<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><rss xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom" xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/" xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/" xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/" version="2.0" xmlns:media="http://search.yahoo.com/mrss/"><channel><title><![CDATA[News feed]]></title><link>https://www.ilgiornale.it</link><atom:link href="https://www.ilgiornale.it/arc/outboundfeeds/rss/autore/paolo-lazzari/" rel="self" type="application/rss+xml"/><description><![CDATA[ News Feed]]></description><lastBuildDate>Sun, 26 Jul 2026 09:58:25 +0000</lastBuildDate><language>it</language><ttl>1</ttl><sy:updatePeriod>hourly</sy:updatePeriod><sy:updateFrequency>1</sy:updateFrequency><item><title><![CDATA[Pirlo ct della Nazionale: perché non convince e perché invece potrebbe fare bene ]]></title><link>https://www.ilgiornale.it/news/calcio/pirlo-ct-della-nazionale-perche-non-convince-e-perche-invece-potrebbe-fare-bene/</link><guid isPermaLink="true">https://www.ilgiornale.it/news/calcio/pirlo-ct-della-nazionale-perche-non-convince-e-perche-invece-potrebbe-fare-bene/</guid><dc:creator><![CDATA[Paolo Lazzari]]></dc:creator><description><![CDATA[Lo scetticismo incalza attorno alla figura di Andrea: eppure una carriera brevissima e mediocre nei club potrebbe non corrispondere ad un fallimento con l’Italia 
]]></description><pubDate>Sat, 25 Jul 2026 08:33:08 +0000</pubDate><content:encoded><![CDATA[<p>Quindi alla fine è successo. Cullarci per un po’ con il <b>sogno Pep Guardiola</b> è stato bello, ma poi la sveglia ha trillato, abbiamo spalancato le palpebre e, sudaticci, ci siamo dovuti rendere conto che no, non sarebbe stato possibile. Da martedì <b>il nuovo c.t. della Nazionale di calcio italiana </b>sarà <b>Andrea Pirlo</b> e, per quanto chiunque lo abbia adorato come calciatore - probabilmente il più grande regista di ogni tempo, sopra Scholes, sopra Xavi - la coltre di scetticismo che adesso si solleva, virando verso <b>Maldini, Leonardo e Malagò</b>, appare più che legittima. Perché passare dal migliore del mondo, Pep, da un altro nome che da sempre ci ha esaltato - Carletto Ancelotti - ad un allenatore che ha oggettivamente conseguito risultati mediocri con i club finora allenati, è stato un po’ come credere di andare a ritirare una fuoriserie per poi mettersi alla guida di un’utilitaria. </p><p>Perché questo dice il presente da allenatore del <i>Maestro. </i>Scelto come guida principale della <b>Juventus </b>- anche se chiudendo la carriera aveva dichiarato <i>non farò mai l’allenatore</i> - succede a Maurizio Sarri e arriva quarto in campionato, portando però a casa una Coppa Italia e una Supercoppa italiana. Non abbastanza per incassare la riconferma. Dopo un anno di pausa, la sua seconda esperienza è all’estero, in Süper Lig turca, con il <b>Fatih Karagümrük</b>. Dura poco però: l’esonero arriva il 24 agosto 2023, a tre giornate dalla fine, con la squadra incagliata a metà classifica. Per la stagione seguente lo chiama la <b>Sampdoria</b>, che coltiva fortemente l’ambizione di tornare in Serie A. Andrea guida i blucerchiati fino ai playoff, dove vengono eliminati dal Palermo. Nonostante la delusione la società lo conferma, ma viene esonerato nell’agosto 2024 a causa dell’avvio tutto in salita della nuova stagione: un punto in tre partite. A luglio 2025 si siede sulla panchina dello <b>United Fc</b> - seconda divisione emiratina - cogliendo la