<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><rss xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom" xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/" xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/" xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/" version="2.0" xmlns:media="http://search.yahoo.com/mrss/"><channel><title><![CDATA[News feed]]></title><link>https://www.ilgiornale.it</link><atom:link href="https://www.ilgiornale.it/arc/outboundfeeds/rss/autore/giovanni-gavazzeni/" rel="self" type="application/rss+xml"/><description><![CDATA[ News Feed]]></description><lastBuildDate>Tue, 28 Jul 2026 04:48:18 +0000</lastBuildDate><language>it</language><ttl>1</ttl><sy:updatePeriod>hourly</sy:updatePeriod><sy:updateFrequency>1</sy:updateFrequency><item><title><![CDATA[Viva il Festival di Verbier]]></title><link>https://www.ilgiornale.it/news/bacchettata-2695423.html</link><guid isPermaLink="true">https://www.ilgiornale.it/news/bacchettata-2695423.html</guid><dc:creator><![CDATA[Giovanni Gavazzeni]]></dc:creator><description><![CDATA[Un unicum che attira investimenti privati e pubblici da tutto il mondo, perché va oltre la parata di super-stelle del pianoforte, del violino, del canto e del podio]]></description><pubDate>Sun, 19 Jul 2026 03:00:02 +0000</pubDate><content:encoded><![CDATA[<p>Il terrore della retorica "mirata", soprattutto in questi tempi di informazione tritata dagli estremismi bellici, ci spinge a respingere di primo acchito tutto quanto olezza di autocelebrazione. Siamo talmente assuefatti ai discorsi introduttivi autocelebrativi che dobbiamo fare uno sforzo per renderci conto che qualche volta sono veri. È il caso del Festival di Verbier, giunto alla sua 33esima edizione: un unicum che attira investimenti privati e pubblici da tutto il mondo, perché va oltre la parata di super-stelle del pianoforte, del violino, del canto e del podio.</p><p>Le Argerich e i Kissin ci sono, ma sono inseriti in un sistema di masterclass e concerti rivolti a centinaia di giovani selezionati fra migliaia di domande che vanno a comporre le tre orchestre di livello formidabile del Festival. Sono giovani che vivono e dialogano nella comune lingua musicale, cosa che in questi tempi di divisioni, di violenza, è una lezione che incanta e insegna. Nel concerto inaugurale diretto dalla bacchetta finnica di Esa-Pekka Salonen (nella foto), tra la sublime catastrofe finale del Crepuscolo degli Dei e il mammut filosofico-orientale di Olivier Messiaen (la sinfonia Turangalila), la cosa più straordinaria sono sempre loro, i giovani e bravissimi archi, legni, ottoni, con la freschezza del loro impegno. Come ha detto una flautista: a Verbier "c'è una pressione rilassata che ti spinge al massimo, perché sai che ognuno nell'orchestra sta facendo lo stesso".</p>]]></content:encoded><media:content url="https://www.ilgiornale.it/resizer/v2/HFBLGQQJ4BK7DA4FEISDCWK73M.jpg?auth=b6df20344ad22cf609a3fcac5a35e1e153d3b918031b7a62e967964a72f30541&amp;smart=true&amp;width=1200&amp;height=900" type="image/jpeg" height="900" width="1200"/></item><item><title><![CDATA[Ravello fra Wagner e disco]]></title><link>https://www.ilgiornale.it/news/ravello-wagner-e-disco-2692339.html</link><guid isPermaLink="true">https://www.ilgiornale.it/news/ravello-wagner-e-disco-2692339.html</guid><dc:creator><![CDATA[Giovanni Gavazzeni]]></dc:creator><description><![CDATA[Rimane incredibile che un concerto di questa caratura musicale possa essere disturbato dal moto perpetuo di feste di matrimonio chiuse dagli immancabili fuochi d'artificio]]></description><pubDate>Sun, 12 Jul 2026 03:00:02 +0000</pubDate><content:encoded><![CDATA[<p>Metti una sera d'estate sopra la cavea marina di Ravello, dove il Tirreno e le luci della Costiera amalfitana incorniciano il palcoscenico del Festival di Ravello, giunto quest'anno alla sua 74esima edizione. Ad aprirlo sono venuti da Firenze ospiti di rango, l'Orchestra del Maggio Musicale e il loro direttore stabile, Daniele Gatti (foto). In programma un omaggio "istituzionale" a Wagner, storico visitatore incantato della cittadina costiera, e a Beethoven (Sinfonia Eroica), in occasione dell'anno del bicentenario della morte del Titano tedesco. Al calar della luce, entrato il maestro sul podio, prima del poetico pianissimo iniziale, giunge dalla zona alberghiera soprastante i giardini di Villa Ruffolo una violenta e volgare ondata di suoni da disco-balera. Passano lunghi minuti d'imbarazzo, prima che il disturbo venga fatto cessare. Gatti ha lasciato il podio, e può finalmente ritornare ad eseguire l'idillio e la sinfonia seconda la sua personale cifra interpretativa volta al controllo espressivo totale entro nobile ed elegiaca misura. Rimane però incredibile che un concerto di questa caratura musicale, annunciato con largo anticipo, possa essere disturbato dal moto perpetuo di feste di matrimonio chiuse dagli immancabili fuochi d'artificio che prevaricano sul rispetto dovuto alle attività culturali che tanto lustro portano a questi luoghi. Ci auguriamo rimanga un fatto isolato per il proseguo di un festival con tanti ospiti e pubblico degni del suo storico blasone.</p>]]></content:encoded><media:content url="https://www.ilgiornale.it/resizer/v2/2S46YQ3JQJIY5HQ342QDNZA4T4.jpg?auth=8a4390d34d7c8f9406185579ebd6b035ba86d33ad1ced810917a7842ca457f71&amp;smart=true&amp;width=1200&amp;height=900" type="image/jpeg" height="900" width="1200"/></item><item><title><![CDATA[Zenatello, "anima" dell'Arena]]></title><link>https://www.ilgiornale.it/news/teatro/zenatello-anima-dellarena-2689400.html</link><guid isPermaLink="true">https://www.ilgiornale.it/news/teatro/zenatello-anima-dellarena-2689400.html</guid><dc:creator><![CDATA[Giovanni Gavazzeni]]></dc:creator><description><![CDATA[Verona non ha dimenticato il tenore Giovanni Zenatello, pubblicando il racconto agiografico scritto dalla figlia Nina, corredato da un'introduzione e da note puntuali di Davide Annachini]]></description><pubDate>Mon, 06 Jul 2026 05:13:30 +0000</pubDate><content:encoded><![CDATA[<p>Era figlio di panettieri veronesi con il sogno del canto; affamato vagò intorno all'Ottagono della Galleria di Milano in cerca di scritture, iniziando come baritono diventato tenore cresimato da Sua Maestà Arturo Toscanini applaudito dallo zar Nicola II e dai paperoni di Wall Street; trionfò in un'epoca di voci leggendarie - Puccini gli affidò la parte di Pinkerton nella caduta e resurrezione di Butterfly - amico-non rivale di Enrico Caruso stimato dai successori-rivali Gigli e Lauri-Volpi; insegnante generoso e talent scout senza pari lancerà, tra gli altri, Maria Callas, nel più rumoroso debutto del dopoguerra: Gioconda all'Arena di Verona; proprietario terriero, scoprì voci anche fra i campi delle sue terre in Aragona (lo sconosciuto contadino Miguel Fleta, futuro primo Calaf in Turandot); imprenditore alberghiero e sovrintendente-direttore artistico del Festival dell'Arena di Verona per tre stagioni prima della morte, dopo esserne stato ideatore e primo Radamès: Verona non ha dimenticato il tenore Giovanni Zenatello (nella foto, 1876-1949), pubblicando il racconto agiografico scritto dalla figlia Nina, corredato da un'introduzione e da note puntuali di Davide Annachini: Grazie Zenatello. Omaggio al creatore dell'Arena di Verona a 150 anni dalla nascita (disponibile presso l'Arena Shop dell'Arena di Verona, pagg. 192, euro 5), libro che illumina la bella epoca del canto italiano e i suoi leggendari ambasciatori.