circa 50 mila americani. Spiegare all'opinione pubblica 200 mila morti nemici è più facile».</p>]]></content:encoded><media:content url="https://www.ilgiornale.it/resizer/v2/L65EOQ5VZROSXM7ZO6DIKCPQAA.jpg?auth=f75356b57637716c6cadcbfa47a5f7fce47818fde63db455915b4eb83004e8da&amp;smart=true&amp;width=1200&amp;height=900" type="image/jpeg" height="900" width="1200"/></item><item><title><![CDATA[La Cina tra Orwell e X-Factor spierà tutti e metterà i voti]]></title><link>https://www.ilgiornale.it/news/politica/cina-orwell-e-x-factor-spier-tutti-e-metter-i-voti-1337619.html</link><guid isPermaLink="true">https://www.ilgiornale.it/news/politica/cina-orwell-e-x-factor-spier-tutti-e-metter-i-voti-1337619.html</guid><dc:creator><![CDATA[Francesco Leone Grotti]]></dc:creator><description><![CDATA[Il regime crea un data base che registra tutte le azioni delle persone.  Per punire, a punti, chi non si allinea]]></description><pubDate>Thu, 01 Dec 2016 07:13:19 +0000</pubDate><content:encoded><![CDATA[<p>Sei passato con il rosso, non hai pagato il biglietto del treno, non sei andato a trovare i tuoi genitori regolarmente come impone la legge sulla pietà filiale, hai insultato qualcuno su internet? Se ti trovi in Cina sei nei guai, perché come conseguenza non potrai più viaggiare all'estero, né essere assunto come insegnante, avvocato o giornalista, né iscrivere tuo figlio a scuola, ma neanche ottenere mutui o dormire in hotel di alto livello. Sarà questo il risultato del nuovo «sistema di informazione sulla reputazione personale», che il governo comunista sta già sperimentando in 40 città e che secondo i piani dovrebbe entrare in vigore in tutta la Cina nel 2020. L'idea è quella di un unico enorme database che raccolga informazioni su come si comportano tutti gli 1,4 miliardi di abitanti della Cina e che a ciascuno assegni un punteggio, in base al quale sanzionarli. Verrà valutato qualsiasi comportamento: dal rispetto del codice della strada all'onestà accademica, dalla regolarità con cui si salda la rata del mutuo al rispetto dei limiti della pianificazione familiare, dal pagamento del biglietto sugli autobus alla fedina penale, dalle abitudini nello shopping all'attività di volontariato. Infine, dal modo in cui ci si rivolge agli altri su internet al grado di credibilità delle notizie che si pubblicano online. Insomma, controllare tutto e tutti, sempre. Il paragone con 1984 di George Orwell viene spontaneo e del resto lo slogan più volte ripetuto nei documenti governativi è: «Permettere alle persone affidabili di viaggiare dovunque sotto il cielo e rendere impossibile agli inaffidabili muovere un singolo passo».</p><p>La paranoia per il controllo e la sicurezza del partito comunista cinese è rinomata. Basta ricordare il comunicato esultante con cui, un anno fa, l'Ufficio della pubblica sicurezza di Pechino ha annunciato: «Abbiamo completato la copertura della capitale con un sistema di videosorveglianza. Ora ci sono telecamere a ogni angolo di strada». Il Quotidiano del Popolo ha subito rilanciato la notizia: «Per la prima volta il 100% della capitale è osservato» 24 ore su 24, 365 giorni l'anno da oltre 430 mila telecamere. Ma la «Rete del cielo» non basta. A ottobre infatti il presidente del Paese, nonché segretario del partito comunista, Xi Jinping, ha chiesto di trovare nuove strade per «aumentare la capacità di prevedere e prevenire tutti i tipi di rischio». Ci si avvicina a un mondo di repressione 2.0 alla Minority Report ma la realtà supera anche la sterminata fantasia di Philip Dick e Steven Spielberg. Ad Hangzhou, cartelli diffusi in tutte le stazioni della metro avvisano che non pagare il biglietto potrebbe presto portare a conseguenze «ben più gravi» di una multa da sei dollari. Gli stessi avvertimenti si ripetono a Pechino e Shanghai.</p><p>Per il momento le diverse black list non sono integrate in un unico cervellone, anche se un database per contenerle tutte è stato creato a livello centrale e contiene già 640 milioni di informazioni su singoli cittadini inviati da 37 governi locali e dipartimenti governativi. Come conseguenza, l'acquisto di 4,9 milioni di biglietti aerei è già stato bloccato: erano stati richiesti da persone «inaffidabili». La parte più oscura e inquietante del sistema riguarda internet. In un paese dove la libertà di espressione già non esiste, il partito comunista potrebbe non limitarsi più a cancellare i post critici di singoli utenti sul famoso sito di microblogging cinese, Weibo, e punire i loro autori con il carcere, come già avviene, ma anche rendendo impossibile la vita di tutti i giorni. E chi aiuterà il regime ad ottenere tutti i dati sulla vita digitale delle persone? Jack Ma, a capo del gigante di e-commerce Alibaba, si è già offerto a ottobre dichiarando: «Speriamo che il governo usi internet come strumento per identificare i criminali». La sua società ha commentato: «Crediamo che utilizzare le informazioni digitali per prevenire il crimine sia coerente con i nostri valori». Chissà come si comporterebbe Mark Zuckerberg se riuscisse a portare Facebook in Cina.</p>]]></content:encoded><media:content url="https://www.ilgiornale.it/resizer/v2/FTXQT3VYJ5OMXK2TTF7GVPVG34.jpg?auth=9086de549a21691741a58b44fda9539f8d7168c264406cb21e9e8342e6cc7a0d&amp;smart=true&amp;width=1200&amp;height=900" type="image/jpeg" height="900" width="1200"/></item><item><title><![CDATA[Xi Jinping, il nuovo Mao che vuole governare a vita]]></title><link>https://www.ilgiornale.it/news/cronache/capitalismo-e-potere-vita-lezione-cinese-nuovo-mao-1323603.html</link><guid isPermaLink="true">https://www.ilgiornale.it/news/cronache/capitalismo-e-potere-vita-lezione-cinese-nuovo-mao-1323603.html</guid><dc:creator><![CDATA[Francesco Leone Grotti]]></dc:creator><description><![CDATA[Il segretario generale del partito comunista cinese comanda su tutto. Ora vuol farlo per l'"eternità"]]></description><pubDate>Wed, 26 Oct 2016 06:16:59 +0000</pubDate><content:encoded><![CDATA[<p>Tra le stanze rigorosamente chiuse del Jinxi Hotel di Pechino si è riunito in questi giorni il potente Comitato centrale del Partito comunista cinese. L'occasione è il sesto Plenum e i 376 dirigenti politici discuteranno di come «amministrare severamente il partito» più grande del mondo (oltre 88 milioni di iscritti), mentre Xi Jinping, presidente della Repubblica popolare e anche di tutto il resto, prepara il terreno per mantenere il potere assoluto ben oltre i canonici dieci anni. Come solo Mao Zedong prima di lui ha fatto.</p><p>Xi è stato nominato segretario generale del Partito comunista, e di conseguenza anche presidente del Paese, nel novembre del 2012. In quattro anni ha assunto il ruolo di comandante in capo delle Forze armate e ha creato dal nulla una decina di commissioni, che decidono ogni cosa nel Paese e che lui presiede tutte personalmente. Appena salito al potere ha lanciato la temutissima campagna anti-corruzione per colpire «tigri» e «mosche» dentro il partito, cioè grandi capi e piccoli quadri. In pochi anni sono stati sanzionati centinaia di migliaia di ufficiali, da piccoli funzionari locali al potentissimo capo della sicurezza Zhou Yongkang, ex membro del Comitato permanente del Politburo, il gruppo ristrettissimo di sette papaveri comunisti che governa 1,3 miliardi di persone. Il messaggio è semplice: nessuno è al sicuro e per essere sanzionati, incarcerati o fatti sparire non c'è bisogno dei tribunali, basta il parere negativo della Commissione disciplinare.</p><p>La corruzione è davvero una delle piaghe più grandi della Cina ma Xi la usa come scusa per eliminare tutti i suoi oppositori politici all'interno del partito, proprio come fece Mao. Se il Grande Timoniere adoperò come mezzo la Rivoluzione culturale, di cui ricorre quest'anno il 50º anniversario, Xi brandisce la campagna anti-corruzione. Negli anni '60, chi non era d'accordo con Mao veniva bollato come «capitalista», oggi chi si oppone a Xi è un «corrotto».