promozione nella massima serie al primo tentativo. Sarà con loro, adesso, che dovrà rescindere per legarsi alla nazionale. </p><p>Il malumore per nulla carsico degli italiani sta tutto condensato qui. Non è detto che un grande giocatore diventi per forza un grande allenatore, e viceversa. <b>Klopp </b>- fresco ct della Germania - è stato un giocatore normale e oggi è un top. Non se ne parli poi nel caso di <b>Mou</b>. Dev’essere che non si può diventare tutto nella vita, anche se dobbiamo augurarci che, invece, Pirlo diventi l’uomo in grado di riportarci in alto. </p><p>Certo, viene da chiedersi perché sperimentare ancora, <b>dopo Gattuso</b>, uno che aveva una carriera ben più rotonda di quella di Andrea, ma comunque affatto scintillante. Perché non una garanzia come <b>Antonio Conte</b>, allora? Sul ritorno di <b>Roberto Mancini</b>, inviso a gran parte dell’opinione pubblica a causa della scelta di lasciare l’Italia per l’Arabia, sorvoliamo. La risposta sta tutta nella necessità di avere un ct che condivida totalmente il progetto tecnico di Maldini e Leonardo. Cosa che Pirlo - in sintonia con Paolo fin dai tempi del Milan - assicura. Cosa che gli altri non avrebbero garantito. </p><p>Nel frattempo le altre nazionali incassano i sì di allenatori esaltanti. Detto di Klopp, chiamato a risollevare le malandate sorti dei tedeschi, l’altro è <b>Zizou Zidane</b>, campione in campo e in panchina, l’uomo capace di vincere tre Champions filate: sarà il nuovo condottiero della Francia. L’Inghilterra prosegue con <b>Tuchel</b>, altro nome di primissimo livello al netto delle critiche incassate al mondiale (tattica suicida in semifinale, ma è pur sempre arrivato terzo) e la Spagna, inevitabilmente con <b>De La Fuente</b>. A proposito: entrambi i tecnici finalisti, lui e <b>Lionel Scaloni</b>, approdarono alle rispettive panchine accompagnati da una caterva di dubbi, proprio come Pirlo. Differenze sostanziali: molte. </p><p>De La Fuente ha lavorato con gli attuali campioni del mondo fin da quando erano ragazzini, trasfondendogli la sua filosofia di gioco. E Scaloni - vincitore e secondo per due mondiali di fila - in campo impartisce indicazioni a Messi e compagni. Ecco che allora si pone un altro legittimo tema, peraltro sollevato da Leonardo: puoi anche prendere Guardiola, ma se la rosa è carente, farai poca strada. <b>“I nostri ragazzi non dribblano più, ripartiamo da lì”</b>, ha ammonito Leo. Sì perché dovremmo pur chiederci cosa sia successo se una volta ci presentavamo con i Totti e i Del Piero, i Maldini, i Cannavaro e i Pirlo, appunto, mentre oggi attraversiamo uno sfinente deserto tecnico. Ricominciare a plasmare giocatori tecnici e coraggiosi è un passo che pesa molto più della scelta del c.t.</p><p>Un’altra cosa potrebbe deporre a favore di Pirlo: <b>il commissario tecnico non è un allenatore di club</b>. I tempi e le modalità sono del tutto differenti. Questo scarto potrebbe consentirgli di fare bene, anche se finora non è riuscito a convincere. Quello che, dal più profondo del cuore, ci auguriamo tutti. Non resta che affidarsi all’intuizione di Maldini e Leonardo, due che - loro sì - hanno mostrato con i fatti di essere grandi dirigenti. </p>]]></content:encoded><media:content url="https://www.ilgiornale.it/resizer/v2/HG3BYTAQSFFRRFBWWNNFLIFA2Q.jpg?auth=ad5e371c7e9c2e18b85b469e208cc0e4e4ef7ee9386f0368930bb904738e0d3f&amp;smart=true&amp;width=1200&amp;height=900" type="image/jpeg" height="900" width="1200"/></item><item><title><![CDATA[Fa 700 