<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><rss xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom" xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/" xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/" xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/" version="2.0" xmlns:media="http://search.yahoo.com/mrss/"><channel><title><![CDATA[News feed]]></title><link>https://www.ilgiornale.it</link><atom:link href="https://www.ilgiornale.it/arc/outboundfeeds/rss/autore/claudio-rise/" rel="self" type="application/rss+xml"/><description><![CDATA[ News Feed]]></description><lastBuildDate>Sun, 26 Jul 2026 11:59:03 +0000</lastBuildDate><language>it</language><ttl>1</ttl><sy:updatePeriod>hourly</sy:updatePeriod><sy:updateFrequency>1</sy:updateFrequency><item><title><![CDATA[Simboli al rogo e quei legami andati distrutti]]></title><link>https://www.ilgiornale.it/news/politica/simboli-rogo-e-quei-legami-andati-distrutti-1454766.html</link><guid isPermaLink="true">https://www.ilgiornale.it/news/politica/simboli-rogo-e-quei-legami-andati-distrutti-1454766.html</guid><dc:creator><![CDATA[Claudio Risè]]></dc:creator><description><![CDATA[Nel modo dei disperati, che non hanno più parole, restano solo i simboli]]></description><pubDate>Sat, 21 Oct 2017 07:47:53 +0000</pubDate><content:encoded><![CDATA[<p>È un assassino, il padre che disperato ha dato fuoco alla propria casa, provocando la morte dei suoi figli che vi si trovavano, e la sua? Certamente. Sono morti un bimbo di 11 anni e tre bimbe di 7, 5 e 3 anni. Uccisi dal fuoco, appiccato dal padre. Ma era anche un uomo che cercava di dire qualcosa. Nel modo dei disperati, che non hanno più parole. Hanno però ancora, a volte, i simboli, che con un'immagine riassumono centinaia di parole, di storie. O un'intera esistenza: la sua. In Africa (ma non solo lì), la casa che brucia è il simbolo della vita distrutta, bruciata. I medici popolari, i tabib del nordafrica, come gli n'zangoma del sud, per aiutare l'altro a uscire dalla disperazione di chi sente che la sua vita sta bruciando, disegnano a volte sulla terra, assieme al paziente, una capanna in fiamme. Poi, insieme a lui riempiono da una fonte brocche d'acqua, e corrono a «spegnere l'incendio», rovesciandole sul disegno. È necessario che la persona disperata (e ormai psichicamente scompensata) cambi l'immagine che ha della propria vita, perché non trasferisca nella realtà le fiamme e bruci davvero la casa. Occorre aiutarlo a spegnere l'incendio che sta divorando la sua psiche ancora prima dell'abitazione. Ma a Como di medici popolari non ce n'è. E i simboli, del resto nessuno (anche molti preti) sa più come trattarli. Però è un guaio. Perché spesso le parole non bastano, e neppure si conoscono quelle giuste. Questo incendio è una devastazione che riassume una lunga storia. Faycal era venuto dal Marocco. Como è bella, ma non proprio facile da viverci per chi viene dal nord Africa. Questa casa che brucia ci parla anche della tragedia di gran parte dell'immigrazione, con il suo mito devastante del paese ricco come sistemazione della vita. Che anzi, lì va in fumo. Il lavoro è facile perderlo. E la depressione è in agguato per chi viene da un'altra cultura, un altro popolo, un'altra terra. La moglie di Faycal è in ospedale, colta da questo male dei paesi ricchi. E lui è lì, con quattro bambini cui non ha nulla da dare da mangiare. E, come fanno i folli, «agisce» la sua realtà, e brucia la casa. Certo: un pluriomicidio di minori, i suoi figli. Dentro, però, a una realtà molto più ampia e complessa di un articolo del codice penale. Che ci riguarda tutti.</p>]]></content:encoded><media:content url="https://www.ilgiornale.it/resizer/v2/ELU6274CSVNSPKDLWIN3G2NTAE.jpg?auth=61d215577c2adda124b0f6452d91cc31480ef1c3f8241043485344ccd3991a0f&amp;smart=true&amp;width=1200&amp;height=900" type="image/jpeg" height="900" width="1200"/></item><item><title><![CDATA[Più vicini alla depressione i figli delle coppie omosessuali]]></title><link>https://www.ilgiornale.it/news/pi-vicini-depressione-i-figli-delle-coppie-omosessuali-1453751.html</link><guid isPermaLink="true">https://www.ilgiornale.it/news/pi-vicini-depressione-i-figli-delle-coppie-omosessuali-1453751.html</guid><dc:creator><![CDATA[Claudio Risè]]></dc:creator><description><![CDATA[Come crescono i bimbi delle coppie omosessuali? Ottimamente, ci hanno assicurato i media in questi anni. Comunque molto meglio di quelli cresciuti in coppie etero, hanno ribadito esperti molto zelanti e terapeuti politicamente impegnati.]]></description><pubDate>Wed, 18 Oct 2017 07:15:59 +0000</pubDate><content:encoded><![CDATA[<p>Come crescono i bimbi delle coppie omosessuali? Ottimamente, ci hanno assicurato i media in questi anni. Comunque molto meglio di quelli cresciuti in coppie etero, hanno ribadito esperti molto zelanti e terapeuti politicamente impegnati. Qualche intervistato più cauto ha provato a obiettare, ma chissà come mai il collegamento radiofonico improvvisamente cadeva, tra scuse biascicate velocemente dall'intervistatore.</p><p>Andava tutto veramente così bene? Non proprio. Che i metodi con cui i dati venivano raccolti fossero in parte poco attendibili lo si sapeva, ma appunto difficilmente si riusciva a comunicarlo perché ciò metteva in crisi il pregiudizio ottimistico del discorso sull'omogenitorialità. Per esempio ci si era accorti della frequente poca rappresentatività dei campioni scelti, sia per la poca consistenza numerica che per l'eterogeneità delle situazioni considerate. Tutte forme sia di «genitorialità» che di «filiazione» molto diverse, tra le quali occorrerebbe muoversi con grande attenzione e rispetto, senza cadere in generalizzazioni sommarie.</p><p>Infine: il tempo. Aspetto decisivo nella vita, grande sfida alla maggior parte degli studi socio-psicologici, e che si capiva essere ben poco considerato in gran parte di questi lavori. Quanto un bambino sia stato bene o no in una famiglia lo capisci nel tempo. E in queste ricerche di tempo osservato ce n'era ben poco, anche per l'assoluta novità del fenomeno. Di solito pochi anni, mentre i problemi escono, per solito, nel corso dell'adolescenza e anche molto dopo.</p><p>Questi problemi compaiono ora nella loro realtà e complessità nel serio e accurato studio Omogenitorialità, filiazione e dintorni. Un'analisi critica delle ricerche della psicologa Elena Canzi, ricercatrice del Centro studi e ricerche sulla famiglia dell'Università Cattolica di Milano, presentato da Eugenia Scabini e Vittorio Cigoli (Vita e pensiero, pagg. 144, euro 15). Il testo offre con metodo e precisione un'ampia selezione degli studi che rispondevano almeno ai requisiti indispensabili agli standard base nella ricerca psico-sociologica. I campioni rimangono abbastanza ridotti, e soprattutto nella raccolta delle informazioni sembrano spesso prevalenti quelle fornite volontariamente dai genitori rispetto a quelle risultanti da dati accertati da strumenti neutrali. È naturale che i genitori siano impegnati a dimostrare la positività del loro operato, tanto più in un tipo di filiazione anche antropologicamente nuovo, di cui essi stessi sono stati inventori, esecutori e, in queste ricerche, anche informatori e infine giudici dei risultati.</p><p>Questo è l'aspetto più critico, ma anche umanamente interessante di tutta la vicenda dell'omogenitorialità. In un'epoca in cui i genitori hanno spesso dimostrato anche molta distrazione e poco interesse per i figli, vissuti spesso come concorrenti invadenti sul piano dei consumi e dell'immagine, i genitori omosessuali hanno dimostrato complessivamente un notevole impegno ad averli e crescerli. Anche se non privo di tratti narcisistici, del resto caratterizzanti tutta la vita contemporanea. L'autrice e il Centro studi famiglia opportunamente si tengono però lontani da questi aspetti valutativi, che peraltro poi si evincono dagli elementi presentati negli studi. Soprattutto quando i dati forniti da genitori e associazioni vengono associati a quelli delle rilevazioni dei censimenti e data base costituiti su basi oggettive.</p><p>Compare così un'immagine di più ampio respiro su questa esperienza inedita nella storia del mondo, e su queste vite umane in sviluppo, riempiendo finalmente di contenuti esistenziali quello che era rimasto finora un dibattito in gran parte ideologico, con toni sgradevolmente propagandistici.</p><p>Come sempre nell'esistenza umana, che ha un tempo limitato tra un inizio e una fine, è proprio il tempo a fornire i dati più critici. È infatti all'età media di 28 anni, all'inizio del quarto settennio, quando è definitivamente conclusa la fase per certi versi eroica dell'infanzia-adolescenza e si entra nella maturità, che compaiono in questi figli i più problematici (finora) segni di difficoltà. Si tratta del disturbo caratteristico di tutta la nostra epoca, quello depressivo, la cui incidenza «cresce in modo esponenziale dal 18% in adolescenza al 51% in età adulta, mentre nel gruppo di figli di coppie eterosessuali diminuisce nel tempo di due punti percentuali con un valore in età adulta pari al 20%». Un dato questo, finora non rilevato, facendo per decenni di loro delle Invisible victims, «vittime invisibili», come li chiama Paul Sullins, autore del recente studio, pubblicato nel 2016. Naturalmente la depressione in età adulta è per queste persone solo un rischio, non un destino. Ma qui la frequenza è maggiore. Potrebbe magari cambiare più avanti, in rilevazioni successive: non possiamo saperlo oggi. Ma è per questo che le certezze finora spacciate per verità scientifiche su di loro, anche da cattedratici, si rivelano solo cattiva propaganda. Del resto, non potevano essere certezze, semplicemente perché mancava il tempo per trarre conclusioni. E i genitori omosessuali avrebbero ragioni di protestare contro presentazioni fatte così superficialmente dell'esperienza esistenziale loro e dei loro figli.</p><p>Un aspetto che non sarebbe corretto tacere è la maggior presenza dell'altro problemaccio dei bambini di oggi: l'iperattività e deficit di attenzione (Adhd), presente circa due volte più che nei figli di genitori eterosessuali. Anche perché i due fattori insieme, depressione e Adhd, vanno poi, come è noto, assieme a tutta una serie di altri aspetti: difficoltà nel conseguimento di diplomi scolastici, assunzione di cannabis e altre droghe, problemi emotivi. Tutti fenomeni rilevati anche in questi studi, ma spesso con commenti per nulla preoccupati, mentre nell'osservazione socio-psicologica risultano accompagnare per solito vite non proprio felici, e molteplici difficoltà.</p><p>In molti di questi studi, soprattutto quelli più datati, si insiste poi positivamente sulla poca aggressività di questi bambini e sulla loro apertura mentale, in particolare riguardo all'orientamento sessuale. È certamente un bene. Ma nelle analisi più qualitative ciò appare spesso come un impegno nella difesa dei genitori da aggressioni dall'esterno. Sappiamo però come l'atteggiamento «genitoriale» dei figli verso i genitori costi poi loro in mancanza di spontaneità, stanchezze emotive, depressioni. In queste biografie aspetti come questi, civilmente approvabili, sembrano sovrapporsi spesso ai sentimenti profondi dei bambini.</p><p>Non sempre però. Su un punto di solito non mollano: la mamma è sempre la mamma. Nelle coppie di lesbiche, la più amata è la madre naturale, non quella «sociale». La cosa, però, non crea solo sofferenze alla madre sociale ma anche problemi nella coppia, oltre che imbarazzo ai bambini. L'altra, raccontano loro, è una «mom». Mommy è quella che mi ha messo al mondo.</p>]]></content:encoded><media:content url="https://www.ilgiornale.it/resizer/v2/PSIA2IPLN5MEFJCR53OXITWX2A.jpg?auth=ba0c45d044cf68a2ffcff2c7f8da9f465480176e47767cc4ba8ae9b678914820&amp;smart=true&amp;width=1200&amp;height=900" type="image/jpeg" height="900" width="1200"/></item><item><title><![CDATA[Se i figli dei gay sono iperattivi, depressi e fragili]]></title><link>https://www.ilgiornale.it/news/cronache/se-i-figli-dei-gay-sono-iperattivi-depressi-e-fragili-1453640.html</link><guid isPermaLink="true">https://www.ilgiornale.it/news/cronache/se-i-figli-dei-gay-sono-iperattivi-depressi-e-fragili-1453640.html</guid><dc:creator><![CDATA[Claudio Risè]]></dc:creator><description></description><pubDate>Wed, 18 Oct 2017 04:00:12 +0000</pubDate><content:encoded><![CDATA[<p>Come crescono i bimbi delle coppie omosessuali? Ottimamente, ci hanno assicurato i media in questi anni. Comunque molto meglio di quelli cresciuti in coppie etero, hanno ribadito esperti molto zelanti e terapeuti politicamente impegnati. Qualche intervistato più cauto ha provato a obiettare, ma chissà come mai il collegamento radiofonico (...)</p><p>(...) improvvisamente cadeva, tra scuse biascicate velocemente dall'intervistatore. </p><p>Andava tutto veramente così bene? Non proprio. Che i metodi con cui i dati venivano raccolti fossero in parte poco attendibili lo si sapeva, ma appunto difficilmente si riusciva a comunicarlo perché ciò metteva in crisi il pregiudizio ottimistico del discorso sull'omogenitorialità. Per esempio ci si era accorti della frequente poca rappresentatività dei campioni scelti, sia per la poca consistenza numerica che per l'eterogeneità delle situazioni considerate. Tutte forme sia di «genitorialità» che di «filiazione» molto diverse, tra le quali occorrerebbe muoversi con grande attenzione e rispetto, senza cadere in generalizzazioni sommarie.</p><p>Infine: il tempo. Aspetto decisivo nella vita, grande sfida alla maggior parte degli studi socio-psicologici, e che si capiva essere ben poco considerato in gran parte di questi lavori. Quanto un bambino sia stato bene o no in una famiglia lo capisci nel tempo. E in queste ricerche di tempo osservato ce n'era ben poco, anche per l'assoluta novità del fenomeno. Di solito pochi anni, mentre i problemi escono, per solito, nel corso dell'adolescenza e anche molto dopo.