</p><p>Secondo un grande osservatore del Dragone, Willy Lam, docente presso la Chinese University di Hong Kong, Xi potrebbe sfruttare il sesto plenum, che si chiuderà domani, per aumentare ancora di più il suo potere all'interno del partito. Mentre il Quotidiano del popolo propone di nominarlo lingxiu, cioè Leader supremo (sarà un caso?), altri organi di stampa da anni lo osannano come il «cuore della leadership». Poiché l'anno prossimo cinque membri su sette del Comitato permanente del Politburo avranno superato i 68 anni, limite di età per farne parte, Xi potrebbe imporre in questi giorni di alzare quella soglia di un anno, in modo tale da pensionare tutti i membri tranne se stesso, il premier Li Keqiang e Wang Qishan, suo braccio destro, messo a capo della Commissione che indaga sui corrotti. Wang infatti l'anno prossimo avrà esattamente 69 anni. L'anno prossimo Xi come consuetudine verrà poi confermato per altri cinque anni, ma il segretario potrebbe non avanzare nessun nome per la sua successione, non avendo alcuna intenzione di lasciare il potere nel 2022 come previsto dalla consuetudine del partito.</p><p>Riproporsi come nuovo Mao non è però una decisione scontata per Xi. Suo padre, Xi Zhongxun, generale della rivoluzione comunista e vicepremier, fu rovinato dal partito dopo che cadde in disgrazia negli anni '60 per l'approvazione di un libro critico di Mao. Purgato, fu imprigionato e torturato. Lo stesso Xi Jinping, che perse una sorella durante la Rivoluzione culturale, fu costretto a denunciare pubblicamente il padre per tre volte.</p><p>Seguire le orme di Mao per Xi significa incarnare quell'ideologia che ha distrutto la sua famiglia. Ma come scrivono gli osservatori più accreditati, questa fase l'ha già superata, essendo diventato «più rosso dei rossi».</p>]]></content:encoded><media:content url="https://www.ilgiornale.it/resizer/v2/NNT6CUKAPBMTXP3MOCHV6NPSAU.jpg?auth=0d3524e178ca4f30e6cc471ff74001f778df60e6417e5024e657e8a443099035&amp;smart=true&amp;width=1200&amp;height=900" type="image/jpeg" height="900" width="1200"/></item><item><title><![CDATA[Pakistan, il giorno decisivo per Asia Bibi]]></title><link>https://www.ilgiornale.it/news/politica/pakistan-giorno-decisivo-asia-bibi-1318454.html</link><guid isPermaLink="true">https://www.ilgiornale.it/news/politica/pakistan-giorno-decisivo-asia-bibi-1318454.html</guid><dc:creator><![CDATA[Francesco Leone Grotti]]></dc:creator><description><![CDATA[La cristiana in prigione da sette anni accusata di aver offeso Maometto]]></description><pubDate>Thu, 13 Oct 2016 04:00:25 +0000</pubDate><content:encoded><![CDATA[<p>Francesco Leone Grotti</p><p>Oggi, dopo oltre sette anni, il calvario di Asia Bibi potrebbe finire. I giudici della Corte suprema del Pakistan decideranno se liberare o impiccare la madre cattolica di cinque figli, in carcere dal 2009 per false accuse di blasfemia.</p><p>L'incredibile storia di Asia Bibi ormai è conosciuta in tutto il mondo. In un'assolata mattina di giugno del 2009, mentre stava lavorando in un frutteto come ogni giorno, prese un bicchiere d'acqua per dissetarsi e un gruppo di donne musulmane la accusarono per questo di avere infettato la fonte, essendo lei «un'infedele». Durante la discussione che seguì, nella quale le donne tentarono di convertirla all'islam, Asia Bibi disse: «Il mio Gesù è morto sulla croce per redimere i peccati di tutta l'umanità, Maometto che cosa ha fatto per voi?». Quando la notizia del diverbio si diffuse, dagli altoparlanti delle moschee gli imam chiamarono a raccolta i musulmani per punire l'insolenza e Asia Bibi venne picchiata e umiliata per strada. Poi, dopo cinque giorni, fu accusata di blasfemia e portata in carcere.</p><p>La legge sulla blasfemia prevede l'ergastolo per chi dissacra il Corano e la pena capitale per chiunque offenda il profeta Maometto. La norma è molto temuta dai cristiani e non solo, perché viene strumentalizzata dai musulmani per risolvere dispute personali, vendicarsi o ottenere vantaggi economici. Dal 1986 al 2010 sono state già incriminate 993 persone.</p><p>Asia Bibi è in carcere da 2.669 giorni per un bicchiere d'acqua, ma avrebbe potuto risparmiarsi questa agonia. Prima di condannarla in primo grado, infatti, il giudice andò nella sua cella e propose di scambiare la sua libertà con la conversione. La donna rispose: «Grazie. Ma se lei mi condanna a morte perché amo Dio, sarò orgogliosa di sacrificare la mia vita per lui». Venne condannata e la sentenza di morte fu confermata anche in secondo grado. Ora siamo arrivati all'ultimo grado e i giudici dovranno decidere cosa fare di lei. L'avvocato della donna, Saiful Malook, musulmano, continua a chiedere la «piena assoluzione» per la sua assistita ed è «fiducioso». I giudici domani ascolteranno le parti e decideranno se emettere subito il verdetto oppure prendersi qualche giorno per decidere. Quest'ultima ipotesi è la più probabile visto che gli estremisti islamici in tutto il paese continuano a chiedere a gran voce la sua impiccagione. Sulla sua testa è stata posta una taglia di 50 mila rupie e come dichiarato al Giornale da Sardar Mushtaq Gill, legale cristiano della donna davanti all'Alta corte, costretto a fuggire dal Pakistan con la famiglia per le continue minacce di morte, «150 muftì e ulema del Pakistan hanno diffuso un comunicato per chiedere al governo che Asia Bibi venga impiccata in accordo con il Corano. Hanno voluto fare pressione ricordando che dare ogni tipo di assistenza a una blasfema è contro la legge islamica e che se Asia Bibi sarà portata in un altro paese straniero, scenderemo in piazza».</p><p>Il voto è molto delicato anche per il governo. Nel 2018 ci sono le elezioni e la Lega Musulmana del primo ministro Nawz Sharif rischia di perdere. Per questo non vuole irritare gli islamisti, già infuriati per l'impiccagione di Mumtaz Qadri, l'uomo che ha assassinato nel 2011 il governatore del Punjab, Salman Taseer, perché aveva osato difendere Asia Bibi. Qadri è considerato un «eroe dell'islam» e la sua condanna a morte è stato un segnale forte da parte del governo: non permetteremo che gli estremisti islamici comandino in questo paese. Ora dovrebbe darne un altro e permettere l'assoluzione di Asia Bibi.</p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[La dura vita dei superstakanovisti Così si muore di troppo lavoro]]></title><link>https://www.ilgiornale.it/news/politica/dura-vita-dei-superstakanovisti-cos-si-muore-troppo-lavoro-1316019.html</link><guid isPermaLink="true">https://www.ilgiornale.it/news/politica/dura-vita-dei-superstakanovisti-cos-si-muore-troppo-lavoro-1316019.html</guid><dc:creator><![CDATA[Francesco Leone Grotti]]></dc:creator><description><![CDATA[Giappone, una legge fissa a 80 ore al mese i limiti degli extra in ufficio: in caso di morte scatta il risarcimento]]></description><pubDate>Sat, 08 Oct 2016 06:49:59 +0000</pubDate><content:encoded><![CDATA[<p>I giapponesi hanno un vero talento per modellare la loro lingua a piacimento ed inventare nuove parole per ogni tipo di situazione. Una di queste, diventata sempre più comune nel parlato quotidiano e sui giornali, però, non ha niente di positivo. Si tratta del termine karoshi, che viene riferito a chi muore per l'eccessivo lavoro. Ed è proprio su questo tema che il ministero della Sanità ha condotto per la prima volta al mondo uno studio, presentato venerdì alla Dieta nazionale. I risultati del libro bianco di 280 pagine non sono per nulla positivi: si legge infatti che in Giappone quasi una compagnia su quattro (23%) ha dei dipendenti che lavorano più di 80 ore di straordinario al mese. Questa è la soglia fondamentale, riconosciuta dalla legge, per definire un eventuale decesso o suicidio come dovuto al super lavoro. I familiari di un lavoratore vittima di karoshi ricevono dallo Stato circa 20mila dollari all'anno, insieme a una somma da parte dell'azienda che può arrivare fino a 1,6 milioni di dollari.</p><p>In Giappone si parla di karoshi dal 1987, quando il ministero della Salute cominciò a indagare su una serie di improvvisi decessi di importanti manager. Se a partire dagli anni '80, il governo individuò non più di 200 casi all'anno, nel 2015 i lavoratori che si sono suicidati o sono morti per problemi di cuore o di respirazione causati dal lavoro eccessivo hanno raggiunto la cifra record di 2.310. Ma questa potrebbe essere solo la punta dell'iceberg: secondo il Consiglio nazionale di difesa per le vittime di karoshi, infatti, la soglia fissata dal governo è troppo restrittiva e le morti dovute al lavoro eccessivo potrebbero raggiungere quota 10 mila. È per far fronte a questo dramma che nel 2014 la Dieta ha approvato una legge per limitare il fenomeno, promuovendo, tra le altre cose, lo studio pubblicato venerdì.