<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><rss xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom" xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/" xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/" xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/" version="2.0" xmlns:media="http://search.yahoo.com/mrss/"><channel><title><![CDATA[News feed]]></title><link>https://www.ilgiornale.it</link><atom:link href="https://www.ilgiornale.it/arc/outboundfeeds/rss/autore/mimmo-di-marzio/" rel="self" type="application/rss+xml"/><description><![CDATA[ News Feed]]></description><lastBuildDate>Sun, 26 Jul 2026 07:58:23 +0000</lastBuildDate><language>it</language><ttl>1</ttl><sy:updatePeriod>hourly</sy:updatePeriod><sy:updateFrequency>1</sy:updateFrequency><item><title><![CDATA[Shanghai celebra Wallace Chan: e il titanio diventa anima]]></title><link>https://www.ilgiornale.it/news/arte-e-storia/shanghai-celebra-wallace-chan-e-titanio-diventa-anima-2695038.html</link><guid isPermaLink="true">https://www.ilgiornale.it/news/arte-e-storia/shanghai-celebra-wallace-chan-e-titanio-diventa-anima-2695038.html</guid><dc:creator><![CDATA[Mimmo Di Marzio]]></dc:creator><description><![CDATA[Al Long Museum le suggestive e monumentali sculture per i 70 anni del maestro che trasforma la materia in esperienza spirituale]]></description><pubDate>Fri, 17 Jul 2026 17:34:53 +0000</pubDate><content:encoded><![CDATA[<p>C’è un momento, entrando nelle grandi sale del Long Museum, in cui il titanio smette di essere un metallo; perde la sua natura industriale, la sua associazione con la tecnologia e con l’ingegneria, per diventare qualcosa di inatteso un corpo vivente, una pelle attraversata dalla luce, un contenitore di memoria, di coscienza, di spiritualità.</p><p>È questa la sorprendente rivelazione di “Vessels of Other Worlds”, la monumentale mostra che Shanghai dedica a Wallace Chan in occasione del suo settantesimo compleanno. Non una semplice retrospettiva, ma un viaggio immersivo dentro il pensiero di uno degli artisti più originali della scena contemporanea asiatica, capace di attraversare discipline, culture e religioni fino a costruire un linguaggio completamente personale.</p><p>Curata da James Putnam, l’esposizione dialoga idealmente con la parallela mostra veneziana allestita nella Cappella di Santa Maria della Pietà durante la Biennale d’Arte, trasformando Shanghai e Venezia in due estremi dello stesso racconto. Due città d’acqua, due mondi lontani che si riflettono l’uno nell’altro attraverso opere, immagini e rimandi simbolici, come se la distanza geografica fosse soltanto un’illusione.</p><p>Ma è nel Long Museum che il progetto raggiunge la sua massima espansione, perché è proprio qui che la scultura diventa ambiente, architettura, esperienza sensoriale. Il visitatore attraversa corridoi quasi iniziatici che ricostruiscono il percorso creativo dell’artista, dalle celebri serie Titans, Totem e Transcendence fino ad arrivare al cuore della mostra: tre giganteschi vasi di titanio alti sette, otto e dieci metri.</p><p>Sono presenze monumentali, quelle che Wallace mette quasi teatralmente in scena, ma sorprendentemente leggere nello sguardo. Le sue sculture, straordinaria sintesi tra simbologie della tradizione taoista e visioni futuristiche e a tratti distopiche, sembrano astronavi approdate da un tempo remoto oppure reliquiari appartenenti a una civiltà lontana, forse di un altro pianeta.</p><p>La loro pelle metallica riflette la luce con sfumature gialle, rosse e blu create magicamente da migliaia di elementi in titanio, ingranaggi e decine di migliaia di viti compongono una struttura tanto complessa quanto armoniosa, dove ogni dettaglio custodisce un significato. Ecco immagini di figure umane, neonati che sembrano camminare, volti sospesi, creature fantastiche, animali mitologici, dischi specchianti: un universo iconografico che intreccia cosmologia buddhista, immaginario cinese e suggestioni occidentali.</p><p>Una delle grandi installazioni invita addirittura il pubblico a entrare al suo interno; superata la soglia, il visitatore si ritrova immerso in uno spazio caleidoscopico, dove superfici riflettenti moltiplicano immagini e prospettive all’infinito.</p><p>È una naturale evoluzione del celebre Wallace Cut, la rivoluzionaria tecnica di incisione tridimensionale sulle pietre preziose inventata da Chan negli anni Ottanta, grazie alla quale la luce smette di colpire semplicemente la superficie per diventare parte stessa dell’opera. Oggi quella intuizione nata nel mondo dell’alta gioielleria viene trasportata nella dimensione monumentale della scultura.</p><p>Ed è forse proprio questa la chiave per comprendere Wallace Chan, che per decenni è stato uno dei più grandi innovatori dell’arte del gioiello contemporaneo. Le sue creazioni, considerate autentici capolavori di invenzione tecnica e poetica, hanno ridefinito il rapporto tra pietra preziosa e scultura, trasformando il gioiello in un microcosmo narrativo. Poi è arrivata un’altra stagione della vita, un tempo di silenzio.</p><p>Nei primi anni Duemila Chan decise di ritirarsi per un periodo come monaco buddhista, rinunciando ai beni materiali e scegliendo una disciplina fatta di meditazione e contemplazione. Non una semplice parentesi, ma una trasformazione radicale. Poi tornò a creare, ma con uno sguardo radicalmente cambiato.</p><p>Wallace abbandona progressivamente la preziosità delle gemme per confrontarsi con materiali poveri come cemento, rame e acciaio, fino ad arrivare al titanio, “un materiale eterno” destinato a diventare la materia simbolo della sua ricerca.</p><p>Non una scelta casuale. Il titanio è uno dei metalli più resistenti esistenti: leggerissimo, quasi eterno, inattaccabile dalla corrosione. Una materia che sembra sfidare il tempo.</p><p>Chan la piega però a un linguaggio sorprendentemente educato facendo perdere al metallo ogni durezza, incurvandolo quasi come fosse tessuto, aprendolo a forme organiche, rendendolo pelle, membrana, respiro. La forza tecnica non è mai esibizione, ma strumento per parlare dell’invisibile e l’artista ama definire questi giganteschi contenitori come metafore del corpo umano.</p><p>Un vaso non custodisce soltanto qualcosa di materiale, ma può contenere il tempo, i ricordi, le emozioni, la coscienza; può diventare un luogo spirituale. E così i grandi recipienti che dominano la mostra finiscono per rappresentare il ciclo stesso dell’esistenza: nascita, crescita, rinascita.</p><p>E’ un pensiero che nasce anche dall’incontro tra Oriente e Occidente: le tre opere monumentali si ispirano infatti agli oli sacri utilizzati nella tradizione cattolica per i riti di benedizione, ma la loro lettura si intreccia con la filosofia buddhista, con il concetto di trasformazione continua e con una visione dell’universo nella quale ogni elemento è connesso agli altri, senza confini rigidi né separazioni.</p><p>Le gigantesche teste della serie Titans, sospese tra sembianze umane e archetipi senza tempo, sembrano evocare al contempo il Buddha e un essere extraterrestre. I loro volti immobili sembrano osservare il visitatore con una serenità antichissima, mentre al loro interno altre teste si ripetono all’infinito in una sorta di vertigine visiva che suggerisce l’idea dell’eterno ritorno.</p><p>Così pure le grandi sculture dedicate ai sensi – occhi, naso, bocca, orecchie – interrogano il rapporto tra percezione e coscienza. Vediamo il mondo, sembra suggerire Chan, ma raramente osserviamo gli strumenti attraverso cui lo percepiamo e l’esperienza della realtà passa sempre attraverso filtri invisibili.</p><p>E allora le sue opere monumentali trasformano il museo in uno spazio quasi meditativo, dove la materia più resistente conosciuta dall’uomo diventa sorprendentemente fragile, poetica, luminosa.</p><p>E forse è proprio questa la lezione più preziosa che Wallace Chan consegna al pubblico: l’arte non serve a rendere immortale la materia, ma a ricordare che anche ciò che appare eterno trova senso soltanto quando riesce a custodire la fragile e misteriosa esperienza dell’essere vivi.</p>]]></content:encoded><media:content url="https://www.ilgiornale.it/resizer/v2/X3F4O7KDJZK3PLKTASS6WADF2Y.png?auth=d2c3c301928688671cc5cc1b8781696bc1d5aef387098b68312ada2be93ff1ea&amp;smart=true&amp;width=1200&amp;height=900" type="image/png" height="900" width="1200"/></item><item><title><![CDATA[Padova capitale internazionale del pianoforte]]></title><link>https://www.ilgiornale.it/news/musica/padova-capitale-internazionale-pianoforte-2687937.html</link><guid isPermaLink="true">https://www.ilgiornale.it/news/musica/padova-capitale-internazionale-pianoforte-2687937.html</guid><dc:creator><![CDATA[Mimmo Di Marzio]]></dc:creator><description><![CDATA[A settembre gran ritorno del Festival Cristofori sotto il segno della "Rinascita"]]></description><pubDate>Thu, 02 Jul 2026 16:41:00 +0000</pubDate><content:encoded><![CDATA[<p>Dal 5 al 28 settembre il Veneto tornerà a essere il palcoscenico del Festival Pianistico Internazionale Bartolomeo Cristofori, manifestazione che, giunta alla sua nona edizione, continua a crescere fino a consolidarsi tra gli appuntamenti più significativi del panorama musicale italiano. Il tema scelto per il 2026 è "Rinascita", filo conduttore di un cartellone che unisce grandi interpreti, nuove composizioni, strumenti storici, ricerca scientifica e progetti di inclusione sociale. Padova sarà il cuore della manifestazione, ma il festival coinvolgerà anche Rovigo, Este, Praglia, Conegliano e altri luoghi simbolo del territorio, trasformando il Veneto in un itinerario musicale dedicato al pianoforte. Un'edizione che guarda già al traguardo della decima e che testimonia la crescente dimensione nazionale e internazionale della rassegna, tanto da essere presentata non solo a Padova e Venezia, ma anche alla Camera dei Deputati. Il programma racconta la rinascita sotto molteplici prospettive: quella dei compositori che hanno saputo trasformare momenti di crisi in capolavori immortali, quella degli strumenti storici recuperati e restituiti al pubblico, ma anche quella delle persone che attraverso la musica trovano nuove occasioni di incontro, crescita e inclusione.</p><p>Tra i protagonisti più attesi figura il pianista francese Lucas Debargue, artista in residenza dell'edizione 2026. Musicista anticonvenzionale e tra le personalità più originali della scena internazionale, sarà protagonista del concerto inaugurale del 17 settembre al Teatro Verdi di Padova insieme all'Orchestra di Padova e del Veneto. In programma il Secondo Concerto per pianoforte di Sergej Rachmaninov e la Quinta Sinfonia di Čajkovskij, due pagine che incarnano perfettamente il tema della rinascita artistica e umana. Debargue sarà inoltre al centro di altri appuntamenti del festival, tra cui il recital del 19 settembre e il Progetto Petrarca, che vedrà la prima esecuzione assoluta di una nuova composizione ispirata al poeta aretino. Evento di particolare rilievo sarà anche la presenza di Thomas Adès. Il compositore britannico, tra i più influenti della musica contemporanea, si esibirà per la prima volta in Italia come pianista proponendo un programma che attraversa Haydn, Beethoven, Janáček, Stravinskij e alcune delle sue composizioni, in un dialogo continuo tra tradizione e modernità.</p><p>Il festival conferma inoltre la propria attenzione verso la nuova creatività musicale grazie alle commissioni affidate a compositori contemporanei e alle numerose prime esecuzioni assolute e italiane, ribadendo la volontà di affiancare il grande repertorio alla produzione del nostro tempo.</p><p>Non mancheranno gli appuntamenti dedicati alla contaminazione tra linguaggi artistici. Dalla musica che dialoga con la sand art nel progetto "New Moon" alle performance che intrecciano fotografia, elettronica e pianoforte, fino ai concerti ospitati in musei, abbazie, chiostri e spazi monumentali, ogni evento contribuirà a costruire un percorso culturale diffuso capace di valorizzare il patrimonio artistico del territorio.</p><p>Uno dei tratti distintivi del Festival Cristofori resta l'attenzione alla dimensione sociale. Torna infatti "Musica senza barriere", progetto che porterà un concerto all'interno della Casa Circondariale di Verona, sviluppato insieme a un percorso di ascolto e confronto con i detenuti. Un'iniziativa che conferma come la musica possa diventare strumento di relazione e partecipazione. Ampio spazio sarà riservato anche all'incontro tra arte e scienza. Il neuroscienziato e pianista Nicolas Namoradze proporrà un originale "Neurorecital", esperienza che unisce esecuzione musicale e divulgazione scientifica per approfondire il rapporto tra cervello, memoria e ascolto. Accanto ai grandi nomi internazionali, il festival continua a investire sui giovani talenti italiani e stranieri, ospitando artisti emergenti già affermati nei principali concorsi internazionali. Tra questi Michelle Candotti, Sabina Hasanova, Ettore Pagano, Sandro Nebieridze e Davide Scarabottolo.