</p>]]></content:encoded><media:content url="https://www.ilgiornale.it/resizer/v2/W2KOPXO4XNJVXJAF5W62K7WNGM.jpg?auth=096c60958a2a9c1fe2b4a20dad7f4e503e077ba7d5079e087ff9d8211a4cf9ea&amp;smart=true&amp;width=1200&amp;height=900" type="image/jpeg" height="900" width="1200"/></item><item><title><![CDATA[Gli occhiali del Quartetto]]></title><link>https://www.ilgiornale.it/news/musica/occhiali-quartetto-2619278.html</link><guid isPermaLink="true">https://www.ilgiornale.it/news/musica/occhiali-quartetto-2619278.html</guid><dc:creator><![CDATA[Giovanni Gavazzeni]]></dc:creator><description><![CDATA[Alla fine degli anni Sessanta, Savona fonda i Dischi dello Zodiaco, raccoglie le Canzoni popolari e dell'emigrazione, scrive musiche psichedeliche]]></description><pubDate>Sun, 22 Feb 2026 06:18:05 +0000</pubDate><content:encoded><![CDATA[<p>(Anton) Virgilio Savona (foto), quello con gli occhiali del Quartetto Cetra, prima della celebrità canora scriveva di critica musicale sul Giornale dello Spettacolo: fervido ammiratore di Stravinskij, amante del realismo del Boris e della semplicità di Mimì, fiducioso nel futuro del jazz (il nostrale sincopato). Nei suoi scritti, raccolti in Oltre il Quartetto Cetra, a cura di Paolo Somigli (Nardini Editore, pagg. 288, euro 22), pochi ma vivaci ricordi sull'epoca aurea dei Cetra (deliziosa la storia della parodia dei Promessi Sposi, bloccata per non fare ombra allo sceneggiato di Sandro Bolchi) precedono una graduale presa di coscienza di quanto accadeva fuori dal dorato mondo di Sanremo e Studio Uno. Alla fine degli anni Sessanta, Savona fonda i Dischi dello Zodiaco, raccoglie le Canzoni popolari e dell'emigrazione, scrive musiche psichedeliche sopra le quali Corrado Pani narra del mondo (Pianeta Pericoloso) all'ombra del fungo nucleare, scova nella poesia latina cantata dal menestrello Giorgio Gaber temi sociali sempre vivi (Sexus et Politica), intona le filastrocche di Gianni Rodari con le copertine di Lele Luzzati, produce la nueva cancion cilena e la musica di Mikis Teodorakis. Oltre il Quartetto Cetra, Savona, musicista con le carte in regola e scrittore-produttore per coscienza, riflette su temi che non tramontano con l'educazione e il garbo con cui cantava.</p>]]></content:encoded><media:content url="https://www.ilgiornale.it/resizer/v2/CJKS6DVBZJLE5LDOD5XYVKX4RY.jpg?auth=a6fd9b8d68033ab75f634995b3e5900ebe8ec172e38638c4ebdd947a4e09f6fe&amp;smart=true&amp;width=1200&amp;height=900" type="image/jpeg" height="900" width="1200"/></item><item><title><![CDATA[Il genio riscoperto di Hans Rott]]></title><link>https://www.ilgiornale.it/news/musica/genio-riscoperto-hans-rott-2607095.html</link><guid isPermaLink="true">https://www.ilgiornale.it/news/musica/genio-riscoperto-hans-rott-2607095.html</guid><dc:creator><![CDATA[Giovanni Gavazzeni]]></dc:creator><description><![CDATA[Questa sinfonia colpisce per la libertà di una architettura che si amplia ad ogni movimento, per il valore della citazione e della reminiscenza]]></description><pubDate>Mon, 09 Feb 2026 06:52:35 +0000</pubDate><content:encoded><![CDATA[<p>Il Teatro Comunale di Bologna ha presentato in prima esecuzione italiana la Sinfonia in mi maggiore del compositore austriaco Hans Rott (1858-1884, foto). Giacque negletta per un secolo negli archivi della Biblioteca nazionale austriaca, rimproverata da Brahms per la presenza di trivialità e insensatezze che riteneva non fossero farina del suo sacco. Il rifiuto causò l'internamento di Rott nell'ospedale psichiatrico di Vienna dopo aver minacciato con la pistola un passeggero del treno che voleva accendersi un sigaro alla polizia disse che Brahms aveva riempito il convoglio di dinamite. Dopo due tentativi di suicido, morì di tubercolosi a 26 anni. Le «sconvenienze» che costarono al giovane Rott le borse di studio che tanto avrebbero potuto aiutarlo si riassumono nel tentativo «megalomane» di una musica che mirava a conciliare gli antipodi viennesi, Brahms e Bruckner, integrando Wagner e Schumann. Questa sinfonia colpisce per la libertà di una architettura che si amplia ad ogni movimento, per il valore della citazione e della reminiscenza, simili a quanto Bruckner aveva fatto nella prima versione della sua Terza sinfonia con Wagner e per la prossimità incredibile del terzo tempo, lo Scherzo, con lo stesso movimento della Prima sinfonia di Mahler: «Il suo genio - ricordava il compagno di studi Gustav - lo rende, senza esagerazioni, il fondatore della nuova sinfonia, come la intendo io».</p>]]></content:encoded><media:content url="https://www.ilgiornale.it/resizer/v2/FQXEZJHGOZNHDHWFVX3IMW4D3A.jpg?auth=5c26300b275faa2ab86af03862ba5d7895ee1fe942ac4f3cd0ffdae8cbf09782&amp;smart=true&amp;width=1200&amp;height=900" type="image/jpeg" height="900" width="1200"/></item><item><title><![CDATA[Canino e Ballista, duo da record]]></title><link>https://www.ilgiornale.it/news/bacchettata-2593629.html</link><guid isPermaLink="true">https://www.ilgiornale.it/news/bacchettata-2593629.html</guid><dc:creator><![CDATA[Giovanni Gavazzeni]]></dc:creator><description><![CDATA[Tra l'autunno dell'anno trascorso e l'anno nuovo due musicisti italiani che formano un duo pianistico fra i più famosi in attività.]]></description><pubDate>Sun, 11 Jan 2026 04:00:03 +0000</pubDate><content:encoded><![CDATA[<p>Tra l'autunno dell'anno trascorso e l'anno nuovo due musicisti italiani che formano un duo pianistico fra i più famosi in attività per ampiezza d'interessi, vastità di repertorio, sensibilità specifica e preparazione tecnica hanno festeggiato un anniversario senza pari. Dal Quartetto di Milano agli Amici della Musica di Padova, da Ferrara Musica all'Accademia di Santa Cecilia (Roma), da Bologna a Lugano, si festeggiano i settant'anni dalla costituzione del duo che mise assieme due studenti del Conservatorio di Milano, Bruno Canino e Antonio Ballista, detentori di un "Guiness da primati della galassia: non c'è mai stato chi è vissuto così a lungo", ironizza Ballista. Lui milanese di nascita e di scuola si è unito al napoletano Canino, venuto a Milano dopo 5 anni di studio a Napoli con un didatta della statura di Vincenzo Vitale. Hanno percorso quelli che lo storico del pianoforte Piero Rattalino ha definito "sentieri di rovi", perché, come ricorda Ballista, "non abbiamo mai ghettizzato la musica contemporanea, alla quale ci siamo avvicinati presto, dai 22 ai 25 anni, nelle mai abbastanza lodate le Settimane Internazionali di Nuova Musica di Palermo, dove si interveniva e si dialogava con tanta curiosità e voglia di studiare, nel linguaggio dei protagonisti della Nuova Musica". Hanno coltivato passioni differenti (chi il liederismo come Ballista, chi la musica da camera come Canino) ritrovandosi sempre curiosi di esplorare tutti i repertori per la gioia degli ascoltatori.