</p><p>I dipendenti più a rischio karoshi sono quelli che operano nel settore della comunicazione, seguiti da quelli impiegati nell'ambito della ricerca e della tecnologia e da coloro che si occupano di trasporti. Inoltre, il 36,9% dei lavoratori intervistati afferma di essere stressato al lavoro, il 32,8% dichiara di avere raggiunto un livello di stanchezza «alto», mentre il 45,6% sostiene di dormire un numero di ore «insufficiente».</p><p>La legge anti-karoshi prevede che il governo centrale, così come quelli locali, facciano di tutto per limitare il fenomeno. Il Giappone si è prefissato di abbassare la soglia dei lavoratori che svolgono più di 60 ore di straordinario a settimana al 5% della forza lavoro. Il secondo obiettivo è far sì che tutti i lavoratori consumino almeno il 70% delle proprie ferie pagate entro il 2020. Ma questi traguardi sono ancora lontani perché il problema è più che altro culturale: è dalla fine della Seconda guerra mondiale che il lavoro è diventato il principale interesse nella vita dei giapponesi e il mito dell'efficienza è stato alimentato e peggiorato prima dalla bolla economica degli anni '80 e poi dalla sua esplosione. La situazione si è ulteriormente deteriorata negli ultimi anni, dal momento che i giovani non solo sono disposti a lavorare troppo ma vogliono anche mostrare che lo fanno. Così, tanti si rifiutano di lasciare il lavoro prima dei loro responsabili. Se il problema è grave in Giappone, siamo ancora lontanissimi da paesi come la Cina, dove muoiono per guolaosi, così il fenomeno è conosciuto localmente, circa 500mila persone all'anno. Più di 1.500 al giorno.</p>]]></content:encoded><media:content url="https://www.ilgiornale.it/resizer/v2/DVESWOHXTVMGXKNW7ENUSVCQTA.jpg?auth=2dbac35f89578dd18d1348a973f92bf68e437c82483f43dd6162889f4bd0532d&amp;smart=true&amp;width=1200&amp;height=900" type="image/jpeg" height="900" width="1200"/></item><item><title><![CDATA[India, scioperano i paria: carcasse di vacche in strada]]></title><link>https://www.ilgiornale.it/news/politica/india-scioperano-i-paria-carcasse-vacche-strada-1315481.html</link><guid isPermaLink="true">https://www.ilgiornale.it/news/politica/india-scioperano-i-paria-carcasse-vacche-strada-1315481.html</guid><dc:creator><![CDATA[Francesco Leone Grotti]]></dc:creator><description><![CDATA[L'aggressione a sette membri della casta scatena la rabbia: e così nessuno raccoglie più i resti dei bovini]]></description><pubDate>Fri, 07 Oct 2016 06:50:54 +0000</pubDate><content:encoded><![CDATA[<p>Il tanfo delle carcasse in decomposizione delle vacche ammucchiate ai crocicchi delle strade ammorba le vie di Ahmedabad, la città più grande dello Stato di Gujarat, India nord-occidentale, dove sono nati il primo ministro Narendra Modi e il Mahatma Gandhi prima di lui. I cani si avventano sulle carogne, mentre gli abitanti guardano attoniti alla protesta di chi dovrebbe occuparsi di quegli animali: i dalit.</p><p>I paria, detti spregiativamente «intoccabili», vivono ai margini della piramide sociale indiana, costituendo il livello più basso del sistema delle caste, formalmente abolito nel 1950, ma ancora in vigore nella vita di tutti i giorni. A loro, come da tradizione, spettano i lavori più degradanti e umili, come la raccolta manuale degli escrementi dalle case dei ceti sociali più alti o, appunto, lo smaltimento delle carcasse delle vacche. L'animale è considerato sacro dalla religione induista, nella maggior parte degli Stati non può essere ucciso per legge e solo i fuori casta, considerati impuri, possono toccare l'animale morto, lavorandone la pelle e il grasso.</p><p>I dalit sono entrati in sciopero due mesi fa, dopo che sette giovani paria sono stati aggrediti, spogliati e presi a bastonate a metà luglio con l'accusa di avere ucciso e scuoiato una vacca. Gli assalitori facevano parte di uno dei tanti gruppi di gau rakshaks, protettori delle vacche composti soprattutto da nazionalisti indù, aumentati dopo che è salito al potere il partito di governo Bjp (Bharatiya Janata Party) del premier Modi. Un video dell'attacco è stato diffuso su internet scatenando un putiferio. La protesta degli «intoccabili» è esplosa non solo perché si è scoperto che era stato un leone ad aver ucciso l'animale, ma anche perché i dalit si stavano semplicemente dedicando alla lavorazione della pelle della vacca, lavoro da secoli affidato loro proprio dagli indù.</p><p>Jignesh Mevani, 35 anni, avvocato e attivista, è il leader della protesta. Ad agosto ha stupito tutti portando in piazza oltre ventimila dalit, che hanno depositato vicino e davanti gli uffici dell'amministrazione locale decine di carcasse di vacche. Ma non si è fermato. Dopo aver annunciato per il primo ottobre l'intenzione di bloccare con diecimila persone l'intera linea ferroviaria, per venire incontro alla politica ha trasformato il boicottaggio in una grande manifestazione di piazza. Infine, ha cancellato anche il raduno dal momento che lo Stato ha promesso di sedersi al tavolo con lui per discutere una lista di 11 richieste.</p><p>Se il governo ha accettato di trattare con i paria è perché l'anno prossimo si terranno le elezioni legislative nel Gujarat e in altri Stati dove la presenza dei dalit è consistente. Il premier Modi si è sempre presentato come un difensore degli «intoccabili» e vuole guadagnarsi i loro voti. I paria costituiscono il 16,6 per cento della popolazione indiana, circa 200 milioni di persone. Nel Gujarat, invece, costituiscono il 7 per cento della popolazione, circa quattro milioni di abitanti.</p><p>Il leader della protesta, Mevani, chiederà soprattutto due cose al governo: la fine dell'oppressione di casta e due ettari di terra per ogni famiglia discriminata. Se non otterrà risposte soddisfacenti, è pronto a tornare nelle strade. Le violenze contro i dalit sono aumentate del 44 per cento tra il 2010 e il 2014, secondo dati forniti dallo Stato, e il 27 per cento degli indiani li discrimina regolarmente. «I nostri fratelli dalit sono stati umiliati solo per aver svolto il loro lavoro», ha dichiarato all'Afp Somabhai Yukabhai, paria di 49 anni. «Preferisco morire piuttosto che raccogliere un'altra carcassa di vacca. Ci battiamo per la nostra dignità ora e siamo pronti a lottare a lungo. Siamo stufi di essere attaccati ingiustamente. Questo volta non ci piegheranno».</p>]]></content:encoded><media:content url="https://www.ilgiornale.it/resizer/v2/Q4DXFFJOHVJ5FHCRVEXHQTE5TU.jpg?auth=966afa6bc19a56555228408344af73243b4066365f93578f2663b985a22fc82d&amp;smart=true&amp;width=1200&amp;height=900" type="image/jpeg" height="900" width="1200"/></item><item><title><![CDATA[La Merkel cambia a furor di popolo I migranti adesso diventano un pericolo]]></title><link>https://www.ilgiornale.it/news/politica/merkel-cambia-furor-popolo-i-migranti-adesso-diventano-1312678.html</link><guid isPermaLink="true">https://www.ilgiornale.it/news/politica/merkel-cambia-furor-popolo-i-migranti-adesso-diventano-1312678.html</guid><dc:creator><![CDATA[Francesco Leone Grotti]]></dc:creator><description><![CDATA[Predicava una Germania senza confini. Ma respinge e rimpatria i profughi]]></description><pubDate>Fri, 30 Sep 2016 07:11:18 +0000</pubDate><content:encoded><![CDATA[<p>Nell'estate del 2015 la Germania ha aperto le porte a un milione di migranti e a settembre la cancelliera Angela Merkel ha affermato che il numero di rifugiati che il Paese poteva accogliere non aveva «limiti». A un anno esatto di distanza, l'accoglienza tedesca non è più così calorosa. Se ancora a gennaio solo il 7 per cento dei migranti veniva respinto, ad agosto 1.070 persone su 2.300, cioè il 46 per cento, si sono viste sbattere la porta in faccia. A dettare il repentino cambio di politica non sono stati solo i 5,3 miliardi di euro spesi l'anno scorso per garantire un riparo e una vita dignitosa ai nuovi arrivati (il doppio rispetto al 2014).</p><p>I tedeschi hanno fatto la loro parte, rifilando al partito della Merkel, la Cdu, due batoste elettorali. La prima a inizio settembre nel Meclemburgo-Pomerania, dove la formazione di destra Alternativa per la Germania (Afd) ha superato la Cdu, che ha perso quattro punti percentuali rispetto al 2011. La seconda due settimane dopo, a Berlino, dove i cristiani democratici hanno perso quasi sei punti rispetto alle ultime consultazioni, riscuotendo il peggior risultato del dopoguerra. Visto che l'anno prossimo la Cancelliera si gioca la riconferma, se sceglierà di ricandidarsi, ha ben pensato di recitare un parziale mea culpa. Oggi la Germania rigetta più di un terzo delle richieste d'asilo, sta negoziando con Kabul un accordo per rimpatriare in massa i rifugiati provenienti dall'Afghanistan e ha addirittura paventato l'ipotesi di restituire molti migranti alla Grecia, che è sull'orlo della bancarotta. Se Berlino ha fatto un passo indietro, però, c'è anche una terza ragione. Ed è legata alla sicurezza.