</p><p>Questi problemi compaiono ora nella loro realtà e complessità nel serio e accurato studio Omogenitorialità, filiazione e dintorni. Un'analisi critica delle ricerche della psicologa Elena Canzi, ricercatrice del Centro studi e ricerche sulla famiglia dell'Università Cattolica di Milano, presentato da Eugenia Scabini e Vittorio Cigoli (Vita e pensiero, pagg. 144, euro 15). Il testo offre con metodo e precisione un'ampia selezione degli studi che rispondevano almeno ai requisiti indispensabili agli standard base nella ricerca psico-sociologica. I campioni rimangono abbastanza ridotti, e soprattutto nella raccolta delle informazioni sembrano spesso prevalenti quelle fornite volontariamente dai genitori rispetto a quelle risultanti da dati accertati da strumenti neutrali. È naturale che i genitori siano impegnati a dimostrare la positività del loro operato, tanto più in un tipo di filiazione anche antropologicamente nuovo, di cui essi stessi sono stati inventori, esecutori e, in queste ricerche, anche informatori e infine giudici dei risultati. </p><p>Questo è l'aspetto più critico, ma anche umanamente interessante di tutta la vicenda dell'omogenitorialità. In un'epoca in cui i genitori hanno spesso dimostrato anche molta distrazione e poco interesse per i figli, vissuti spesso come concorrenti invadenti sul piano dei consumi e dell'immagine, i genitori omosessuali hanno dimostrato complessivamente un notevole impegno ad averli e crescerli. Anche se non privo di tratti narcisistici, del resto caratterizzanti tutta la vita contemporanea. L'autrice e il Centro studi famiglia opportunamente si tengono però lontani da questi aspetti valutativi, che peraltro poi si evincono dagli elementi presentati negli studi. Soprattutto quando i dati forniti da genitori e associazioni vengono associati a quelli delle rilevazioni dei censimenti e data base costituiti su basi oggettive.</p><p>Compare così un'immagine di più ampio respiro su questa esperienza inedita nella storia del mondo, e su queste vite umane in sviluppo, riempiendo finalmente di contenuti esistenziali quello che era rimasto finora un dibattito in gran parte ideologico, con toni sgradevolmente propagandistici.</p><p>Come sempre nell'esistenza umana, che ha un tempo limitato tra un inizio e una fine, è proprio il tempo a fornire i dati più critici. È infatti all'età media di 28 anni, all'inizio del quarto settennio, quando è definitivamente conclusa la fase per certi versi eroica dell'infanzia-adolescenza e si entra nella maturità, che compaiono in questi figli i più problematici (finora) segni di difficoltà. Si tratta del disturbo caratteristico di tutta la nostra epoca, quello depressivo, la cui incidenza «cresce in modo esponenziale dal 18% in adolescenza al 51% in età adulta, mentre nel gruppo di figli di coppie eterosessuali diminuisce nel tempo di due punti percentuali con un valore in età adulta pari al 20%». Un dato questo, finora non rilevato, facendo per decenni di loro delle Invisible victims, «vittime invisibili», come li chiama Paul Sullins, autore del recente studio, pubblicato nel 2016. Naturalmente la depressione in età adulta è per queste persone solo un rischio, non un destino. Ma qui la frequenza è maggiore. Potrebbe magari cambiare più avanti, in rilevazioni successive: non possiamo saperlo oggi. Ma è per questo che le certezze finora spacciate per verità scientifiche su di loro, anche da cattedratici, si rivelano solo cattiva propaganda. Del resto, non potevano essere certezze, semplicemente perché mancava il tempo per trarre conclusioni. E i genitori omosessuali avrebbero ragioni di protestare contro presentazioni fatte così superficialmente dell'esperienza esistenziale loro e dei loro figli. </p><p>Un aspetto che non sarebbe corretto tacere è la maggior presenza dell'altro problemaccio dei bambini di oggi: l'iperattività e deficit di attenzione (Adhd), presente circa due volte più che nei figli di genitori eterosessuali. Anche perché i due fattori insieme, depressione e Adhd, vanno poi, come è noto, assieme a tutta una serie di altri aspetti: difficoltà nel conseguimento di diplomi scolastici, assunzione di cannabis e altre droghe, problemi emotivi. Tutti fenomeni rilevati anche in questi studi, ma spesso con commenti per nulla preoccupati, mentre nell'osservazione socio-psicologica risultano accompagnare per solito vite non proprio felici, e molteplici difficoltà.</p><p>In molti di questi studi, soprattutto quelli più datati, si insiste poi positivamente sulla poca aggressività di questi bambini e sulla loro apertura mentale, in particolare riguardo all'orientamento sessuale. È certamente un bene. Ma nelle analisi più qualitative ciò appare spesso come un impegno nella difesa dei genitori da aggressioni dall'esterno. Sappiamo però come l'atteggiamento «genitoriale» dei figli verso i genitori costi poi loro in mancanza di spontaneità, stanchezze emotive, depressioni. In queste biografie aspetti come questi, civilmente approvabili, sembrano sovrapporsi spesso ai sentimenti profondi dei bambini.</p><p>Non sempre però. Su un punto di solito non mollano: la mamma è sempre la mamma. Nelle coppie di lesbiche, la più amata è la madre naturale, non quella «sociale». La cosa, però, non crea solo sofferenze alla madre sociale ma anche problemi nella coppia, oltre che imbarazzo ai bambini. L'altra, raccontano loro, è una «mom». Mommy è quella che mi ha messo al mondo.</p><p>Claudio Risé</p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[I malati di Alzheimer? Più «umani» di noi]]></title><link>https://www.ilgiornale.it/news/cronache/i-malati-alzheimer-pi-umani-noi-1444231.html</link><guid isPermaLink="true">https://www.ilgiornale.it/news/cronache/i-malati-alzheimer-pi-umani-noi-1444231.html</guid><dc:creator><![CDATA[Claudio Risè]]></dc:creator><description></description><pubDate>Thu, 21 Sep 2017 04:00:17 +0000</pubDate><content:encoded><![CDATA[<p>Già molto prima di essere psicoanalista, ho sempre amato i vecchi strani. Allora si diceva vecchi matti, ma senza cattiveria, piuttosto con affetto, e anche un po' di timore. C'era la percezione, già quando le scuole religiose ci portavano da bambini a trovarli nelle case di riposo, che fossero persone importanti, suggestive. Con una loro (...)</p><p>(...) nascosta potenza, al di là della pietà che ci suggerivano premurosamente le maestre, forse un po' schifate dalle bave, o qualche risata troppo forte. Furono pomeriggi intensi quelli passati con loro, di solito prima di Natale, o Pasqua.</p><p>Poi, abbastanza improvvisamente, sono dilagati un po' dovunque, nelle famiglie, nelle case. Tutti, nonni, genitori, fratelli, vecchi amici, ex fidanzate, potevano diventare come loro, e qualcuno lo faceva. A volte lentamente, a volte meno, lo sguardo si spegneva, andava altrove. Mamme e nonne iperpresenti, quasi invadenti, si eclissavano nel mistero, a volte nel silenzio. Delle amate partite a carte con le amiche non importava più nulla. Né a lui del campo di golf, o degli amici della cooperativa. Dove stavano andando?</p><p>Erano veramente dementi, diventati improvvisamente sociopatici, o c'era un brandello di saggezza, che si faceva largo in mezzo alle abitudini cui avevano ceduto troppo a lungo, magari annoiandosi a morte? La nonna che improvvisamente disertava le amiche della canasta, prima le amava davvero, o non ne poteva più già da un pezzo? Impossibile saperlo, se glielo chiedevi sfoderava un sorriso da sfinge, silenziosa. È come quando l'impeccabile nonna di Proust ha un malore, e poi si riprende e sale in carrozza mettendosi il cappello storto sulle ventitré, sfilando sul viale con un sorriso sghembo. È un inizio di demenza, oppure vuole fare uno scherzo un po' horror agli amici aristocratici che si scappellano sul marciapiede del boulevard, basiti al vederla così in disordine? Non riesco mai a non chiedermelo, anche adesso quando incrocio queste situazioni come psicoterapeuta.</p><p>Anche perché proprio l'osservazione del malessere mi ha insegnato che quando qualcosa va solo verso una direzione, per esempio attività, lucidità, efficienza, razionalità, più inesorabilmente «chiama», suscita, e sotterraneamente produce il contrario: stasi, annebbiamento, irrazionalità. Più loro stanno fermi, si addormentano ostentatamente di giorno, rimangono a lungo silenziosi, e più mi viene da pensare che noi siamo tutti iperattivi, e che loro, non potendo ormai fare altro, ci stanno forse indicando un altro modo. Forse una via d'uscita da uno stile di vita frenetico, che magari potrebbe davvero farci diventare tutti pazzi.</p><p>E poi quei loro sguardi persi, sognanti, così più interessanti del tipo perfectly fit, con la sua penetrante occhiata pubblicitaria, come chi ti sta sempre vendendo qualcosa... Loro, i vecchi strani, non hanno niente da venderti, o di cui convincerti. Sono lì, altri, ormai inesorabilmente diversi da te, testimoni di un altrove che non si sa dove sia. Forse sono anche noi, fra poco forse. Impossibile non amarli.</p><p>Claudio Risé</p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[Tutti i conflitti di oggi sono figli dei popoli senza una vera nazione]]></title><link>https://www.ilgiornale.it/news/spettacoli/tutti-i-conflitti-oggi-sono-figli-dei-popoli-senza-vera-1443783.html</link><guid isPermaLink="true">https://www.ilgiornale.it/news/spettacoli/tutti-i-conflitti-oggi-sono-figli-dei-popoli-senza-vera-1443783.html</guid><dc:creator><![CDATA[Claudio Risè]]></dc:creator><description><![CDATA[Dalla Bosnia all'Africa, David Armitage spiega le tensioni sotterranee che portano allo scontro]]></description><pubDate>Wed, 20 Sep 2017 06:26:39 +0000</pubDate><content:encoded><![CDATA[<p>La guerra, anzi «l'opzione militare» come si dice oggi perché la parola guerra dà fastidio, si fa più forse più probabile, e non in un posto solo. Tornano d'attualità i conflitti (che c'erano anche prima, solo che non se ne doveva parlare), ma non sono molti invece gli studi sulla guerra, colpiti dall'interdetto lanciato dal politically correct su chi ne parla. Ormai lontane le riflessioni di ampio respiro di Samuel Huntington, che da Harvard previde con precisione lo scontro di civiltà, di culture e di religioni (in particolare fra Islam e Occidente) come principale motivazione dei conflitti post Guerra fredda. Quasi dimenticate poi le due grandi visioni che avevano interpretato il fenomeno bellico nel secolo scorso: quella economico-politica di Raymond Aron, e quella socio-antropologica di Gaston Bouthoul, fondatore della polemologia. Il quale ribaltò le varie interpretazioni di ispirazione marxista dimostrando come la gran parte dei conflitti non siano il risultato della povertà e della fame, bensì dell'eccedenza di energie e risorse culturali, identitarie e economiche che non trovando sbocco nei consueti circuiti di pace, suscitano e si investono nei conflitti.</p><p>Oggi invece è come se lo studio della guerra si fosse per così dire impigliato nelle parole e nei codici linguistici ammessi dal modello culturale dominante, diventando così una guerra di parole. È quello che ammette molto correttamente, David Armitage, professore di storia all'Università di Harvard, autore del recentissimo Guerre civili. Una storia attraverso le idee (Donzelli editore), intitolando la conclusione del libro: Guerre civili di parole. Tutto perché la guerra viene sempre vista e interpretata secondo le categorie della politica: «Il problema della denominazione diventa particolarmente acuto quando abbiamo a che fare con le idee politiche. Formuliamo queste categorie per convincere i nostri amici e contrastare i nostri nemici», ammette francamente Armitage. Il paradosso è che poi oggi (come spesso in passato), la guerra non è più politica, ma appunto culturale, religiosa, etnica, come già sosteneva Huntington, in polemica con l'immaginaria Fine della storia di Francis Fukujama, convinto invece che storia e guerra sarebbero terminate contemporaneamente, con la fine della Guerra fredda.</p><p>Lo stesso Armitage riconosce fin dall'inizio del libro che «siamo di fronte al più straordinario cambiamento nei conflitti umani avvenuto nell'arco di secoli». Fino alla fine dell'ultima guerra mondiale le guerre venivano fatte tra Stati, adesso la maggior parte avvengono all'interno di essi. Di qui la denominazione di «civili», originaria dal diritto romano, per indicare le guerre tra cittadini. Queste guerre, inoltre, civili di solito non sono affatto perché tendono a lasciare ferite non rimarginabili. Dopo la guerra civile, osservava De Gaulle, anche quando finisce il conflitto non nasce la pace. Le guerre fratricide, scrisse il giurista internazionale Carl Schmitt, creano ferite particolarmente lente a rimarginarsi.</p><p>Però solo una parte assai modesta di queste nuove guerre sono veramente guerre tra fratelli. Nelle classificazioni attuali appare così perché appunto sono redatte da organismi internazionali o accademici che riflettono le visioni politiche di chi li ispira e finanzia: Organizzazioni Internazionali, Università, Fondazioni. Come osserva Armitage: «descrivere un conflitto come guerra civile ha un peso simbolico e politico, in quanto il termine può conferire o negare una legittimità». In questo modo si riesce a porre sotto la categoria della guerra civile la maggior parte dei conflitti che si sono sviluppati appunto dal 1945 in poi. Che però sono combattuti da gruppi che non si sentono affatto fratelli, e sono dovute per la maggior parte al decomporsi della carta geografica del mondo per il processo di decolonizzazione avviato appunto del 1948 in poi.</p><p>Per richiesta soprattutto degli Stati Uniti, le Organizzazioni Internazionali e Stati ex coloniali hanno lasciato che Stati abbastanza immaginari creati a tavolino durante la colonizzazione si dissolvessero sotto spinte etniche, o religiose, sempre con forti componenti culturali/nazionali. Non nel senso europeo dello Stato nazione ottocentesco, ma in quello della nazione organica, unione di territorio, popolazione, e appunto cultura materiale, linguistica e in molti casi religiosa. Stiamo infatti assistendo in tutto il mondo, con molti conflitti e troppi morti, alla ricostituzione delle unità politiche di base (appunto le nazioni organiche), presenti anche in Europa fino alla fine degli Imperi, a volte riunite in unità sovranazionali di tipo confederale.