</p>]]></content:encoded><media:content url="https://www.ilgiornale.it/resizer/v2/KIIVC4DINFP3BO7FIENICCZ6TY.jpg?auth=7e94c1a233bdb7290f6fc80adce3f6c401605a7149390ee90f7b643db372f8c3&amp;smart=true&amp;width=1200&amp;height=900" type="image/jpeg" height="900" width="1200"/></item><item><title><![CDATA[Tutti i segreti di Erik Satie]]></title><link>https://www.ilgiornale.it/news/musica/tutti-i-segreti-erik-satie-2582655.html</link><guid isPermaLink="true">https://www.ilgiornale.it/news/musica/tutti-i-segreti-erik-satie-2582655.html</guid><dc:creator><![CDATA[Giovanni Gavazzeni]]></dc:creator><description></description><pubDate>Sun, 14 Dec 2025 07:27:34 +0000</pubDate><content:encoded><![CDATA[<p>Una giornata ad alta densità quella offerta dalla prestigiosa Accademia di Francia di Villa Medici a Roma, giovedì 11 dicembre: dedicata ad Erik Satie, pioniere in immagini e parole, in collaborazione con il 62esimo Festival Nuova Consonanza. In occasione del centenario della morte di uno fra i più complessi compositori del Novecento si sono alternante intorno all'esecuzione della famosa sfida delle Vessazioni, proiezioni di video e presentazioni di libri, tra i quali svetta il</p><p>lavoro postumo di una studiosa fuori del comune, Ornella Volta. Raccoglitrice di un «archivio unico», il suo volume Erik Satie en notes et mots (La presse du reel, pp.631, 35) è una summa che sottopone tutti gli scritti e le parole del compositore ad una analisi in cui testo, immagini e commento si uniscono in un gioco di approfondimenti prodigioso. Il compositore compreso da un esiguo manipolo di fedeli, è oggi secondo uno dei suoi massimi biografi-interpreti, Jean-Pierre Armengaud, l'autore di un motivo che, dopo il Boléro di Ravel, è il brano francese più suonato nel mondo,</p><p>si tratta della «melodia, lenta e dolorosa, leggermente ondeggiante, della sua opera feticcio, la prima Gymnopedie». E la ricerca di «Esoterik Satie», come lo definisce Marcello Panni nella testimonianza-postfazione, trasformò per tanti compositori e artisti ammiratori di Satie la Signora Volta in «Madame Satie».</p>]]></content:encoded><media:content url="https://www.ilgiornale.it/resizer/v2/LJKQEHIB4NNPZE6S2KDL22H5E4.jpg?auth=657c709b904bee6c2c5746ba6c8fee99ff0261f942f348af81c9767b0d949290&amp;smart=true&amp;width=1200&amp;height=900" type="image/jpeg" height="900" width="1200"/></item><item><title><![CDATA[Soprano e musica. "Una Lady Macbeth" supera ogni ostacolo]]></title><link>https://www.ilgiornale.it/news/teatro/soprano-e-musica-lady-macbeth-supera-ogni-ostacolo-2579404.html</link><guid isPermaLink="true">https://www.ilgiornale.it/news/teatro/soprano-e-musica-lady-macbeth-supera-ogni-ostacolo-2579404.html</guid><dc:creator><![CDATA[Giovanni Gavazzeni]]></dc:creator><description><![CDATA[Jakubiak offre una bella prova anche di resistenza. Regista e maestro promossi]]></description><pubDate>Mon, 08 Dec 2025 06:46:50 +0000</pubDate><content:encoded><![CDATA[<p>Prima che si alzasse il sipario per la molto attesa Prima scaligera dell'opera in quattro atti e nove quadri, Una lady Macbeth del distretto di Mzensk di Dmitrij Shostakovich, tornava il ricordo di una poesia del poeta russo Evgenij Evtusenko. La scrisse nel 1963, s'intitolava Seconda nascita, in occasione della creazione della seconda versione della Lady Macbeth, intitolata Katerina Izmajlova, trent'anni dopo la cancellazione per immoralità voluta da Stalin. «No, la musica non era colpevole, era in esilio, sepolta sotto un cumulo di partiture dopo che una voce arrogante, un giorno, mormorò la sentenza: Caos.... Evtusenko diceva che un giorno il popolo «gli avrebbe teso la mano per farla di nuovo entrare in scena». Alla Scala il primo merito di quella mano tesa spetta a Riccardo Chailly che ha guidato l'opera lirica maggiore del compositore russo con passione e profondo sentire nella sua serata più importante. Il compito che lo attendeva e che ha superato con riconosciuto merito non era certo dei più semplici dovendo guidare una partitura che tocca tutti gli stili e generi, sottopone gli strumenti a tessiture estreme e a-soli di rilievo, richiede tensione drammatica costante, reagendo alle immagini del testo con rapidità cinematografica.</p><p>Se in passato l'eclettismo era uno degli argomenti di maggiore censura, oggi è invece quello che più attrae nell'esecuzione di quest'opera tragico-satirica, dove la sensualità e l'ironia, la malinconia e l'orrore, la passione e la rassegnazione, s'impossessano di tutti i personaggi. Questa relazione musica/azione è stata centrata nella messa in scena di Valery Barkhatov, servita da scene ambientate in un tempo più vicino al tardo staliniano di Zinovy Margolin, costumi di Olga Shaishmelashvili e luci curate di Alexander Sovaev. L'azione dalla periferia rurale dell'originale passa ad una società urbana più vicina al tempo in cui fu composta l'opera. Si svolge in un ristorante dove ogni delitto «si consuma» e consuma tutti i personaggi. Il filo conduttore della regia di Barkhatov è che il tutto nasca come una confessione dell'eroina/omicida, come frammenti di memorie e confessioni plurime che diventano l'azione, per seguire la via crucis del delitto e castigo.</p><p>Sul versante vocale l'opera è un formidabile impegno per Katerina, personaggio «tragico, complesso, serio», per la quale è richiesta una voce profondamente lirica e una resistenza fuori dal comune, ammirevolmente realizzata dal soprano Sara Jakubiak. Per il «tipo» del tipico mercante feudale, del despota crudele, lo suocero Boris, c'era la prova senza esitazioni del basso Alexander Roslavets. Il tenore russo Yevgenij Akimov ha ben caratterizzato il marito di Katerina, Zinovy, personaggio «pietoso», privo di volontà, schiacciato dalla paura del padre, indeciso, così come Najmiddin Mavlyanov che aveva l'ingrato compito del ruolo del seduttore Sergej, «mieloso, crudele e apatico». Nello stuolo dei diciotto ruoli di contorno, alcuni provenienti dalle file del Coro scaligero ed altri dall'Accademia del Teatro alla Scala, plauso collettivo con speciale menzione al contadino cencioso di Alexander Kravets.</p><p>Il trionfo di applausi finale (oltre undici minuti) era meritato premio al grande impegno profuso dal maestro Chailly, da orchestra e coro, dagli interpreti, dal regista e suoi collaboratori. E tornano le parole di Evtusenko che descriveva il momento in cui gli applausi a Shostakovich presero «un senso particolare, un senso profetico«: «Sulla scena, un uomo. È a disagio, le sue mani, aggrovigliate, tremano; la cravatta di traverso. Resta lì, genato, col fiato corto: come un bambino confuso tiene lo sguardo basso. E si inchina così, maldestro. Non ha mai saputo farlo. Là è la sua vittoria».</p>]]></content:encoded><media:content url="https://www.ilgiornale.it/resizer/v2/V5HA6SHJYVKGPBFPNWSBB32D5Q.jpg?auth=008c9cb93aeb13ce609de49285ac147b803421649cb126eaaf4f5d8860dc60b0&amp;smart=true&amp;width=1200&amp;height=900" type="image/jpeg" height="900" width="1200"/></item><item><title><![CDATA[Censurata per 30 anni. "Una Lady Macbeth del distretto di Mcensk" in versione originale]]></title><link>https://www.ilgiornale.it/news/teatro/censurata-30-anni-lady-macbeth-distretto-mcensk-versione-2579079.html</link><guid isPermaLink="true">https://www.ilgiornale.it/news/teatro/censurata-30-anni-lady-macbeth-distretto-mcensk-versione-2579079.html</guid><dc:creator><![CDATA[Giovanni Gavazzeni]]></dc:creator><description><![CDATA[Una Lady Macbeth del distretto di Mcensk di Dmitrij Shostakovich inaugura la Stagione d’opera 2025/2026 nella tradizionale serata di Sant’Ambrogio, il 7 dicembre 2025.]]