</p><p>Hans-Georg Maassen, capo dell'intelligence tedesca, non si stanca di ripetere che «i terroristi islamici stanno cercando di radicalizzare i rifugiati che arrivano qui in Germania. Abbiamo rapporti di intelligence che quotidianamente provano la pianificazione di attentati terroristici. Ma quello che mi spaventa di più è il tentativo di radicalizzare i migranti». I suoi timori sono stati poi ribaditi dal capo dipartimento della polizia di Francoforte, Wolfgang Trusheim: «Gli islamisti radicali sfruttano il fatto che i rifugiati non parlano tedesco e non capiscono la nostra cultura. Cercano di infiltrarsi nei centri che li ospitano facendo finta di essere dei traduttori o assistenti dei servizi sociali».</p><p>A questo campanello d'allarme se ne aggiunge un altro, suonato sempre da Maassen pochi giorni fa: «La crescita dei salafiti nel paese è fuori controllo, così si allarga il bacino di reclute per l'Isis». In Germania ci sono infatti circa 9.200 estremisti islamici salafiti. A giugno erano 8.900, mentre nel 2014 arrivavano a malapena a 5.500. Il dato è preoccupante perché i salafiti sono i principali reclutatori di jihadisti e «si uniscono a gruppi come lo Stato islamico molto più spesso degli altri musulmani». Se si aggiunge che «nel paese ci sono decine di moschee estremiste», , come dichiarato da Stephan Mayer (Cdu), il problema non può essere ignorato. Gli elettori l'hanno capito, forse anche la Merkel.</p>]]></content:encoded><media:content url="https://www.ilgiornale.it/resizer/v2/GG2WYUFXDRLVBPW5SB3ZYLRNO4.jpg?auth=a9c6e5d1b58c187296a9077a13725e673a871f6fd6d93965e5390c948ac7b877&amp;smart=true&amp;width=1200&amp;height=900" type="image/jpeg" height="900" width="1200"/></item><item><title><![CDATA[Le due Coree litigano,  mondo col fiato sospeso]]></title><link>https://www.ilgiornale.it/news/politica/due-coree-litigano-mondo-col-fiato-sospeso-1305905.html</link><guid isPermaLink="true">https://www.ilgiornale.it/news/politica/due-coree-litigano-mondo-col-fiato-sospeso-1305905.html</guid><dc:creator><![CDATA[Francesco Leone Grotti]]></dc:creator><description><![CDATA[Tra Seul e Pyongyang rapporti sempre più tesi e minacce «esplosive»]]></description><pubDate>Tue, 13 Sep 2016 04:00:10 +0000</pubDate><content:encoded><![CDATA[<p>Francesco Leone Grotti</p><p>La Corea del Nord potrebbe condurre a breve un «sesto test nucleare» e la Corea del Sud è pronta a rispondere «annientando Pyongyang». Seul non ha più intenzione di restare a guardare mentre il regime di Kim Jong-un affina la tecnologia dei suoi ordigni atomici e l'impressione è che il test nucleare di venerdì, il quinto condotto dal paese comunista, abbia davvero preoccupato il governo sudcoreano. </p><p>A impressionare non è stata solo la potenza dell'ordigno, la detonazione ha avuto una carica di circa 10 chilotoni, quasi il doppio della potenza rispetto al precedente, ma il brevissimo lasso di tempo intercorso tra gli ultimi test. </p><p>Se i primi tre erano stati condotti nel 2006, 2009 e 2013, il «Brillante leader» ne ha condotti due nel solo 2016.</p><p>Condannando «l'incoscienza maniacale e autodistruttiva» del dittatore, la presidentessa sudcoreana Park Geun-hye, ha dichiarato ieri che il rischio di una guerra nella penisola coreana è aumentato e che «la situazione è diversa dal passato». Incontrando i leader dei partiti dell'opposizione ha escluso ogni possibile dialogo con il regime, affermando che il programma nucleare nordcoreano «non è una merce di scambio» ma una «minaccia presente e urgente». Intavolare nuove trattative non farebbe che permettere a Pyongyang di guadagnare tempo per perfezionare le sue armi.</p><p>Secondo il ministero della Difesa sudcoreano, il Nord ha ancora a disposizione due tunnel nel sito Punggye-ri per condurre altrettanti test in ogni momento. Se la situazione dovesse divenire critica, però, Seul ha già pronta la risposta. L'Assemblea nazionale è infatti stata informata che l'operazione «Punizione su larga scala e rappresaglia coreana» è pronta e prevede la «distruzione di tutte le aree metropolitane dove potrebbe nascondersi Kim Jong-un». Anche il Giappone si starebbe preparando a rispondere militarmente a un'eventuale aggressione. Una fonte del governo di Shinzo Abe ha infatti dichiarato in via anonima all'Asahi Shimbun: «Non staremo certo a guardare inerti le pazzie di Kim».</p><p>Il fronte anti-Corea del Nord però non è unito né in Corea del Sud, né all'estero. Il segretario della Difesa americano Ashton Carter ha accusato la Cina di non fare abbastanza per fermare l'alleato (sempre più indisciplinato) nordcoreano, mentre ieri il giornale Huanqiu, molto vicino al partito comunista, ha risposto a tono: «Washington si è rifiutata di firmare un trattato di pace con la Corea del Nord. La paranoia americana sul tema nucleare non è inferiore a quella di Pyongyang».</p><p>Anche i politici sudcoreani sono divisi. Se la presidentessa Park rifiuta il dialogo con il Nord, i leader dell'opposizione l'accusano di usare la minaccia nucleare per reprimere il dissenso in patria e la considerano responsabile dell'aumento delle tensioni. Park, infatti, ha accettato di schierare l'anno prossimo sul suolo sudcoreano il sistema missilistico di difesa americano Thaad. Una mossa che infastidisce, oltre a Pyongyang, anche Pechino.</p><p>Secondo gli esperti, il regime comunista ha bisogno di condurre un altro test nucleare perché, per quanto potente, l'ultimo ordigno avrebbe dovuto avere una carica di almeno 15 chilotoni. «Questo significa che gli ingegneri nordcoreani hanno avuto dei problemi», ha dichiarato Kim Jin-moo, ricercatore del Korea Institute for Defense Analyses (KIDA). Se l'obiettivo di Kim Jong-un è migliorare la bomba atomica dovrà dare ai suoi ingegneri almeno sei mesi di tempo per capire «che cosa non ha funzionato». La ripetizione immediata di un nuovo test farebbe invece pensare alla necessità da parte del leader di distrarre l'attenzione del popolo, devastato dalle recenti inondazioni che hanno causato oltre 130 morti, 400 dispersi e 100 mila sfollati. Nel Nord iniziano a scarseggiare anche i generi alimentari e si rischia una nuova carestia.</p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[Il Giappone sotto choc L'imperatore Akihito annuncia l'addio al trono]]></title><link>https://www.ilgiornale.it/news/politica/giappone-sotto-choc-limperatore-akihito-annuncia-laddio-1295194.html</link><guid isPermaLink="true">https://www.ilgiornale.it/news/politica/giappone-sotto-choc-limperatore-akihito-annuncia-laddio-1295194.html</guid><dc:creator><![CDATA[Francesco Leone Grotti]]></dc:creator><description><![CDATA[È un caso inedito nel Paese. La costituzione non lo prevede, così serve una legge speciale]]></description><pubDate>Tue, 09 Aug 2016 04:00:14 +0000</pubDate><content:encoded><![CDATA[<p>Francesco Leone Grotti</p><p>Dalla fine della seconda guerra mondiale l'imperatore del Giappone non è più considerato un «dio vivente», ma un uomo. E non c'è niente di più umano del desiderio espresso ieri dall'imperatore Akihito, 82 anni, in un rarissimo messaggio televisivo: abdicare per problemi legati all'età avanzata. Il messaggio ha fatto scalpore e non solo perché si tratta del terzo discorso al popolo giapponese, al di là di quelli previsti ufficialmente, da parte di un monarca da quando sono stati inventati radio e televisione.