</p><p>Naturalmente in queste guerre hanno giocato anche interessi delle potenze (prima l'Urss, poi la Cina, a volte importanti multinazionali Usa) interessate a sviluppare legami politici o d'affari con i territori in questione. La base su cui però queste penetrazioni si appoggiano è la rete sottostante dei clan, tribù, popoli e credenze che formavano già le precedenti nazioni organiche. Sopravvissute in molti casi a colonizzazione prima e decolonizzazione poi, proprio perché non fondate su sovrastrutture politiche o economiche ma su basi di condivisione più profonde. Anche le guerre avvenute in Europa, come quelle della ex Jugoslavia sono riconducibili allo stesso fenomeno, che lì ha posto fine allo Stato Nazione voluto da Stalin e Tito e consentito (con la tradizionale protezione del mondo tedesco) il ricostituirsi accanto alla Serbia delle antiche nazioni della Croazia, Slovenia, Bosnia-Erzegovina, Macedonia con la novità ora rappresentata dall'inquieta vitalità delle componenti islamiche.</p><p>Anche in Europa, le attuali tensioni in Spagna, Belgio, potenzialmente Italia, sono dello stesso tipo. L'attuale centralizzazione dello Stato nazione ottocentesco, con la sua impostazione giuridica e relativa lontananza dalle diverse popolazioni al suo interno, non è ritenuta adeguata agli interessi e vocazioni dei vari territori, che premono almeno per Stati confederali. In tutto il mondo poi, spinte molto simili chiedono che l'Onu, attualmente la grande fabbrica delle «parole permesse o vietate», riconsideri tra i suoi possibili interlocutori oltre agli Stati, che sono già suoi membri riconosciuti, popoli e comunità che oggi non lo sono ma che attraverso referendum democratici chiedono di essere riconosciuti come tali (come farà tra breve la Catalogna, poi il Veneto e altri). Finora questo non è stato possibile perché si opponevano gli Stati cui apparteneva la nazione organica che lo chiedeva. Ciò però ha appunto creato il moltiplicarsi dei nuovi conflitti, con guerre e morti, esportando poi i disordini locali nel resto del mondo sotto forma di migrazioni. L'Onu dovrà forse scegliere nei prossimi anni se essere la protettrice della pace, come da Statuto, o dei propri membri, spesso non più in grado nell'attuale versione centralizzata di garantirla al proprio interno. Le guerre civili di parole non hanno funzionato. Anche se «popoli» è una parola proibita, forse è meglio ascoltarli di più.</p>]]></content:encoded><media:content url="https://www.ilgiornale.it/resizer/v2/SFJI73UPJ5MAFDFCC45LVCYOTM.jpg?auth=71be7ca0e3c67c155c0470356acc3a2bfb9c6a4a7b6e6111af602b0c90f078f8&amp;smart=true&amp;width=1200&amp;height=900" type="image/jpeg" height="900" width="1200"/></item><item><title><![CDATA[Così i misteri greci hanno sfidato (e sconfitto) la morte]]></title><link>https://www.ilgiornale.it/news/cultura/cos-i-misteri-greci-hanno-sfidato-e-sconfitto-morte-1442407.html</link><guid isPermaLink="true">https://www.ilgiornale.it/news/cultura/cos-i-misteri-greci-hanno-sfidato-e-sconfitto-morte-1442407.html</guid><dc:creator><![CDATA[Claudio Risè]]></dc:creator><description><![CDATA[Il senso più profondo e nascosto degli antichi riti iniziatici è l'avvicinamento della dimensione umana a quella divina]]></description><pubDate>Sat, 16 Sep 2017 06:00:11 +0000</pubDate><content:encoded><![CDATA[<p>Educare non significa trasmettere meccanicamente ai giovani nozioni e discorsi, come fanno i sedicenti filosofi. Nell'educazione è necessario invece risvegliare in loro una vista interiore, un occhio spirituale, attraverso un'autentica conversione psicologica. A sostenerlo è Socrate, quando illustra il suo famoso mito della caverna, ne La Repubblica di Platone. Davide Susanetti, giovane e generosamente impegnato professore di letteratura greca all'Università di Padova, riporta ampiamente la testimonianza socratica, illustrando la funzione dei misteri e riti iniziatici dell'antica Grecia nel suo ultimo lavoro: La via degli dei. Sapienza greca, misteri antichi e percorsi di iniziazione (Carocci, pagg. 264, euro 24). Un libro che unisce una scrittura catturante all'attenzione per l'aspetto pratico e psicodinamico delle questioni trattate, decisive anche oggi nella vita quotidiana dell'uomo.</p><p>Distogliere - come insegna a fare Socrate - lo sguardo dall'attenzione ipnotica per movimenti di fantasmi inconsistenti, illuminati dai nascosti poteri che in continuazione li muovono, e scoprire invece la realtà, è una vera e propria «tecnica della conversione» che ci consente di vedere ciò che è, ma è rimasto per noi finora nell'oscurità, dietro le nostre spalle. Apprenderla fa parte di quelle «tecnologie del sé» con le quali Michel Foucault verso la fine del secolo scorso aveva conquistato la Sorbona.</p><p>A questo svelamento delle verità profonde dell'esistenza erano appunto dedicati i misteri, riti iniziatici volti nella Grecia classica a formare i giovani prescelti preparandoli alla guida della città, la polis, attraverso la conoscenza e la trasformazione di sé. Un'operazione che sarebbe indispensabile anche oggi, come nell'Atene classica, per educare un'autentica élite dirigente. Che viene invece a mancare quando questa formazione, estremamente seria nella sua apparente stravaganza (come del resto appariva Socrate), viene abbandonata per inseguire le vanità, le paure e le cupidigie più basse, sostituite alla familiarità con i saperi elevati, di cui ci parlano appunto gli dei nei loro misteri.</p><p>Certo, gli dei non raccontano storielle leggere. Anche perché l'obiettivo dei riti iniziatici è proprio quello di farci diventare come loro, gli dei. Di aiutarci a riconoscere la nostra parte divina. Per questo è necessario fare nei misteri esperienza della realtà profonda, uscendo da quella vita umana, convenzionale ma in fondo irreale, nella quale rimane la grande maggioranza delle persone. I misteri, fin dagli antichi maestri Orfeo e Pitagora, furono il modo di trasmettere agli iniziati accuratamente selezionati il sapere esoterico sottostante alla civiltà greca, e le sue segrete regole e discipline. Un controcanto sotterraneo alla rappresentazione della religione olimpica ufficiale e alle istituzioni greche (fondative dell'Occidente), che in questo modo le ha comunque profondamente impregnate con le proprie immagini e rappresentazioni.</p><p>Il tratto comune ai misteri è quello che riguarda la morte, in essi sempre presente e invece non particolarmente approfondita nella religione olimpica, dove i morti erano spettri, ombre senza direzione, «teste senza forza» come in Omero. Nella rappresentazione misterica la morte è invece un evento centrale: lo stesso iniziato partecipandovi abbandona, «muore» al precedente stato di coscienza e di vita per rinascere con un'altra visione del mondo. Ma soprattutto grazie a questo terribile percorso, «non morrà». «Per gli iniziati, e solo per loro, vi è vita dopo la morte», spiega Susanetti. Come racconta l'iscrizione su un'orfica laminetta aurea: «O felice, o beato, sarai un dio anziché un mortale». «Ed io, come un capretto, mi tuffai nel latte». La morte fisica non è dunque per l'iniziato un passaggio al «regno delle ombre», ma l'ingresso in una condizione luminosa e serena. Sugli iniziati di Eleusi splende «la sacra luce del sole». E quelli che hanno partecipato al mistero diffuso nelle terre a nord ovest della Britannia, raccontato da Plutarco ne Il volto della luna (Adelphi) e qui riportato, entreranno dopo morti nel «prato di Ade... la zona più mite e serena dell'aria, dove le anime tornano a respirare e si purificano da ogni vapore e da ogni malsana esalazione della materia».</p><p>La purificazione e respirazione dello Spirito è appunto lo scopo dei misteri iniziatici greci, le prime forme di quel processo di trasformazione psicologica e spirituale che da Pitagora e dai suoi discepoli attraversa gran parte della visione del mondo classico, per arrivare al pensiero stoico greco e romano. E compare poi tra le sue ultime forme, con non molte variazioni, nel «processo di individuazione» proposto nel secolo scorso da Carl Gustav Jung con la sua psicologia analitica. Un percorso, quest'ultimo, che, pur senza entrare nelle credenze religiose, incontra spesso nel lavoro con l'analizzando l'altro grande mistero di morte e di rinascita che nei due millenni trascorsi ha conquistato nel mondo le anime di molti uomini. Quello che racconta della nascita, vita, morte e resurrezione di Gesù Cristo. In analisi l'incontro con questo mistero avviene spesso sincronicamente al transito dai territori psicologici dell'Anima, terra di mezzo tra psiche e spirito, a quelli già vicini al Sé, spesso espressione dell'immagine divina.</p><p>«Un rito - dice Susanetti parlando dei misteri greci - che conduce alla vita portando la vita al di là di se stessa». In tutte queste esperienze spirituali, fisiche e psicologiche, è infatti descritto un andare al di là, un oltrepassare soglie di coscienza comuni, che consente di costituirne di nuove, dando spazio agli aspetti superiori della vita umana attraverso un nuovo, completo rapporto con la realtà. Che nelle drammatiche esperienze misteriche viene vista e attraversata integralmente, non più solo parzialmente nei suoi aspetti convenzionali e a-problematici, ma nella sua tragica interezza. Così, nei misteri di Eleusi, mentre la tenera vergine Persefone, figlia della potente Demetra, Dea madre della terra, gioca con le amiche raccogliendo narcisi sul prato primaverile, la terra si apre davanti a lei e ne esce con un tuono il carro di Ade, il dio del sottosuolo, degli inferi, della morte e del passato, trasportandola sotto terra, per farne la sua sposa. Demetra, disperata, minaccia di interrompere i cicli della terra e delle messi, e solo la mostra dei genitali di una vecchia donna, Baubo, riuscirà a farla tornare a ridere. Aprendo così la strada al difficile accordo che lascerà Persefone per sei mesi sulla terra e tre nel sottosuolo, come sposa di Ade.</p><p>Con contenuti diversi, gli altri Misteri, quelli orfici e dionisiaci, sono tutti però diretti a unificare gli opposti, alto e basso, femminile e maschile, vita e morte, umano e animale, nobile e osceno, intero e frammentato, integrandone le rispettive energie in una nuova sintesi, più realistica e dunque anche più autenticamente spirituale. Riti e percorsi di formazione e rinascita della persona e del mondo in cui si trova che interpellano insistentemente anche il mondo di oggi.</p>]]></content:encoded><media:content url="https://www.ilgiornale.it/resizer/v2/425YLHPQYNMDJIH2OAKUCKYWII.jpg?auth=e7e4a2833f2931aff35ea1bb80533916961cd9e443a67fb7872a0441227061e9&amp;smart=true&amp;width=1200&amp;height=900" type="image/jpeg" height="900" width="1200"/></item><item><title><![CDATA[Perché col piccolo Julian è morta anche la speranza]]></title><link>https://www.ilgiornale.it/news/cronache/perch-col-piccolo-julian-morta-anche-speranza-1432220.html</link><guid isPermaLink="true">https://www.ilgiornale.it/news/cronache/perch-col-piccolo-julian-morta-anche-speranza-1432220.html</guid><dc:creator><![CDATA[Claudio Risè]]></dc:creator><description></description><pubDate>Mon, 21 Aug 2017 13:20:23 +0000</pubDate><content:encoded><![CDATA[<p>Avevamo tutti tirato un sospirone di sollievo ieri mattina sapendo che il piccolo Julian era vivo. Quel bambino dall'aria seria e dolce, col cappellino blu e l'Union Jack sopra, tra stelline bianche sparse. Il bambino che per strada, appena sentiva un po' di musica - ci avevano raccontato -, si metteva a ballare. Ci aveva fatto venire voglia di metterci a ballare anche noi, di gioia. Aveva 7 anni Julian. È una tappa importante nella vita, il primo settennio. È quello (spiegano tra gli altri medicina e pedagogia steineriana) dove si forma una prima parte, decisiva, dell'Io. Quella in cui nasce la fiducia nella vita, la convinzione che: «Il mondo è buono». Il ritorno alla vita di Julian aveva fatto tornare un po' in vita anche noi, più che appesantiti dalle notizie degli ultimi giorni. Cosa può fare tornare la speranza più di un bambino, per giunta così dolce e allegro, poetico, in giorni dove ogni poesia è distrutta, assieme alla vita? Altro che i buoni proponimenti dei presidenti, le informazioni dei servizi, le valutazioni degli strateghi. Il sorriso di quel bambino sintetizzava tutte le ragioni per farcela, e la certezza (irrazionale, certo: e allora?) che ce l'avremmo fatta, come lui. Invece no. Julian è morto. E noi siamo atterriti. Adesso è giusto piangerlo quel bambino, darci tutto lo spazio per questo lutto, ancora più crudele. Perché ha anche il sapore di un tradimento della speranza. Che non ha più, dalla sua parte, questo testimonial straordinario, questo bambino che appena sentiva un po' di musica si metteva e ballare per strada, nelle nostre strade di un'Europa con poca musica e quasi niente bambini. La sua morte è anche simbolicamente insopportabile, tanto più poche settimane dopo la soppressione di Stato in Gran Bretagna di Charlie Gard. Un altro «bellissimo bambino», come lo hanno ricordato i genitori annunciando alla stampa che l'Hospice aveva staccato la spina. Sarebbe comunque morto, ma intanto era vivo. Quando capiremo che i bambini sono sacri? Non è dunque sentimentalismo dare tutto lo spazio che merita al dolore fortissimo, umanamente e simbolicamente, che ci dà la morte di Julian Cadman, 7 anni. In analisi sappiano bene che solo dando pieno spazio al dolore è possibile trasformarci, rinascere. È anche la lezione del Cristianesimo, dalla Resurrezione. Che passa appunto dalla morte, dalla croce. È la nostra forza, tutto ciò che abbiamo. Ma non può essere la morte dei bambini, anzi non deve più esserlo. Sono le vecchie cose, le vecchie ipocrisie, le vecchie finzioni, i vecchi opportunismi, le vecchie viltà senza nessuna forza e nessuna poesia che devono finire, essere abbandonate. Rivogliamo le nostre strade, a Barcellona come a Londra, Parigi, ovunque. Non per ubriacarci, drogarci o pestarci a morte, né per lasciarci uccidere da chi ci odia. Le vogliamo per noi, per vivere. E perché i bambini come Julian, ascoltando il la di una canzone, si mettano a ballare.