></description><pubDate>Sun, 07 Dec 2025 07:08:33 +0000</pubDate><content:encoded><![CDATA[<p>Una Lady Macbeth del distretto di Mcensk di Dmitrij Shostakovich inaugura la Stagione d’opera 2025/2026 nella tradizionale serata di Sant’Ambrogio, il 7 dicembre 2025, preceduta dall’anteprima under30 il 4 dicembre, e seguita da sei repliche, dal 10 al 30 dicembre 2025.</p><p>L’esecuzione nel cinquantesimo anniversario della scomparsa del compositore, è stata fortemente voluta dal direttore musicale della Scala, Riccardo Chailly, alla sua dodicesima inaugurazione di Stagione che l’ha giustamente definita: «Una grandissima partitura inevitabile del Novecento», sottolineando come le difficoltà esecutive mettano in risalto l’impegno di tutta la compagine artistica scaligera.</p><p>Chailly ha sottolineato l’importanza di quest’opera che viene eseguita nella sua versione originale integrale, centralità non solo da un punto di vista storico perché fu oggetto di un clamoroso caso di censura totale per quasi trent’anni, dal 1936 al 1963, quando con non indifferenti rimaneggiamenti fu “riveduta”, ma soprattutto per la qualità stessa della partitura di un musicista allora solo ventiquattrenne, capace di realizzare un’orchestrazione all’avanguardia e di rara fattura: «In cui non si corregge niente, non si taglia niente, e che mostra nella scrittura un sapiente e innovativo uso della politonalità». L’altro lato del musicista che colpisce Chailly accanto alla destrezza tecnica è la conoscenza capillare del patrimonio delle melodie popolari russe, uno degli elementi determinanti lo straordinario successo che arrise a quest’opera nel primo anno e mezzo di vita, quando sulle maggiori scene di Mosca e Leningrado fu eseguita quasi duecento volte.</p><p>Il legame con la tradizione musicale russa è avvertibile attraverso un lavoro capillare in cui «Shostakovich accenna, ammicca, inserisce quasi a mosaico elementi riconoscibili». Anche per questo legame è forte il parallelismo con un altro grande capolavoro dell’opera russa, Boris Godunov, con cui Chailly ha aperto la stagione 2022.</p><p>Al regista russo Vasily Barkhatov, coadiuvato da Zinovy Margolin (scene), Olga Shaishmelashvili (costumi) e Alexander Sivaev (luci), è affidato uno spettacolo che afferma basato sulla capillare corrispondenza «fra una partitura cinematografica e l’azione scenica, che ci consente di rappresentare minuziosamente i personaggi dal punto di vista psicologico». Se la partitura, secondo il regista, oscilla «tra humor e tragedia cinematografica, tra l’assurdo, il realistico e il violento, noi facciamo lo stesso per salvaguardare l’intero contenuto della partitura».</p><p>Dunque si tratterà di un allestimento che non farà sconti al coacervo di violenza e sentimenti estremi del testo, seguendo l’affilata linea del “teatro di regia” tedesco che Barkhatov ammira fin dalla sua fase di apprendistato. Un allestimento che dovrà rispettare nella parte scenica il succedersi serrato dei quadri e delle situazioni, a prescindere dal fatto che non troveremo quella tipica immagine della società rurale di provincia di cui trattava l’autore della novella (Leskov) e i suoi “trascrittori” operistici (Shostakovich e il librettista Prejs). Perché nel teatro di regia, la tendenza dominante è quella di procedere all’attualizzazione o al deciso spostamento temporale del testo. Barkhatov ribadisce che come punto fermo c’è «l’idea che l’opera parli molto anche al presente e metta al centro il tema della libertà sessuale, perché la protagonista arriva al delitto non per follia, ma per desiderio di soddisfare i propri istinti».</p><p>Afferma ancora Barkhatov che la protagonista dell’opera, «Katerina, sta compiendo un delitto per la sua libertà e per la sua identità, ma rimane pur sempre un delitto. Proviamo a entrare nella sua mente: Katerina ha bisogno di fare questo, non ha altro modo di fuggire da una costrizione. Ma quando diventa cosciente del tradimento del suo amante, nel bagno penale finale in Siberia, realizza di aver commesso nient’altro che un omicidio, capisce di essere diventata un mostro, capisce di non aver fatto niente di buono». Shostakovich riteneva che nella sua opera il canto fosse più importante della psicologia, a partire dalla protagonista che è praticamente quasi sempre in scena per due ore e tre quarti di musica: Katerina, personaggio tragico e complesso, sensuale e affettuosa, è affidato al soprano americano Sara Jakubiak, mentre il tenore uzbeco Najmiddin Mavlyanov dovrà vestire i panni dell’amante Sergej che oscilla fra il melenso seduttore e il crudele traditore; l’altro tenore Yevgeny Akimov, sarà il pietoso e debole marito Zinovij, mentre il basso Alexander Roslavets, avrà il terribile ruolo del tirannico patriarca degli Izmailov, Boris Timofeevich.</p><p>Non rimane che attendere l’alzata del sipario!</p>]]></content:encoded><media:content url="https://www.ilgiornale.it/resizer/v2/UMJUYIZS7BJA5B6SDD5K75F2PA.jpg?auth=291b2d934b0198fe16aa2dc6a68498b819dca96d0d5970b94c4ebef8904a6c10&amp;smart=true&amp;width=1200&amp;height=900" type="image/jpeg" height="900" width="1200"/></item><item><title><![CDATA[La lezione di Takács-Nagy]]></title><link>https://www.ilgiornale.it/news/bacchettata-2579027.html</link><guid isPermaLink="true">https://www.ilgiornale.it/news/bacchettata-2579027.html</guid><dc:creator><![CDATA[Giovanni Gavazzeni]]></dc:creator><description><![CDATA[La lezione di Takács-Nagy]]></description><pubDate>Sun, 07 Dec 2025 04:00:02 +0000</pubDate><content:encoded><![CDATA[<p>Ormai è un fatto acquisito dei nostri tempi: suonare con un organico cameristico, non solo fa risparmiare il foglio paga ma assicura al repertorio classico e pre-classico una flessibile varietà ignota alle falangi delle grandi orchestre. Quando si ha un piccolo manipolo di musicisti ben preparati non si sentono assolutamente necessità di rinforzi. Come accade con l'Orchestra da Camera del Festival di Verbier, ascoltata alla Sala Teatro del Lac di Lugano, sotto la direzione incisiva e vitalizzante di colui che l'ha plasmata e la guida stabilmente dal 2007. Stiamo parlando del maestro Gábor Takács-Nagy, già quartettista leggendario che ha plasmato una formazione che suona con l'intesa totale di un gruppo dove tutti ascoltano tutti. Chi volesse approfondire il lavoro straordinario condotto sui giovani musicisti, formati nelle orchestre giovanili del festival, e che poi tornano in questa speciale formazione da camera, può ascoltare l'integrale beethoveniana pubblicata nella collana Verbier Gold da Deutsche Grammophon. Le formazioni variano, ma identico è il concertatore fuori-categoria: nella Quarta di Beethoven, Takács-Nagy ha ottenuto dall'orchestra un suono leggero ma aperto ad ogni sorpresa, ha graduato in tante sfumature differenti le dinamiche dal pianissimo al fortissimo, ha dialogato con umore i botta e risposta fra archi e fiati nello Scherzo, ha staccato il perpetuo mobile del Finale, non iper-veloce, ma con il brio scatenato dell'articolazione.