</p><p>Si rinnova inoltre il Premio Cristofori d'Oro, destinato alle eccellenze del pianismo internazionale, così come proseguono le collaborazioni con il territorio, dal Consorzio Tutela Vini Colli Euganei ai siti di Padova Urbs Picta, fino alla nascita del nuovo Circolo Cristofori, iniziativa che intende mettere in rete personalità del mondo della cultura, dell'arte e dell'imprenditoria impegnate nella valorizzazione del patrimonio culturale.</p><p>A chiudere la manifestazione sarà Leonora Armellini con un nuovo appuntamento del progetto dedicato all'integrale pianistica di Chopin, confermando una delle linee artistiche che negli anni hanno caratterizzato questo prestigioso festival. </p>]]></content:encoded><media:content url="https://www.ilgiornale.it/resizer/v2/H5EV422W3BICRFWNFQB4KC5U7Q.jpg?auth=1a9150f3aab1a168a182dba45f5fbd56918f235088963fdcff480c36014733ee&amp;smart=true&amp;width=1200&amp;height=900" type="image/jpeg" height="900" width="1200"/></item><item><title><![CDATA[La musica che racconta ritmi e colori del sud del mondo]]></title><link>https://www.ilgiornale.it/news/musica-che-racconta-ritmi-e-colori-sud-mondo-2677191.html</link><guid isPermaLink="true">https://www.ilgiornale.it/news/musica-che-racconta-ritmi-e-colori-sud-mondo-2677191.html</guid><dc:creator><![CDATA[Mimmo Di Marzio]]></dc:creator><description><![CDATA[Fino al 15 agosto nell'area Mind, a Rho Fiera, anche specialità gastronomiche]]></description><pubDate>Thu, 11 Jun 2026 03:00:02 +0000</pubDate><content:encoded><![CDATA[<p>Milano si prepara a lasciarsi contagiare dall'energia, dai colori e soprattutto dalle sonorità del "pianeta" latinoamericano. Da stasera, fino al 15 agosto, torna il "Milano Latin Festival", una delle manifestazioni estive più amate e longeve dagli aficionados della musica del sud del mondo, capace negli anni di trasformarsi da semplice evento musicale a vero e proprio fenomeno culturale e aggregativo. La rassegna, ospitata nell'area del Mind Milano Innovation District a Rho Fiera Milano, si è affermata come un appuntamento fisso dell'estate cittadina grazie alla sua capacità di unire spettacolo, tradizioni, gastronomia e incontri interculturali. Un successo costruito nel tempo, che richiama ogni anno decine di migliaia di visitatori provenienti non solo dalla Lombardia, confermando Milano come uno dei principali punti di riferimento per gli appassionati di musica latinoamericana. Per oltre due mesi il villaggio diventa un luogo di incontro tra comunità diverse, dove musica e danza si intrecciano con la scoperta delle tradizioni popolari, dell'artigianato e delle specialità gastronomiche provenienti da Paesi come Perù, Brasile, Messico, Colombia, Cuba, Venezuela, Ecuador e Repubblica Dominicana. Il cuore pulsante resta il programma musicale, che propone una line-up di grande richiamo, capace di mettere insieme star internazionali, protagonisti della scena urban latina e artisti simbolo della tradizione musicale del continente. Tra gli appuntamenti più attesi il concerto di Camilo, il 19 giugno. Il cantautore colombiano, tra gli artisti latini più popolari degli ultimi anni, porterà sul palco i successi che gli hanno consentito di conquistare il pubblico internazionale. Grande attesa anche per Ozuna, superstar mondiale del reggaeton, che si esibirà il 28 giugno, promettendo una serata ad alto tasso di energia. Luglio sarà il mese dei grandi nomi. Il 3 luglio saliranno sul palco due autentiche leggende della musica latina: Ruben Blades, maestro della salsa e voce storica della musica panamense, ed Elvis Crespo, interprete di alcuni dei brani merengue più celebri degli ultimi decenni. Il giorno successivo sarà la volta di Nicky Jam, uno degli artisti che hanno contribuito alla diffusione globale del reggaeton. Tra gli eventi di punta figurano anche il concerto del 9 luglio con Myke Towers, Omar Courtz e Mora, protagonisti della nuova scena urban internazionale, e quello dell'11 luglio con i Grupo Frontera, formazione che sta riscuotendo enorme successo grazie alla fusione tra musica regionale messicana e sonorità contemporanee. Il pubblico più legato alle radici storiche della musica latinoamericana potrà invece assistere alle esibizioni di Los Van Van, leggendaria orchestra cubana in programma il 20 giugno, di Tito Nieves il 26 giugno e di Eva Ayllón, autentica ambasciatrice della musica criolla peruviana, il 25 luglio.</p>]]></content:encoded><media:content url="https://www.ilgiornale.it/resizer/v2/YO2M7DXFOZLRLEAAU7NNFF6CSM.jpg?auth=ba477c6ab2fa18a436e2269d0f5de8e4c65cfa71c6e205b3dc50a2d5dac4e878&amp;smart=true&amp;width=1200&amp;height=900" type="image/jpeg" height="900" width="1200"/></item><item><title><![CDATA[La fine dello storico Trottoir senza rimorsi del Comune]]></title><link>https://www.ilgiornale.it/news/fine-dello-storico-trottoir-senza-rimorsi-comune-2676550.html</link><guid isPermaLink="true">https://www.ilgiornale.it/news/fine-dello-storico-trottoir-senza-rimorsi-comune-2676550.html</guid><dc:creator><![CDATA[Mimmo Di Marzio]]></dc:creator><description><![CDATA[Il locale cacciato da Porta Ticinese poco più di un anno fa alla scadenza del contratto di concessione]]></description><pubDate>Wed, 10 Jun 2026 03:00:02 +0000</pubDate><content:encoded><![CDATA[<p>La recente alzata di scudi del sindaco Beppe Sala e dell'assessore alla Cultura Tommaso Sacchi contro lo sfratto della balera Spirit de Milan ("un pezzo dell'identità meneghina e progetto di rigenerazione urbana") ad opera dei legittimi proprietari delle ex cristallerie Livellara alla Bovisa contiene due notizie: la prima è che palazzo Marino si accorge all'improvviso che la città è territorio privilegiato di speculazioni immobiliari. La seconda notizia è che i pubblici amministratori che oggi mostrano indignazione sono gli stessi che poco più di un anno fa non hanno avuto alcuno scrupolo nel cacciare, anche in questo caso a scadenza di contratto di concessione, i gestori dello storico Trottoir dal casello di dazio alla Darsena di Porta Ticinese, progetto di rigenerazione urbana che per 32 anni ha ospitato progetti di noti artisti, intellettuali, cineasti, oltre a musica dal vivo a prezzi popolari.</p><p>Vale davvero la pena ripercorrere questa triste e squallida storia cittadina, tanto più che oggi quel casello messo al bando dal Comune per mere ragioni di cassa, giace chiuso e abbandonato al degrado. Né oggi, né ai tempi dello sfratto che aveva provocato le proteste di parte della città, arrivano pubbliche spiegazioni sulla morte annunciata di uno spazio che pure era noto per essere teatro di iniziative culturali da parte di intellettuali come lo scrittore Andrea G. Pinketts (Ambrogino d'oro), Carlo Lucarelli, Philippe Daverio, Manuela Gandini, Renato Mannheimer, Pierangelo Dacrema, Alessandro Aleotti e tanti artisti come Michelangelo Junior, Malika Ayane, The Kolors, tanto per fare alcuni nomi. La società vincitrice di quella gara al rialzo (inutile il tentativo dei gestori del Trottoir di rilanciare sull'affitto) si è inspiegabilmente sfilata dall'affaire, e dopo di lei pure la seconda qualificata. Evidentemente il gioco speculativo non era poi così vantaggioso, ma intanto la città ha perduto per sempre un presidio culturale che ospitava settimanalmente dibattiti, proiezioni, presentazioni di libri, concerti di autori emergenti, proiezioni, mostre.</p><p>La battaglia legale tra i gestori del Trottoir e i "proprietari di casa" a palazzo Marino ha riempito per quasi due anni le pagine di giornali e siti web. Risale al 2022 la scadenza della concessione comunale dell'ex casello di Porta Ticinese che il Trottoir continuò ad occupare per un altro anno rivendicando anche un indennizzo per gli ingenti investimenti ("circa un milione") effettuati nella riqualificazione di un edificio che all'inizio degli anni Duemila nessuno sembrava interessato a gestire. Nel 2023 il Comune decise invece di far partire una nuova gara pubblica, rifiutando di rinnovare la concessione al Trottoir e non riconoscendogli né valore storico né culturale. Vano fu il ricorso al Tar dei gestori Michelle Vasseur e Massimo Mannarelli per bloccare la procedura sostenendo che il Comune non avesse tenuto conto della storia del locale e dei danni economici subiti negli anni precedenti, in particolare durante i lavori di Expo 2015 che chiusero la piazza XXIV maggio ("mentre noi continuavamo a pagare i 14 dipendenti" dice Vasseur). Nel settembre 2023 arrivarono undici offerte per la gestione dell'ex casello su cui prevalse una società di ristorazione, l'Osteria dei Binari, che presentò un'offerta economica molto superiore alla base d'asta prevista dal Comune. Per lo storico Trottoir fu la fine annunciata mentre di quell'ex casello tanto amato e vissuto, oggi non resta che un rudere abbandonato degno di un noir di Pinketts.</p>]]></content:encoded><media:content url="https://www.ilgiornale.it/resizer/v2/MBQLKIF6OZJLDBBPXC772FPECE.jpg?auth=285a0bce40a86a9762113496bd297965f7dfd81c64fa103a8461a71bf05712eb&amp;smart=true&amp;width=1200&amp;height=900" type="image/jpeg" height="900" width="1200"/></item><item><title><![CDATA[Per la Filarmonica 5mila posti gratis]]></title><link>https://www.ilgiornale.it/news/filarmonica-5mila-posti-gratis-2673846.html</link><guid isPermaLink="true">https://www.ilgiornale.it/news/filarmonica-5mila-posti-gratis-2673846.html</guid><dc:creator><![CDATA[Mimmo Di Marzio]]></dc:creator><description><![CDATA[Chailly e la star del piano Sumino nel "Concerto per Milano" in piazza Duomo]]></description><pubDate>Thu, 04 Jun 2026 03:00:02 +0000</pubDate><content:encoded><![CDATA[<p>Malgrado la lunga scia di applausi scroscianti nei teatri più blasonati del mondo, c'è un podio che per Riccardo Chailly rappresenta un'emozione particolare che fa fatica a nascondere: quello della milanesissima piazza Duomo. Proprio qui, davanti alla maestosa cattedrale, anche quest'anno il maestro si appresta a dirigere il "concertone" (sarà il 13 giugno) della sua Filarmonica dove, vien da sorridere, può finalmente dare sfogo alle sue idee più bizzarre e talora sperimentali perché la piazza è in fondo l'agorà più democratica che risponde solo al gusto e alle emozioni, ben aldilà delle inevitabili etichette imposte dai programmi scaligeri. "È vero ammette qui mi sento libero di affrontare nuovi temi e nuovi autori, e per questa mia libertà artistica devo ringraziare un'orchestra colta e sensibile con cui ho una confidenza e una condivisione di pensiero pressocchè totali". Ma un grazie dal maestro va anche alla piazza dei milanesi che per la prima volta verrà allestita con 5000 sedute: "Nella mia carriera ho diretto nelle piazze di molte grandi città, ma soltanto qui, nel rispettoso silenzio di questo pubblico educato all'ascolto, mi sento come fossi in un auditorium". Dodici volte direttore delle tredici edizioni fin qui realizzate, Chailly ha contribuito a fare di questo appuntamento uno degli eventi musicali più attesi dell'anno, un momento di incontro tra eccellenza artistica e partecipazione popolare. Un appuntamento reso possibile anche grazie al sostegno dei partner che da anni credono nel valore culturale e sociale dell'iniziativa: Allianz, UniCredit ed Esselunga, che insieme alla Filarmonica della Scala contribuiscono a offrire alla città una serata di arte, bellezza e partecipazione.</p><p>Per questo concerto i riflettori si accendono sul Novecento che diventa un viaggio che attraversa le suggestioni dell'opera russa, le sonorità del jazz e l'energia del musical americano. Ad aprire la serata saranno le danze tratte da Aleko di Sergej Rachmaninov, pagine ricche di colore e vitalità che evocano atmosfere popolari e passioni travolgenti. Seguirà la brillante suite da Storia del sacerdote e del suo operaio Balda di Dmitrij ostakovi, una musica piena di invenzioni, ironia e spirito teatrale. Il cuore della serata sarà affidato al celebre Concerto in fa maggiore di George Gershwin, autentico capolavoro del Novecento che fonde il linguaggio sinfonico europeo con il ritmo e la libertà espressiva del jazz americano. A chiudere saranno le irresistibili Danze Sinfoniche da West Side Story di Leonard Bernstein, dove il musical si eleva a grande forma sinfonica, tra energia urbana, tensione drammatica e melodie entrate nella storia. Ma la vera chicca dell'edizione 2026 sarà il debutto con la Filarmonica della Scala del pianista giapponese Hayato Sumino, uno dei talenti più sorprendenti della nuova scena musicale internazionale. Trent'anni appena compiuti, oltre 2,2 milioni di follower sulle piattaforme digitali, concerti nelle sale più prestigiose del mondo e un Guinness World Record conquistato nel 2025 grazie al più grande recital pianistico solistico al chiuso mai realizzato, con oltre 18.500 spettatori alla K Arena di Yokohama: Sumino rappresenta una nuova generazione di artisti capaci di coniugare virtuosismo, creatività e comunicazione. La sua storia personale è altrettanto singolare. Accanto alla carriera musicale, Hayato ha conseguito un Master in Ingegneria all'Università di Tokyo, ricevendo il President's Award per gli eccezionali risultati ottenuti sia negli studi scientifici sia nell'attività artistica. Un percorso fuori dal comune che riflette perfettamente la sua personalità: curiosa, innovativa e aperta alle contaminazioni.