</p><p>La Costituzione nipponica prevede che l'imperatore svolga il suo ruolo cerimoniale e strettamente non politico fino alla fine della sua vita. Se per motivi legati all'età o alla salute si ritrova impedito nelle sue funzioni, può essere sostituito da un reggente. Ma resta il monarca regnante. Per permettergli di abdicare, governo e Parlamento dovrebbero cambiare la Carta fondamentale del paese o modificare la legge della Casa imperiale. Un impegno che potrebbe richiedere anni. Per non prevaricare le sue funzioni, nel discorso di circa 10 minuti trasmesso anche sui maxischermi allestiti nelle città giapponesi, Akihito ha scelto una terminologia vaga: «Ho superato gli 80 anni e per fortuna sono in buona salute. Ma considerando il declino generale del mio stato fisico, sono preoccupato dalla possibilità di non essere più in grado di compiere il mio dovere». Salvata la forma, la sostanza è chiara per tutti e non a caso il premier Shinzo Abe, chiamato in causa, ha diramato un breve comunicato: «Io rispetto la pesante responsabilità che l'imperatore deve sentire e credo che dobbiamo riflettere seriamente su ciò che può essere fatto». La reggenza non è un'ipotesi sul tavolo e lo stesso Akihito l'ha esclusa. Uno dei suoi obiettivi infatti è evitare ai familiari e al successore, il figlio primogenito principe Naruhito, l'imponente cerimoniale previsto per la morte di un imperatore, che include riti funerari giornalieri per due mesi e altri per la durata di un anno.</p><p>La volontà di essere seppellito come un uomo, e non come un semidio, è solo l'ultimo segno che la monarchia giapponese è definitivamente cambiata. Akihito è l'imperatore numero 125, l'ultimo di una linea genealogica che affonda le sue radici nella vita mitologica dell'imperatore Jimmu, che intorno al 600 a.C. sarebbe disceso secondo la leggenda dalla dea del sole. I «tenno», sovrani celesti, sono stati considerati semidei solo negli ultimi secoli e dopo che il padre di Akihito, Hirohito, ha rinunciato alla «falsa concezione divina», all'imperatore è rimasta la carica di capo dello Stato e massima autorità della religione scintoista. Un passo dopo l'altro, Akihito, asceso al Trono del Crisantemo nel 1989, ha trasformato in pratica la nuova concezione della sua carica: a soli 11 anni fu il primo a rilasciare un'intervista (all'Associated Press) in qualità di principe, è stato il primo imperatore a sposare una cittadina comune, Michiko Shoda, conosciuta a una partita di tennis, ha registrato un inusuale messaggio alla popolazione dopo il disastroso tsunami del 2011 e ha lasciato tutti di stucco quando si è seduto per terra a parlare con i familiari delle vittime. Ora, ritenendo di non poter più affrontare 250 incontri pubblici all'anno e 75 viaggi fuori e dentro il Giappone, affaticato anche dalle conseguenze di un intervento per un cancro alla prostata e un bypass coronarico, ha chiesto di abdicare.</p><p>Molti giornali hanno fantasticato sulla possibilità che, cambiando la legge della Casa imperiale, anche alle donne possa essere concesso di ereditare il trono. L'idea è di moda ma non all'ordine del giorno. Secondo Naotaka Kimizuka, esperto della Casa imperiale presso la Kanto Gakuin University, «verrà ritoccata la legge senza toccare il nodo della successione femminile oppure sarà varata una legge speciale». Secondo un recente sondaggio dell'agenzia Kyodo, l'85% dei giapponesi è favorevole all'abdicazione. Un dio non può andare in pensione, ma Akihito è il primo imperatore umano del Giappone e vuole esserlo fino in fondo.</p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA["Ora Asia Bibi rischia la giustizia sommaria"]]></title><link>https://www.ilgiornale.it/news/politica/ora-asia-bibi-rischia-giustizia-sommaria-1242322.html</link><guid isPermaLink="true">https://www.ilgiornale.it/news/politica/ora-asia-bibi-rischia-giustizia-sommaria-1242322.html</guid><dc:creator><![CDATA[Francesco Leone Grotti]]></dc:creator><description><![CDATA[L'avvocato della cristiana pakistana: anch'io minacciato di morte]]></description><pubDate>Tue, 05 Apr 2016 06:32:35 +0000</pubDate><content:encoded><![CDATA[<p>«Rispetto a prima la situazione è peggiorata e ora Asia Bibi è senza dubbio in grave pericolo». Sardar Mushtaq Gill è un avvocato pakistano, difensore dei diritti umani, uno dei legali della donna cattolica condannata all'impiccagione per false accuse di blasfemia. Ed è preoccupato. Da quando Mumtaz Qadri è stato giustiziato, infatti, la vita della sua assistita è ancora più a rischio, «sia dentro che fuori il carcere» dove è rinchiusa da oltre sei anni. Qadri è la guardia del corpo che ha assassinato nel 2011 il governatore musulmano del Punjab Salman Taseer, che aveva difeso pubblicamente Asia Bibi e criticato la legge «nera» sulla blasfemia. Più di 25mila estremisti islamici sono scesi in piazza settimana scorsa nella capitale Islamabad per inneggiare a Qadri e chiedere la testa della donna, «mettendo pressione ai giudici della Corte Suprema, che dovranno giudicare il caso».</p><p>L'argomento è estremamente sensibile in Pakistan, «bastano accuse non provate per sollevare gruppi di estremisti pronti a uccidere i sospettati». Anche i giudici hanno paura ed è per questo che «l'udienza continua a essere rimandata. Credo che il caso sarà discusso in aula ad ottobre». Se la Corte Suprema conferma la sentenza capitale emessa nei primi due gradi, solo la grazia presidenziale potrà salvare la donna. Ma non è tanto la giustizia a preoccupare Gill: «Non ci sono prove contro Asia Bibi, sono fiducioso. Ma dopo le manifestazioni qualcuno potrebbe cercare di ucciderla in cella. E anche se verrà assolta, una volta liberata ho paura che qualche estremista si faccia giustizia da solo».</p><p>Da quando ha iniziato a difendere Asia Bibi, Gill, che fa parte di un gruppo di sostegno ai cristiani, Lead, ha ricevuto molte minacce di morte. È sopravvissuto a più di un attentato e da quando Qadri è stato impiccato si trova anche lui in pericolo: «So che mi stanno cercando, hanno già minacciato di uccidermi non appena uscirò di casa. Ecco perché in questi giorni mi sono nascosto». Nonostante le minacce, non ha alcuna intenzione di abbandonare il caso: «So di rischiare la vita ma non m'importa. Fare l'avvocato è la mia vocazione. Difendere i diritti umani è il mio compito. Dovrebbe farlo anche il governo del Pakistan, che però è troppo debole».</p><p>Gill abita a Lahore, ma il giorno di Pasqua non si trovava nel parco Gulshan-E-Iqbal, devastato da un attentato kamikaze che ha ucciso almeno 74 persone. L'obiettivo dei talebani erano i cristiani, anche se nell'attacco sono morti più musulmani. «Volevano uccidere i cristiani, che sono costantemente perseguitati a motivo della loro fede», conclude. «L'obiettivo dei terroristi e degli estremisti che vogliono Asia Bibi morta è lo stesso: estinguere in modo sistematico il cristianesimo e le altre religioni diverse dall'islam in Pakistan. La legge sulla blasfemia serve a questo».</p>]]></content:encoded><media:content url="https://www.ilgiornale.it/resizer/v2/B3PLCNZN3FKGNDZUBX5DWD7C7E.jpg?auth=78ae0b84eddac95405a832014ef5ac4fb7ed01d133051968e746f91fa57a175b&amp;smart=true&amp;width=1200&amp;height=900" type="image/jpeg" height="900" width="1200"/></item><item><title><![CDATA[Quelle tante Asia Bibi schiave in nome di Allah]]></title><link>https://www.ilgiornale.it/news/politica/quelle-tante-asia-bibi-schiave-nome-allah-1241753.html</link><guid isPermaLink="true">https://www.ilgiornale.it/news/politica/quelle-tante-asia-bibi-schiave-nome-allah-1241753.html</guid><dc:creator><![CDATA[Francesco Leone Grotti]]></dc:creator><description><![CDATA[La storia emblematica di Fouzia, cristiana, rapita a 25 anni costretta a sposare uno sconosciuto e a convertirsi all'islam]]></description><pubDate>Sun, 03 Apr 2016 06:33:51 +0000</pubDate><content:encoded><![CDATA[<p>Fouzia Sadiqe stava lavorando nei campi in Pakistan, come ogni giorno, quando è stata rapita dal suo datore di lavoro. Era il 23 luglio 2015 e la donna cristiana, 25 anni, madre di tre bambini, è stata attirata con l'inganno nella casa del proprietario terriero musulmano Muhammad Nazir, 55 anni, sposato e padre di otto figli. Non vedendola tornare a casa, i familiari di Fouzia, tutti impiegati di Nazir nel villaggio di Burj Mahalam, provincia del Punjab, si sono recati dal padrone a chiedere informazioni. «Ha del lavoro da finire, tornerà da voi domani», furono tranquillizzati. Ma il giorno seguente Fouzia non tornò e un uomo si presentò a casa della donna per annunciare che non l'avrebbero vista mai più: «Si è convertita all'islam e ha deciso di sposare Nazir. Ora è di sua Sono tante le donne cristiane perseguitate in Pakistan. Asia Bibi, madre cattolica condannata all'impiccagione per false accuse di blasfemia, si trova in carcere da oltre sei anni per aver bevuto un bicchiere d'acqua. Fouzia e molte altre come lei, invece, vengono rinchiuse in un tipo diverso di prigione. Secondo un rapporto del Movimento per la solidarietà e la pace, ogni anno in Pakistan mille ragazze, 700 cristiane e 300 indù, vengono sequestrate da musulmani, costrette a sposarsi e convertirsi all'islam. La piaga è diffusa soprattutto nel Punjab, dove la presenza di fondamentalisti islamici è più forte, e il copione è sempre lo stesso: le ragazze vengono rapite tra i 12 e i 25 anni, la famiglia sporge denuncia e se la polizia l'accetta, i rapitori presentano una controdenuncia accusando i familiari della donna di volerla obbligare a tornare alla religione di provenienza. Se i parenti non si fanno scoraggiare dalle minacce di morte che inevitabilmente ricevono, il caso finisce in tribunale, dove alla donna viene chiesto di pronunciare davanti a tutti la sua volontà.