</p>]]></content:encoded><media:content url="https://www.ilgiornale.it/resizer/v2/KRUIKNERYVOIDLNGDOOQDWIZXA.jpg?auth=2389c6d2ad82b87a8802951c39e3bc597a726000d0df9e70a8af7fd41cc9f3a2&amp;smart=true&amp;width=1200&amp;height=900" type="image/jpeg" height="900" width="1200"/></item><item><title><![CDATA[Mancanza di regole e fatiche quotidiane: così si perde la testa]]></title><link>https://www.ilgiornale.it/news/politica/mancanza-regole-e-fatiche-quotidiane-cos-si-perde-testa-1431540.html</link><guid isPermaLink="true">https://www.ilgiornale.it/news/politica/mancanza-regole-e-fatiche-quotidiane-cos-si-perde-testa-1431540.html</guid><dc:creator><![CDATA[Claudio Risè]]></dc:creator><description><![CDATA[Sei a Ferragosto. Fuori dalle regole, che stancano, ma proteggono.]]></description><pubDate>Fri, 18 Aug 2017 13:08:45 +0000</pubDate><content:encoded><![CDATA[<p>Perché questa rabbia, questa violenza? Perché tutte queste morti, soprattutto giovani, nei giorni di Ferragosto? Feste cui si pensa tutto l'anno, e che poi arrivano improvvise, cariche di violenza. Quest'anno, ma anche quello di prima, e già da un pezzo. Perché? L'astrologia, molto più seria e fondata della tv (secondo Ernst Jünger, un tipo affidabile, vissuto fino a 103 anni, omaggiato da Kohl e Mitterrand), ricorda che siamo a metà dell'estate, e che ogni culmine è pericoloso, perché da lì comincia il precipizio. La psicoterapia conferma i rischi. Metà agosto è il momento in cui lo scompenso è in agguato. Anche per via del caldo, che sottopone l'organismo e la psiche a uno sforzo particolare, oggi ampiamente sottovalutato grazie pure a farmaci e droghe diffuse per contrastarlo.</p><p>C'è però altro, dietro alle crisi di rabbia disperata, che lasciano dietro di sé morti e feriti, vittime e stravolti colpevoli. Che il mattino dopo si ritrovano in carcere, con la testa tra le mani a chiedersi: perché l'ho fatto? Come ho potuto? E si arrovellano su come chiedere perdono. Non solo per opportunismo, non sempre. Il fatto è che più potente del caldo, molto più squilibrante per qualsiasi essere umano, soprattutto se giovane, è la mancanza. Di cosa? Di regole, di obblighi. Di fatiche da affrontare, quotidianamente, a ora fissa, cui non puoi sottrarti. Perché devi vendere frutta per vivere, tranquillizzare la fidanzata se non vuoi perderla, accontentare il principale se non vuoi trovarti in mezzo alla strada. Perché così è la vita, e così è sempre stata. E in fondo tu, da uomo o donna, lo sai benissimo, le tue cellule lo hanno imparato per millenni. Sai pure bene come affrontarla questa vita, anche se ti dà fatica. Ma anche la tranquillità, e la forza, dei paesaggi noti, legati alle cose vitali: il cibo, il sonno, il risveglio la mattina, riposato e pronto per un altro giorno.</p><p>Certo media e internet ti raccontano anche altro: successi mirabolanti a portata di mano, mari tropicali, nudi femminili ad altissima definizione. Ma un po' le vedi come fiabe per allocchi, un po' ami la fidanzata che raccomanda «la discoteca no», la mamma che supplica «però non drogarti», il papà che appoggia la sveglia mattutina con corsa in riva al mare. Sensato, accettabile. Poi però c'è il Ferragosto. Con le sue stancate pazzesche, i ritardi low cost, i bidoni degli affittacamere, le rapine della camere libere. E la rabbia sale. Anche la fatica, ma diversa da quella di tutti i giorni. Una fatica arrabbiata. Perché non ti stai divertendo, ti stai riempiendo di porcherie, non vorresti neppure svegliarti. Ma almeno di pomeriggio ti tocca. Il gruppo lo vuole. Come tocca, di notte, la discoteca, anche se prima fuori da lì hai visto uno con la pancia aperta. A quel punto, non lo sai, ma sei pronto per trovare l'altro arrabbiato di Ferragosto. Quello strafatto di tutto che arriva come un razzo su un Suv e ti spiaccica perché neppure ti vede. O quell'altro, che ti ammazza nella disco, chissà perché.</p><p>Sei a Ferragosto. Fuori dalle regole, che stancano, ma proteggono.</p>]]></content:encoded><media:content url="https://www.ilgiornale.it/resizer/v2/4RXU4C3ATJPFTKJ6CQR7QJWERA.jpg?auth=d018cae1a55001660533508aec49e17f3866080d159df94dbfea714b49b98364&amp;smart=true&amp;width=1200&amp;height=900" type="image/jpeg" height="900" width="1200"/></item><item><title><![CDATA[L'estate degli scandali al sole: perché impazza l'esibizionismo]]></title><link>https://www.ilgiornale.it/news/cronache/lestate-degli-scandali-sole-perch-impazza-lesibizionismo-1429966.html</link><guid isPermaLink="true">https://www.ilgiornale.it/news/cronache/lestate-degli-scandali-sole-perch-impazza-lesibizionismo-1429966.html</guid><dc:creator><![CDATA[Claudio Risè]]></dc:creator><description></description><pubDate>Fri, 11 Aug 2017 13:07:38 +0000</pubDate><content:encoded><![CDATA[<p>Quello dell'esibizione sessuale è ormai uno dei mercati stagionali in crescita stabile ed esponenziale. Sostenuto, per giunta, da propizi fattori ambientali, oggettivi: il caldo spinge a togliersi i vestiti, e anche a fare sesso. Ma perché in pubblico? Cosa sta cambiando nella testa, forse anche nei sensi delle persone?</p><p>Il piacere di mostrarsi è sempre esistito, così come da sempre c'è stato, a trattenerlo, il senso del pudore. Che non è affatto nato da repressioni più o meno recenti, ma è innato nell'essere umano. È famoso l'incidente capitato al sociologo Norbert Elias, cantore della società delle buone maniere, che mostrò un'immagine di un folto gruppo di uomini e donne nudi insieme, come esempio di uno stadio selvaggio, precedente alla civilizzazione. Fu clamorosamente smentito dall'allora giovane antropologo Hans Peter Duerr che dimostrò come si trattasse semplicemente della piscina di una casa di tolleranza.</p><p>L'esibizione ha sempre avuto i suoi ambiti ristretti, e fino a non molto tempo fa, anche protetti. Chi amava mostrarsi aveva i suoi fan, i famosi «guardoni». Erano piccoli popoli che si gratificavano a vicenda, in relativo segreto (fino a poco fa elemento costitutivo dell'Eros). Ora il piacere del segreto condiviso è stato spazzato via dalla pulsione opposta: il complesso della star. Mostrarsi e piacere al più gran numero di persone possibile. Una bulimia, desiderio divorante e compulsivo di sguardi altrui, non poi così lontano da ciò che ti impedisce di gustarti con l'attenzione del buongustaio il piatto ben preparato, per precipitarti subito a spedirlo via rete al maggior numero di persone.</p><p>Il fatto che ora le esibizioni sessuali vengano apprezzate, accompagnate da battimani, filmate, e subito proposte per diventare più o meno virali, dimostra che anche questa pratica particolare, finora più o meno ristretta, è stata adottata da tutti gli altri consumi di massa, per ora con un certo entusiasmo. Ha accettato così con piacere di smettere di essere una stravaganza di pochi, magari un po' folli, per diventare consumo, riproduzione seriale, incontrollabile notorietà. Perché, però, ha tanto successo?</p><p>Ricordiamo di sfuggita che in questa pratiche (una volta dette «perversioni» ora diventate «parafilie»), l'amore è lontano. È sostituito da altre eccitazioni, che non hanno a vedere con il cuore, ma con i sensi. E l'attuale tipo di società dei consumi di massa poggia sempre meno sui sensi di vicinanza, il tatto, l'olfatto, il gusto, e sempre più su quelli di lontananza: soprattutto la vista. Il consumo di immagini sessuali prende così sempre di più il posto del fare l'amore. Guardare, e mostrarsi sostituisce l'amarsi.</p><p>Si sa già da tempo che il consumo di pornografia via internet è oggi la pratica sessuale più diffusa. Se qualcuno te la mostra mentre sei in vaporetto il successo è assicurato. Non devi neppure impugnare il tablet: è lì, dal vivo. Non sei neppure un utente di siti porno, sei un turista per bene. E applaudi felice.</p>]]></content:encoded><media:content url="https://www.ilgiornale.it/resizer/v2/R5RUI2CJ65JSHH5UGRGQVCHY7M.jpg?auth=0006efd2ec29d4ed70dc261faf6486ecd036f1cb5d83ce668c302adcebace5e0&amp;smart=true&amp;width=1200&amp;height=900" type="image/jpeg" height="900" width="1200"/></item><item><title><![CDATA[Sterile nell'anima e nel corpo. L'Europa è una terra desolata]]></title><link>https://www.ilgiornale.it/news/spettacoli/sterile-nellanima-e-nel-corpo-leuropa-terra-desolata-1414493.html</link><guid isPermaLink="true">https://www.ilgiornale.it/news/spettacoli/sterile-nellanima-e-nel-corpo-leuropa-terra-desolata-1414493.html</guid><dc:creator><![CDATA[Claudio Risè]]></dc:creator><description><![CDATA[Il poeta Eliot profetizzò le malattie dell'inconscio dovute al materialismo. Guarire si può: con una «Vita selvatica»]]></description><pubDate>Thu, 29 Jun 2017 06:07:03 +0000</pubDate><content:encoded><![CDATA[<p>L a più efficace rappresentazione della modernità occidentale: questo è La terra desolata di Eliot per Ezra Pound. Non si tratta infatti solo di un'opera poetica. I suoi versi hanno anche un contenuto profetico; non soltanto perché descrivono i morti sul London Bridge 96 anni prima dell'attacco di venti giorni fa.</p><p>Questi morti Eliot li vede camminare sul ponte con «gli occhi fissi ai piedi». Il loro sguardo (come il nostro oggi), vola basso. In un tempo ormai di post secolarizzazione, dove tutto il mondo torna a guardare verso l'alto, l'Occidente non sa più riconoscere di essere figlio di Dio e prendersi la propria quota di divinità. Così mentre ovunque Dio è forza, visione, obiettivi, noi lo viviamo come un peso da nascondere. Mentre per gli altri è energia (distruttiva se non governata), l'Occidente, come intuì James Hillman, ha trasformato Dio in malattia. La nostra visione è attirata dal basso, dove vanno gran parte delle nostre energie.</p><p>La terra desolata, però, non riguarda solo noi oggi. È un archetipo dell'inconscio collettivo, un'immagine da sempre presente nella psiche e storia umana, che si attiva in tempi di forte cambiamento. Attraverso di essa l'inconscio collettivo spinge l'uomo a ritrovare una forza vitale perduta, a guarire malattie che corrodono la sua anima, il suo corpo e la sua vita quotidiana. Era già presente, come racconta Eliot, nell'Europa del 1200, cui si riferiscono le leggende e i miti Arturiani. Epoca di ricerca, cambiamento e fondazione di quella che fu poi per cinquecento anni la civiltà occidentale, coinvolgendo nei suoi sviluppi gran parte del mondo.</p><p>La terra desolata ci fa sentire che qualcosa di molto prezioso sta sbocciando, ma rischia di andare perduto se non riconosciamo le cause dell'attuale desolazione. È una sfida forte posta all'uomo dal proprio tempo; riguarda sia le personalità individuali che la società e il mondo in cui vivono.</p><p>C'è un ordine da ricostituire: Riuscirò almeno a mettere ordine nelle mie terre? si chiede il Re Pescatore. La situazione gli impone di riconoscere la difficoltà dello sviluppo, della germinazione di nuove cose, da distinguere da quelle morte, da abbandonare. La terra desolata di Eliot, comincia proprio con un mese di germinazione e di sviluppo.</p><p>Aprile è il mese più crudele, generando/ Lillà da terra morta, confondendo/ Memoria e desiderio, risvegliando/ radici dormienti con piogge primaverili.</p><p>Nell'immagine della Terra desolata nel poema come nell'archetipo, e dunque nella vita che si svolge sotto la sua influenza sono sempre compresenti le forze della generazione e della vita, e della morte e decomposizione. Da qui deriva l'energia delle immagini archetipiche. Tra questi poli la coscienza dell'uomo è ora chiamata a scegliere, altrimenti si può sviluppare regressione e malattia, anche psichica.</p><p>La terra del Graal, l'Europa dove nelle leggende tardo-medievali regna il Re Pescatore, sovrano della cristianità, è appunto attraversata da questo potente conflitto. Si tratta dell'eterno scontro tra la soddisfazione del piacere immediato e lo sviluppo di capacità di simbolizzazione, e di sacrificio per visioni più ampie, non egoistiche e di lungo periodo.</p><p>In questa lotta, che è anche un conflitto passionale per la donna (rappresentazione anche dell'Anima maschile) il re viene ferito da un potente nemico, un cavaliere moro. La ferita è in mezzo alle gambe, nel luogo della sua generatività e della fallicità. Il re, Amfortas, ha sottovalutato sia il proprio l'accecamento passionale, che la forza dell'avversario: per questo è stato ferito. L'aspetto emotivo e femminile della sua psiche invece di essere una forza ispiratrice ha preso il sopravvento sulla coscienza maschile soffocandone la tensione verso l'alto e consentendo la ferita. Dalla quale si perde il suo sangue, e si genera marcescenza e putredine.</p><p>A partire dal corpo e dallo spirito del re l'aridità conquista ogni spazio vitale attorno rendendo desolata la terra. Il calo della fertilità, la compravendita di parti del corpo e funzionalità riproduttive, la molteplicità di problemi sessuali che affliggono i cittadini della modernità traducono in cronaca quotidiana le conseguenze della ferita del Re Pescatore, ubriacato dalla sua superficialità. Con lui, ferito all'inguine, nella sua sessualità e virilità, è l'uomo occidentale, protagonista di La terra desolata di Eliot. Siamo noi.</p><p>Per riportare l'ordine non solo nelle terre del re pescatore, ma tra femminile e maschile, e tra terra e cielo, allora come oggi, nella terra desolata è decisivo l'amore. Ma vero. Ne parlano due miti fondatori dell'Occidente: Tristano e Isotta, ispiratori di Eliot. In entrambi si parla di amore e di sacrificio, indispensabili alla crescita personale e al benessere di tutti. Al centro dei due miti c'è un potente simbolo femminile: una coppa. Tristano e Isotta, presi dall'attrazione, ne bevono e muoiono.