</p>]]></content:encoded><media:content url="https://www.ilgiornale.it/resizer/v2/NNJ242PQLNL6TLSTQKSB5P4CHM.jpg?auth=a515c5cc3fd24f9460f0ec24a944af7ac6ad3155beb472ee2c43af243553cf7a&amp;smart=true&amp;width=1200&amp;height=900" type="image/jpeg" height="900" width="1200"/></item><item><title><![CDATA[Riccardo Chailly celebra i cinquant’anni dalla morte del compositore ribelle]]></title><link>https://www.ilgiornale.it/news/musica/riccardo-chailly-celebra-i-cinquant-anni-morte-compositore-2578765.html</link><guid isPermaLink="true">https://www.ilgiornale.it/news/musica/riccardo-chailly-celebra-i-cinquant-anni-morte-compositore-2578765.html</guid><dc:creator><![CDATA[Giovanni Gavazzeni]]></dc:creator><description><![CDATA[Una Lady Macbeth del distretto di Mzensk, l’opera che apre la stagione 2025/26 del Teatro alla Scala sotto la guida di Riccardo Chailly, è un omaggio ai 50 anni dalla morte del suo autore, Dmitrij Dmitrievic Šostakovic.]]></description><pubDate>Sat, 06 Dec 2025 07:39:31 +0000</pubDate><content:encoded><![CDATA[<p>Una Lady Macbeth del distretto di Mzensk, l’opera che apre la stagione 2025/26 del Teatro alla Scala sotto la guida di Riccardo Chailly, è un omaggio ai 50 anni dalla morte del suo autore, Dmitrij Dmitrievic Šostakovic.</p><p>Il compositore russo sovietico più famoso del tempo, la cui statura ha acquistato col passare dei decenni sempre maggior grandezza, moriva il 9 agosto 1975. Il suo feretro venne omaggiato da un’enorme folla di popolo russo, e tra galoppini e burocrati, gli resero omaggio figure leggendarie. Come tradizione alcuni musicisti suonarono «dal vivo» durante la veglia: membri del Quartetto Glinka furono costretti ad eseguire l’andante del secondo quartetto di Cjaikovskij, nonostante la vedova, Irina Antonovna, ricordasse trattarsi di un brano particolarmente detestato dal marito.</p><p>La sepoltura si tenne nel pantheon sovietico, il cimitero del Monastero delle Nuove Vergini di Mosca, al suono della marcia funebre di Chopin: fra gli artisti presenti un’insigne docente del conservatorio riassunse il pensiero di tutti: «Questa è la fine della strada – il capolinea».</p><p>Una strada che era diventata patrimonio di tutti i russi, perché aveva conosciuto ascese e cadute straordinarie, a partire dal formidabile slancio febbrile dei creativi anni Venti, in cui il giovane Mitja lasciava di stucco nel debutto come sinfonista e autore di una satira operistica perfetta, Il naso, un’opera che ha segnato nella versione italiana con la regia di Eduardo De Filippo il primo incontro di Riccardo Chailly con la musica del compositore russo. Passare dal fervore libertario all’inferno della violenta censura per l’opera Lady Macbeth, costrinse Šostakovic a nascondere opere già scritte come la Quarta sinfonia, e preparare un’imprevedibile resurrezione dalle ceneri con la concentrazione espressiva della Quinta e la consacrazione ad aedo nazionale con la famosa Settima sinfonia Leningrado, della quale gli alleati occidentali fecero a gara nel contendersi l’esecuzione.</p><p>Ma la fama ormai mondiale acquisita durante gli anni di guerra, non evitò la purga e la tremenda campagna denigratoria per l’accusa di formalismo decadente di cui fu vittima nel 1948. Sarabanda folle in cui ogni oscuro membro dell’Unione dei Compositori poteva emettere per invidia o per stoltezza critiche che cadevano come mannaie sulle opere di artisti di grande levatura come Prokof’ev, Chacaturjan, Miaskovskij. Quando morì Stalin e iniziò il periodo del Disgelo, le cose non cambiarono completamente, tanto che alcuni «colleghi» dell’apparato riuscirono prima a decapitare per la seconda volta la possibilità di riammettere la censurata Lady Macbeth nel circuito operistico, poi procrastinandone il ritorno con una versione «più addomesticata», intitolata Katerina Izmajlova, che segnò comunque il ritorno dell’opera nel repertorio internazionale a partire dal 1963, mentre oggi si è ritornati alla potenza della versione originale.</p><p>In questa macabra altalena della sorte, lascia ammirati come il compositore, sempre tormentato dalle omissioni delle memorie scomode, non temesse di affrontare già nel 1962 soggetti di cui si preferiva non parlare come avviene nella Tredicesima sinfonia, su testi di Evgenij Evtushenko. Nella prima poesia viene evocato il massacro di Babi Yar, «un burrone ripido» che divenne l’unica lapide per 33.771 ebrei di Kiev massacrati nel giorno di Kippur 1942 da reparti di SS e collaborazionisti ucraini che ridevano e sparavano. Nell’Unione Sovietica del Disgelo l’apparato politico convinse il suo amico e direttore numero uno, Evgenij Mravinskij, a non dirigere la prima, tradendo un’amicizia di decenni. Almeno tre solisti non si resero disponibili per la «prima», guidata coraggiosamente da Kirill Kondrašin, nonostante una telefonata del Ministro della Cultura russo, subdola e intimidatoria («Sta bene?» «Potrebbe omettere il primo movimento?»).</p><p>Pagine che si intrecciano ad un calvario personale di problemi fisici, iniziati nel 1958 con la diagnosi di una sclerosi laterale amiotrofica che colpì la parte destra del corpo, alla quale poi si aggiunsero problemi cardiaci e conseguenti infarti e un devastante cancro al polmone.</p><p>E in quella stagione dell’estrema fase creativa spesso tornano memorie delle sue musiche passate, come nell’Ottavo e nel Quattordicesimo quartetto e nella Quindicesima Sinfonia, dove, come ha scritto il compositore Alfred Schnittke «il materiale tematico tratto dalle sue prime opere si mescola in collage con il materiale preso in prestito dalla storia della musica precedente, e si crea un effetto sorprendente». GG.</p>]]></content:encoded><media:content url="https://www.ilgiornale.it/resizer/v2/VURKWSI5W5PW3CNIDHC47E2M2U.jpg?auth=66261d4f6a6a285091c39fb634a05701c5e315dfddc636b76b587d23ef61944a&amp;smart=true&amp;width=1200&amp;height=900" type="image/jpeg" height="900" width="1200"/></item><item><title><![CDATA["Una Lady Macbeth" censurata da Stalin]]></title><link>https://www.ilgiornale.it/news/teatro/lady-macbeth-censurata-stalin-2578762.html</link><guid isPermaLink="true">https://www.ilgiornale.it/news/teatro/lady-macbeth-censurata-stalin-2578762.html</guid><dc:creator><![CDATA[Giovanni Gavazzeni]]></dc:creator><description><![CDATA[Una Lady Macbeth del distretto di Mzensk]]></description><pubDate>Sat, 06 Dec 2025 07:34:03 +0000</pubDate><content:encoded><![CDATA[<p>Una Lady Macbeth del distretto di Mzensk, l’opera in quattro atti e nove quadri che domani inaugura la stagione 2025/26 del Teatro alla Scala di Milano con la direzione musicale di Riccardo Chailly e la regia di Vasily Barkhatov, suggella la ricorrenza dei cinquant’anni dalla morte del compositore russo e nello stesso tempo riflette nella sua tormentata storia esecutiva le immani sofferenze di un grande compositore che visse tempi di follia e violenza totalitaria. Per la sua seconda opera lirica, dopo Il naso da Gogol, Šostakovic scelse il cupo racconto dello scrittore Nicolaj Leskov, pubblicato nel 1865 nella rivista di Dostoevskij, Epocha.</p><p>Era la truce storia della bella Katerina, malmaritata ad un ricco mercante che tradisce per il bellimbusto Sergej. Per coprire l’adulterio prima uccide il tirannico suocero, poi il marito. Condannata alla Siberia con l’amante, umiliata e tradita da questi con un’altra prigioniera, si uccide gettandosi nel lago ghiacciato trascinando con sé la rivale.