</p>]]></content:encoded><media:content url="https://www.ilgiornale.it/resizer/v2/OYQTQSG3KJI6DF4YYCPUFFCHBQ.jpg?auth=2cdc3c26a37bf55e344b1c19731458886af56df2f9ff0ff327d4948b6926fcec&amp;smart=true&amp;width=1200&amp;height=900" type="image/jpeg" height="900" width="1200"/></item><item><title><![CDATA[Sul Garda la 74ª Fiera del Vino: cinque giorni dedicati alle eccellenze della regione]]></title><link>https://www.ilgiornale.it/news/cucina/sul-garda-74-fiera-vino-cinque-giorni-dedicati-eccellenze-2672137.html</link><guid isPermaLink="true">https://www.ilgiornale.it/news/cucina/sul-garda-74-fiera-vino-cinque-giorni-dedicati-eccellenze-2672137.html</guid><dc:creator><![CDATA[Mimmo Di Marzio]]></dc:creator><description><![CDATA[A Polpenazze sul Garda degustazioni, masterclass, street food, musica e spettacoli animano fino al 2 giugno uno degli appuntamenti più attesi dell’enogastronomia gardesana. Attesi oltre 20 mila visitatori nel borgo della Valtènesi]]></description><pubDate>Sat, 30 May 2026 17:27:00 +0000</pubDate><content:encoded><![CDATA[<p>Polpenazze del Garda torna a essere il punto di riferimento dell’enologia gardesana con la 74ª edizione della Fiera del Vino, in programma fino al 2 giugno. Una manifestazione storica che da oltre sette decenni celebra la cultura vitivinicola del territorio e che quest’anno si presenta con un programma ancora più ricco, capace di coniugare degustazioni, approfondimenti, gastronomia e intrattenimento. L’evento, organizzato da Arte del Vino e Tipico Eventi in collaborazione con il Comune di Polpenazze del Garda e con il patrocinio del Ministero dell’Agricoltura e di Regione Lombardia, rappresenta uno degli appuntamenti simbolo della stagione sul Lago di Garda. Complice anche il ponte del 2 giugno, la manifestazione si propone come un’occasione ideale per scoprire la Valtènesi, territorio collinare affacciato sul lago, caratterizzato da vigneti, uliveti e piccoli borghi che custodiscono una forte identità agricola e culturale. Sono attesi oltre 20 mila visitatori, pronti a immergersi in un percorso che racconta il meglio della produzione vinicola locale. Protagoniste della rassegna sono infatti circa trenta cantine, in gran parte espressione della Valtènesi e del Basso Garda, affiancate da aziende provenienti dalle aree del Lugana e dell’Alto Garda. Un panorama produttivo che offre una lettura completa delle diverse anime del territorio, attraverso vini che spaziano dai bianchi ai rosati, fino ai rossi più strutturati. L’accesso alla manifestazione prevede un ticket di ingresso comprensivo di calice e tracolla porta-calice, permettendo ai visitatori di muoversi tra gli stand e conoscere da vicino produttori, etichette e caratteristiche delle diverse produzioni. In degustazione sono presenti oltre 150 vini, offrendo un’esperienza pensata sia per gli appassionati sia per chi desidera avvicinarsi al mondo del vino gardesano. Uno dei momenti più significativi dell’evento è rappresentato dall’inaugurazione ufficiale, che vede la partecipazione delle istituzioni locali e di personalità del settore enogastronomico. Nell’ambito dell’apertura vengono inoltre premiate le etichette vincitrici del Concorso Enologico Nazionale Valtènesi Garda Classico, storico appuntamento che valorizza la qualità delle produzioni del territorio e il lavoro delle aziende vitivinicole. Ampio spazio è riservato anche alla formazione e alla divulgazione grazie al programma di masterclass ospitate nella suggestiva cornice del Castello di Polpenazze. Gli incontri permettono di approfondire la conoscenza dei vini del Garda attraverso degustazioni guidate e percorsi di abbinamento con prodotti tipici locali. Tra gli appuntamenti più attesi figura “La Vie en Rose”, dedicata al Rosa Valtènesi e ai formaggi caprini, un’occasione per scoprire uno dei vini più rappresentativi della zona. Segue “White Party”, un percorso dedicato ai bianchi del territorio, tra Riesling, Incrocio Manzoni e San Martino della Battaglia, accompagnati da selezioni gastronomiche artigianali. Il programma prosegue con un approfondimento dedicato agli abbinamenti tra i vini della Valtènesi e la selvaggina, seguito dalla masterclass “Il Re Groppello”, interamente dedicata al vitigno simbolo del territorio. Non manca uno sguardo all’evoluzione dei rosati nel tempo con una degustazione di Rosa Valtènesi di annate selezionate, mentre la chiusura del ciclo di incontri è affidata a una panoramica sulle bollicine della Riviera del Garda, tra Metodo Charmat e Metodo Classico. Accanto al vino trova spazio anche una ricca proposta gastronomica. Le vie del borgo ospitano infatti diversi food truck che propongono specialità provenienti da varie regioni italiane, trasformando la manifestazione in un vero e proprio viaggio tra sapori e tradizioni. Dalla pizza romana agli arrosticini abruzzesi, passando per hamburger gourmet e altre proposte di street food contemporaneo, il pubblico può completare l’esperienza di degustazione con un’offerta culinaria variegata e di qualità. La Fiera del Vino è inoltre occasione di intrattenimento e spettacolo. Nella corte del Castello di Polpenazze prende vita il programma musicale che accompagna le serate della manifestazione. Sul palco si alternano concerti, tribute band, spettacoli di cabaret e dj set, offrendo momenti di svago per tutte le età. Tra gli eventi in calendario figurano l’esibizione della tribute band dedicata ai Pinguini Tattici Nucleari, il concerto dei Dynamica con un repertorio che attraversa diverse generazioni musicali, lo spettacolo di cabaret e trasformismo di LeoMas e le serate affidate ai dj set. Particolarmente atteso è l’appuntamento con Pippo Palmieri, storica voce e dj dello Zoo di Radio 105, protagonista della serata del 1° giugno. A chiudere la manifestazione sarà il tradizionale spettacolo pirotecnico previsto la sera del 2 giugno, momento conclusivo di cinque giorni che celebrano il legame profondo tra il territorio gardesano e la sua vocazione vitivinicola.</p>]]></content:encoded><media:content url="https://www.ilgiornale.it/resizer/v2/M6YJUXRS7ROVHN3UO2HU73RSUE.jpg?auth=6aff6a328b30f5b34a2fa2be263d17ffd1900ce4e59f4a5dd9a9182930c4ae7d&amp;smart=true&amp;width=1200&amp;height=900" type="image/jpeg" height="900" width="1200"/></item><item><title><![CDATA[Etnia House of Arts: alla Misericordia di Venezia l’arte torna a essere un’esperienza viva]]></title><link>https://www.ilgiornale.it/news/arte-e-storia/etnia-house-arts-misericordia-venezia-l-arte-torna-essere-2671484.html</link><guid isPermaLink="true">https://www.ilgiornale.it/news/arte-e-storia/etnia-house-arts-misericordia-venezia-l-arte-torna-essere-2671484.html</guid><dc:creator><![CDATA[Mimmo Di Marzio]]></dc:creator><description><![CDATA[Nel cuore di Cannaregio il nuovo progetto di Etnia Eyewear Culture che trasforma l’antica Abbazia in una piattaforma internazionale dedicata a residenze artistiche, sperimentazione contemporanea e dialogo culturale: un esempio virtuoso di mecenatismo moderno dove arte, architettura e comunità si incontrano nel segno della visione e della creatività]]></description><pubDate>Fri, 29 May 2026 08:19:08 +0000</pubDate><content:encoded><![CDATA[<p>A Venezia esistono luoghi che sembrano custodire il tempo. Pietre attraversate dai secoli, silenzi che conservano memorie, architetture che continuano a interrogare il presente. La rinascita dell’ex Chiesa dell’Abbazia della Misericordia, nel cuore di Cannaregio, appartiene a questa categoria rara: non un semplice recupero architettonico, ma un gesto culturale capace di restituire alla città uno spazio vivo, produttivo, aperto alla contemporaneità. Con la nascita di Etnia House of Arts, promossa da Etnia Eyewear Culture, Venezia accoglie un progetto che supera l’idea tradizionale di spazio espositivo per trasformarsi in una piattaforma di creazione, confronto e ricerca. Qui l’arte non viene soltanto mostrata: prende forma, si costruisce sotto gli occhi del pubblico, diventa relazione, esperienza condivisa, processo aperto.</p><p>Ecco allora che in una città spesso schiacciata dal peso della propria straordinaria eredità storica, Etnia House of Arts introduce un elemento prezioso: il coraggio di raccontare il presente. La Misericordia non è più soltanto testimonianza di ciò che fu, ma organismo in trasformazione, laboratorio contemporaneo dove artisti, visitatori, studiosi e cittadini possono incontrarsi attorno al gesto creativo. L’iniziativa rappresenta uno degli esempi più significativi di mecenatismo culturale contemporaneo. In un’epoca in cui il sostegno all’arte rischia spesso di ridursi a operazione d’immagine o sponsorizzazione episodica, Etnia Eyewear Culture sceglie invece una strada più profonda e responsabile: creare le condizioni affinché la creatività possa esistere, svilupparsi, sperimentare. Non limitarsi a finanziare l’arte, ma costruire uno spazio di libertà per gli artisti. Le parole di David Pellicer, CEO e Owner di Etnia Barcelona, raccontano chiaramente questa visione: la necessità di trasformare il dialogo con gli artisti in qualcosa di continuo, strutturale, non occasionale. È una dichiarazione che contiene un’idea precisa di cultura come pratica quotidiana, come investimento umano e sociale prima ancora che estetico. La scelta della Misericordia appare allora perfettamente coerente.</p><p>L’antico edificio, nato nel X secolo e attraversato da secoli di trasformazioni, possiede una natura stratificata che dialoga naturalmente con il linguaggio dell’arte contemporanea. Le tracce architettoniche, le superfici consumate, le strutture lignee riemerse durante il restauro, la rara finestra gotica riportata alla luce, e ogni elemento racconta una storia di permanenza e metamorfosi. Il lavoro degli architetti Piero Vespignani e Alessia Semenzato dello Studio Anfibio ha avuto il merito di ascoltare il luogo prima ancora di modificarlo. Il restauro non ha cancellato le stratificazioni storiche, ma le ha rese leggibili, trasformando l’edificio in un dialogo continuo tra memoria e contemporaneità. È un intervento colto e sensibile, che restituisce alla città uno spazio pubblico non celebrativo, ma generativo. Ed è proprio il concetto di generazione a definire il cuore del progetto. Etnia House of Arts nasce infatti come una piattaforma dinamica, in continuo mutamento, fondata soprattutto sul programma internazionale di residenze artistiche. Gli artisti vengono invitati a vivere e lavorare all’interno della Misericordia, entrando in relazione diretta con lo spazio, con Venezia e con il pubblico. La residenza diventa così molto più di un periodo di lavoro: è un’esperienza immersiva, un confronto quotidiano con la luce veneziana, con la densità storica della città, con il ritmo lento e insieme magnetico delle sue calli e dei suoi canali. Il pubblico può osservare non soltanto l’opera conclusa, ma il suo farsi, il processo creativo, i dubbi, le intuizioni, le trasformazioni che conducono alla nascita di un lavoro artistico. Elemento simbolico e sorprendente del progetto è l’utilizzo dell’occhiale come punto di partenza concettuale. Non semplice accessorio funzionale, ma dispositivo di visione, superficie simbolica attraverso cui interrogare il rapporto tra identità, percezione e rappresentazione. Una scelta estremamente coerente con la filosofia di Etnia Barcelona, da sempre legata all’idea dello sguardo come esperienza culturale e personale. Le prime artiste ospitate in residenza, Conxi Sane e Greta Pllana, incarnano perfettamente questa pluralità di linguaggi e sensibilità. Conxi Sane, artista spagnola attiva tra Berlino e Málaga, sviluppa una ricerca astratta influenzata dal Surrealismo e dal Cubismo. Le sue opere sembrano emergere da paesaggi interiori, da movimenti emotivi tradotti in ritmo, colore e frammentazione.