</p><p>Nel racconto Tristano sta accompagnando Isotta da re Marc di Cornovaglia, cui la fanciulla è promessa. Durante la navigazione, in un momento di caldo e grandissima sete (classico scenario da «demone meridiano») l'accompagnatrice di Isotta versa una bevanda a Tristano. Il giovane beve, e porge la coppa a Isotta. Subito i due sono presi dal bisogno di andare l'una verso l'altro, fisicamente e sessualmente. Il liquido della coppa era un filtro di erbe che era stato affidato alla serva dalla madre di Isotta. Da questo imprigionamento i due giovani non usciranno vivi. Nelle narrazioni dell'epoca percepiscono subito che si tratta di una spinta non d'amore, ma di morte. Come Isotta racconta nel trovatore Béroul: «Lui non mi ama/ né io lui / Accadde per un filtro da cui bevvi / e così per lui».</p><p>Il veleno agisce sui due giovani trasformando il loro innamoramento innocente nella spinta ad agire subito la loro attrazione, irresistibile dopo la bevanda. Così l'aspetto distruttivo dell'archetipo della Grande Madre (che può essere positiva e vitale, oppure distruggere), incline all'agito immediato più che alla simbolizzazione, sostituisce al matrimonio fecondo del Re, propiziato dall'amato nipote Tristano, il potere della droga e la morte dei due giovani, che lascerà senza discendenza il Re Marc.</p><p>Anche Parsifal ha una madre invadente, Herzeloide, che alleva questo figlio lontano dal mondo della cavalleria, chiudendolo in una tenuta, perché non vuole che muoia come il padre e i fratelli. Parsifal però la lascia quando viene invitato alla reggia di Artù, e la madre muore di crepacuore. Dolore difficile da elaborare, ma salvifico per il re pescatore, che guarirà solo quando il «puro folle» Parsifal gli porrà la domanda risanante: «dimmi, cosa ti strugge?» Prendendo così su di sé la sofferenza dell'altro, e in questo modo guarendo la terra dalla sua aridità e desolazione.</p><p>Anche nel Parsifal c'è una coppa, sulla base della quale compare appunto il suo nome. Ma è quella del Graal, dove è stato versato il sangue di Cristo dopo la sua passione, promessa di risurrezione. Per rinascere, infatti, per rigenerarsi, occorre avere il coraggio di attraversare la morte.</p><p>Ogni profonda trasformazione, sul piano simbolico, lo richiede. Soprattutto nella civiltà fondata su Gesù Cristo: risorto appunto perché capace di morire.</p>]]></content:encoded><media:content url="https://www.ilgiornale.it/resizer/v2/IRYIKTT5TNJI5PHPP4TOKY4HRY.jpg?auth=9a51106f5eefe0ab793f146ddfaa41126f5f0fb6667afae81b81f8302ee0f108&amp;smart=true&amp;width=1200&amp;height=900" type="image/jpeg" height="900" width="1200"/></item><item><title><![CDATA[Il killer di Londra in discoteca e il vuoto degli adolescenti]]></title><link>https://www.ilgiornale.it/news/politica/killer-londra-discoteca-e-vuoto-degli-adolescenti-1409081.html</link><guid isPermaLink="true">https://www.ilgiornale.it/news/politica/killer-londra-discoteca-e-vuoto-degli-adolescenti-1409081.html</guid><dc:creator><![CDATA[Claudio Risè]]></dc:creator><description></description><pubDate>Wed, 14 Jun 2017 06:47:25 +0000</pubDate><content:encoded><![CDATA[<p>Non sorprendiamoci per il video dove Youssef Zagba, l'italo-marocchino del commando che una settimana fa ha seminato il terrore al London Bridge, tre anni fa (appena sceso a Rimini) grida fiero le sue mete serali: Cocoricò, Baia Imperiale. Zone di cui parlavano intanto le cronache, per spaccio, mancamenti e collassi senza più ritorno di adolescenti che, anch'essi: «volevano divertirsi». Perché il terrorismo che in questi anni insanguina l'Europa ha un legame forte, di odio-amore, con il modo di divertirsi dei giovani occidentali.</p><p>Intanto perché gran parte degli attentatori, come hanno dimostrato gli studi più accurati, lo condividono in pieno. La maggior parte di loro non è affatto (o non era fino a pochissimo tempo prima degli attentati) integralista, anzi non è neppure religiosa, frequenta discoteche, beve smodatamente, si droga, e ha una sessualità del tutto libera e disordinata. È in queste frange giovanili, cresciute in discoteche dove tutto è permesso, che l'Isis trova una buona parte dei suoi «soldati». E si capisce. Non tutti gli adolescenti, infatti, puntano al collasso all'alba, di fronte al mare.</p><p>I più inquieti, o appartenenti a culture più giovani e aggressive della nostra, dopo qualche anno di sballi più o meno integrati o apparentemente integrabili, vanno da un'altra parte. Non solo perché Isis e altri gruppi di vario tipo e qualità sono lì che li aspettano, sulla rete e nei diversi incroci dei malesseri mortiferi di questo inizio millennio. Ma perché la domanda se davvero vivere, e come, oppure morire, e anche qui in che modo, è da sempre (ben prima del monologo del «primo Amleto» scespiriano, a circa 20 anni), il principale, anche se non sempre conscio, tormento dell'adolescente.</p><p>Il suo cervello, infatti, non è ancora saldamente governato dalla neo corteccia, con la sua razionalità e attenzione all'interesse (economico innanzitutto), così importante per il modello occidentale. È ancora «leggermente sotto corticale» come dice finemente Marie Odile Krebs. Quindi nei comportamenti dell'adolescente l'emozione e la passione contano molto di più che il vantaggio e l'interesse. È qui che nasce il riempirsi di porcherie in discoteca. Più tardi, per i sopravvissuti, arrivano anche atti più forti, come i morti di London bridge. Un evento oggi storico, ma essenzialmente simbolico ed emotivo, che infatti T.S.Eliot con la sua intuizione poetica aveva previsto già 95 anni fa nel suo La terra desolata (ne discuto in La vita selvatica con Francesco Borgonovo, in uscita a fine giugno). Il classico evento archetipico che cattura poi una personalità ancora in formazione e posseduta da spinte aggressive, ricerca di riconoscimenti, ideali raffazzonati negli ultimi mesi di radicalizzazione, danni pregressi da sostanze psicotrope, fornite con abbondanza in anni in cui per il cervello sono devastanti. Anche su questo, la Krebs ha idee precise «Informare sui rischi delle droghe al liceo è tardi. Bisogna farlo a 9-10 anni». I ragazzini hanno bisogno di speranze, che se avvelenate possono diventare crimini.</p>]]></content:encoded><media:content url="https://www.ilgiornale.it/resizer/v2/5JE3OYA7YFI6DDHBLMCRMFOUE4.jpg?auth=e45abadc4664828404a1a86a2df61b6915686bc0a0bb1f9356688a2777a2293e&amp;smart=true&amp;width=1200&amp;height=900" type="image/jpeg" height="900" width="1200"/></item><item><title><![CDATA[Quei ragazzi inghiottiti dalla Balena blu]]></title><link>https://www.ilgiornale.it/news/cronache/quei-ragazzi-inghiottiti-balena-blu-1403503.html</link><guid isPermaLink="true">https://www.ilgiornale.it/news/cronache/quei-ragazzi-inghiottiti-balena-blu-1403503.html</guid><dc:creator><![CDATA[Claudio Risè]]></dc:creator><description></description><pubDate>Tue, 30 May 2017 04:00:28 +0000</pubDate><content:encoded><![CDATA[<p>Perché si fanno male? Perché, addirittura, vogliono uccidersi? Nel crescendo di sfide e prove autodistruttive che gli adolescenti si sono imposti negli ultimi anni, la vicenda Blue Whale segna una svolta. Innanzitutto per l'ambiente fisico in cui nasce. Le sfide alla morte sui tetti dei treni o quelle in autostrada nascevano nella banda, all'aria aperta, per la strada. Blue Whale, invece, prende forma nel chiuso della cameretta dell'adolescente, nella sua massima solitudine, rotta solo dal computer e dalla società virtuale di internet, già teatro degli Hikikomori, i «ragazzi autoreclusi». Una delle più devastanti (e taciute anche dai genitori, impietriti dal terrore) patologie degli ultimi anni. È nell'isolamento della cameretta che arriva la mail del curatore, postmoderno direttore spirituale che ti detta via web le regole non per realizzare la tua vita e personalità, ma per ucciderti sfracellandoti sull'asfalto.</p><p>Il fatto che un cinquantennio di educazione antiautoritaria e liberale si concluda con un curatore (o tutore) misterioso che ti impartisce istruzioni per progressivamente distruggerti e poi ammazzarti, cui obbedisci senza fiatare, ci insegna molte cose. Le prima è che i ragazzi hanno bisogno di cura, altrimenti si cercano il curatore. Nessuno può vivere senza regole, soprattutto gli adolescenti. La personalità, per formarsi, ha bisogno di un contenitore, un sistema di regole. Senza di esse non avrà identità, si sentirà «nessuno», spazzatura sociale (come definisce le sue vittime l'iniziatore di Blue Whale) e diventerà vittima di chi voglia essere il suo carnefice. La seconda è che, oltre che di regole, gli adolescenti hanno bisogno anche di un'educazione alla violenza. Se nessuno gliela spiega, mostrandogliela in qualche modo, questa diventa un tabù, il cui fascino e potere (come insegnano antropologia e storia delle religioni) diventa invincibile. Blue Whale ha pochi mesi, ma in terapia da tempo si vedono crescere gli amanti del cutting, il tagliarsi, soprattutto braccia e gambe. Per il piacere di farsi male, di violare il proprio corpo, di fare un passo verso la distruzione. Ma anche per rompere una condizione di benessere anestetizzato dove, appunto, non incontrando né dolore né violenza, di cui non si può neppure parlare, non si prova spesso alcun piacere. Per riconoscerlo, dobbiamo fare anche l'esperienza del suo fratello negativo, il male.</p><p>È quello che i ragazzini hanno sempre saputo, pestandosi più o meno duramente appena potevano. E anche la ragazze non scherzavano, con giochi abbastanza crudeli raccontati in molti memoirs femminili, prima che tutto sprofondasse nell'attuale bullismo transgenere. L'educazione, vera, è iniziazione alla vita integrale: piacere e dolore, corpo e spirito, vita e morte. Se togliamo il dolore, lo spirito e la morte, anche il piacere svanisce, e la vita diventa incomprensibile. E ci si uccide. Per fretta di godere e devozione al politically correct, abbiamo semplificato in po' troppo.</p><p>Urge cambiare strada.</p>]]></content:encoded><media:content url="https://www.ilgiornale.it/resizer/v2/ZWRT6EO46NMENMQMRAPKBR56JM.jpg?auth=12f676deb01fc4791aa6c4a460abca029c00bb12826994564608f6f39051d41f&amp;smart=true&amp;width=1200&amp;height=900" type="image/jpeg" height="900" width="1200"/></item><item><title><![CDATA[Quel padre-Giuda testimonia che siamo tutti traditori]]></title><link>https://www.ilgiornale.it/news/spettacoli/padre-giuda-testimonia-che-siamo-tutti-traditori-1392310.html</link><guid isPermaLink="true">https://www.ilgiornale.it/news/spettacoli/padre-giuda-testimonia-che-siamo-tutti-traditori-1392310.html</guid><dc:creator><![CDATA[Claudio Risè]]></dc:creator><description></description><pubDate>Wed, 03 May 2017 06:17:13 +0000</pubDate><content:encoded><![CDATA[<p>Sui padri, nell'ultimo secolo e in particolare negli ultimi cinquant'anni, è stato detto di tutto. Autocrati, patriarchi, fuggitivi, ambigui, dongiovanni, impotenti e tanto altro ancora. Un'immagine mancava finora, almeno nelle mie incursioni tra i guai attribuiti ai padri: quella di Giuda. Ora anche questo vuoto è riempito, con un libro insolito: Giuda mio padre, di Miriam D'Ambrosio (Luigi Pellegrini editore, pagg. 104, euro 10), dove il protagonista-narratore è il figlio dell'apostolo che ha cambiato la storia del mondo, consegnando Gesù al Sinedrio.</p><p>Siamo qui lontani (era anche ora) dalla produzione sociologico-psicoanalitica inaugurata dalla Rivolta contro il padre, di Gerard Mendel, pubblicato da Vallecchi nel 1968, uno dei testi base per capire qualcosa di quegli anni e i seguenti. O da Verso una società senza padre (Alexander Mitscherlich), che già nel 1963 aveva annunciato i rischi che sarebbero seguiti all'indebolimento e all'assenza della figura paterna. Il centro della veloce narrazione della D'Ambrosio non è l'analisi psico-sociologica ma il bisogno di ricostruire i sentimenti, gli affetti, le identità. Un po' come oggi, i drammi sono tutti già accaduti. Il figlio di Giuda, affidato in fasce a Maria, che lo poi cresce assieme agli apostoli nella piccola comunità di Efeso, da grande cerca di capire chi veramente era suo padre. Anche il lettore, preso dal filo affettivo della narratrice viene così coinvolto nella riflessione sul padre-Giuda. Su quale sia stato (se c'è stato) l'aspetto-Giuda, del traditore, nella generazione dei padri e nel proprio padre. E se Giuda ci sia, e dove, in sé in quanto padri, ancora oggi.</p><p>Non per chissà quale malvagità personale, ma perché non è poi facilissimo non essere mai Giuda, non tradire mai. Tradire Gesù l'amico, e se stessi, o il figlio che ti è affidato e che devi (dovresti) aiutare a crescere. Domande impegnative, che il libro non fa, ma che proprio per questo il racconto femminile della D'Ambrosio può aiutare a porsi. Perché, certo, Giuda è l'archetipo del traditore, colui che manca al proprio compito di apostolo, scelto dal Signore. E così facendo lo compie, pagando il prezzo più alto.</p><p>Ma poi perché tradisce Giuda? I 30 denari, che poi butta via disperato, non sono certo il fine. Sono (direbbe l'analista) il sintomo, il segnale di dove stia il problema, una scusa per liberarsi di Gesù, maestro difficile e impegnativo, e di se stesso.</p><p>Il perché di quel sintomo resta un Mistero. Ma la sequenza narrativa dei Vangeli è eloquente. Poco prima della Pasqua Gesù si ferma a Betania, a casa di Lazzaro e delle sue sorelle, Marta e Maria. Maria prende un vaso di nardo, un olio profumato e molto prezioso e lo versa sui piedi del Maestro. Giuda allora, il custode della borsa degli apostoli, protesta e chiede perché non sia stato invece venduto per trecento denari da dare ai poveri. Ma Gesù la loda, perché: «I poveri li avrete sempre con voi, ma non sempre avrete me. Lei ha preparato il mio corpo in vista della sepoltura». È allora che Giuda, raccontano allora Matteo e Marco, va dai capi dei sacerdoti per accordarsi su quando consegnare Gesù, e sul compenso. È dopo questo episodio che comincia la Passione di Cristo.