</p><p>Il musicista aveva sottolineato di essersi rivolto a un «classico» come Leskov per trovare caratteri forti, autentici, credibili («Tutti i libretti che mi sono stati proposti erano estremamente schematici. I personaggi non suscitavano in me né amore, né odio, erano tutti stereotipati. Il carattere dei personaggi deve essere tracciato in maniera particolarmente espressiva e vigorosa»).</p><p>Non «eroi» progettati per l’edificazione di un piano quinquennale, ma persone in carne ed ossa per cui si poteva nello stesso tempo «ridere convulsamente e piangere a calde lacrime». Soprattutto il compositore aveva voluto trattare il tema delle sessualità come era stato fatto solo nella Carmen di Bizet e nel Wozzeck di Alban Berg, senza avvertire che con Stalin si era chiusa la possibilità di trattare certi temi come negli anni Venti.</p><p>Le modifiche apportate al soggetto di Leskov nel libretto redatto con lo scrittore Aleksandr Prejs miravano a umanizzare la protagonista che comunicava allo spettatore i rimorsi della sua coscienza, il pentimento, suscitando compassione, come se le sue vittime, essendo persone ingiuste e crudeli, si fossero procurate la propria rovina.</p><p>La Lady Macbeth al suo battesimo, il 22 gennaio 1934, colse un successo clamoroso, sia a Leningrado che due giorni dopo a Mosca, regista la leggenda vivente del teatro russo, Vladimir Nemirovic-Dancenko. Un successo che varcò l’oceano giungendo, grazie all’impegno del direttore polacco Arthur Rodzinski, in America e si propagò in Europa.</p><p>Poi, il 28 gennaio 1938, apparve un articolo sulla Pravda, «Caos anziché musica». Articolo anonimo, ma che tutti sapevano emanazione diretta del pensiero di Stalin. Oltre la condanna totale del suo «naturalismo volgare», opposto ai valori del realismo socialista («Si è sacrificato il talento di scrivere della buona musica»), c’erano le minacce («Si tratta di un gioco astruso che può soltanto finir male»). Avvertimento che di solito era preludio ai bagni penali o all’eliminazione fisica. Ma quali furono le ragioni che spinsero il vertice sovietico a condannare un compositore, cancellando l’opera da qualsiasi rappresentazione?</p><p>Lo ha spiegato il musicologo Manašir Jakubov: Šostakovic, non importa se inconsapevolmente o intenzionalmente, «ricreò nell’opera quell’orribile atmosfera di menzogna e di violenza in cui si trovava il suo popolo. Quell’atmosfera nella quale virtualmente quasi ciascuna persona era pronta o poteva involontariamente diventare delinquente o carnefice. Quell’atmosfera in cui lui stesso già presentiva l’avvicinarsi della tragedia».</p><p>Perché oltre alla compassione per la sorte tragica di Katerina, la Lady Macbeth «suscita in noi l’orrore di fronte a una vita in cui i carnefici diventano vittime e le vittime carnefici; e non vi è alcuna via d’uscita da questo sistema di rapporti. L’orrore davanti a un sistema di rapporti nel quale la felicità è possibile solo a prezzo dell’infelicità altrui e l’omicidio può, anche se solo da un certo punto di vista, essere considerato come un atto morale ed essere giustificato». L’opera di Šostakovic non è una giustificazione di delitti, ma un poema tragico sull’irrealizzabilità dell’amore».</p>]]></content:encoded><media:content url="https://www.ilgiornale.it/resizer/v2/OFS3VWGJJFPCNLLCVSBB6ELQMY.jpg?auth=6aa4f83b314e969a94304d16b4a130ed8d96350f709c7c2a3ede4ca24ff0f3f2&amp;smart=true&amp;width=1200&amp;height=900" type="image/jpeg" height="900" width="1200"/></item><item><title><![CDATA[La filarmonica di Tokyo]]></title><link>https://www.ilgiornale.it/news/bacchettata-2568641.html</link><guid isPermaLink="true">https://www.ilgiornale.it/news/bacchettata-2568641.html</guid><dc:creator><![CDATA[Giovanni Gavazzeni]]></dc:creator><description><![CDATA[Nel Gotha delle sale da concerto d'Europa, da Berlino a Vienna, da Barcellona a Lugano dove lo abbiamo ascoltato al Lac, è passata la tournée dell'Orchestra Filarmonica di Tokyo]]></description><pubDate>Sun, 16 Nov 2025 04:00:09 +0000</pubDate><content:encoded><![CDATA[<p>Nel Gotha delle sale da concerto d'Europa, da Berlino a Vienna, da Barcellona a Lugano dove lo abbiamo ascoltato al Lac, è passata la tournée dell'Orchestra Filarmonica di Tokyo, la più blasonata formazione nipponica. Grande attesa per il maestro Myung-Whun Chung, ormai stabilmente al vertice e Direttore musicale designato del Teatro alla Scala di Milano. Attesa che non ha deluso: è raro vedere un direttore giungere sul podio con fare circospetto e caracollante e poi mantenere una presenza energica così continuata per tutto il corso della serata. A questa sensazione di totale presenza fisica non concorre solo l'aspetto agile, dinamico e muscolare del fisico Chung, ma il gesto che ne è efficace espressione in atto, realizzato con un'economia di movimenti capace di riversare tutta l'energia nel fatto musicale. Apice l'esecuzione in forma di concerto del Sacre du Printemps di Igor Stravinskij, l'opera che al suo primo apparire con il suo primitivismo selvaggio e scandaloso seppelliva la belle epoque. Anche qui l'effetto Chung è stato ipnotico, non solo perché ha diretto a memoria una partitura tanto complessa, ma per la cartesiana sobrietà di suddivisioni e anticipi con i quali ha azionato l'orchestra a dimostrazione di un lavoro di concertazione capillare. Tutti, dalle spalle all'ultimo leggio, erano concentrati a sottolineare quella ritmica di scossoni georgici preistorici che il poeta Jean Cocteau avvertiva essersi abbattuta sul pubblico della prima parigina.</p>]]></content:encoded><media:content url="https://www.ilgiornale.it/resizer/v2/CSWD2XLG7JPGXKSUZCQTV33RCY.jpg?auth=c451864676470411d6758a67c0d4be937686144696aa01fbf22ff16c49c2f4f1&amp;smart=true&amp;width=1200&amp;height=900" type="image/jpeg" height="900" width="1200"/></item><item><title><![CDATA[Rivive "Francesca di Rimini"]]></title><link>https://www.ilgiornale.it/news/teatro/rivive-francesca-rimini-2550937.html</link><guid isPermaLink="true">https://www.ilgiornale.it/news/teatro/rivive-francesca-rimini-2550937.html</guid><dc:creator><![CDATA[Giovanni Gavazzeni]]></dc:creator><description><![CDATA[L'inaugurazione della stagione del Regio di Torino ha destato autentica emozione]]></description><pubDate>Sun, 12 Oct 2025 05:38:45 +0000</pubDate><content:encoded><![CDATA[<p>Quando nel corso di un'esecuzione si ricorda la superiorità di precedenti esecuzioni, qualcosa non ha funzionato. Così sette anni fa quando il Teatro alla Scala riprese Francesca di Rimini, tragedia di Gabriele d'Annunzio, musicata da Riccardo Zandonai, in un allestimento presto dimenticato. Al contrario l'inaugurazione della stagione del Regio di Torino ha destato autentica emozione. Merito in primis della direzione piena di slancio e attenta a esaltare uno strumentale prezioso di Andrea Battistoni, molto apprezzato dal pubblico. Altro elemento non meno essenziale, la solidità dei quattro interpreti principali: Barno Ismatulleva (Francesca), Roberto Alagna (Paolo, nella foto), George Gagnidze (Gianciotto), Matteo Mezzaro (Malatestino). Hanno reso più credibile la truce storia ambientata dal regista Andrea Bernard in una specie di casa di bambola ibseniana ante litteram. Se l'obiettivo era fare piazza pulita del medioevismo estetizzante dannunziano, la missione era riuscita. Restavano però meno credibili le ferocie dell'evo medio (ad esempio il duetto fra i fratelli con la testa mozzata del nemico), che per alcuni spettatori erano maleodoranti espressioni del verismo; al contrario per chi vi scrive sono inscritte in un suggestivo clima post-impressionista a tinte iper-espressive. Un grazie per aver riportato in vita la speciale malinconia adriatica della miglior opera di Zandonai.