</p><p>Nella sua pratica convivono intuizione e struttura, impulso e controllo, in un equilibrio che trasforma l’astrazione in racconto profondamente umano. La musica diventa parte integrante del processo compositivo, contribuendo a creare opere che funzionano come partiture emotive. Diversa ma altrettanto intensa la ricerca di Greta Pllana, artista albanese formatasi e attiva a Venezia. Le sue opere affrontano il tema dell’identità e della memoria attraverso immagini sospese, delicate, essenziali. La palette cromatica dominata da verdi e rosa costruisce atmosfere intime, quasi silenziose, in cui l’occhiale diventa simbolo dello sguardo interiore, filtro attraverso cui leggere non soltanto il mondo esterno, ma le stratificazioni dell’esperienza personale e culturale. Accanto alle residenze, il programma espositivo della Misericordia ospita attualmente le opere di dodici artisti provenienti da diversi continenti, ognuno chiamato a interpretare il tema della visione secondo la propria sensibilità. Dalla Finlandia arriva “It’s getting hot in there” di Sini Majuri; dal Regno Unito “Across the Sea” di Alex Burden; dalla Spagna “Salir del Mar” di Conxi Sane; dalla Bulgaria “The Fence” di Krassimir Kolev; dalla Cina “Fractured” di Eirdis Ragnarsdóttir; dalla Colombia “Despierta de un Sueño” di Johnny López e “Inside” di Adriana Kanal; da Israele “I Pray for Peace” di Anat Heifetz; dall’Ucraina “The Filters are Overstrained” di Yevheniya Fritsche; da Cuba “Casita Bizcocho” di Ricardo Álvarez; dall’Albania “Roots” di Greta Pllana; dal dialogo tra Pakistan e Canada “We see ourselves through what we can’t unsee” di Tazeen Qayyum. La forza di questa programmazione risiede proprio nella sua natura internazionale e interdisciplinare: pittura, installazione, moda, design, arte visiva e pratiche multimediali convivono in uno spazio che rifiuta ogni rigidità curatoriale per favorire l’incontro tra linguaggi diversi. </p>]]></content:encoded><media:content url="https://www.ilgiornale.it/resizer/v2/65OOI7VAFJOQTF3JT7H4OVPCQI.jpg?auth=dba42001c01c65941c760998a6ac79c3619c4f23622bd48d0e51e59dec9a7c3d&amp;smart=true&amp;width=1200&amp;height=900" type="image/jpeg" height="900" width="1200"/></item><item><title><![CDATA[Paganini, Rossini, Dvorak. L'orchestra è universitaria]]></title><link>https://www.ilgiornale.it/news/paganini-rossini-dvorak-lorchestra-universitaria-2669727.html</link><guid isPermaLink="true">https://www.ilgiornale.it/news/paganini-rossini-dvorak-lorchestra-universitaria-2669727.html</guid><dc:creator><![CDATA[Mimmo Di Marzio]]></dc:creator><description><![CDATA[Tra ingegneria e medicina, i talenti scoperti a lezione. Il debutto sarà il 3 giugno al Teatro Fraschini di Pavia]]></description><pubDate>Tue, 26 May 2026 03:00:02 +0000</pubDate><content:encoded><![CDATA[<p>Nel panorama culturale italiano nasce un progetto capace di superare i confini tradizionali tra formazione accademica e pratica artistica, tra studio universitario e grande musica sinfonica. Si chiama UniON Orchestra Nazionale Universitaria, ed è molto più di una semplice orchestra giovanile: è un laboratorio umano, culturale e musicale che riunisce studenti provenienti dagli atenei di tutta Italia, accomunati da un doppio talento e da una stessa visione. Futuri medici, ingegneri, giuristi, matematici, psicologi, informatici e ricercatori scelgono di condividere il proprio percorso universitario con l'esperienza dell'orchestra, dimostrando che rigore scientifico e sensibilità artistica non solo possono convivere, ma possono alimentarsi reciprocamente.</p><p>La presentazione si è svolta in uno dei luoghi simbolo della cultura musicale italiana, il Ridotto dei Palchi del Teatro alla Scala, sede ideale per accogliere un'iniziativa che si propone di ridefinire il rapporto tra giovani e musica. UniON nasce infatti come il primo progetto orchestrale nazionale capace di mettere in rete i migliori musicisti universitari italiani, offrendo loro un'esperienza artistica di alto livello sotto la guida di tutor provenienti dal mondo orchestrale. Alla base del progetto, ideato da Gianluca Scandola, vi è un'idea semplice e potente: fare musica insieme significa creare comunità. L'orchestra diventa uno spazio di incontro e di inclusione, capace di abbattere barriere sociali, linguistiche ed economiche: suonare fianco a fianco richiede ascolto, disciplina, collaborazione e fiducia reciproca.</p><p>L'iniziativa si avvale del sostegno di Intesa Sanpaolo e dell'Università IULM, con il contributo della Fondazione Banca del Monte di Lombardia, a testimonianza di un'alleanza virtuosa tra istituzioni culturali, università e mondo delle imprese. Ma a conferire ulteriore prestigio al progetto è soprattutto la presenza di un autorevole Comitato d'Onore che riunisce alcune delle personalità più significative della cultura e della musica italiana contemporanea. A presiederlo è Fedele Confalonieri accanto a nomi di direttori e musicisti di assoluto rilievo internazionale come Salvatore Accardo, Riccardo Muti, Daniele Gatti, Fabio Luisi, Giovanni Sollima, Silvia Colasanti e Fabio Vacchi.</p><p>Il primo grande appuntamento pubblico sarà il concerto inaugurale del 3 giugno 2026 al Teatro Fraschini di Pavia, evento simbolico che segna l'inizio dell'avventura artistica dell'orchestra. Sul podio salirà il direttore Nicolò Suppa, mentre il ruolo di solista sarà affidato a Giuseppe Gibboni, vincitore del Premio Paganini 2021 e considerato una delle personalità più luminose della nuova generazione violinistica italiana. Il programma possiede un forte valore simbolico e attraversa l'intero Ottocento europeo: dall'energia trascinante della Sinfonia del Barbiere di Siviglia di Rossini al virtuosismo del Concerto per violino di Paganini, fino alla grandiosa Sinfonia n. 9 "Dal Nuovo Mondo" di Dvorak. Ad accompagnare la nascita dell'orchestra vi sarà anche un importante progetto cinematografico e documentario: il regista Michele Mally firmerà un docufilm di 52 minuti dedicato alla nascita della UniON Orchestra seguendo i giovani musicisti dalle audizioni fino al debutto sul palco. Il film racconterà non soltanto la preparazione musicale, ma soprattutto le storie personali degli studenti coinvolti, mostrando come la musica possa diventare uno spazio di crescita, incontro e trasformazione.</p>]]></content:encoded><media:content url="https://www.ilgiornale.it/resizer/v2/HPLQQPVOEJPH7OSMJAYZNRIVPE.jpg?auth=127d6c9b48cf99b0085850e5e4b4d560ef6131cf8f8a6ebc70eca43f575ba94e&amp;smart=true&amp;width=1200&amp;height=900" type="image/jpeg" height="900" width="1200"/></item><item><title><![CDATA[Così l'asta diventa galleria, in mostra le "top" fotografie]]></title><link>https://www.ilgiornale.it/news/cos-lasta-diventa-galleria-mostra-top-fotografie-2666447.html</link><guid isPermaLink="true">https://www.ilgiornale.it/news/cos-lasta-diventa-galleria-mostra-top-fotografie-2666447.html</guid><dc:creator><![CDATA[Mimmo Di Marzio]]></dc:creator><description><![CDATA[Un viaggio in due secoli di immagini con un progetto mai organizzato in Italia che presenta oltre 500 lotti]]></description><pubDate>Tue, 19 May 2026 03:00:02 +0000</pubDate><content:encoded><![CDATA[<p>Milano si prepara a diventare capitale italiana della fotografia. Fino a mercoledì, nella sede di Finarte in via dei Bossi, debutta la prima "Photo Week" mai organizzata in Italia: un progetto inedito che trasforma il tradizionale calendario d'aste in un vero percorso curatoriale dedicato alla storia e all'evoluzione dell'immagine fotografica. Non una semplice sequenza di vendite, ma una vera immersione nel linguaggio della fotografia, tra grandi maestri italiani, immagini provenienti dagli archivi NASA, rare testimonianze etnografiche dell'Ottocento e opere accessibili ai nuovi collezionisti. Oltre cinquecento lotti, quattro aste e tre giornate che raccontano il medium fotografico attraversando epoche, continenti e stili differenti. L'ambizione del progetto è chiara: costruire un appuntamento capace di coniugare mercato, cultura e ricerca. Anche i cataloghi sono stati pensati come strumenti critici e non soltanto commerciali, con testi curati dal professor Roberto Mutti, consulente scientifico della casa d'aste milanese, da anni tra le voci più autorevoli della critica fotografica italiana. La "Photo Week" si è aperta con "Fotografia: Icone Italiane", asta che conferma il ruolo centrale di Finarte nella valorizzazione della fotografia italiana. In catalogo cento lotti che attraversano quasi due secoli di immagini, dal XIX secolo fino alla contemporaneità, selezionando alcuni degli scatti più celebri dei grandi autori italiani.</p><p>Tra i lavori più attesi spicca "Alpe di Siusi" di Luigi Ghirri, una delle immagini simbolo della poetica del maestro emiliano, proposta con una stima di 10.000-15.000 euro. Non mancano le immagini entrate nell'immaginario collettivo italiano, come "Io non ho mani che mi accarezzino il volto" di Mario Giacomelli, il celebre scatto dei "pretini" in corsa stimato 3.500-4.500 euro. Attesissimo anche il "Tuffatore" di Nino Migliori, lotto 1056, valutato 3.000-4.000 euro. Oggi tocca alle collezioni speciali con due aste tematiche molto diverse tra loro ma unite dal valore storico delle immagini. Alle ore 14.30 prende il via "Fotografia:</p><p>Alla scoperta dello Spazio", raccolta proveniente dagli archivi NASA. L'asta riunisce immagini rare legate alle missioni spaziali dagli anni Sessanta in avanti, comprese fotografie realizzate dagli stessi astronauti. Un viaggio visivo che attraversa il mito della corsa allo spazio e restituisce tutta la potenza estetica delle immagini che hanno cambiato per sempre la percezione del cosmo. Alle 16 sarà invece la volta di "Fotografia etnografica: Il giro del mondo in 80+80 scatti", una straordinaria raccolta di fotografie tra Ottocento e primo Novecento dedicate alle popolazioni e alle culture dei cinque continenti. Un atlante visivo che racconta tradizioni, abiti, paesaggi e comunità lontane con immagini di grande fascino documentario. Tra i lotti più significativi emerge una rara stampa della tribù Dayak del Borneo risalente agli anni Sessanta dell'Ottocento, lotto 3118, con stima di 1.000-1.500 euro. Dalla stessa fascia di valutazione provengono anche i lotti 3129 e 3130 dedicati ai Maori dell'Oceania, entrambi stimati 1.000-1.500 euro. Il percorso comprende inoltre preziose albumine giapponesi dipinte a mano, immagini delle popolazioni della steppa asiatica e testimonianze fotografiche dell'Africa coloniale. La manifestazione si chiude mercoledì alle 15 con "Fotografia: Under 1K", formula ormai molto amata dai collezionisti perché permette di acquistare opere con basi d'asta inferiori ai mille euro. In catalogo convivono autori emergenti e maestri internazionali, da Candida Höfer a Nan Goldin, da Bill Brandt a Cecil Beaton, fino ad Alexander Rodchenko.</p>]]></content:encoded><media:content url="https://www.ilgiornale.it/resizer/v2/XTCBZA6CEBOGVFZZTXIHITQ5IM.jpg?auth=f6dfe501c64bb258b083cf461ad52a7ce17ad2dc826dfc36e444518a75b33a9e&amp;smart=true&amp;width=1200&amp;height=900" type="image/jpeg" height="900" width="1200"/></item><item><title><![CDATA[Una grande mostra celebra la rinascita della Scala]]></title><link>https://www.ilgiornale.it/news/arte-e-storia/grande-mostra-celebra-rinascita-scala-2666178.html</link><guid isPermaLink="true">https://www.ilgiornale.it/news/arte-e-storia/grande-mostra-celebra-rinascita-scala-2666178.html</guid><dc:creator><![CDATA[Mimmo Di Marzio]]></dc:creator><description><![CDATA[Al Ridotto dei Palchi l’esposizione fotografica a cura di Pierluigi Panza fa rivivere uno dei momenti più drammatici di Milano all’indomani dei bombardamenti del 1943]]></description><pubDate>Mon, 18 May 2026 10:36:33 +0000</pubDate><content:encoded><![CDATA[<p>Nel cuore del Teatro alla Scala, nel Ridotto dei Palchi “Arturo Toscanini”, la mostra fotografica e documentale “La Scala rinasce – La ricostruzione del Teatro, della Città, del Paese” restituisce con grande forza visiva e civile uno dei momenti più simbolici della storia italiana del Novecento: la ricostruzione del teatro dopo i bombardamenti del 1943 e la sua riapertura l’11 maggio 1946, sotto la direzione di Arturo Toscanini. Ma la vera qualità dell’esposizione sta nel fatto che il percorso non si limita alla commemorazione storica. La mostra, curata da Pierluigi Panza, riesce infatti a trasformare la memoria della Scala in una riflessione più ampia sulla rinascita di Milano e dell’Italia intera nel dopoguerra. L’impianto curatoriale di Panza è uno degli elementi più riusciti dell’intero progetto. La mostra evita ogni retorica celebrativa e costruisce invece un racconto rigoroso, documentato e profondamente umano. Attraverso fotografie d’epoca, documenti, articoli, immagini dei cantieri e testimonianze storiche, il visitatore segue passo dopo passo non solo la ricostruzione fisica del teatro, ma anche la ricomposizione morale di una città devastata dalla guerra. La Scala emerge così come simbolo civile prima ancora che musicale: il luogo da cui Milano sceglie di ripartire. Particolarmente efficace è il dialogo continuo tra la dimensione urbana e quella culturale.