</p><p>Per Giuda, l'amministratore che va sul concreto, ogni cosa preziosa va tradotta in denaro, da dare ai poveri. Per Gesù invece va versata sul suo corpo, in vista della morte e risurrezione. Per un amministratore zelota, severo (e forse anche ladro dice Giovanni evangelista, come spesso accade che i moralisti siano), ciò è scandaloso. Sceglie la morte e corre dai farisei. Questo, forse, è il padre-Giuda, il padre che tradisce. Moralista, avido, incapace di spargere energie gratuitamente sul corpo di Cristo perché deve esserci un «ritorno» economico/morale. Mentre il figlio, per crescere, ha un enorme bisogno di spargimento di energie, gratuite. Anche esagerate, nel modo romano della «sparsio», al ritorno del vincitore.</p>]]></content:encoded><media:content url="https://www.ilgiornale.it/resizer/v2/ABBOK6NPN5PGHPFORVYQMIOA7E.jpg?auth=c2e23a863fefd29f7845ca50af048b844bf97ba240a17b14a7e144f1206b3794&amp;smart=true&amp;width=1200&amp;height=900" type="image/jpeg" height="900" width="1200"/></item><item><title><![CDATA[I nostri figli affidati agli orchi con la complicità dello Stato]]></title><link>https://www.ilgiornale.it/news/cronache/i-nostri-figli-affidati-agli-orchi-complicit-dello-stato-1382666.html</link><guid isPermaLink="true">https://www.ilgiornale.it/news/cronache/i-nostri-figli-affidati-agli-orchi-complicit-dello-stato-1382666.html</guid><dc:creator><![CDATA[Claudio Risè]]></dc:creator><description></description><pubDate>Wed, 05 Apr 2017 09:00:23 +0000</pubDate><content:encoded><![CDATA[<p>Quanti orchi ci sono tra le persone cui diamo in custodia i nostri figli e nipoti? Un piccolo esercito, a giudicare anche solo dalle cronache degli ultimi giorni.</p><p>Il bidello che spaccia l'hashish ai ragazzini della scuola è solo l'ultimo di una lunga trafila di custodi corrotti, che usano la propria posizione per corrompere i giovanissimi loro affidati. E in questo caso l'Orco Capo è grosso e dotato di enorme potere: direttamente lo Stato. Se infatti autorevoli parlamentari di tutti i partiti, con sodali in ogni ambito della cultura e delle istituzioni del Paese, si danno da fare per sostenere la depenalizzazione della vendita della cannabis e suoi derivati (assunta direttamente dallo Stato), anche in virtù della lievità dei suoi effetti (per non parlare dei suoi strombazzatissimi meriti terapeutici), cosa c'è di così grave a passare qualche dose a un ragazzino? Perché un bidello ventenne dovrebbe mostrare più responsabilità e lealtà dello Stato italiano, che non ha mai fatto (unico in Europa) una grande campagna spiegando la percentuale degli incidenti automobilistici compiuti sotto effetti della cannabis e derivati, o quella delle psicosi, schizofrenie e depressioni indotte dagli stessi, soprattutto se assunti prima dei 15 anni?</p><p>Attenzione però: quello dei custodi corrotti non è certo un fenomeno nuovo. Una delle frasi preferite dal mio professore di ginnasio, un attento padre Barnabita, era: «Chi custodirà gli stessi custodi?» (quis custodiet ipsos custodes), dalle Satire del latino Giovenale. Il poeta già allora notava come le figure di educazione e controllo fossero le più esposte alle sollecitazioni della corruzione. Il custode, infatti, sta sempre tra qualcuno a lui affidato per essere custodito (e che spesso ne farebbe volentieri a meno), e qualcuno (l'orco), che per denaro, perversione, o entrambe le cose, vorrebbe corrompere il custodito, e il custode stesso. Una posizione tutt'altro che facile, come notava con spietata lucidità Giovenale.</p><p>Da allora la questione non è affatto migliorata, e non solo in Italia. Ogni pochi giorni appaiono così custodi incustoditi e corruttori, oppure già prima corrotti da quelli che li avevano avuti in custodia in passato. Come l'aiuto allenatore di una squadretta di calcio del Torinese, che con la scusa degli allenamenti aveva molestato numerosi ragazzi affidati alla squadra. Ed era stato lui stesso a suo tempo corrotto dall'allenatore cui era affidato, con il quale condivideva ora il materiale fotografico prodotto dai suoi giocatori.</p><p>Per non parlare poi di tutto il settore tra l'educazione dei più piccoli e i servizi più o meno «sociali» che organizzano (anche qui con autorizzazioni e spesso anche finanziamenti pubblici): asili nido, case famiglia cui i più piccoli vengono affidati (a volte dopo essere stati tolti dalle famiglie legittime). Un mondo da cui emergono situazioni agghiaccianti. Come la maestra che ha patteggiato poche settimane fa un «affidamento ai servizi sociali» dopo video con morsi, culle in cui i bimbi venivano legati con cinghie, bambini lasciati per ore al buio al gabinetto, e altri orrori. Anche qui, però, l'Orco finale è lo Stato, che autorizza persone di questo genere ad accogliere e «custodire» bambini indifesi. In questi casi, la psicopatologia individuale si unisce a uno sfruttamento sull'infanzia praticato su vasta scala, un'industria travestita con vezzosa, disgustosa retorica infantileggiante. C'è un marcio sistemico. Che qualcuno dovrà affrontare. Speriamo prima che poi.</p>]]></content:encoded><media:content url="https://www.ilgiornale.it/resizer/v2/EW36H7FMCNKEBMYSASDAB7NDJA.jpg?auth=3e8bfac41a70876b0925f5c379e128f27f721583f2fab45ea38467ecb7942801&amp;smart=true&amp;width=1200&amp;height=900" type="image/jpeg" height="900" width="1200"/></item><item><title><![CDATA[Quel sepolcro vuoto che ci invita a restare uomini]]></title><link>https://www.ilgiornale.it/news/spettacoli/sepolcro-vuoto-che-ci-invita-restare-uomini-1378956.html</link><guid isPermaLink="true">https://www.ilgiornale.it/news/spettacoli/sepolcro-vuoto-che-ci-invita-restare-uomini-1378956.html</guid><dc:creator><![CDATA[Claudio Risè]]></dc:creator><description><![CDATA[Hadjadj spiega il significato della Risurrezione di Cristo, contro i deliri onnipotenti della tecnica]]></description><pubDate>Sat, 25 Mar 2017 08:31:42 +0000</pubDate><content:encoded><![CDATA[<p>Tutto il cristianesimo - sosteneva Carl Gustav Jung, fondatore della psicologia analitica - poggia sul vuoto. «Quello del sepolcro di Cristo, risorto. È questo vuoto la sua forza più potente». In effetti le antropologie del vuoto, tra le quali il buddismo con al centro la sua idea di vacuità, sono più consistenti di quelle del pieno, come il paganesimo; fatalmente smentite dalle inevitabili esperienze della sconfitta e della morte. Eventi inconcepibili per quelle divinità. Come per l'islam, che vede in esse solo un segno della natura umana di Cristo. Nell'antropologia cristiana invece, sofferenza e morte si vincono attraversandole fino in fondo. Innanzitutto con l'esperienza della croce, considerata (anche da Costantino) segno di vittoria. Soprattutto però con il colpo finale più potente, nei Vangeli non descritto ma lasciato all'immaginazione, e di cui si vedono invece le conseguenze. La grande pietra che chiudeva il sepolcro spinta lontano. E Gesù risorto.</p><p>Fabrice Hadjadj, il filosofo contemporaneo più colpito e affascinato dalla carnalità e semplicità del Cristianesimo, racconta in Risurrezione. Istruzioni per l'uso (Ares, pagg. 176, euro 15) gli avvenimenti successivi alla deposizione di Gesù. Scenari spesso coperti (anche dai preti) con metafore moralizzanti, qui spietatamente smontate con il mix di lucidità post illuminista e humour ebraico che caratterizzano l'autore. Hadjadj riconosce subito che «il miracolo dei miracoli è un miracolo vuoto». Il vuoto necessario perché l'uomo lo possa occupare. È il gesto della madre, che fa posto alla creatura, nutrendola con le viscere e con il calore. Il sepolcro si fa utero, primo scenario della risurrezione, della quale l'uomo si deve nutrire per diventare pienamente umano. E quindi divino. Il Risorto è un Dio che, nella sua lezione di umanità, comincia la sua gloria con il «semplice gesto di una lavandaia: il telo intatto e il sudario posto da parte». La «mistica dei lavori domestici» contrapposta all'aspettativa «del grande spettacolo o della prova di forza». Il sepolcro è vuoto, ma la biancheria è a posto, e ripiegata.</p><p>L'assassino «sono io, ossia anche tu, caro lettore» ma dov'è il corpo? I dignitari ebraici hanno dato prontamente una borsa d'oro alle guardie, per mettere in giro la voce che è stato rubato. Ma lui dov'è? Il caso non è affatto facile. Intanto, la prima ad arrivare al sepolcro, Maddalena non riconosce il Risorto, dietro di lei. È incerta se quell'uomo sia il giardiniere incaricato di tenere in ordine la tomba, o addirittura il ladro del cadavere. Non è però lei ad essere distratta, o stupida. Il fatto è che il Risorto non è un dio che vada in giro tra schiere di angeli fiammeggianti e con le trombe: è un uomo come gli altri, che così mostra come accettando la croce, senza montarsi la testa, tutti possiamo risorgere. Ricordando però alcune cose, già spiegate nelle scritture bibliche precristiane, ma indispensabili anche per un corretto uso della risurrezione.</p><p>Hadjadj, nato all'inizio degli anni '70 nell'ebraismo e arrivato al cattolicesimo attraverso le diverse fedi secolari che hanno da allora spopolato (e spappolato molti), sottolinea i richiami alla tradizione biblica, su cui il Risorto insiste nei suoi incontri con gli apostoli. Perché come dice Abramo nella parabola al ricco Epulone (Luca 16, 27-31), quelli che «non ascoltano Mosè e i profeti non saranno persuasi neanche se uno risorgesse dai morti»: la risurrezione per loro è inutile. Anche i due discepoli che vanno ad Emmaus sono terrorizzati dalla morte e successiva scomparsa del corpo di Gesù, e hanno dimenticato le parole e i passi di Mosè e i profeti che l'avevano annunciata. Cristo li avvicina come un anonimo, qualsiasi viandante, un «altro» accanto e come loro, e gliele ripete tutte, quelle parole. Le parole del compagno sollevano i viandanti, che continuano però a non capire chi egli sia. Solo a tavola, quando spezza il pane lo riconoscono. Perché certo, è risorto, cammina e parla e mangia come tutti gli altri, ma il corpo in cui ormai viene riconosciuto e profondamente incontrato è il pane e il vino, il corpo e il sangue, in cui ad ognuno si offre. È anche per questo, sostiene Hadjadj, che Gesù chiede alla Maddalena di non toccarlo. Non per reazione puritana (il contrario della psicologia del Risorto) ma perché non vuole essere soltanto toccato. Ma mangiato. Vuole entrare dentro di lei. Nutrendo la sua umanità di donna, e così la sua risurrezione divina.</p><p>Come intuisce anche Tommaso. Lui non vuole storie, ma andare al sodo delle ferite, mortali. «Vedere il segno dei chiodi, e metterci il dito dentro, e le mani nel costato». È un empirista, come ogni fedele autentico, non un isterico che si accontenta di suggestioni. E il Risorto gli dice di farlo, di mettergli il dito e le mani dentro. La risurrezione è la gloria del corpo ferito e piagato: è quella la strada per lo Spirito. L'essenziale infatti, e Hadjadj lo racconta molto bene attraverso i Vangeli «non è la rianimazione del morto, ma il risveglio del vivente». Che si realizza «col sacramento di una risurrezione interiore che agisce fin da subito: un rinnovamento del respiro, una trasfigurazione della linfa del potere più soprannaturale e più necessario al quotidiano: quello del dono e del perdono». Non conservare la propria piccola vita ma accoglierla in maniera debordante per donarla. È dal corpo, dalla ferita che si passa per ricevere il soffio vitale dello Spirito. Dalla spada (non la pace) che Gesù aveva annunciato di portare fin da subito (Matteo 10, 34-38). Attraverso il riconoscimento dei conflitti, non la loro copertura o rimozione. Il Risorto, la carne del quale racconta la sua storia, e quella del mondo, consente la risurrezione di chi è disposto a riconoscere e incorporare tutta questa sofferenza e gioia dentro di sé, nella propria anima e carne. È agendo da questo concretissimo «passaggio al corpo, e al basso» (già cominciato del resto con la sua Incarnazione), e non da una qualsiasi grandiosità, che Gesù risorto può far scendere dall'alto lo Spirito. Pietro sarà Papa perché è stato il peggiore di tutti e lo riconosce. Non c'è alto e basso, c'è il vivente. Anche per questo, dopo la Risurrezione il Vangelo va proclamato ad ogni creatura, come San Francesco fa subito, parlando (per esempio con gli animali) appunto «lingue nuove» come Gesù comanda. E forse, insinua Hadjadj, il «prendere in mano i serpenti e bere veleni senza danno» (Marco 16, 15-18) ha già a che fare con l'uso del Mac e di Internet senza «perdere la presenza», cioè impazzire... Forse. Questa è infatti la grande sfida ed opportunità che il Risorto pone all'uomo di oggi: imparare dalla risurrezione a rimanere umani, senza lasciarsi conquistare dai due grandi deliri di grandiosità superomistica del nostro tempo, il tecnicismo e l'islamismo. Si tratta di rimettere la tecnologia nella sua storia forte al servizio dell'uomo, a partire dal bastone e della vanga, lasciando perdere i programmi di sostituirlo con macchine o esseri fabbricati artificialmente. Poi eventualmente soppressi con pietose (e tecnologiche) eutanasie. Una tecnologia (richiesta anche da grandi scienziati o capitalisti come Peter Thiel), che serva l'uomo, e non se stessa e le avidità della finanza. L'altra sfida è quella del delirio di grandiosità religiosa: gli aspetti dell'islamismo che chiedono a Dio, incarnato nel piccolo Gesù e risorto nell'uomo della vita quotidiana di sottomettersi a chi grida Allah Akbar. La risurrezione, con la sua pienezza umana e divina, ci mostra le bellezza dell'uomo, e l'inutile (e già nota) follia del superuomo.</p>]]></content:encoded><media:content url="https://www.ilgiornale.it/resizer/v2/5LH7FACLHVMOHFO6GYLHAHOG4E.jpg?auth=f5fa7306ca119b73f5f8c120ad0b10ab54bc4d39bc79c6cb5f7ab0a94e13ff0d&amp;smart=true&amp;width=1200&amp;height=900" type="image/jpeg" height="900" width="1200"/></item><item><title><![CDATA[Senza padri né maestri maschi i bambini crescono a metà]]></title><link>https://www.ilgiornale.it/news/cronache/senza-padri-n-maestri-maschi-i-bambini-crescono-met-1378066.html</link><guid isPermaLink="true">https://www.ilgiornale.it/news/cronache/senza-padri-n-maestri-maschi-i-bambini-crescono-met-1378066.html</guid><dc:creator><![CDATA[Claudio Risè]]></dc:creator><description><![CDATA[Gli uomini non fanno più i maestri. E l'Ocse si preoccupa e produce un documento che le varrà numerose citazioni sui giornali. Fa bene, perché il fenomeno è devastante]]></description><pubDate>Thu, 23 Mar 2017 09:00:28 +0000</pubDate><content:encoded><![CDATA[<p>Gli uomini non fanno più i maestri. E l'Ocse si preoccupa e produce un documento che le varrà numerose citazioni sui giornali (compresa questa). Fa bene, perché il fenomeno è devastante, come prova l'ampiezza di studi e ricerche ad esso dedicata. Sarebbe stato forse meglio che si fosse svegliata prima, visto che se ne parla da circa mezzo secolo, dall'inizio cioè dell'epoca in cui l'Occidente ha cominciato a diventare una «società senza padri». E senza maestri, che rappresentano appunto la figura paterna nella scuola.