</p><p>Il processo però non è imparziale: i giudici sono quasi sempre sotto pressione per la presenza in aula di centinaia di estremisti, che inneggiano ad Allah e urlano slogan contro i cristiani. Inoltre, mentre il caso viene istruito, le donne sono lasciate in custodia ai rapitori, che le costringono a testimoniare il falso con minacce e violenze. Quando i genitori di Fouzia si sono rivolti alle autorità, la polizia dopo aver sentito il nome del musulmano, molto potente nella zona, si è rifiutata di registrare la denuncia. Solo grazie all'intervento di un avvocato difensore dei diritti umani la questura ha aperto un'indagine, alla quale Nazir ha reagito minacciando di morte i cristiani. È stata Fouzia a cambiare un finale già scritto, quando l'8 marzo è riuscita a scappare dopo una prigionia durata otto mesi. Prima di essere nascosta in un luogo segreto dalla famiglia, ha raccontato che cosa ha subito: «Prima del matrimonio forzato e della conversione all'islam, sono stata violentata molte volte. Nazir ha minacciato di uccidere me e la mia famiglia, poi mi ha fatto sterilizzare perché non potessi più avere figli. Ma io ho sempre avuto una forte fede in Gesù: sapevo che lui poteva salvarmi da quell'uomo». Fouzia non sapeva che il suo calvario non era ancora finito: prima del processo, che comincerà il 5 aprile, Nazir è riuscito a rapirla di nuovo, scoprendo dove era stata nascosta e facendola sparire dopo la messa della Domenica delle Palme. «Ora subirà violenze e torture perché dichiari il falso davanti al giudice», si è disperata la famiglia.</p>]]></content:encoded><media:content url="https://www.ilgiornale.it/resizer/v2/IJURYVY7TNLL5F47TH5LBVSKSA.jpg?auth=03dabbfcc633d7e53c02711ca60dbcd37b3dd84ee73f55f565a8f2e7e9bbfb04&amp;smart=true&amp;width=1200&amp;height=900" type="image/jpeg" height="900" width="1200"/></item><item><title><![CDATA["Asia Bibi vittima delle gelosie I cristiani? Cittadini di serie B"]]></title><link>https://www.ilgiornale.it/news/politica/asia-bibi-vittima-delle-gelosie-i-cristiani-cittadini-serie-1241140.html</link><guid isPermaLink="true">https://www.ilgiornale.it/news/politica/asia-bibi-vittima-delle-gelosie-i-cristiani-cittadini-serie-1241140.html</guid><dc:creator><![CDATA[Francesco Leone Grotti]]></dc:creator><description><![CDATA[L'esperto di islam parla della legge nera: «Viene abusata per vendette. O si abbraccia Allah o si fugge o si muore»]]></description><pubDate>Fri, 01 Apr 2016 06:30:57 +0000</pubDate><content:encoded><![CDATA[<p>Impiccare Asia Bibi e islamizzare la Costituzione. Sono queste le due principali richieste degli oltre 25mila estremisti islamici che si sono assiepati per giorni davanti al Parlamento pakistano, nella capitale Islamabad. La folla si è dispersa mercoledì, poco prima che polizia ed esercito fossero costretti ad intervenire con le armi, ma ha messo ancora più pressione addosso ai giudici della Corte suprema, che dovranno giudicare il caso della donna pakistana condannata all'impiccagione per false accuse di blasfemia. Dopo l'attentato kamikaze di Pasqua in un parco di Lahore, che ha ucciso almeno 74 persone, le proteste «hanno terrorizzato ancora di più i cristiani», afferma Shahid Mobeen, presidente dell'associazione Pakistani cristiani in Italia, esperto della legge sulla blasfemia e docente incaricato presso la facoltà di Filosofia della Pontificia università Lateranense del corso Islam e Neoplatonismo.</p><p><b>Perché gli estremisti sono scesi in piazza?</b></p><p>«Protestano contro la recente esecuzione di Mumtaz Qadri, che loro considerano un eroe dell'islam. In realtà è l'assassino che ha ucciso nel 2011 il governatore del Punjab Salman Taseer».</p><p><b>Perché l'ha fatto?</b></p><p>«Perché Taseer, musulmano, aveva difeso pubblicamente Asia Bibi denunciando la legge nera sulla blasfemia».</p><p><b>Come sta Asia Bibi?</b></p><p>«È in carcere da 2.474 giorni, il suo caso è pendente alla Corte suprema e siamo in attesa dell'udienza. Se la condanna all'impiccagione verrà confermata, solo la grazia presidenziale potrà salvarla. Dopo le proteste, siamo ancora più preoccupati. Ma lei è forte».</p><p><b>È in carcere da sei anni e mezzo per aver bevuto un bicchiere d'acqua. Cosa la sostiene?</b></p><p>«È una donna di fede. Anni fa, mentre aspettava la sentenza della Corte, un giudice è entrato nella sua cella e le ha offerto la libertà in cambio del suo pentimento e della conversione all'islam. Lei ha risposto: Preferisco morire da cristiana che uscire dal carcere da musulmana. Le difficoltà però non mancano».Cioè?«La famiglia vive lontano dal carcere e non può andare a trovarla spesso. Vive nella continua paura che qualcuno la uccida in cella o le avveleni il cibo. Questa tensione le ha causato anche danni psicologici».</p><p><b>Perché la legge sulla blasfemia è così pericolosa per i cristiani?</b></p><p>«Nessun membro delle minoranze, soprattutto cristiano, parlerebbe mai male di Maometto né dissacrerebbe il Corano, atti puniti dagli articoli 295 B e C del codice penale pakistano. Se i casi di blasfemia aumentano è perché la legge viene abusata. Le gelosie personali si trasformano in vendetta e così i cristiani finiscono perseguitati senza colpe».</p><p><b>Cosa c'entra la gelosia?</b></p><p>«I cristiani, grazie al lavoro della Chiesa, negli ultimi 40 anni sono cresciuti a livello sociale. La maggioranza infatti apparteneva alla casta degli intoccabili dell'India. Questo miglioramento a molti musulmani non va giù. A partire poi dagli anni '70, con il dittatore Zia ul-Haq, si è diffusa una cultura di intolleranza verso i cristiani, considerati atei e pagani perché non credono in Allah. Per questo devono convertirsi all'islam oppure fuggire oppure essere uccisi».</p><p><b>Com'è avvenuta questa diffusione?</b></p><p>«Soprattutto attraverso l'educazione: nei libri scolastici usati sia nelle scuole statali sia in quelle coraniche si parla male dei cristiani, si incita alla discriminazione. Vengono trattati come cittadini di serie B. Così si alimentano intolleranza e fanatismo religioso».</p><p><b>E poi si arriva agli attentati di Lahore.</b></p><p>«Sono in contatto con tante famiglie delle vittime e con l'arcivescovo Sebastian Francis Shaw, che è andato a trovare in ospedale i feriti, cristiani e musulmani. Da quello che mi dicono, tutti i cristiani del Pakistan ora hanno paura anche solo di uscire di casa. Dopo l'attentato le famiglie cristiane non hanno mandato i figli a scuola perché nel tragitto potevano essere esposti a insicurezze e possibili attacchi. Alcune famiglie del quartiere dove c'è stato l'attentato sono scappate».</p><p><b>Dove?</b></p><p>«In altre città. Sperano così di restare anonimi. Hanno paura perfino dei vicini di casa».