</p><p>Le immagini della sala distrutta dai bombardamenti dell’agosto 1943 si alternano a quelle di una Milano ferita, scavata dalle macerie, ma già animata dalla volontà di rinascere. Panza costruisce un percorso di grande equilibrio, in cui il teatro diventa metafora del Paese. Non è casuale che la riapertura della Scala preceda di poche settimane il referendum del 2 giugno 1946 e la nascita della Repubblica italiana: la mostra suggerisce con intelligenza come la ricostruzione culturale abbia accompagnato quella politica e civile. Di grande qualità anche il progetto grafico di Emilio Fioravanti, sobrio ed elegante, capace di valorizzare il materiale documentario senza mai sovrastarlo. L’allestimento nel Ridotto dei Palchi si inserisce con naturalezza negli spazi scaligeri e crea un’atmosfera raccolta, quasi meditativa. La scelta di non spettacolarizzare il percorso espositivo si rivela vincente: il visitatore è accompagnato dentro la storia con discrezione, lasciando che siano le immagini e i documenti a parlare. Molto riuscita anche la componente video, curata da Paola Calvetti con la regia di Davide Gentile e prodotta da Basement. Il filmato evita il tono didascalico e intreccia invece materiali d’archivio, voci storiche e testimonianze contemporanee in un racconto emotivamente coinvolgente. Le immagini della Scala distrutta e dei restauratori al lavoro acquistano particolare intensità grazie alla colonna sonora originale del concerto di riapertura diretto da Arturo Toscanini, che diventa il vero filo emotivo della narrazione.</p><p>Commoventi gli interventi di Pier Luigi Pizzi, che ricorda l’emozione giovanile delle prove del concerto del 1946, dello storico americano Harvey Sachs, che ricostruisce il ritorno di Toscanini dagli Stati Uniti, e soprattutto di Liliana Segre, la cui memoria della Milano del dopoguerra introduce nel percorso una dimensione civile e morale di grande intensità. Uno degli aspetti più notevoli della mostra è inoltre l’impressionante lavoro di ricerca archivistica. Il progetto attinge a una pluralità straordinaria di fonti – dagli archivi della Scala all’Archivio Luce, dal Corriere della Sera alle raccolte fotografiche del Castello Sforzesco, fino agli archivi storici del Politecnico di Milano – componendo una trama documentaria ricchissima ma sempre leggibile. Panza dimostra qui una qualità curatoriale rara: la capacità di organizzare materiali complessi in una narrazione fluida, rigorosa e accessibile. Più che una semplice mostra celebrativa, La Scala rinasce è dunque un grande racconto visivo sulla ricostruzione italiana. E riesce in qualcosa di non scontato: ricordare che la cultura, nel dopoguerra, non fu un lusso accessorio, ma uno degli strumenti fondamentali attraverso cui il Paese ritrovò identità, fiducia e futuro. Nel silenzio elegante del Ridotto dei Palchi, tra fotografie in bianco e nero, macerie e volti, riaffiora così non soltanto la storia della Scala, ma quella stessa idea di Milano che ancora oggi continua a identificarsi con il lavoro, la cultura e la capacità di rinascere.</p>]]></content:encoded><media:content url="https://www.ilgiornale.it/resizer/v2/3MB3LRK5VVKHVOQHOLRFE7GJZQ.jpg?auth=3aa3edbe699eb51e4a14a5ca477f492e7bf8428826f48c7ae92302e34d334c91&amp;smart=true&amp;width=1200&amp;height=900" type="image/jpeg" height="900" width="1200"/></item><item><title><![CDATA[Periferie, rabbia e poesia urbana: la "MalaMilano" dei MotelNoire]]></title><link>https://www.ilgiornale.it/news/musica/periferie-rabbia-e-poesia-urbana-malamilano-dei-motelnoire-2665288.html</link><guid isPermaLink="true">https://www.ilgiornale.it/news/musica/periferie-rabbia-e-poesia-urbana-malamilano-dei-motelnoire-2665288.html</guid><dc:creator><![CDATA[Mimmo Di Marzio]]></dc:creator><description><![CDATA[Domani sul palco dei Magazzini Generali la band milanese presenta live il nuovo album, un progetto intenso e autentico che racconta le fragilità di una generazione e il bisogno di riscatto attraverso un rock diretto, urbano e senza compromessi]]></description><pubDate>Fri, 15 May 2026 14:43:01 +0000</pubDate><content:encoded><![CDATA[<p>Tra le tante voci che raccontano Milano, poche riescono a farlo con la stessa autenticità dei MotelNoire. Non la Milano delle cartoline, dei rooftop scintillanti o della frenesia patinata del centro, ma quella delle periferie, dei quartieri vissuti, delle notti insonni e delle storie che raramente trovano spazio nei riflettori. Ed è proprio questo il cuore pulsante del concerto che la band porterà sul palco dei Magazzini Generali domani (sabato 16 maggio) alle ore 20.30, in occasione della presentazione live del nuovo album “MalaMilano”, in uscita il 29 maggio. L’evento, a ingresso libero fino a esaurimento posti, si preannuncia come molto più di un semplice concerto: sarà un viaggio emotivo dentro una città complessa, raccontata senza filtri e senza compromessi.</p><p>I MotelNoire, nati nel 1999 nelle periferie sud di Milano, hanno costruito negli anni un’identità musicale forte e riconoscibile, capace di fondere rock, introspezione e cronaca urbana in un linguaggio diretto e viscerale. La loro musica nasce dalla strada, dalle esperienze reali, da un vissuto che parla di fragilità, rabbia, resistenza e desiderio di riscatto. In un panorama musicale spesso dominato dall’apparenza, i MotelNoire scelgono invece la sincerità. Raccontano chi vive ai margini, chi combatte ogni giorno contro il senso di esclusione, chi continua a cercare un posto nel mondo nonostante le difficoltà. L’album “MalaMilano” rappresenta la sintesi più matura di questo percorso artistico. Undici brani che fotografano una generazione cresciuta troppo in fretta, tra errori, cadute e seconde possibilità. Un disco che non cerca colpevoli né redenzione, ma che restituisce la realtà per quello che è: dura, contraddittoria, ma profondamente umana. Non a caso la band definisce l’album come «un disco nato per strada, tra la nebbia, i bar vuoti, le notti insonni e le domande senza risposta per le strade di Milano».</p><p>Tra i brani più attesi spicca “MalaMilano”, realizzato con la partecipazione di Jake La Furia, artista che da sempre incarna l’anima urbana della città. Ma l’intera tracklist si muove come un racconto cinematografico fatto di immagini forti, atmosfere notturne e identità metropolitana: da “Controcorrente” a “Brutte abitudini”, passando per “Cadillac Blu” e “Milano (sei una favola)”, ogni pezzo aggiunge un tassello a una narrazione intensa e profondamente contemporanea. Sul palco saliranno Domenico “Nik” Castaldi alla voce e chitarra, Danilo Di Lorenzo alle tastiere e cori, Tony Corizia al basso e Cristian Fusi alla batteria e percussioni: quattro musicisti che hanno trasformato la loro esperienza personale in una forma d’arte autentica, mantenendo sempre un legame fortissimo con la città che li ha visti nascere.</p><p>Nel corso degli anni i MotelNoire hanno condiviso il palco con artisti importanti della scena italiana come Le Vibrazioni, Lacuna Coil e Tormento, collaborando inoltre con figure di riferimento del panorama musicale nazionale, tra cui Federico Zampaglione. Esperienze che hanno consolidato la loro maturità artistica senza mai snaturarne l’essenza. Il concerto di domani ai Magazzini Generali sarà quindi l’occasione per assistere non solo alla presentazione di un nuovo album, ma alla celebrazione di una band che continua a dare voce a una Milano vera, spesso dimenticata, ma ancora capace di trasformare le difficoltà in musica, identità e appartenenza.</p>]]></content:encoded><media:content url="https://www.ilgiornale.it/resizer/v2/DWBV5DCRGVOZDIYUI6DGPSZA4I.jpg?auth=9e43749e3d10e550aa8cd6dc31343e96e5d1cf4dd58f909591e979b38ac924f0&amp;smart=true&amp;width=1200&amp;height=900" type="image/jpeg" height="900" width="1200"/></item><item><title><![CDATA[L’artista Cristian Chironi a Tunisi rende omaggio a Le Corbusier]]></title><link>https://www.ilgiornale.it/news/arte-e-storia/l-artista-cristian-chironi-tunisi-rende-omaggio-corbusier-2663543.html</link><guid isPermaLink="true">https://www.ilgiornale.it/news/arte-e-storia/l-artista-cristian-chironi-tunisi-rende-omaggio-corbusier-2663543.html</guid><dc:creator><![CDATA[Mimmo Di Marzio]]></dc:creator><description><![CDATA[Continua a Villa Baizeau l’affascinante viaggio ispirato alle architetture del genio svizzero e al concetto dell’”abitare”]]></description><pubDate>Tue, 12 May 2026 17:06:45 +0000</pubDate><content:encoded><![CDATA[<p>Tra le strade della Medina di Tunisi e il silenzio irraggiungibile di Villa Baizeau a Cartagine, prende forma uno dei progetti artistici e culturali più affascinanti del panorama internazionale contemporaneo.  L’artista sardo Cristian Chironi presenta il settimo capitolo di “My house is a Le Corbusier”, il progetto pluriennale dedicato al tema dell’abitare, dell’identità e della relazione tra uomo e architettura. Un’iniziativa che vede protagonisti La Boîte - Centre d’Art &amp; d’Architecture, l’Istituto Italiano di Cultura di Tunisi e l’Ambasciata d’Italia, insieme alla Swiss Agency for Development and Cooperation (SDC), in un dialogo internazionale che intreccia arte, urbanistica, memoria e ricerca sociale. Fondamentale anche il contributo del MAUTO – Museo Nazionale dell’Automobile di Torino, partner culturale del progetto legato alla dimensione performativa e simbolica della storica Fiat 127 “Camaleonte”. Il cuore del progetto è proprio l’idea dell’abitare come esperienza non soltanto fisica ma mentale.</p><p>A differenza delle precedenti tappe internazionali — da Parigi a Marsiglia, da Chandigarh a Berlino — questa volta Chironi non può realmente vivere dentro l’architettura scelta: Villa Baizeau, unico edificio tunisino progettato da Le Corbusier tra il 1928 e il 1930, oggi si trova infatti all’interno del parco presidenziale tunisino ed è quindi inaccessibile. È proprio questa impossibilità a diventare il centro poetico del progetto. “Ogni architettura custodisce una promessa di abitabilità. Villa Baizeau custodisce anche una distanza”: è la frase che accompagna l’intero percorso tunisino e che sintetizza la riflessione di Chironi sul modernismo, sul limite e sul rapporto tra spazio e percezione. La residenza artistica nella Medina di Tunisi si trasforma così in un laboratorio vivente. L’artista abita temporaneamente la città, ne osserva le tensioni contemporanee, ascolta storie, attraversa quartieri e costruisce una mappa emotiva fatta di immagini, testi, incontri e performance urbane.</p><p>Un’esperienza che culminerà il 3 aprile 2026 con l’inaugurazione della mostra My house is a Le Corbusier (Villa Baizeau) negli spazi de La Boîte - Centre d’Art &amp; d’Architecture, centro culturale ormai diventato uno dei principali poli di sperimentazione artistica del Nord Africa. Accanto alla mostra, il progetto si sviluppa attraverso incontri pubblici, installazioni e attraversamenti performativi della città. Tra i momenti più attesi c’è Carthage Drive, in programma il 24 e 25 marzo: una serie di performance itineranti tra Tunisi e Cartagine realizzate a bordo di una Fiat 127 Special ribattezzata “Camaleonte”. L’auto, reinterpretata attraverso la “tastiera cromatica” ideata da Le Corbusier per Villa Baizeau, diventa una sorta di architettura mobile, uno spazio di ascolto e dialogo in movimento. Ogni viaggio ospita tre passeggeri scelti tra architetti, musicisti, urbanisti, giornalisti e attivisti locali. L’abitacolo si trasforma così in una piattaforma narrativa itinerante dove il concetto di casa viene continuamente ridefinito: un finestrino, una strada, una conversazione, un paesaggio.</p><p>Le immagini raccolte durante le performance sono confluite in una video-installazione esposta alla mostra tunisina, mentre durante l’opening  la Fiat 127 è stata presentata come scultura sonora grazie alle collaborazioni con artisti e musicisti come Paolo Fresu, Marino Formenti, Gavino Murgia, Stefano Pilia e Dhafer Youssef. Il progetto ha trovato inoltre un momento di approfondimento teorico presso l’École Nationale d’Architecture &amp; Urbanisme, con l’incontro pubblico Villa Baizeau: un’architettura da raccontare, promosso da La Boîte - Centre d’Art &amp; d’Architecture e ATRA in partnership con l’Istituto Italiano di Cultura di Tunisi. Un appuntamento inserito nella decima edizione della Giornata del Design Italiano nel Mondo, dedicata quest’anno al tema “RE-DESIGN. Rigenerare spazi, oggetti, idee, relazioni”. Interverranno, oltre a Chironi, figure di primo piano del dibattito internazionale sull’architettura e sul patrimonio modernista, tra cui Brigitte Bouvier, Chacha Atallah e Tarak Baccouche.</p><p>Alla base di tutto resta una domanda semplice e potentissima: cosa significa oggi abitare? Chironi risponde trasformando l’architettura in esperienza umana, facendo dialogare memoria privata e spazio collettivo. Anche gli aneddoti familiari che ispirano il progetto — dal disegno perduto di Le Corbusier affidato da Costantino Nivola ai parenti di Orani, fino al viaggio inconsapevole di una Fiat 127 carica di opere d’arte — diventano strumenti per interrogare il presente. In un tempo segnato da precarietà e trasformazioni urbane, My house is a Le Corbusier non racconta soltanto edifici iconici: racconta il bisogno universale di trovare un luogo nel mondo. Anche quando quel luogo, come Villa Baizeau, resta irraggiungibile.