</p><p>Il guaio, dimostrato nel frattempo da ricerche non solo pedagogiche, ma cliniche, criminologiche, economiche, sociologiche ed altro, è che il padre, e la figura maschile, come naturalmente la madre, e quella femminile, sono entrambi indispensabili. La sua assenza nelle esperienze formative di base, la famiglia e la scuola, crea nei giovani un deficit importante. Crea, dicono i lavori più svariati, uno sbilanciamento, uno squilibrio.</p><p>Non solo nelle statistiche, dove i numeri maschili diventano sempre più piccoli, e quelli femminili sempre più grossi. E non solo nell'impressione dei ragazzini, che quando arrivano a scuola e si trovano davanti la squadra delle maestre e zero maestri fanno oh! come nella canzone di Povia. Ma nell'equilibrio psicologico degli studenti. Non solo dei maschi, la cui rappresentazione nel corpo insegnante diventa sempre più esigua, e prima delle medie del tutto inesistente, ma anche delle femmine.</p><p>Perché il maschile e il femminile non sono solo fatti biologici, ma importanti aspetti psicologici presenti in ognuno di noi. È come con le gambe del tavolo: se una manca, il tavolo si rovescerà da quella parte. Non regge più niente. Servono tutte. Anche se i fondamentalisti di ogni sesso e genere sognano in cuor loro di fare fuori gli altri. Ma sbagliano, come sempre, i fondamentalisti: troppo unilaterali.</p><p>Quella maschile è un'identità: rassicura chi la possiede, e incuriosisce le femmine che ne hanno un'altra, come accade in ogni diversità. Ma è anche un modo di essere, di comunicare: meno verbale, più fisico, più diretto all'obiettivo, meno aneddotico. È il contenitore indispensabile per i maschi, che quando la sua assenza diventa totale si deprimono, o diventano potenzialmente incontrollabili. L'uomo è importante come l'insegnante donna, indispensabile nelle prime classi, quando il rapporto principale a livello profondo è ancora quello materno, perché il bimbo ha ancora bisogno soprattutto di essere accolto e nutrito, anche affettivamente. Mentre l'insegnante maschio diventa indispensabile quando è necessario imparare a disciplinarsi per superare gli ostacoli, individuare gli obiettivi, imparare dagli errori. E soprattutto riconoscere le proprie passioni e vocazioni: un lavoro spregiudicato, che più che la nota diligenza femminile richiede coraggio e fantasia. Una presenza tanto più indispensabile quanto più a casa manca, perché il padre è un fantasma, o non c'è più.</p><p>Si tratta di rimediare a tutti i cocci rotti (per indisciplina, delirio di onnipotenza, superficialità) negli ultimi 50 anni. Un sacco di roba da spazzare via. Ma si riuscirà (come, forse, gli ultimi dati cominciano a raccontare).</p><p>Claudio Risé</p>]]></content:encoded><media:content url="https://www.ilgiornale.it/resizer/v2/URC3M6GY4RJAJDNOLNO6HGS4MM.jpg?auth=ca55177d13f5f7a098be338d89d57588dc777ec0d3f27c9a3aef5ad92fd0398b&amp;smart=true&amp;width=1200&amp;height=900" type="image/jpeg" height="900" width="1200"/></item><item><title><![CDATA[Tutto è lecito tranne la famiglia tradizionale]]></title><link>https://www.ilgiornale.it/news/cronache/tutto-lecito-tranne-famiglia-tradizionale-1374838.html</link><guid isPermaLink="true">https://www.ilgiornale.it/news/cronache/tutto-lecito-tranne-famiglia-tradizionale-1374838.html</guid><dc:creator><![CDATA[Claudio Risè]]></dc:creator><description></description><pubDate>Tue, 14 Mar 2017 14:06:13 +0000</pubDate><content:encoded><![CDATA[<p>Q ualsiasi cosa, purché contro la natura. Chiunque in Italia può essere genitore, tranne quelli veri, nei confronti dei quali il ferreo polso dell'autorità giudiziaria ama fare sentire il proprio non discutibile potere. Dopo le madri povere, cui invece di erogare un sussidio vengono sottratti i bimbi per darli in adozione, tocca ai genitori «troppo anziani». Alla coppia di Casale Monferrato non verrà restituita la loro bimba malgrado si sia rivelata falsa l'accusa di abbandono che sette anni fa aveva motivato l'allontanamento. Non c'è stato nessun abbandono, ma «ormai l'abbandono fa parte della sua storia» ha stabilito il giudice di Torino. E quindi la bimba resterà con la coppia cui era stata prima affidata, e poi data in adozione.</p><p>Anche i genitori veri sono stati così abbandonati, ma dal diritto. Il giudice, pur avendo riconosciuto che non avevano mancato in nulla verso la bimba, dopo averla loro sottratta ora non la restituisce più. La loro colpa, in tutta questa vicenda è quella di essere «troppo anziani». Quando la bimba è nata, avevano lui 69 anni, e lei 57. Certo, c'era stata di mezzo una fecondazione assistita che aveva funzionato bene, ma il guaio era (ed è rimasto) che il gruppo sociale delle coppie eterosessuali anziane, al contrario di altre, molto più inconsuete in funzione genitoriale ma più spettacolari e di moda, non era smart. Di padri vecchissimi e madri miracolate in tarda età si parla fin dalla Bibbia, e in altre importanti narrazioni tradizionali ma, appunto, non è in fondo niente di nuovo.</p><p>Soprattutto non ci sono lobby potenti che spingono, sindaci con la fascia tricolore che corrono da loro tra i flash dei giornali. Questi sono solo normalissimi genitori anziani, felici di avere una bimba, per i quali non si scomoda nessuna televisione. Contro la loro semplice e antica felicità insorge invece il pregiudizio e invidia sociale: troppo vecchi. Persino la Cassazione, già intervenuta in questa brutta storia, complicata come tutte quelle in cui il diritto vuole regolare secondo proprie e astratte categorie i legami naturali tra le persone, aveva notato che tutte le sentenze precedenti avevano sullo sfondo un pregiudizio riguardo all'età di Luigi e Gabriella, che non a caso sono stati ribattezzati dall'opinione pubblica «genitori nonni». Insomma, in Italia ogni tipo di coppia può svolgere funzioni genitoriali, ma non quella composta da un uomo e una donna, per giunta anziani. Troppo risaputa e tradizionale.</p><p>Soprattutto, come è emerso in recenti sentenze, ai giudici non interessa affatto che i bambini nascano nella madre e dal seme del padre, possono farlo ovunque purché «nell'ambito di un progetto di genitorialità condivisa», «indipendentemente dal legame biologico fra il genitore e il nato» come dice una delle sentenze recenti che istituiscono famiglie con due papà e nessuna mamma. Ventre materno e seme paterno ormai danno fastidio. Il corpo della madre va lasciato lontano e dimenticato. Quanto al padre, occhio all'anagrafe. Ciò che conta piuttosto, si spiega nelle sentenze, è il «progetto», il «desiderio». Insomma la testa. Una genitorialità non più biologica (ci mancherebbe) ma giuridico-cerebrale. E si tengano lontano i vecchi. Abramo? Troppo patriarcale.</p>]]></content:encoded><media:content url="https://www.ilgiornale.it/resizer/v2/FI2CSCW435IAFDEFPAFMEK5UKI.jpg?auth=51e8496493dbd873f2e9002b9473f648d6a7e28b775e15f9976a90a3ca8a792f&amp;smart=true&amp;width=1200&amp;height=900" type="image/jpeg" height="900" width="1200"/></item><item><title><![CDATA[Thiel, il tecno-utopista: l'innovazione è libertà]]></title><link>https://www.ilgiornale.it/news/thiel-tecno-utopista-linnovazione-libert-1371518.html</link><guid isPermaLink="true">https://www.ilgiornale.it/news/thiel-tecno-utopista-linnovazione-libert-1371518.html</guid><dc:creator><![CDATA[Claudio Risè]]></dc:creator><description><![CDATA[Il consigliere di Trump spiega come realizzare il sogno libertario e perché la globalizzazione è in declino]]></description><pubDate>Sun, 05 Mar 2017 10:55:16 +0000</pubDate><content:encoded><![CDATA[<p>Peter Thiel fu, non molti mesi fa, l'unico fra i grandi imprenditori della Silicon Valley a finanziare e appoggiare pubblicamente la campagna di Donald Trump, il quale appena eletto l'ha subito nominato proprio consulente per la tecnologia. Ha cominciato a fare il suo lavoro, portando alle riunioni del nuovo presidente i suoi amici e compagni di affari e invenzioni, tra i quali un oppositore di Trump come Elon Musk, il fondatore di Tesla, l'avveniristica fabbrica di auto elettriche. Ha sdrammatizzato la famosa decisione di Trump di bloccare l'immigrazione dai Paesi arabi più coinvolti col terrorismo, facendo presente che non si trattava di un bando religioso contro l'islam, ma solo dell'inizio di una politica dell'immigrazione più attenta e sensata. Poi, dopo qualche settimana, ha comprato una splendida proprietà in Nuova Zelanda, e chiesto e ottenuto la cittadinanza nella stessa, spiegando nella sua richiesta ufficiale: «Nel continuare le mie opportunità di affari internazionali e i miei personali impegni filosofici e di beneficenza, sono felice di affermare che non ho trovato un Paese più linea con la mia idea di futuro della Nuova Zelanda». Per questo, da accanito lettore de Il Signore degli Anelli, l'ha chiamata Utopia e vi sta investendo milioni di dollari, fondandovi aziende con nomi ispirati all'amato Tolkien. E infine ne ha preso la cittadinanza, dopo quella americana, che naturalmente mantiene.</p><p>Cosa intenda poi farne, visto che stare fermo gli riesce difficile, è materia di discussione sulla stampa internazionale, e anche nel mondo degli affari. L'ipotesi più suggestiva è che proprio nel grande Oceano Pacifico intenda installare uno dei suoi progetti più amati: una Seastead (l'idea originaria è di Patri Friedman, ex ingegnere di Google e nipote dell'economista libertario Milton Friedman). Si tratta di grandi isole artificiali, completamente autosufficienti dal punto di vista ecologico, nelle acque internazionali. Piccoli Stati autogestiti, con governi leggeri e tasse, burocrazia e controlli leggerissimi e non invadenti. Insomma il sogno di un libertario postmoderno, che invece di chiudersi in una casetta a Walden come fece 170 anni fa Henry D. Thoreau va in mezzo al Pacifico a progettare viaggi interstellari e soprattutto nuove comunità umane, capaci di vivere in modo ecologicamente sensato e mettendo la tecnologia al servizio dell'uomo anziché il contrario.</p><p>È la sua passione, la sua Utopia, cui non smette di pensare. Però, dalla sua solidissima formazione scientifica, ha ammesso un paio di settimane fa al New York Times che «dal punto di vista ingegneristico non è per ora fattibile. È ancora molto lontana nel futuro». Tuttavia ci pensa, e ci sogna. Intanto guadagna (e a volte perde) milioni di dollari, senza battere ciglio, come appunto chi ha molto altro a cui pensare, oltre all'importantissimo denaro. Tutto ciò fa di lui un esemplare abbastanza unico nel capitalismo contemporaneo, tipo il nostro Adriano Olivetti (entrambi protestanti), con la stessa passione per lo sviluppo tecnologico e il sogno di comunità territoriali e politiche più umane, ma anche scientificamente avanzate. Grandi capacità imprenditoriali e insieme respiro filosofico. Nato a Francoforte 59 anni fa, a un anno segue il padre (ingegnere) negli Usa, e nei primi cinque cambia 7 scuole elementari e diversi Paesi, tra i quali il Sudafrica e la Namibia. A 5 anni arriva a Foster City, città modello di 30mila abitanti, decima negli Usa dal punto di vista della qualità della vita, nei pressi della Silicon Valley.</p><p>In tutto questo viaggiare, ha già imparato a odiare l'autoritarismo prepotente di certe maestre sudafricane con le loro bacchettate sulle dita, e soprattutto a stare da solo. Senza tv, proibita dai genitori fino al ginnasio (come vuole anche il metodo steineriano). È un bambino introverso, geniale in matematica, e campione nazionale di scacchi, in Sudafrica decorato con l'adesivo born to win (nato per vincere) sulla giacchetta della premiazione. Da ragazzino, attacca e rilegge infinite volte Il Signore degli Anelli, e più tardi Solzhenitsyn.</p><p>All'università, naturalmente, viene ammesso a Stanford, fortezza del sapere del bacino meridionale di San Francisco, fucina di gran parte delle teste della Silicon Valley. Lì nascono le sue più preziose amicizie e alleanze, che continuano tuttora: quasi tutti maschi, conservatori e intelligentissimi in matematica e nel ragionamento logico, ha notato George Packer nella sua famosa intervista del New Yorker (2011). A Stanford nascono anche le sue più feroci rabbie contro l'attuale sistema educativo Usa, che verranno raccolte nel saggio The Education of a Libertarian (L'educazione di un libertario), che pubblica nel 2009 sul sito Web del Cato Institute. Lì spiega come «oggi, il grande compito per un libertario sia trovare una via di uscita dalla politica in tutte le sue forme, dalle catastrofi totalitarie e fondamentaliste alle scriteriate demolizioni che ispirano le cosiddette socialdemocrazie». Una di queste è secondo Thiel la demolizione delle differenze e del loro valore sotto la copertura ipocrita del multiculturalismo, un'invenzione del totalitarismo politically correct per distruggere le personalità individuali e intere culture. Nel libro The Diversity Myth (Il mito della diversità) scritto nel 1995 con David Sacks, suo compagno di Stanford, Thiel elenca tutte le ipocrisie e ingiustizie praticate nelle università americane in nome del multiculturalismo politicamente corretto, mostrandone gli effetti disastrosi sul piano della valutazione del profitto e del merito, e quindi sulla formazione scientifica e sulla lealtà personale. Concludendo che «l'antidoto al multiculturalismo è la civiltà», con le sue regole e la sua giustizia, contrapposta alla manipolazione opaca del politically correct.