</p>]]></content:encoded><media:content url="https://www.ilgiornale.it/resizer/v2/B3PLCNZN3FKGNDZUBX5DWD7C7E.jpg?auth=78ae0b84eddac95405a832014ef5ac4fb7ed01d133051968e746f91fa57a175b&amp;smart=true&amp;width=1200&amp;height=900" type="image/jpeg" height="900" width="1200"/></item><item><title><![CDATA[Addio al Giappone pacifista: ora potrà intervenire all'estero]]></title><link>https://www.ilgiornale.it/news/politica/addio-giappone-pacifista-ora-potr-intervenire-allestero-1240328.html</link><guid isPermaLink="true">https://www.ilgiornale.it/news/politica/addio-giappone-pacifista-ora-potr-intervenire-allestero-1240328.html</guid><dc:creator><![CDATA[Francesco Leone Grotti]]></dc:creator><description><![CDATA[Una nuova legge autorizza l'esercito di Tokyo a combattere oltre confine Il premier Abe parla di sicurezza, ma per l'opposizione è un guerrafondaio]]></description><pubDate>Wed, 30 Mar 2016 06:36:54 +0000</pubDate><content:encoded><![CDATA[<p>Dimentichiamo l'immagine pacifista che ci siamo fatti del Giappone, da 70 anni a questa parte. Nel Sol Levante, gli effetti della seconda guerra mondiale sono definitivamente svaniti perché, per la prima volta dal 1945, le sue Forze di autodifesa potranno intervenire in guerra all'estero. Si tratta della più grande rivoluzione nella politica difensiva di Tokyo dal 1954, quando venne rimesso in piedi l'esercito dopo l'azzeramento militare voluto dagli americani e dagli altri Alleati al termine del conflitto. Il Giappone segue così le orme dell'altro grande sconfitto della guerra, la Germania, che dopo essere stata smilitarizzata è tornata ad armarsi fino a entrare nella Nato. Il cambiamento è la conseguenza di una legge, approvata in settembre ed entrata in vigore martedì, fortemente voluta dal primo ministro Shinzo Abe. Le proteste di piazza, come sei mesi fa, ieri si sono unite al coro delle critiche dei partiti di opposizione. Il premier e la sua coalizione governativa, formata da Liberaldemocratici e Nuovo Komeito, sono stati accusati di «calpestare la Costituzione» entrata in vigore nel 1947. All'articolo 9, infatti, il testo sancisce che «il popolo giapponese rinuncia per sempre alla guerra come diritto sovrano della nazione e rinuncia alle minacce e all'uso della forza come mezzo per risolvere le dispute internazionali». Non c'è niente di più lontano da questa dichiarazione della legge voluta dal governo e solo il riavvio dei primi reattori in seguito all'incidente nucleare di Fukushima ha fatto più scalpore nella società nipponica.D'ora in poi il Sol Levante potrà intervenire militarmente all'estero a tre condizioni: quando un Paese alleato è sotto attacco e la sopravvivenza del Giappone è minacciata, quando non ci sono altri mezzi appropriati per respingere l'attacco, se l'uso della forza è limitato al minimo indispensabile. Parlando ieri in conferenza stampa, il primo ministro è tornato a giustificare le sue scelte, anche in risposta ai tanti slogan di protesta urlati dalla piazza: «Attorno al nostro Paese la sicurezza è sempre più precaria. In un mondo dove nessuno può difendersi da solo, questa legge aiuterà a prevenire la guerra». Il premier si riferiva alla minaccia nucleare e missilistica della Corea del Nord e alla crescente aggressività della Cina nel Mar cinese meridionale e orientale, dove si trovano isole contese tra Pechino e Tokyo.La legge approvata dal Giappone è stata fortemente voluta da Barack Obama ed è una delle dirette conseguenze dell'accordo raggiunto con gli Stati Uniti nell'aprile del 2015. L'anno scorso la precedente alleanza militare tra i due Paesi è stata stravolta: il Giappone da soggetto passivo, difeso dall'America in caso di attacco ma non obbligato a ricambiare, è passato ad attore attivo, impegnandosi a proteggere l'alleato anche al di fuori dei confini dell'arcipelago. Il nuovo patto era stato celebrato da Obama e Abe alla Casa Bianca e non poteva che prevedere una nuova interpretazione dell'articolo 9 della Costituzione nipponica. Non a caso, gli Stati Uniti sono stati il primo Paese a complimentarsi con il Giappone dopo aver approvato la legge a settembre.La principale preoccupazione di chi si oppone alla legge è stata ben riassunta nell'editoriale di uno dei maggiori giornali locali, l'Asahi Shimbun: «Gli interessi nazionali del Giappone non coincidono per forza con quelli degli Stati Uniti, che sono famosi per cominciare guerre sbagliate». Anche i giapponesi temono di essere trascinati in conflitti che non li riguardano, ma l'opposizione dell'opinione pubblica è più sfumata di quanto si pensi. Secondo un sondaggio pubblicato ieri dal principale quotidiano del Paese, il Yomiuri, solo il 47% della popolazione non approva la nuova legge. Sei mesi fa, gli oppositori erano il 58%.</p>]]></content:encoded><media:content url="https://www.ilgiornale.it/resizer/v2/Q5OSXYKJAVM47OWZUGDKLPNRLM.jpg?auth=0261008efa1cac1e92a2a80cb2879f3807f72520fb9a54ffed918ed833bf20c4&amp;smart=true&amp;width=1200&amp;height=900" type="image/jpeg" height="900" width="1200"><media:description type="plain"><![CDATA[Shinzo Abe fotografato in parlamento]]></media:description></media:content></item><item><title><![CDATA[Ora Kim  sfida tutti con la mini-bomba atomica]]></title><link>https://www.ilgiornale.it/news/politica/ora-kim-sfida-tutti-mini-bomba-atomica-1234159.html</link><guid isPermaLink="true">https://www.ilgiornale.it/news/politica/ora-kim-sfida-tutti-mini-bomba-atomica-1234159.html</guid><dc:creator><![CDATA[Francesco Leone Grotti]]></dc:creator><description><![CDATA[Il dittatore: «È pronta per essere montata sui missili». Gli esperti: «Un modellino»]]></description><pubDate>Thu, 10 Mar 2016 05:00:32 +0000</pubDate><content:encoded><![CDATA[<p>Francesco Leone GrottiIl quotidiano ufficiale del regime comunista nordcoreano, il Rodong Sinmun, ha pubblicato mercoledì le immagini di quello che appare un ordigno nucleare miniaturizzato. La bomba era posizionata in bella mostra di fianco al missile balistico Hwasong-13, uno di quelli che potrebbero essere usati per lanciare la minaccia nucleare agli Stati Uniti. Il dittatore Kim Jong-un, come sempre accerchiato da ufficiali intenti a trascrivere nei taccuini ogni singola parola che esce dalla sua bocca, è stato fotografato durante l'ispezione a una base missilistica. Le parole del «Brillante leader» riportate dall'agenzia di stampa Kcna sono tutt'altro che rassicuranti: «Le testate sono state standardizzate per poter essere montate su vettori grazie alla loro miniaturizzazione. Questo può essere definito sul serio come deterrente nucleare».Non è facile capire da una fotografia se la bomba nella foto sia vera, anche se Suh Kune-yull, scienziato nucleare all'Università nazionale di Seul, ha rassicurato la stampa sudcoreana: «Di sicuro quell'ordigno è un modellino. Se si guarda agli specchi collegati alla testata, ce ne sono solo una trentina. Questo significa che, in ogni caso, siamo a uno stadio prematuro e la potenza esplosiva per gli standard odierni è relativamente bassa». Se la credibilità della minaccia nucleare nordcoreana resta ancora un punto interrogativo per gli esperti, il tempismo con cui sono state pubblicate le foto rappresenta una certezza: la Corea del Nord non ha cambiato modus operandi. Contrariamente a quanto appare, Pyongyang ha sempre agito con lucidità e la bomba atomica, prima ancora che per attaccare, serve per minacciare il mondo in modo serio e credibile. Agli occhi dei leader comunisti, essere in possesso di un vero deterrente è la via più breve per strappare alla comunità internazionale concessioni economiche e politiche. E ora Pyongyang ne ha bisogno.Pochi giorni fa il Consiglio di sicurezza dell'Onu ha approvato all'unanimità le sanzioni più dure mai inflitte da vent'anni al paese. Costruite sul «modello-Iran», l'obiettivo è quello di tagliare tutti i canali finanziari del regime e anche se la Cina, come ha sempre fatto, chiuderà un occhio su alcune imprese che non le rispettano, il danno economico è assicurato. La reazione non si è fatta attendere. Prima Kim ha protestato contro le sanzioni ordinando un lancio missilistico a corto raggio verso il Mar del Giappone e poi minacciando Stati Uniti e Corea del Sud di «attacchi nucleari preventivi». Pubblicizzando la presunta bomba atomica miniaturizzata non ha fatto altro che alzare ancora la tensione, già ai massimi storici dopo il test nucleare di gennaio (il quarto della storia del paese) e quello missilistico a lungo raggio mascherato da lancio satellitare di febbraio (il sesto dal 2006).L'esuberanza militare del terzo Kim non ha come unico obiettivo quello di diventare una minaccia credibile e di riportare la comunità internazionale al tavolo delle trattative. </p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[L'avvocato di Dio sparito: le sue azioni in difesa del crocifisso]]></title><link>https://www.ilgiornale.it/news/politica/e-lavvocato-dio-non-si-trova-pi-1208423.html</link><guid isPermaLink="true">https://www.ilgiornale.it/news/politica/e-lavvocato-dio-non-si-trova-pi-1208423.html</guid><dc:creator><![CDATA[Francesco Leone Grotti]]></dc:creator><description><![CDATA[Con