</p>]]></content:encoded><media:content url="https://www.ilgiornale.it/resizer/v2/PKMZDL6VMZLF7FYADLXIJ4RNNE.jpg?auth=d0cac4222a0e8d05955d938c5b61d88a57f8e92c91d5452f9b668c6b15c72062&amp;smart=true&amp;width=1200&amp;height=900" type="image/jpeg" height="900" width="1200"/></item><item><title><![CDATA[Portofino celebra Gianni Di Marzio: una serata di calcio, emozioni e memoria]]></title><link>https://www.ilgiornale.it/news/calcio/portofino-celebra-gianni-marzio-serata-calcio-emozioni-e-2663503.html</link><guid isPermaLink="true">https://www.ilgiornale.it/news/calcio/portofino-celebra-gianni-marzio-serata-calcio-emozioni-e-2663503.html</guid><dc:creator><![CDATA[Mimmo Di Marzio]]></dc:creator><description><![CDATA[Campioni, dirigenti, allenatori e amici per ricordare un maestro di sport e di vita, uno di quelli che il calcio lo sapeva raccontare prima ancora che allenare]]></description><pubDate>Tue, 12 May 2026 16:15:31 +0000</pubDate><content:encoded><![CDATA[<p>Nella cornice elegante de Il Teatrino di Portofino si è svolta ieri sera la terza edizione del Premio dedicato a Gianni Di Marzio, figura amatissima del calcio italiano e uomo capace di lasciare un segno ben oltre il rettangolo verde. Organizzata da Telenord, la serata ha riunito campioni, dirigenti, allenatori e amici per ricordare un maestro di sport e di vita, uno di quelli che il calcio lo sapeva raccontare prima ancora che allenare. L’atmosfera è stata quella delle grandi occasioni: emozione, sorrisi, aneddoti e tanti applausi per uomini che hanno condiviso con Di Marzio pezzi di carriera e di esistenza. Un tributo autentico, sentito, in una Portofino vestita di luce e memoria.</p><p>Tra i premiati della serata, uno dei più attesi era senza dubbio <b>Claudio Ranieri</b>, accolto con affetto da un pubblico che non ha dimenticato il suo legame con la Sampdoria. “Con Gianni ho vinto a Catanzaro e Catania, poi è stato lui a spingermi verso la carriera da allenatore”, ha raccontato Sir Claudio, ricordando il tecnico scomparso con gratitudine e commozione. Ranieri ha poi parlato anche del presente del calcio ligure, promuovendo il lavoro di Daniele De Rossi e Attilio Lombardo: “Ripartirei da loro. De Rossi ha idee moderne e personalità, Lombardo ha fatto qualcosa di straordinario in una situazione difficile”. Il tecnico romano ha regalato anche una delle immagini più belle della serata, paragonando il calcio al mare che circondava Portofino: “Bisogna saper navigare sia quando è calmo sia quando arriva la tempesta”. Una frase che sembrava perfetta per descrivere anche lo spirito con cui Gianni Di Marzio ha affrontato tutta la sua vita.</p><p>Molto applaudito anche <b>Goran Pandev</b>, ormai genovese d’adozione, che ha raccontato il suo legame con il Ferraris e con il Genoa. “Mi manca l’adrenalina dello spogliatoio, ma quando posso torno allo stadio. A Marassi c’è un’atmosfera speciale”. Pandev ha speso parole importanti per De Rossi, definendolo “un allenatore moderno, nato per vincere”, e ha ricordato con nostalgia gli anni in cui il calcio italiano era popolato da campioni assoluti: “Da ragazzo tifavo Italia, oggi è triste pensare a un altro Mondiale senza gli azzurri”.</p><p>Tra gli ospiti premiati anche <b>Enzo Maresca</b>, reduce dall’esperienza internazionale con il Chelsea. L’ex centrocampista blucerchiato ha ricordato con affetto il periodo vissuto a Genova: “Un anno e mezzo bellissimo alla Sampdoria”. Maresca ha poi sottolineato come il calcio europeo stia andando sempre più verso un gioco offensivo e spettacolare, concetto condiviso anche da Ranieri nel dibattito sulla finale tra Bayern e PSG.</p><p>Applausi anche per <b>Luca Percassi</b>, amministratore delegato dell’Atalanta, premiato per il modello virtuoso costruito dal club bergamasco. “Passione, sostenibilità e idee: così siamo cresciuti”, ha spiegato, senza nascondere però le criticità del sistema calcio italiano, dagli stadi obsoleti alle difficoltà strutturali che frenano il movimento.</p><p>Momento particolarmente toccante quello dedicato a <b>Marcello Franzoso</b>, che ha ricevuto un riconoscimento nel ricordo del figlio <b>Matteo</b>, giovane sciatore azzurro scomparso tragicamente durante un allenamento in Cile. In sala il silenzio si è trasformato in un lungo applauso, uno dei passaggi più intensi dell’intera serata.</p><p>Premi anche per <b>Beppe Dossena</b> e per <b>Lorenzo Sommariva</b>, medaglia d’argento olimpica nello snowboard a squadre, simbolo di uno sport che continua a regalare eccellenze italiane nel mondo. Tra il pubblico tanti volti noti del calcio ligure e nazionale: dirigenti, ex giocatori, amici di lunga data di Gianni Di Marzio. Ma il vero protagonista della serata è rimasto lui, evocato nei racconti, nelle battute, nei ricordi personali di chi lo ha conosciuto davvero. Un uomo capace di scoprire talenti, costruire relazioni e insegnare che il calcio, prima di tutto, è umanità.</p><p>A Portofino non è andato in scena soltanto un premio. È andato in scena un pezzo di storia del calcio italiano, raccontato attraverso le voci di chi quella storia l’ha vissuta. E nel nome di Gianni Di Marzio, esempio autentico di competenza, passione e stile, il calcio ha ritrovato per una sera il suo volto più bello.</p>]]></content:encoded><media:content url="https://www.ilgiornale.it/resizer/v2/UXMNAJAFJZMSLL4FTQJAJWV2QQ.jpg?auth=c7e8ab3551f13644b20f5ce20f87924bc3a6c26e94ef80b5d994f441bc029b4d&amp;smart=true&amp;width=1200&amp;height=900" type="image/jpeg" height="900" width="1200"/></item><item><title><![CDATA[Da Guggenheim a Salle: ecco le mostre da vedere]]></title><link>https://www.ilgiornale.it/news/guggenheim-salle-ecco-mostre-vedere-2661396.html</link><guid isPermaLink="true">https://www.ilgiornale.it/news/guggenheim-salle-ecco-mostre-vedere-2661396.html</guid><dc:creator><![CDATA[Mimmo Di Marzio]]></dc:creator><description><![CDATA[Palazzo Venier celebra la regina delle gallerie, Abramovic incontra i classici]]></description><pubDate>Fri, 08 May 2026 03:00:03 +0000</pubDate><content:encoded><![CDATA[<p>da Venezia</p><p>Come ad ogni Biennale che si rispetti, Venezia diventa più che mai palcoscenico diffuso sull'arte d'oggi, anche quella che racconta la contemporaneità dell'ultimo secolo. E allora la prima tappa del viaggio irrinunciabile attraverso le grandi mostre che costellano la laguna al di là dei padiglioni non può che essere Palazzo Venier, sede della Fondazione creata dalla regina dell'arte Peggy Guggenheim. Visitare la mostra appena inaugurata che racconta gli albori della sua avventura londinese di gallerista non è soltanto un compendio di storia o un'occasione per ammirare opere quasi inedite dei maestri delle avanguardie europee, ma una lezione sul collezionismo nella sua accezione più nobile. Era il 1938 quando una giovane Peggy scelse Londra come nuova dimora dove esprimere la sua aura di talent scout. Quella della sua galleria "Guggenheim Jeune" fu una breve stagione di appena un anno, eppure sufficiente ad influenzare nel profondo la scena britannica attraverso un vorticoso ciclo di mostre su artisti allora poco compresi, come Eileen Agar, Jean (Hans) Arp, Barbara Hepworth, Vasily Kandinsky, Rita Kernn-Larsen, Piet Mondrian, Henry Moore, Cedric Morris, Sophie Taeuber-Arp e Yves Tanguy. I curatori Graina Subelyte e Simon Grant, per ben sei anni, sono riusciti nell'impresa di reperire un nucleo importante di quelle opere pionieristiche e riproporle oggi al pubblico. Tra queste, ci sono vere e proprie chicche come le bambole artistiche di Marie Vassilieff, capolavori di Kandinsky come Curva dominante (presente nella sua prima retrospettiva del febbraio del 1938), i primi collage astratti e surrealisti, sculture avanguardiste con Testa e conchiglia di Jean Arp del '33, ovvero la prima opera che Peggy acquistò per la sua collezione.</p><p>Scavallata questa imperdibile esposizione, la grande pittura contemporanea si impone nelle suggestive sale di palazzo Grassi e Punta della Dogana, ma anche tra le sedi della Fondazione Cini e a Ca' Pesaro. Al centro di questo dialogo si impone la figura dell'anglo-kenyota Michael Armitage, le cui monumentali tele in tessuto tradizionale ugandese mettono in crisi i codici della pittura occidentale, fondendo riferimenti alla storia dell'arte europea con scene della vita politica e sociale dell'Africa orientale. A Punta della Dogana il discorso si amplia ulteriormente con la grande mostra dedicata a Lorna Simpson, che presenta per la prima volta in Europa un'ampia panoramica della sua produzione pittorica dell'ultimo decennio. Nota inizialmente per la fotografia, Lorna ha sviluppato negli anni recenti un linguaggio pittorico in cui immagini d'archivio, figure sospese e atmosfere rarefatte danno forma a una riflessione intensa su identità, genere e rappresentazione. Al piano superiore, invece, il brasiliano Paulo Nazareth propone un progetto in continua evoluzione, una sorta di performance espansa che invita i visitatori a seguirlo nelle sue migrazioni.</p><p>Dalle sponde della basilica della Salute si può idealmente salpare per l'Isola di San Giorgio Maggiore, dove la Fondazione Cini presenta gli Eroi d'oro del tedesco Georg Baselitz, altro titano della pittura contemporanea che qui si confronta con una dimensione quasi sacrale, dove i grandi dipinti recenti si costruiscono attorno a fondi dorati che assorbono lo spazio e annullano la profondità. Più analitica e stratificata la pittura di David Salle, figura chiave della scena americana dagli anni '80 e protagonista della mostra Painting in the Present Tense alla Galleria di Palazzo Cini. Il progetto veneziano di Salle rielabora i suoi Tapestry Paintings attraverso un modello di intelligenza artificiale progettato ad hoc. A chiudere idealmente questo itinerario nella pittura contemporanea non può mancare un cenno alla mostra della britannica Jenny Saville a Ca' Pesaro, le cui tele monumentali mostrano corpi deformati, stratificati, attraversati da segni e ripensamenti.</p><p>Dalla pittura, il nostro itinerario si sposta su alcune mostre che si distinguono per la loro capacità di mettere in tensione la scultura, intesa non solo come forma. È il caso delle esposizioni dedicate a Marina Abramovic, Anish Kapoor e Ahmet Günestekin, tre visioni profondamente diverse ma sorprendentemente convergenti. Alle Gallerie dell'Accademia, la Abramovic celebra i suoi ottant'anni con Transforming Energy, prima retrospettiva al femminile in questa storica istituzione che costruisce un dialogo ambizioso tra le performance iconiche dell'artista e i capolavori della pittura veneziana. Se Abramovic porta la scultura nel territorio del corpo e della relazione, Kapoor e Günestekin la espandono nello spazio monumentale e politico della città. A Palazzo Manfrin, lo scultore anglo-indiano presenta un progetto che oscilla tra opera compiuta e visione progettuale, accostando le sue celebri sculture di grande formato ad un centinaio di modelli architettonici. Completamente diversa la declinazione della scultura che emerge nel risorto Palazzo Gradenigo, dove Ahmet Günestekin inaugura la sede veneziana della sua fondazione con la mostra Sessizlik/Silenzio/Silence. Qui pittura e scultura si intrecciano per affrontare temi urgenti: memoria collettiva, traumi storici, dinamiche di potere e rapporto con il lavoro e il popolo.</p>]]></content:encoded><media:content url="https://www.ilgiornale.it/resizer/v2/QWZAYJDKQ5OGJHHJKYNO3EGPDE.jpg?auth=487004aa924e115dae3ac34452c95e9a887f1f322ae3e2944c966e27be922152&amp;smart=true&amp;width=1200&amp;height=900" type="image/jpeg" height="900" width="1200"/></item><item><title><![CDATA[La Germania riflette sull'Europa: un cumulo di macerie]]></title><link>https://www.ilgiornale.it/news/arte-e-storia/germania-riflette-sulleuropa-cumulo-macerie-2660924.html</link><guid isPermaLink="true">https://www.ilgiornale.it/news/arte-e-storia/germania-riflette-sulleuropa-cumulo-macerie-2660924.html</guid><dc:creator><![CDATA[Mimmo Di Marzio]]></dc:creator><description><![CDATA[Il Giappone poetico e spirituale, inquietante la Gran Bretagna. Il consiglio? La Spagna]]></description><pubDate>Thu, 07 May 2026 04:39:24 +0000</pubDate><content:encoded><![CDATA[<p>da Venezia</p><p>Niente affatto «in chiave minore», come vorrebbe il titolo della Biennale veneziana 2026, i padiglioni nazionali mettono in scena temi forti, urgenti, spesso scomodi, distribuendosi tra Giardini e Arsenale ma anche in tutta la laguna, quasi una costellazione diffusa che riflette la complessità del presente. L'ampliamento a novantanove partecipazioni, con l'ingresso di nuove nazioni come Guinea, Guinea Equatoriale, Nauru, Qatar, Sierra Leone, Somalia, Vietnam ed El Salvador, non appare dunque un dato quantitativo, ma il segno di una geografia culturale sempre più frammentata e plurale. In questo scenario, forse per la prima volta a nostra memoria, la rappresentazione nazionale cambia funzione: non più vetrina identitaria anti-global, ma dispositivo critico transnazionale. Più che rappresentare i singoli Paesi, questi padiglioni paiono quasi voler identificare una condizione comune, ovvero le mille fratture che attraversano il nostro tempo. Il risultato è un insieme eterogeneo di pratiche in cui la forma installativa prevale sulla narrazione lineare e la dimensione esperienziale sostituisce quella dichiarata, mentre emerge con forza un ritorno all'artigianalità, al gesto, alla materia, quasi in opposizione alla saturazione digitale e a un uso spesso superficiale dell'intelligenza artificiale (molto poco presenti, incredibilmente, anche i video).