</p>]]></content:encoded><media:content url="https://www.ilgiornale.it/resizer/v2/B4VBAU2RJVPYVLQO3POODK7TEM.jpg?auth=c01e8bd481c447af3f5187491146b197bcca47b9617a53f48f54a7768943376a&amp;smart=true&amp;width=1200&amp;height=900" type="image/jpeg" height="900" width="1200"/></item><item><title><![CDATA[Yurij Temirkanov, il Superbo]]></title><link>https://www.ilgiornale.it/news/musica/yurij-temirkanov-superbo-2526258.html</link><guid isPermaLink="true">https://www.ilgiornale.it/news/musica/yurij-temirkanov-superbo-2526258.html</guid><dc:creator><![CDATA[Giovanni Gavazzeni]]></dc:creator><description><![CDATA[Il russo europeo Cjaikovskij nelle mani incantatrici del cabardo-balcaro Temirkanov ci diceva che per gli artisti della sua sensibilità gli Stati Uniti di tutta l'Europa erano un sogno che elevava lo spirito al di sopra delle tragedie umane]]></description><pubDate>Sun, 24 Aug 2025 06:53:59 +0000</pubDate><content:encoded><![CDATA[<p>Solo il Verbier Festival, attraverso la collana Verbier Gold, realizzata in collaborazione con Deutsche Grammophon, ha ricordato il grande maestro Yurij Temirkanov, a due anni dalla morte. E lo ha fatto nel segno di un autore di cui Temirkanov è stato interprete modello, Cjaikovski (DGG 48678006). Nella prima parte si ascolta la sua suite del balletto Il lago dei cigni e nella seconda, la grandiosa Quinta sinfonia. Eleganza tersicorea ed espressività romantica prendono vita dal gesto sobrio di Temirkanov a partire dal tenebroso notturno dei cigni, dove spunto melodico, coloriti e dinamiche dei tremoli catapultano l'ascoltatore nella magia della fiaba. Non c'è passo caratteristico che non abbia lo stacco giusto e lo spicco precipuo (la pensosa vivacità della ciarda ungherese, lo slancio ritmico leggero ed elegante della danza spagnola, la cantabilità sfrontata e salterellante della tromba italica nella danza napoletana, la sanità della mazurka polacca). Il russo europeo Cjaikovskij nelle mani incantatrici del cabardo-balcaro Temirkanov ci diceva che per gli artisti della sua sensibilità gli Stati Uniti di tutta l'Europa erano un sogno che elevava lo spirito al di sopra delle tragedie umane. Cjaikovskij, narratore fuori del comune di quelle «tragedie» personali e collettive, viene reso da Temirkanov con arte superba, in equilibrio fra decantazione lirica, eroiche fiammate, pulsioni nichiliste.</p>]]></content:encoded><media:content url="https://www.ilgiornale.it/resizer/v2/JYQGCKEJ25P5RJECL5WMMDOUNI.jpg?auth=6b6c3e4946bee12912677cf6b6f484debb37a1c269955330efa76fbc9123c827&amp;smart=true&amp;width=1200&amp;height=900" type="image/jpeg" height="900" width="1200"/></item><item><title><![CDATA[Ravel, genio da 150 anni]]></title><link>https://www.ilgiornale.it/news/bacchettata-2523752.html</link><guid isPermaLink="true">https://www.ilgiornale.it/news/bacchettata-2523752.html</guid><dc:creator><![CDATA[Giovanni Gavazzeni]]></dc:creator><description><![CDATA[Il compositore Maurice Ravel fa parte di quei pochi compositori che vengono eseguiti allo stesso modo, cioè sempre, ogni anno]]></description><pubDate>Sun, 17 Aug 2025 03:00:03 +0000</pubDate><content:encoded><![CDATA[<p>Il compositore Maurice Ravel fa parte di quei pochi compositori che vengono eseguiti allo stesso modo, cioè sempre, ogni anno. Ne consegue che anche durante le ricorrenze celebrative quest'anno sono i 150 anni dalla sua nascita, nel 1875 a Ciboure nei Paesi Baschi - non si notano cambiamenti sostanziali. Si arricchiscono però i documenti e le indagini: pochi sanno che giunto all'apice della fama, d'improvviso, Ravel non riuscì più a nuotare, e nel giro di poco tempo, avrebbe impiegato una settimana per scrivere una lettera, ricopiando i caratteri uno per uno dal dizionario Larousse. La tragedia di un genio che aveva perfettamente nella testa ancora "tanta musica da scrivere" è narrata da tre eminenti neurologi: Bernard Lechevalier, Bernard Mercier e Fausto Viader nel libro Le cerveau de Ravel (Ed. Odile Jacob). Ravel definì il suo stato una "vita nella nebbia": capiva perfettamente quanto gli accadeva attorno; captava il minimo errore nell'esecuzione della sua musica; passeggiava nei boschi trovando i sentieri senza problemi, finché piombò nel mutismo. Allora l'amato fratello e gli amici più cari accettarono una disperata operazione cerebrale che provocò la morte del compositore dieci giorni dopo l'intervento, il 17 dicembre 1937. "Perché mi è capitato questo?", si domandava. I documenti clinici attestano quale causa un'atrofia cerebrale circoscritta e progressiva, definita da uno dei medici "la morte prematura di una parte del sistema nervoso".</p>]]></content:encoded><media:content url="https://www.ilgiornale.it/resizer/v2/PH5RZN3JIBM2NGFXMTR3EQMHCQ.jpg?auth=cab214bf8d5994113fb7cd3cbfc6be3049c36db8678392b1758cdc0d29721e12&amp;smart=true&amp;width=1200&amp;height=900" type="image/jpeg" height="900" width="1200"/></item><item><title><![CDATA[Il monte Amiata e Bernal]]></title><link>https://www.ilgiornale.it/news/bacchettata-2515373.html</link><guid isPermaLink="true">https://www.ilgiornale.it/news/bacchettata-2515373.html</guid><dc:creator><![CDATA[Giovanni Gavazzeni]]></dc:creator><description><![CDATA[Da vent'anni la musica ha trovato casa in uno spazio magico della Maremma gorssetana, le colline che guardano le falde del Monte Amiata nei pressi di Cinigiano.]]></description><pubDate>Sun, 27 Jul 2025 03:00:03 +0000</pubDate><content:encoded><![CDATA[<p>Da vent'anni la musica ha trovato casa in uno spazio magico della Maremma gorssetana, le colline che guardano le falde del Monte Amiata nei pressi di Cinigiano. Un paesaggio degno della pittura metafisica dei primitivi toscani circonda i concerti al Forum Bertarelli, guidati da Maurizio Baglini, direttore artistico e impareggiabile factotum musicale dell'Amiata Piano Festival. A modo di preambolo del concerto che ospitava la carismatica presenza fisico e spirituale del ballerino spagnolo Sergio Bernal, il celebre fandango di Domenico Scarlatti che a Madrid visse a corte tutta la sua vita artistica costruendo il cosmo delle sue straordinarie sonate. Nei tre interventi danzati Bernal con la complicità di Baglini, del violoncello soave di Silvia Chiesa e il concorso di tre artisti flamenco altrettanto ammirabili (il percussionista Javier Valdunciel, la cantante Paz de Manuel e il chitarrista Daniel Jurado) hanno mostrato quanto nobile è stato l'innesto fra la musica colta e patrimonio folclorico nella penisola iberica. Prima con la Danza del molinero del Cappello a tre punte di Falla, poi nell'a-solo del Cigno del francese cosmopolita Camille Saint-Saëns (non però la morte del cigno, bensì la vita del cigno), per chiudere con una versione dell'ipnotizzante Bolero di Maurice Ravel, basco orgoglioso di esserlo per parte di madre e grande ammiratore della musica iberica (Falla per primo). Canto e baile gitano profondo hanno entusiasmato il pubblico del Forum.