le sue azioni legali in difesa del crocifisso Zhang Kai ha messo in crisi il regime. Che lo ha fatto sparire]]></description><pubDate>Tue, 29 Dec 2015 09:30:36 +0000</pubDate><content:encoded><![CDATA[<p>Zhang Kai non ha passato il Natale a casa e nessuno sa dove si trovi. L'avvocato cristiano che si batte per i diritti umani in Cina è stato sequestrato dalla polizia il 25 agosto. Il giorno seguente avrebbe dovuto incontrare l'ambasciatore straordinario americano per la libertà religiosa, David Saperstein. Zhang, 36 anni, sposato con una figlia piccola, si è attirato le ire del partito comunista per essersi speso in difesa dei diritti delle donne distrutte dalla legge sul figlio unico e dei cristiani perseguitati. «Nessuno sa dove sia», ha dichiarato pochi giorni fa al Guardian il suo amico intimo Yang Fenggang, docente di sociologia alla Purdue University (Usa). «Non lo sa la sua famiglia, non lo sa il suo avvocato. È incomprensibile». Nel 2009 Zhang era già stato prelevato dalla polizia a Chongqing e malmenato, nel 2010 era sfuggito agli emissari del partito dopo un estenuante inseguimento a Pechino. Questa volta le autorità hanno deciso di fare sul serio con lui, a causa del ruolo che ha giocato nella difesa dei cristiani a Wenzhou, nella provincia orientale del Zhejiang, dove dal 2014 è in atto una campagna senza precedenti di demolizione di croci e chiese. Solo due chiese si sono salvate: quella di Zengshan e quella di Xialing. Nel primo caso, i fedeli hanno usato la forza: più di un migliaio di cristiani hanno difeso fisicamente la chiesa giorno e notte. Grossi massi sono stati posti davanti all'entrata per impedire alle gru governative di passare e demolire la croce, due piccoli dormitori sono stati costruiti dentro i cancelli per far riposare a turno, durante la notte, giovani e anziani. Sulla sommità della cinta muraria che circonda la proprietà della chiesa è stato apposto il filo spinato. Inoltre, sono state installate camere di sorveglianza lungo tutto il perimetro e altoparlanti per lanciare l'allarme. Davanti a un simile dispiegamento di forze, il partito è dovuto indietreggiare e oggi il crocifisso della chiesa di Zengshan è l'unico rimasto in tutta la contea di Pingyang (Wenzhou). I fedeli della chiesa di Xialing, non disponendo di una simile organizzazione, si sono rivolti invece all'avvocato Zhang. Lui ha mosso quattro cause contro le autorità che, dopo poche settimane, sono state costrette a scendere a patti: «Ritirate le denunce e noi vi lasciamo la croce». La voce del successo inaspettato ha fatto presto il giro della provincia. Pochi mesi dopo, nell'agosto del 2015, le chiese clienti di Zhang erano già salite a un centinaio. L'avvocato voleva denunciare la campagna di demolizione all'ambasciatore americano ma è stato fatto sparire prima. Sembra che Zhang sia accusato di danneggiare la sicurezza nazionale e di disturbare l'ordine pubblico. I due capi di imputazione sono spesso usati dal governo per arrestare i dissidenti. Zhang era a conoscenza dei pericoli che correva ma ha deciso di andare avanti ugualmente perché «la mia missione è in Cina. Senza gli avvocati il paese diventerà ancora più corrotto». Nonostante le pressioni dell'ambasciatore americano, il governo non ha voluto rivelare dove è stato rinchiuso. «La Cina è diventata così potente che nessuno ha il coraggio di criticarla», conclude il docente Yang. «Sembra che il mondo intero sia diventato impotente».</p>]]></content:encoded><media:content url="https://www.ilgiornale.it/resizer/v2/MG2CZ5NHMVKTNEHGBQRSJ2KU6M.jpg?auth=3c3694ef67c90f22c4e59c59b163b76847ccfb7828ceb88693542b51c4bf2e37&amp;smart=true&amp;width=1200&amp;height=900" type="image/jpeg" height="900" width="1200"/></item><item><title><![CDATA[La Gerusalemme cinese scatena la rivolta delle croci]]></title><link>https://www.ilgiornale.it/news/politica/gerusalemme-cinese-scatena-rivolta-delle-croci-1208421.html</link><guid isPermaLink="true">https://www.ilgiornale.it/news/politica/gerusalemme-cinese-scatena-rivolta-delle-croci-1208421.html</guid><dc:creator><![CDATA[Francesco Leone Grotti]]></dc:creator><description><![CDATA[Le tolgono dalle chiese? E i parrocchiani le mettono su auto, case e vestiti]]></description><pubDate>Tue, 29 Dec 2015 09:24:28 +0000</pubDate><content:encoded><![CDATA[<p>«Chi comanda qui? Il partito comunista o i cristiani?». È cominciata con una battuta che Giovannino Guareschi avrebbe potuto mettere in bocca a Peppone, la più grande campagna di demolizione di croci e chiese in Cina degli ultimi 40 anni. A pronunciarla è stato il segretario del partito comunista della provincia orientale del Zhejiang, Xia Baolong. In occasione di una visita alla città più importante della provincia, Wenzhou, nel settembre 2013, ha dato voce così al suo disappunto, notando che lo skyline era dominato dalla grande e luminosa croce della chiesa di Sanjiang. Da allora, nei tre distretti e nelle sei contee in cui è divisa la città-prefettura, dalla quale provengono la maggior parte degli immigrati cinesi in Italia, sono già state rase al suolo decine di chiese e più di mille croci. La grande basilica è stata la prima a sparire. Soprannominata prima dell'arrivo del comunismo la «Gerusalemme cinese», Wenzhou ha conosciuto una crescita esponenziale del cristianesimo negli ultimi decenni: ormai i cristiani rappresentano il 15 per cento della popolazione e superano il milione. Con la scusa di abbattere edifici «illegali», il partito locale ha lanciato all'inizio del 2014 la campagna delle «Tre rettifiche e una demolizione». Migliaia di avvisi sono stati recapitati a parrocchie e comunità con questo messaggio: abbattete la croce della vostra chiesa o raderemo al suolo tutto l'edificio. La politica del partito ha causato una sindrome da «Contrordine compagni». La grande chiesa di Sanjiang, la cui costruzione è terminata nel 2013 dopo sei anni di lavori, costata ai fedeli 30 milioni di yuan (circa 3,5 milioni di euro) per una superficie complessiva di 10 mila metri quadrati, ed era stata approvata dal partito locale. I gerarchi comunisti l'avevano perfino definita un «capolavoro architettonico». Quella stessa chiesa è stata demolita con gru e cariche di esplosivo il 27 e 28 aprile dell'anno scorso, dopo che migliaia di cristiani riunitisi davanti al portone di ingresso per difenderla sono stati dispersi, picchiati o arrestati dalla polizia intervenute in forze. A due anni dall'inizio della campagna di demolizione ancora in corso, decine sono state rase al suolo e più di 1.500 croci abbattute perché «troppo vistose». Feng Zhili, responsabile locale del partito per gli Affari religiosi, ha ammesso che intervenire era necessario perché «la crescita del cristianesimo è stata eccessiva». Tutti i religiosi che hanno parlato nell'ultimo anno ai media mantenendo l'anonimato hanno espresso lo stesso concetto: «Vogliono cancellare ogni traccia del cristianesimo. È peggio della Rivoluzione culturale: allora bruciavano le bibbie, ma non rimuovevano le croci dalle chiese». Il comitato per gli Affari religiosi del Zhejiang ha anche approvato nuovi regolamenti: ora i crocifissi dovranno essere posti solo sulla facciata delle chiese, e non più sul tetto. Saranno inoltre «piccoli e dello stesso colore della parete», cioè invisibili. Secondo L., pastore protestante di Wenzhou, la croce è considerata dal partito un «elemento politico» pericoloso: «Il governo ritiene l'influenza dei cristiani una minaccia al potere del partito unico». La rinnovata persecuzione ha ottenuto però un risultato inaspettato: l'unità dei cristiani. Chiesa sotterranea e Chiesa patriottica governata dal partito, spesso divise, hanno protestato assieme. I responsabili delle due comunità di Wenzhou hanno diffuso un comunicato congiunto per «chiedere di fermare le demolizioni, che continuano senza rispetto per la legge». Molte parrocchie hanno anche costruito migliaia di crocifissi di legno, dipinti di rosso, per porli «sulle case, sulle automobili e sui vestiti. Non possiamo esporre la croce sulle chiese? Allora la diffonderemo ovunque».</p>]]></content:encoded><media:content url="https://www.ilgiornale.it/resizer/v2/U6QBVN4MPBKEHNS3VLCAJ5MRXI.jpg?auth=7ffca31d070b3eea4aa69bb526fd917d5e5db926a3090603e125933e2213a09f&amp;smart=true&amp;width=1200&amp;height=900" type="image/jpeg" height="900" width="1200"/></item></channel></rss>