</p><p>Da anni Thiel denuncia il progressivo declino della globalizzazione, una sorta di politicamente corretto mondiale a favore di burocrazie statali e aziende decotte e poco produttive, finanziato con l'espansione illimitata del debito pubblico. E lo contrappone alla forza trasformatrice della tecnologia, che avrebbe potuto essere un motore per il capitalismo molto più solido degli attuali consumi. Occorrevano però energie e visioni che sono invece state inghiottite appunto dalla sonnolenta distruttività delle socialdemocrazie dei Paesi occidentali sviluppati. La sua contrarietà alla globalizzazione fa anche parte della sua alleanza con Trump, un altro che non ci crede affatto, e non vede l'ora di uscire dai vari trattati commerciali e politici che cercano di tenerla in piedi. La globalizzazione, spiega nell'intervista al New Yorker, «si ispira all'evoluzione naturalistica, spalmandola sul pianeta in modo uniformizzante, e continuando a copiare quello che già c'è. La tecnologia invece si ispira alla miracolosa creazione sovrannaturale: si dedica alla creazione di cose nuove, che non sono mai esistite».</p><p>È questa tecnologia creativa, capace di cambiare veramente il mondo che secondo Thiel può dare nuova spinta allo sviluppo economico e civile. Per questo, in Da zero a uno ripete ai suoi studenti la raccomandazione de Il Signore degli Anelli: «Percorrete i sentieri nascosti».</p>]]></content:encoded><media:content url="https://www.ilgiornale.it/resizer/v2/L3BLXXCFSBIGDMBJGT6RRUHE5A.jpg?auth=0b83cfd7d07869927bbeaa0ac10b42119df135e62fbe0d44e3d0ba58e3e6c637&amp;smart=true&amp;width=1200&amp;height=900" type="image/jpeg" height="900" width="1200"/></item><item><title><![CDATA[L'era della post-famiglia]]></title><link>https://www.ilgiornale.it/news/cronache/lera-post-famiglia-1369964.html</link><guid isPermaLink="true">https://www.ilgiornale.it/news/cronache/lera-post-famiglia-1369964.html</guid><dc:creator><![CDATA[Claudio Risè]]></dc:creator><description><![CDATA[È morta la maternità, il legame che dà inizio alla vita e alla storia umana. A decretarne la fine è stata la magistratura]]></description><pubDate>Wed, 01 Mar 2017 20:54:17 +0000</pubDate><content:encoded><![CDATA[<p>È morta la mamma. Anzi la maternità, il legame che dà inizio alla vita e alla storia umana. A decretarne la fine è (o almeno ci prova) la sentenza della Corte d'appello di Trento riconoscendo la paternità di due bambini a una coppia di uomini che hanno avuto (cioè comprato) negli Usa due bambini con la pratica dell'utero in affitto. Finisce così un'antica vicenda, già all'origine della storia umana, che vede il bambino nascere dall'incontro dell'uomo e della donna, la madre e il padre. Non per niente il legislatore francese, che riconobbe il matrimonio omosessuale, nella stessa legge abolì anche i termini padre e madre, sostituendoli con due numeri: genitore uno e genitore due.</p><p>A qualcuno parve una stravaganza da burocrati che hanno più dimestichezza coi numeri che con l'alfabeto, ma invece no: era già l'annuncio della fine del padre e della madre. E il popolo francese lo capì subito, scendendo in piazza con le grandi Manif pour tous dove tutti, omosessuali compresi, compostamente ma molto energicamente protestarono rivendicando il diritto ad essere accolti nella vita dalla madre che ti genera. E non da uno o due signori che ti portano via alla donna da cui ti comprano.</p><p>Ma la cosa andò avanti. Si era aperto l'unico mercato che in una società declinante, infertile, sempre più priva di idee, di figli, e d'amore tiri veramente: quello della vita. Comprata, non più generata, perché quello ormai interessa molto meno. Come dicono i giudici e i giuristi che applaudono commentando con tono sprezzante verso le superstizioni residue del popolino. A cui contrappongono la loro «assoluta indifferenza verso le tecniche di procreazione cui si sia fatto ricorso all'estero da parte di entrambi i genitori nell'ambito di un progetto di genitorialità condivisa». Che al netto dal burocratese significa che tizi che vogliono un bambino vanno all'estero e lo comprano. E la mamma non c'è più.</p><p>Non per niente le femministe più attente avevano drizzato le antenne sin dall'inizio dei discorsi sull'utero in affitto, opponendosi con decisione in Italia e in Francia. La filosofa francese Sylvaine Agacinski parlava di «corpo a pezzi», notando che il baby business cercava ormai dovunque nel mondo dei corpi in affitto per il grande affare del nuovo millennio. E in Italia il «femminismo della differenza», vedeva all'orizzonte di queste tecniche, che lasciano così indifferenti i giudici di Trento, la fine del legame fondativo dell'umano: quello tra la madre e suo figlio. La madre qui non è più la fons vitae, l'origine della vita, ma un fornitore come un altro, scelto sui cataloghi secondo le precise leggi del mercato.</p><p>E il padre è un signore che ha, nell'incredibilmente, noiosamente gelido italiano dei giuristi: «un progetto di genitorialità condivisa» con un altro. Neppure Max Weber, che pure non era un ottimista, poteva prevedere che la «società burocratica» di cui lui vide la nascita, finisse in una tale distruzione di affetti e sentimenti.</p><p>Se poi ci si ricorda di quanto sia importante nella formazione della personalità del bimbo la comunicazione madre e figlio, dal concepimento ai primi anni dopo la nascita (come dimostrano psicoanalisi e infant observation), vengono i brividi. Come ha scritto (in Temporary Mothers) la giornalista femminista Marina Terragni: «Se lasciamo slegare al mercato anche il legame tra madre e figlio, il mondo muore».</p>]]></content:encoded><media:content url="https://www.ilgiornale.it/resizer/v2/FI2CSCW435IAFDEFPAFMEK5UKI.jpg?auth=51e8496493dbd873f2e9002b9473f648d6a7e28b775e15f9976a90a3ca8a792f&amp;smart=true&amp;width=1200&amp;height=900" type="image/jpeg" height="900" width="1200"/></item><item><title><![CDATA[Il superuomo è morto. Ma in compenso Dio sta benissimo]]></title><link>https://www.ilgiornale.it/news/spettacoli/superuomo-morto-compenso-dio-sta-benissimo-1359586.html</link><guid isPermaLink="true">https://www.ilgiornale.it/news/spettacoli/superuomo-morto-compenso-dio-sta-benissimo-1359586.html</guid><dc:creator><![CDATA[Claudio Risè]]></dc:creator><description><![CDATA[La secolarizzazione ha ormai perso la spinta propulsiva. Ovunque torna la voglia di fede]]></description><pubDate>Sat, 04 Feb 2017 08:00:11 +0000</pubDate><content:encoded><![CDATA[<p>Da quando, 135 anni fa, Friedrich Nietzsche raccontò la storia del pazzo che irruppe tra la folla una mattina di sole, con un lume acceso in mano, gridando «Dio è morto! E noi l'abbiamo ucciso», la notizia ha fatto molto discutere persone di ogni tipo e cultura. Circondata da un iniziale sospetto (come già Nietzsche racconta ne La gaja scienza e in Così parlò Zarathustra) ha visto poi crescere il numero di quelli che ci hanno creduto. Anzi, è stata addirittura ritenuta la caratteristica della modernità: il tempo, appunto, della morte di Dio. Tanto che anche gli Stati ne presero atto, a malincuore alcuni, altri ben felici del fatto, e promossero leggi e costumi in aperta violazione delle norme delle Sacre Scritture delle diverse religioni.</p><p>Si consentirono così gli aborti, la rottura del matrimonio, l'abbandono dei genitori, la violazione della natura e delle altre regole che le religioni ebraico-cristiane (ma anche la maggior parte delle altre), avevano da sempre riconosciuto come poste da Dio. Anche la filosofia, le scienze politiche, l'antropologia, la psicologia e le altre scienze umane, assieme naturalmente alla scienza delle religioni, si occuparono della morte di Dio e delle sue conseguenze nel tempo che venne così chiamato «processo di secolarizzazione». Di esso, ad esempio, parlano il recentissimo La secolarizzazione debole. Violenza, religione, autorità, di Marco Rizzi (Il Mulino), e L'incognita post-secolare. Pluralismo religioso, fondamentalismi, laicità, di Paolo Naso (Guida).</p><p>Un processo storico, accompagnato da fatti precisi, costituzioni, leggi, comportamenti, modi di pensare e di essere, che segnò la storia, e soprattutto le ideologie della modernità. Nella quale Dio o fu dato per morto, o comunque fu separato appunto dal «secolo», dalla vita quotidiana e civile delle persone, con la quale non doveva più avere nulla a che fare. Gli Stati Nazionali cavalcarono il processo di secolarizzazione, a seconda dei propri interessi e convinzioni. Nell'Europa continentale soprattutto per proteggere gli Stati dall'invadenza religiosa. Nei Paesi anglosassoni, al contrario, per proteggere la libertà religiosa dei cittadini dall'invadenza proprio degli Stati. I risultati furono simili (anche se gli anglosassoni evitarono così i totalitarismi): le convinzioni religiose, ormai ininfluenti nella vita delle persone, diventarono in Occidente sempre meno visibili, e sembrarono a lungo ormai aver perso ogni vitalità. Infatti le ideologie totalitarie tra le due guerre (ma il comunismo sopravvisse fino al 1990, e in Cina è ancora lì), erano atee, e anticristiane.</p><p>Naturalmente la scienza contemporanea ebbe un ruolo importante nel rafforzare il prestigio della secolarizzazione, affermando con forza il suo «dogma della matematica» (come lo chiamò Benedetto XVI nella sua lettera a Piergiorgio Odifreddi) e i metodi delle scienze naturali. Se tutto ciò che non si può misurare non esiste, allora Dio è morto, o magari non è mai esistito.</p><p>Però oggi è proprio la matematica, nella sua forma elementare di aritmetica, ad aver dato un colpo durissimo anche a quest'idea della morte di Dio, vista finora come un'ovvietà soprattutto perché dichiarata tale da un sacco di gente autorevole e potente. In particolare nei media e nel sistema di comunicazione, molto più impegnato di Dio nel determinare e condizionare i pensieri e le convinzioni delle persone. I numeri usciti dalle diverse indagini sociologiche, demografiche, sondaggi, etc. hanno infatti mostrato una realtà diversa dalla secolarizzazione. Dio non sembra affatto morto. Anzi. La gente lo vuole e lo cerca, anche con una certa crescente ansia e determinazione. Il fenomeno va completamente contro le aspettative delle istituzioni, a cominciare dagli Stati (che sulla morte di Dio, pericoloso concorrente, avevano puntato), ma anche le istituzioni preposte ai fenomeni religiosi, e soprattutto l'industria delle comunicazioni, saldamente posizionata dall'altra parte. Si cerca così di non dare troppo risalto a questi studi e ai loro risultati, anche per continuare a sfornare leggi come se Dio non ci fosse. Tuttavia, è questa la realtà che raccontano i libri che raccolgono i dati e gli studi sullo stato di questa secolarizzazione, che ha caratterizzato la vita e la storia della modernità. Soprattutto in Occidente, perché negli altri continenti e culture (che hanno spesso visioni diverse sia sulla ragione, sia sulla realtà) non pare aver mai avuto grande successo.</p><p>È sopratutto dagli anni '90, dalla dissoluzione dell'ultimo totalitarismo ateo, che hanno accelerato gli aspetti non solo quantitativi di crisi della secolarizzazione. Oltre che gli Stati e alle ideologie del Novecento, essa preoccupa anche le Chiese, come quelle cristiane, che in buona parte la consideravano un dato ormai acquisito, e su di essa avevano adeguato riti, liturgie e anche visioni teologiche. Ora invece diventano sempre più numerosi e importanti movimenti e culti che (anche al di fuori dalle Chiese) presentano visioni e pratiche spesso più vicine al Dio tradizionale della Bibbia, sembra anche in reazione ai forti aspetti di razionalizzazione (non così amati da molti credenti) introdotti dalle Chiese dal '900 in poi. Assieme a questi, però, ci sono gruppi religiosi che offrono invece liturgie e culti con scopi molto utilitari (la carriera, la salute etc.), che del resto avevano anche fatto da sempre parte delle esperienze religiose tradizionali, oggi spesso assimilati a superstizioni dalle Chiese.</p><p>Nell'insieme, comunque, come spiegano anche le statistiche mondiali del Pew Research Center (il think tank statunitense che fornisce informazioni sui problemi sociali) e altre organizzazioni, anche i cristiani (in particolare i cattolici) aumentano, come i fedeli di tutte le altre religioni, trainate dal ritorno del sacro. Ma meno degli altri. Forse anche perché non sono tanto sintonici con l'inattesa post-secolarizzazione. In essa, a guardarla con gli strumenti della psicologia analitica, è evidente un movimento dell'inconscio collettivo (di cui parlava Jung), esploso appunto dalla caduta del muro di Berlino in poi, di sempre più forte opposizione all'autoritarismo delle ideologie materialiste e razionalizzanti del secolo scorso e di richiesta di partecipazione a una franca ed esplicita visione religiosa, che restituisca all'uomo le forme della vita, oggi dissolte nella società liquida e nichilista della tarda modernità. Liberarsi di queste tendenze accusandole di fondamentalismo, o con la solita formula tuttofare del populismo, è ridicolo, per quanto la tentazione sia diffusa. Ma anche pericolosa: il rifiuto della richiesta di Dio da parte dei popoli ha infatti suscitato nella storia reazioni violente.</p><p>Se ci si guarda dentro, si vede bene che questi diversi movimenti non sono sorretti da aspetti sentimentali o nostalgici, ma da un senso religioso, anche se confusamente vissuto. Alla loro base ci sono uomini e donne che riconoscono di avere bisogno di Dio e che senza di lui la vita è difficile e non ha senso. È l'uomo post-illuminista che non si considera più illuminato, ma bisognoso del Signore. Lo Zarathustra di Nietzsche, dopo aver annunciato che «morti sono tutti gli dei», aveva aggiunto «ora vogliamo che il superuomo viva». Adesso, finalmente, dopo milioni di morti, abbiamo capito che non c'è nessun superuomo. Ridateci Dio.</p>]]></content:encoded><media:content url="https://www.ilgiornale.it/resizer/v2/WXX7AGZM3RJ23LL7IBGZB3IDOA.jpg?auth=beada50f5835f293e841d4289f5193bc17b1e59fc9ea067cb53577f2fece01b0&amp;smart=true&amp;width=1200&amp;height=900" type="image/jpeg" height="900" width="1200"/></item></channel></rss>