</p><p>Tra i padiglioni che più ci hanno convinto, quello della Spagna colpisce per la sua capacità di tenere insieme intensità concettuale ed efficacia estetica. L'installazione ambientale di Oriol Vilanova, costruita a partire dall'immaginario del mercato delle pulci, trasforma resti e oggetti marginali (migliaia di care vecchie cartoline) in un dispositivo poetico e carico di memoria, dove il frammento diventa possibilità e la rovina promessa di ricostruzione; quello spagnolo è un padiglione emozionante proprio perché lavora su ciò che è residuale senza mai risultare nostalgico, ma anzi aprendo a nuove forme di senso. Subito dopo, al secondo posto in quanto a potenza dello sguardo, il padiglione della Germania impone una riflessione radicale sulla memoria europea: con Ruin, gli artisti Henrike Naumann e Sung Tieu costruiscono uno spazio instabile partendo dall'architettura di un ex edificio della Ddr che diviene un archivio in continua trasformazione dove le tracce della Germania post-riunificazione (dalle architetture socialiste ai traumi della violenza xenofoba) emergono come elementi ancora attivi. Nel padiglione tedesco la rovina non è un'immagine, ma una condizione permanente, e diventa il paradigma di una Germania, pardon di un'Europa, che non ha ancora risolto le proprie tensioni. Di segno uguale e contrario (ma altrettanto incisivo) è il padiglione del Marocco, dove la tradizione tessile viene riattivata come pratica viva e collettiva: qui l'artigianato non è recupero nostalgico ma gesto contemporaneo, processo condiviso che restituisce centralità al fare manuale e al tempo lungo della produzione. È una posizione che dialoga, per contrasto, con quella del padiglione della Gran Bretagna, dove Lubaina Himid (nativa di Zanzibar e vincitrice del Turner Price 2017) costruisce un ambiente complesso e stratificato sul tema dell'appartenenza: i suoi grandi dipinti abitati da figure laboriose mettono in scena il desiderio, sempre incompiuto, di sentirsi a casa, mentre suoni e dettagli perturbanti incrinano l'apparente stabilità dello spazio, trasformando l'architettura stessa in un luogo di tensione.</p><p>La Francia propone invece un percorso più teorico e stratificato, in cui la franco-marocchina Yto Barrada intreccia cosmologia, storia e pratiche tessili attorno alla figura di Saturno: il gesto del dévoré, che distrugge per far emergere la forma, diventa metafora di un tempo che consuma e rigenera, costruendo uno spazio in cui la memoria è sempre un processo attivo e mai dato. Fortemente ancorato al tema ecologico è l'esperienza del padiglione della Norvegia, dove scultura, suono e installazione danno vita a un ambiente in continua inquietante mutazione: le figure si deformano, si fondono con l'architettura e la natura, si disgregano e si ricompongono, suggerendo un'idea di identità instabile, in cui il cambiamento è l'unica costante. Meritevole di segnalazione è anche stavolta il padiglione del Giappone che introduce una dimensione più intima e spirituale senza però rinunciare alla complessità: con il progetto Bambini dell'erba, bambini della luna, Ei Arakawa-Nash costruisce un'opera che intreccia cura, genitorialità e memoria, popolando lo spazio di duecento pesantissime bambole-neonato che diventano simbolo del futuro e della responsabilità collettiva; anche qui il gesto artistico si radica in una pratica materiale e relazionale, lontana dalle logiche spettacolari del digitale. In questa Biennale diffusa e profondamente disomogenea, dunque, non c'è nulla di minore: al contrario, ogni padiglione affronta questioni cruciali, dalla memoria alla migrazione, dal corpo alla spiritualità, attraverso linguaggi che privilegiano la materia, il tempo e l'esperienza. Ne emerge un'immagine del presente discontinua ma estremamente viva, in cui le identità si sfaldano e si ricompongono, e in cui l'arte torna a essere uno spazio di negoziazione e di possibilità, più che di rappresentazione. Dopo tanto marasma polemico impregnato di geopolitica, dagli artisti ancora qualche buona notizia.</p>]]></content:encoded><media:content url="https://www.ilgiornale.it/resizer/v2/TUKO27FBLVODBIEGQFL3CKCFZA.jpg?auth=8c80ba93a3d63e6ece5704bf0df7f197cdacec8eb3cf795b0cc4d46d301de24f&amp;smart=true&amp;width=1200&amp;height=900" type="image/jpeg" height="900" width="1200"/></item><item><title><![CDATA[Ritorna "Piano City" con i suoi 250 concerti dall'alba fino a notte]]></title><link>https://www.ilgiornale.it/news/ritorna-piano-city-i-suoi-250-concerti-dallalba-fino-notte-2660342.html</link><guid isPermaLink="true">https://www.ilgiornale.it/news/ritorna-piano-city-i-suoi-250-concerti-dallalba-fino-notte-2660342.html</guid><dc:creator><![CDATA[Mimmo Di Marzio]]></dc:creator><description><![CDATA[La musica per pianoforte si diffonde gratis. La Gam palco principale. Anteprima il 14]]></description><pubDate>Wed, 06 May 2026 03:00:02 +0000</pubDate><content:encoded><![CDATA[<p>Il mese di maggio a Milano fa rima con Piano City, l'esclusivo festival diffuso che trasforma la città in una gigantesca mappa sonora con al centro sua maestà il pianoforte. Giunta alla sedicesima edizione, la manifestazione promossa dall'Associazione Piano City Milano con il Comune e il ministero della Cultura porterà per tre giorni a partire dal 15 maggio oltre 250 concerti, con più di 250 pianisti italiani e internazionali coinvolti in oltre 140 luoghi: un progetto unico che unisce musica, spazio urbano e comunità, rendendo il più amato tra gli strumenti classici e jazz il protagonista assoluto di una tre giorni accessibile e inclusiva.</p><h2>I LUOGHI</h2><p>Uno degli elementi distintivi del festival è la sua natura diffusa. Piano City Milano non si limita alle sale da concerto, ma invade la città: dalla GAM Galleria d'Arte Moderna, cuore del Main Stage, fino ai quartieri come Gratosoglio, Niguarda e QT8. Tra le sedi simboliche figurano il Teatro alla Scala, il Politecnico di Milano, la Fondazione Prada, il Museo Bagatti Valsecchi, l'ADI Design Museum e il Teatro Franco Parenti. Non mancano però luoghi inaspettati e carichi di significato, come il carcere di San Vittore, la Casa dell'Accoglienza Enzo Jannacci, l'Istituto Neurologico Besta, la Piscina Cozzi e persino la Stazione di Porta Genova, che riapre eccezionalmente prima della riqualificazione. Grande spazio anche alla rigenerazione urbana, con eventi all'Area Mameli, al Milano Certosa District e al progetto BiM in Bicocca. Il festival si estende inoltre a parchi, cortili, biblioteche e abitazioni private, creando una rete capillare che invita il pubblico a scoprire la città attraverso la musica.</p><h2>DA NON PERDERE</h2><p>L'inaugurazione di venerdì 15 è affidata al francese Sofiane Pamart, tra i pianisti più ascoltati al mondo noto per fondere la formazione classica con influenze rap e hip-hop, che darà il via al festival con il suo stile intenso e contemporaneo. Il main stage della GAM ospiterà poi artisti di primo piano come AyseDeniz, Gaël Rakotondrabe e il suggestivo incontro tra Rami Khalifé e Bachar Mar-Khalifé. La notte si accenderà con la Piano Night di Stegonaute, mentre la domenica avrà come protagonisti Andrea Bacchetti e Dado Moroni con "Two Pianos One Soul", la pianista jazz Zoe Rahman, l'innovativo Wayne Horvitz e, in chiusura, Tigran Hamasyan, tra i musicisti più visionari della scena internazionale. Tra gli eventi più suggestivi spicca il concerto all'alba al Velodromo Vigorelli con Snorri Hallgrímsson, pensato per accompagnare il risveglio della città, e l'anteprima del 14 maggio all'Anfiteatro del Liberty con Olivia Belli.</p><h2>GRANDI NOMI E TALENTI</h2><p>Il programma intreccia grandi protagonisti e giovani talenti, offrendo una panoramica ampia e dinamica del pianismo contemporaneo. Accanto ai big, troviamo interpreti originali come Konstantin Emelyanov, Axel Trolese, Enrico Intra, Danilo Blaiotta, Aki Kuroda e Francesco Libetta. Spazio anche a progetti originali e contaminazioni: dal tributo a Paolo Conte al dialogo tra David Bowie e Philip Glass proposto da Ji Liu, fino alle sonorità elettroniche di Alberto Bof e alle improvvisazioni di artisti come Noa Fort e Gaetano Liguori. Non mancano le maratone pianistiche, come quella dedicata a Franz Liszt alla Rotonda della Besana, e gli omaggi che attraversano epoche e generi, da Bach a Morricone, dai Beatles alla musica da film.</p><h2>MUSICA E COMUNITÀ</h2><p>Piano City Milano, fin dall'inizio, nasce anche come progetto sociale. Con "Armonie di comunità", la musica raggiunge infatti luoghi di fragilità e contesti spesso esclusi dai circuiti culturali tradizionali, con i concerti che si tengono in ospedali, carceri, case di accoglienza e spazi pubblici, trasformando il pianoforte in uno strumento di inclusione e dialogo. La partecipazione attiva dei cittadini anche attraverso eventi ospitati nelle case private rende questo festival unico nel suo genere come un'esperienza condivisa. Prova ne è che tutti gli eventi sono gratuiti, a ingresso libero fino a esaurimento posti, confermando la vocazione accessibile della manifestazione.</p>]]></content:encoded><media:content url="https://www.ilgiornale.it/resizer/v2/RLZEKQUINJNAFNTVMZ5BRFWFXM.jpg?auth=9e28cfc4cd30559dc6de0d8a203ee58d08a0e6e42ecc505229bb435cbbfe1592&amp;smart=true&amp;width=1200&amp;height=900" type="image/jpeg" height="900" width="1200"/></item><item><title><![CDATA[Il sax di Bill Evans al Blue Note fa rivivere il mito Miles Davis]]></title><link>https://www.ilgiornale.it/news/sax-bill-evans-blue-note-fa-rivivere-mito-miles-davis-2658216.html</link><guid isPermaLink="true">https://www.ilgiornale.it/news/sax-bill-evans-blue-note-fa-rivivere-mito-miles-davis-2658216.html</guid><dc:creator><![CDATA[Mimmo Di Marzio]]></dc:creator><description><![CDATA[Le composizioni classiche mixate a  materiali originali, in tensione tra memoria e contemporaneo]]></description><pubDate>Thu, 30 Apr 2026 03:00:03 +0000</pubDate><content:encoded><![CDATA[<p>Il sold out registrato per oggi al Blue Note Milano non è soltanto un dato di calendario, ma il segno tangibile di un'eredità musicale che continua a parlare al presente. Protagonista della speciale serata di oggi è il sax di Bill Evans, figura chiave della scena jazz-fusion contemporanea, che torna in città con il suo "Special Miles Davis Anniversary Celebration Tour", rendendo omaggio a uno dei giganti assoluti del Novecento, Miles Davis, il grande rivoluzionario del jazz di cui ricorre il centenario della nascita. Evans incrociò il "genio maledetto" Davis all'inizio degli anni '80, poco più che ventenne, entrando a far parte di una delle formazioni più visionarie del trombettista. Un'esperienza formativa decisiva, che lo proietta in una dimensione internazionale e ne definisce l'identità artistica: energia dirompente, apertura ai linguaggi e una concezione fluida del jazz. È proprio questa lezione, ereditata dal maestro, a costituire il cuore del concerto milanese, dove le composizioni di Davis dialogano con materiali originali in una continua tensione tra memoria e contemporaneità.</p><p>Il percorso di Evans si distingue per una straordinaria capacità di attraversare mondi sonori differenti. Dopo l'esperienza con Davis, è al fianco di John McLaughlin nella Mahavishnu Orchestra, contribuendo a uno dei capitoli più intensi della fusion anni '80. Negli anni successivi le collaborazioni si moltiplicano: da Herbie Hancock a Mick Jagger, fino a Andy Summers, in un intreccio di jazz, rock e contaminazioni che definiscono il suo stile inconfondibile. Parallelamente, il suo progetto solista diventa un laboratorio creativo duraturo, capace di attrarre talenti come Victor Bailey, Darryl Jones e Dennis Chambers. La formazione che approda al Blue Note riflette questa vocazione all'incontro: Keith Carlock alla batteria, Gary Husband alle tastiere e Felix Pastorius al basso elettrico compongono un ensemble di altissimo profilo, pronto a muoversi tra soul, funk, neo-jazz e improvvisazione senza confini.</p><p>Non si tratta di una semplice celebrazione, ma di una reinvenzione continua del linguaggio davisiano, filtrato attraverso sensibilità contemporanee. In questo contesto, il club di via Borsieri si conferma non solo come palcoscenico, ma come crocevia culturale. Dalla sua apertura, il palco ha ospitato leggende del jazz internazionale, diventando un punto di riferimento per artisti affermati e nuove generazioni, un luogo in cui la tradizione incontra le evoluzioni più attuali della musica improvvisata. Ieri tempio per icone storiche, oggi spazio vitale anche per nuove contaminazioni e per un pubblico sempre più trasversale. Il concerto dedicato al grande Davis, di cui proprio quest'anno si celebra il centenario, si inserisce pienamente in una traiettoria più ampia: quella di un jazz che non smette di rinnovarsi, capace di celebrare i propri miti senza trasformarli in reliquie, ma facendone materia viva, pronta a essere riscritta ogni sera sul palco.