</p>]]></content:encoded><media:content url="https://www.ilgiornale.it/resizer/v2/T4Z3KQFILZMMXBEHBHOPRTUSPM.jpg?auth=ea2528607501b16801f63df96ed03f50dbea679a9eedd15b9e8a50f6cba940ca&amp;smart=true&amp;width=1200&amp;height=900" type="image/jpeg" height="900" width="1200"/></item><item><title><![CDATA[Temistocle Solera, spia all'Opera]]></title><link>https://www.ilgiornale.it/news/temistocle-solera-spia-allopera-2505850.html</link><guid isPermaLink="true">https://www.ilgiornale.it/news/temistocle-solera-spia-allopera-2505850.html</guid><dc:creator><![CDATA[Giovanni Gavazzeni]]></dc:creator><description><![CDATA[Una "nota azzurra" di Carlo Dossi tentava lo schizzo della "vita avventurosa" di Temistocle Solera.]]></description><pubDate>Sun, 06 Jul 2025 03:00:03 +0000</pubDate><content:encoded><![CDATA[<p>Una "nota azzurra" di Carlo Dossi tentava lo schizzo della "vita avventurosa" di Temistocle Solera, il poeta che diede a Giuseppe Verdi i libretti di Oberto, Nabucco, I Lombardi alla prima crociata, Giovanna d'Arco e Attila. Le esigue lettere sopravvissute con Verdi compaiono con ricche note e una chiara introduzione nel volume Carteggio Verdi-Solera (1843-1876) curato da Nicola Badolato (INSV, pagg, 142, euro 30). Il librettista di Va, pensiero, "nonostante i grandissimi guadagni, visse in perpetuo indebitamento". Tentò come operista di scarsa fama; allestì per la moglie soprano una compagnia di canto che lo portò in Spagna. "Colà seppe scoprire una congiura contro la regina Isabella e a impadronirsi della minuta del proclama del designato successore al trono". La riconoscente sovrana "gli si pose ad un tratto vicino e gli cacciò le mani lussuriose nella toppa de' calzoni". Dopo di ciò Solera "assisteva ai consigli dei Ministri", fino a quando la regina "congedava frettolosamente i ministri per farsi fottere e buggerare nella stessa aula e sul trono". Tornato in Italia, Solera divenne spia di Cavour, antiquario e questore fra i briganti. La sua leggenda fu oggetto d'ammirazione nella Scapigliatura milanese, dove la grande generosità verso gli amici fu per il Dossi e gli anti-verdiani un fatto più importante dei libretti d'opera, scritti a parer suo con l'amichevole concorso dell'avvocato Pier Ambrogio Curti, "sui quali Verdi ricamò le sue migliori musiche".</p>]]></content:encoded><media:content url="https://www.ilgiornale.it/resizer/v2/HGCCQXJGINLXPKNGOUN422HE7E.jpg?auth=4312cfae798890a51de8242a553513db02f3d33b0cdcf7434ee589f5b7d53746&amp;smart=true&amp;width=1200&amp;height=900" type="image/jpeg" height="900" width="1200"/></item><item><title><![CDATA[Un "Boccanegra" all'altezza]]></title><link>https://www.ilgiornale.it/news/musica/boccanegra-allaltezza-2502732.html</link><guid isPermaLink="true">https://www.ilgiornale.it/news/musica/boccanegra-allaltezza-2502732.html</guid><dc:creator><![CDATA[Giovanni Gavazzeni]]></dc:creator><description><![CDATA[L'occasione era ghiotta, potendo contare come fondale e parziale scenografia sull'Amerigo Vespucci colà ormeggiata]]></description><pubDate>Mon, 30 Jun 2025 05:45:01 +0000</pubDate><content:encoded><![CDATA[<p>Con il caldo impazzano gli spettacoli al fresco. Oltre ai catini e alle arene ormai classici mancavano i golfi poetici, come accaduto con l'idea di ambientare la grande tragedia di Giuseppe Verdi sul primo doge di Genova sul molo Italia di La Spezia. Si chiamano «opera site-specific». L'occasione era ghiotta, potendo contare come fondale e parziale scenografia sull'Amerigo Vespucci colà ormeggiata. D'altronde la cosa che manca di più negli allestimenti del Boccanegra (tranne quello indimenticabile di Sylvano Bussotti) è l'elemento fondamentale, il mare, la cui presenza accompagna la truce storia di potere del corsaro divenuto doge. La sconosciuta Orchestra delle Terre Verdiane e il Coro Genova Vocal Consort potevano preludiare ad una versione filodrammatica, smentita non solo dalla cura e dai tempi saggiamente accondiscendenti per le voci del direttore Stefano Giaroli (foto), ma anche grazie ai microfoni tv che fanno pure sembrare tutti dei vocioni da mascherone, ma non sono bugiardi sulla qualità complessiva dei cantanti: il dignitoso Boccanegra, l'Amelia Grimaldi pulita di Leyla Gu, e, non secondario, l'apporto dei bassi Agostino Subacchi (Fiesco) e Stavros Mantis (Paolo Albiani). A parte il golfo di La Spezia, Verdi in quel contesto colpisce al cuore con la sua grandiosa visione pessimistica della storia, dove anche i vecchi come Fiesco, alla fine versano lacrime da eroi di Omero.</p>]]></content:encoded><media:content url="https://www.ilgiornale.it/resizer/v2/NS7N5VNPFRJTZDIRYWSDP66ZSM.jpg?auth=52966114976dbb2527c0a011e842a8412bb516f0b033d3fad95d0cc3ddd2b159&amp;smart=true&amp;width=1200&amp;height=900" type="image/jpeg" height="900" width="1200"/></item><item><title><![CDATA[Comicissima "Opera seria"]]></title><link>https://www.ilgiornale.it/news/comicissima-opera-seria-2465603.html</link><guid isPermaLink="true">https://www.ilgiornale.it/news/comicissima-opera-seria-2465603.html</guid><dc:creator><![CDATA[Giovanni Gavazzeni]]></dc:creator><description><![CDATA[Ranieri de' Calzabigi &amp; Florian Leopold Gassmann nella loro Opera seria alla Scala prendono di mira la paludata tragedia ultra-celebre di Pietro Metastasio.]]></description><pubDate>Sun, 13 Apr 2025 03:00:02 +0000</pubDate><content:encoded><![CDATA[<p>Ranieri de' Calzabigi &amp; Florian Leopold Gassmann nella loro Opera seria alla Scala prendono di mira la paludata tragedia ultra-celebre di Pietro Metastasio. Si narra l'allestimento di un'opera seria continuamente manomessa dai capricci degli artisti: tre cantatrici (Smorfiosa, Stonatrilla e Porporina) litigano in perpetuo, pretendendo modifiche dal Compositore Delirio e dal Poeta Sospiro, aizzate nel finale da tre Mamme travestite (Bragherona, Befana e Caverna); il primo Uomo Ritornello è un vanesio sempre in bella vista; il Coreografo Passagallo reclama uno straccio di prove per i suoi ballerini svillaneggiati dai cantanti. Tutti flagellano l'Impresario, Fallito. Il regista Laurent Pelly ha gestito da maestro la tempesta dei caratteri: la riuscita di questo spettacolo è nella messa in scena (la squadrata direzione d'orchestra era più adatta alla rivista militare che agli intrighi dei teatranti). L'apprezzamento va esteso a tutta la compagnia, a prescindere dal coefficiente di difficoltà tecniche: Pietro Spagnoli reggeva il mattatoio come uno sperimentato Atlante; Alessio Arduini guidava con l'autorità di un novello Gasparo Angiolini gli pseudo-ballerini (i simpatici coristi dell'Accademia della Scala); Giovanni Sala e Mattia Olivieri si scambiavano frecce avvelenate subendo i capricci delle nevrotiche primedonne Julie Fuchs, Andrea Carroll e Serena Gamberoni, degne figlie di tante madri travestite, Alberto Allegrezza, Lawrence Zazzo, Filippo Mineccia.</p>]]></content:encoded><media:content url="https://www.ilgiornale.it/resizer/v2/O75UHFREGFJEJD6IWXVGKGI6FA.jpg?auth=d394d08423cd409f40a3f000c80b9915dad476781f03de1bd0227e6c7ea7dfe4&amp;smart=true&amp;width=1200&amp;height=900" type="image/jpeg" height="900" width="1200"/></item></channel></rss>