</p>]]></content:encoded><media:content url="https://www.ilgiornale.it/resizer/v2/V6EGZ56FSNOOXBKK3QTDWO4NHI.jpg?auth=12268b3a681385dbf38d00bf14fdf528eb8fa345f2a9ef8775d3766692c919e0&amp;smart=true&amp;width=1200&amp;height=900" type="image/jpeg" height="900" width="1200"/></item><item><title><![CDATA[Gli "hastag" nostalgici di Corbetta]]></title><link>https://www.ilgiornale.it/news/arte-e-storia/hastag-nostalgici-corbetta-2657625.html</link><guid isPermaLink="true">https://www.ilgiornale.it/news/arte-e-storia/hastag-nostalgici-corbetta-2657625.html</guid><dc:creator><![CDATA[Mimmo Di Marzio]]></dc:creator><description><![CDATA[In mostra a Como gli scatti sulla quotidianità di un maestro della fotografia]]></description><pubDate>Tue, 28 Apr 2026 18:36:43 +0000</pubDate><content:encoded><![CDATA[<p>Nella penombra raccolta della Libreria Plinio il Vecchio, tra scaffali che custodiscono la memoria della parola scritta, la fotografia di Francesco Corbetta si impone con una forza silenziosa e insieme perturbante. La mostra, dall’emblematico titolo di “#hashtag” (fino al 9 maggio) non è soltanto un’esposizione: è un dispositivo critico che interroga lo sguardo contemporaneo, assuefatto alla bulimia visiva dei social. Corbetta parte da un’intuizione tanto evidente quanto raramente messa a fuoco: l’hashtag, nato per orientare nel caos digitale, ha finito per generare un’estetica della ripetizione, una grammatica visiva standardizzata che anestetizza la percezione.</p><p>Il suo gesto artistico consiste allora in un cortocircuito: sottrarre quelle immagini — cibo, selfie, oggetti di consumo — alla volatilità dello schermo e restituirle alla concretezza della stampa fotografica, replicandone ossessivamente la presenza. Ne deriva una parodia colta e consapevole, che non si limita a imitare il linguaggio dei social, ma lo esaspera fino a rivelarne la natura automatica. È qui che emerge la poetica di Corbetta, nutrita da una formazione che affonda le radici nella grande tradizione fotografica italiana — dall’incontro con Franco Fontana fino alle collaborazioni con Maurizio Galimberti e Antonio Guccione. Se Fontana gli ha insegnato a “infrangere le regole” e a reinventare l’immagine, #hashtag rappresenta l’esito maturo di quella lezione: un progetto che fonde rigore tecnico e tensione concettuale, bellezza formale e riflessione critica. L’allestimento insiste su una luce fredda, neutra, quasi clinica.</p><img src="https://www.ilgiornale.it/resizer/v2/NFYNPU5DYBMQHLANS62CVCIHLQ.jpg?auth=a4384128341d24a1c7a57fe1d1fa68184b480d128c3db074ca728a52a49284a6&amp;smart=true&amp;width=1200&amp;height=900" alt="Corbetta" height="900" width="1200"/><p>Gli oggetti — isolati, replicati, svuotati di ogni contesto narrativo — diventano presenze assolute, icone di una quotidianità tanto familiare quanto invisibile. La ripetizione non è mero esercizio stilistico, ma strategia percettiva: lo spettatore, inizialmente sedotto dalla riconoscibilità del soggetto, viene progressivamente condotto verso una soglia di saturazione che lo costringe a vedere davvero. Non più scorrere, ma sostare. Il riferimento teorico a Horror pleni di Gillo Dorfles appare qui più che mai pertinente. Se già alla fine del Novecento Dorfles denunciava l’eccesso di segnali visivi, Corbetta ne registra oggi l’esasperazione estrema: un “eccesso di successo” dell’immagine che non produce più stupore, ma indifferenza. Eppure, nel cuore di questa critica, si annida un elemento inatteso: una forma di cura. Nella pazienza con cui l’artista riproduce il banale, nella meticolosità dello scatto, si avverte una sorta di rispetto per l’ordinario, una delicatezza quasi pittorica che richiama, per analogia, la tradizione delle nature morte. Ed è proprio in questa ambivalenza — tra denuncia e contemplazione, tra ironia e devozione — che #hashtag trova la sua profondità.</p><p>Corbetta non si limita a smascherare i meccanismi dell’immagine contemporanea, ma suggerisce una possibile via di redenzione dello sguardo: recuperare attenzione, restituire peso al vedere. In un momento storico in cui la fotografia sta acquisendo un ruolo sempre più centrale nel collezionismo d’arte, mostre come questa contribuiscono a ridefinirne lo statuto. Non più semplice medium riproduttivo, ma linguaggio autonomo, capace di coniugare accessibilità e complessità teorica. La fotografia, oggi, è terreno di investimento culturale oltre che economico: le sue tirature, la qualità tecnica, la riconoscibilità autoriale ne fanno un ambito sempre più appetibile per collezionisti e istituzioni. Corbetta si inserisce con lucidità in questo scenario, offrendo un lavoro che dialoga tanto con il presente quanto con la storia dell’immagine. #hashtag è, in definitiva, una mostra che chiede tempo — e proprio per questo risulta necessaria. Perché, nel frastuono visivo che ci circonda, l’atto più radicale resta ancora quello di fermarsi a guardare.</p>]]></content:encoded><media:content url="https://www.ilgiornale.it/resizer/v2/HFWS3V37UFIHZHI4NVARHDYHUE.jpg?auth=a8003cafd289b1b88aa74cdbed92cbd3ad06d19d177d35fdd0fddd2e1a4b08f3&amp;smart=true&amp;width=1200&amp;height=900" type="image/jpeg" height="900" width="1200"/></item><item><title><![CDATA["Mega", fiera sperimentale con l’arte contemporanea che arriva da tutto il mondo]]></title><link>https://www.ilgiornale.it/news/arte-e-storia/mega-fiera-sperimentale-l-arte-contemporanea-che-arriva-2654444.html</link><guid isPermaLink="true">https://www.ilgiornale.it/news/arte-e-storia/mega-fiera-sperimentale-l-arte-contemporanea-che-arriva-2654444.html</guid><dc:creator><![CDATA[Mimmo Di Marzio]]></dc:creator><description><![CDATA[Mega Art Fair si impone per una scelta netta: essere l’eccezione e, fino a sabato, mentre la città è attraversata da eventi glamour, costruisce un modello alternativo più vicino a una mostra curatoriale che a una fiera di mercato]]></description><pubDate>Wed, 22 Apr 2026 05:24:23 +0000</pubDate><content:encoded><![CDATA[<p>Nel panorama fieristico dell’aprile milanese, la cui scena è dominata da attori come il Salone del Mobile, Miart e ora anche la francese Paris Internationale, Mega Art Fair si impone per una scelta netta: essere l’eccezione e, fino a sabato, mentre la città è attraversata da eventi glamour, costruisce un modello alternativo più vicino a una mostra curatoriale che a una fiera di mercato. La sua specificità emerge nel formato: niente stand, ma un allestimento unitario che mette in relazione opere e pratiche, configurandosi come un «dispositivo curatoriale», capace di trasformare la visita in un’esperienza di scoperta più che di consumo. A rafforzare questa identità è la scelta dello spazio, Spazio Profumo: un’ex fabbrica di profumi anni Cinquanta, in via Binda, tra i Navigli e la Barona. Qui l’architettura industriale non è semplice contenitore ma parte integrante del progetto, in linea con una tendenza milanese sempre più orientata alla rigenerazione di spazi ex produttivi. Anche gli orari segnano una differenza radicale: Mega è aperta da mezzogiorno a mezzanotte, con un’estensione serale che trasforma la fiera in un luogo di socialità, attraversato da performance, musica, proiezioni e momenti conviviali. Ma è soprattutto nei contenuti che la fiera rivela la sua vocazione internazionale. L’edizione 2026 riunisce oltre 30 gallerie provenienti da Europa, America Latina e Asia, tra cui Seventeen Gallery e Studio Chapple (Londra), Capsule (Shanghai), Galerie Droste (tra Düsseldorf, Parigi e Berlino), Third Born (Città del Messico), Coral (Miami) e Cable Depot (Sofia), insieme a realtà italiane come L.U.P.O Lorenzelli Projects e Romero Paprocki. Questa costellazione eterogenea riflette un posizionamento preciso, poiché Mega intercetta una scena emergente e sperimentale, spesso ai margini delle grandi fiere, ma sempre più centrale nella ricerca contemporanea. Non a caso, il progetto rinuncia alla divisione per stand per favorire un dialogo diretto tra gallerie e artisti. Il programma si articola in più livelli. Accanto alla Main Section, il Video Programme introduce opere filmiche e time-based, mentre la sezione City of Glass, ispirata a Paul Auster, costruisce una riflessione sulla città come organismo stratificato, mettendo in dialogo collezioni pubbliche e private. A queste si aggiungono progetti curatoriali sperimentali, editoria indipendente e un public program continuo. Milano si conferma sempre più attrattiva.</p>]]></content:encoded><media:content url="https://www.ilgiornale.it/resizer/v2/UVHFFLSWNZMUVBR2YRM3NGY3FA.jpg?auth=07510fb2b1040a04f9a738c00d919add18b29b6a688ef633deaec07d6d63bfd9&amp;smart=true&amp;width=1200&amp;height=900" type="image/jpeg" height="900" width="1200"/></item><item><title><![CDATA[Paolo Fresu, viaggio nelle sonorità sudamericane]]></title><link>https://www.ilgiornale.it/news/paolo-fresu-viaggio-nelle-sonorit-sudamericane-2652380.html</link><guid isPermaLink="true">https://www.ilgiornale.it/news/paolo-fresu-viaggio-nelle-sonorit-sudamericane-2652380.html</guid><dc:creator><![CDATA[Mimmo Di Marzio]]></dc:creator><description><![CDATA[Il musicista sardo si esibirà con un omaggio ai maestri della musica sudamericana, ma prima sarà protagonista di un momento simbolico che intreccia musica, memoria e identità]]></description><pubDate>Fri, 17 Apr 2026 03:00:02 +0000</pubDate><content:encoded><![CDATA[<p>Nel centenario dell'indimenticabile Miles Davis, sul palco del Blue Note riecco in scena il re italiano della tromba Jazz, quel Paolo Fresu che proprio a Davis ha dedicato un emozionante recital musicale. Stasera, invece, il musicista sardo si esibirà con un omaggio ai maestri della musica sudamericana, ma prima sarà protagonista di un momento simbolico che intreccia musica, memoria e identità. Alle 18.30, andrà in scena la cerimonia del calco delle mani, un rito ormai iconico per il club di via Borsieri e che ha già coinvolto molte star della musica. Accanto al dg Daniele Genovese e al direttore artistico Nick The Nightfly, Fresu lascerà la propria impronta nel cemento, destinata a entrare nel celebre Wall of Fame, un gesto semplice che racchiude il senso profondo del fare musica: lasciare tracce, condividere visioni, costruire memoria collettiva. Perché nell'era del virtuale, sottolinea l'artista, "affondare le mani nelle cose è atto di responsabilità e coraggio", parole che evocano un'idea di jazz come linguaggio vivo, radicato e in continua evoluzione, capace di unire geografie e culture diverse. Non a caso, il suo percorso artistico si estende su oltre 120 album e collaborazioni internazionali che lo hanno portato a esibirsi nei principali festival del mondo, dall'Europa alle Americhe, fino all'Africa e al Medio Oriente. Il concerto milanese si inserisce in questo orizzonte globale: con lui sul palco ci saranno David Linx e Gustavo Beytelmann, per un viaggio musicale che rende omaggio alla tradizione sudamericana, riletta attraverso sensibilità contemporanee. I doppi set serali con il primo già esaurito confermano l'attesa per un evento che promette intensità e raffinatezza. "Trama Latina" è una delle operazioni più transculturali del jazz europeo recente, omaggio alla cultura sudamericana e ai suoi grandi autori (da Astor Piazzolla a Milton Nascimento e Pablo Milanés). Originale è la scrittura incrociata dei testi, con Fresu che scrive testi in sardo su musiche di Linx, mentre Beytelmann porta dentro il linguaggio del tango e di Piazzolla; si canta in più lingue (sardo, inglese, portoghese) e il risultato è un repertorio dove non esiste un centro culturale unico, ma un continuo spostamento di prospettiva, in un dialogo tra jazz, Sardegna e Sud America, due periferie che diventano centrali. Eppure, accanto alla dimensione concertistica, è proprio la performance del calco a definire l'unicità della serata. Il Wall of Fame del Blue Note non è solo una galleria di nomi illustri, ma un archivio emotivo che racconta il passaggio di artisti come Gino Paoli, Toquinho, Chris Botti, John Scofield e Lee Ritenour. L'ingresso di Fresu in questo pantheon contemporaneo rafforza il legame tra il club e una visione del jazz come patrimonio condiviso. In questo senso, il concerto di Milano diventa qualcosa di più di un appuntamento musicale, è un crocevia di storie, mani e suoni.</p>]]></content:encoded><media:content url="https://www.ilgiornale.it/resizer/v2/OHLE52Y3BZJ5JEXHV6O4DXDX4A.jpg?auth=d69fbced05dbff4f8589146df84b8b009ee8bac1ceb2d94aff3923b568fefb86&amp;smart=true&amp;width=1200&amp;height=900" type="image/jpeg" height="900" width="1200"/></item></channel></rss>