km nella giungla e un cane randagio lo segue fino in Svezia ]]></title><link>https://www.ilgiornale.it/news/storie/fa-700-km-nella-giungla-e-un-cane-randagio-lo-segue-fino-in-svezia/</link><guid isPermaLink="true">https://www.ilgiornale.it/news/storie/fa-700-km-nella-giungla-e-un-cane-randagio-lo-segue-fino-in-svezia/</guid><dc:creator><![CDATA[Paolo Lazzari]]></dc:creator><description><![CDATA[Nell’inferno verde dell’Ecuador, un randagio ferito sceglie un atleta. E da quel giorno non lo lascia più: una storia che è diventata un film ]]></description><pubDate>Sat, 25 Jul 2026 07:35:23 +0000</pubDate><content:encoded><![CDATA[<p>La <b>foresta amazzonica</b> se ne sbatte solennemente. Non concede tregue, e nemmeno sconti: inghiotte le caviglie nel fango, impone fiumi da guadare a nuoto, innalza montagne che sembrano fatte apposta per fiaccare anche i più temprati. È in questo scenario, nel <b>novembre del 2014</b>, che il <i>Team Peak Performance</i> della Svezia affronta la <i>Adventure Racing World Championship</i>, una delle competizioni più estreme al mondo, cultrice di un’ossessione tutta particolare: quella per il limite umano spinto fino alla soglia più remota. Alla guida della squadra c’è <b>Mikael Lindnord</b>, capitano di lungo corso, reduce da quasi due decenni di corse d’avventura e da un titolo conquistato in Costa Rica quattro anni prima. Con lui corrono la moglie Helena, Simon Niemi e Staffan Björklund. Il traguardo dista<b> settecento chilometri</b>, e a separarli da quell’obiettivo si frappongono giungle intricate, alture e spianate in cui il passo affonda. </p><p>Al quarto giorno di gara, in un checkpoint dove i concorrenti recuperano fiato e forze, <b>Lindnord apre una scatoletta di carne</b>. Un instante dopo avverte uno sguardo puntato su di sé, si volta, e scopre in un angolo<b> un cane randagio dal pelo incrostato di sangue</b>, il corpo segnato da ferite che raccontano, senza bisogno di parole, una vita di abbandono e di percosse. Gli lancia una polpetta. È un gesto minimo, quasi meccanico. Ma il cane, che porta ancora addosso i segni di uno stento antico, decide in quell’istante di arruolarsi in una battaglia che non è la sua.</p><p><b>Lo chiamano Arthur</b>, come il re. E Arthur, da quel momento, non si stacca più dalla squadra.</p><p>Segue il team per tutto il resto del percorso, che è poi il resto del viaggio: si arrampica dove il fango vorrebbe trattenerlo, affronta il fiume a nuoto, si lascia issare a bordo del kayak quando le energie non bastano più. In un momento della traversata si tuffa di nuovo in acqua per rincorrere un pesce, e la squadra perde minuti preziosi nel tentativo di recuperarlo. Ma <b>nessuno, ormai, pensa più di lasciarlo indietro</b>: Arthur è diventato il quinto membro di una squadra che non lo aveva scelto, e che ora non sa più immaginarsi senza di lui. Lindnord lo racconterà più avanti, con la sobrietà di chi ha vissuto un prodigio: non riesce a spiegarsi come abbia fatto, quel cane, a resistere a tutto questo.</p><p>Il traguardo arriva, e con esso la domanda che nessun regolamento di gara prevede: <b>che ne sarà di Arthur?</b> Per Lindnord e i compagni la risposta è immediata. Il cane ha bisogno di un veterinario, di cure, di una casa. Comincia così una trafila complessa, che coinvolge due governi, una raccolta fondi lanciata dalla stampa svedese, l’attenzione di una campagna social e persino il ministero degli Affari sociali ecuadoriano. Le fotografie di quel randagio dallo sguardo fiero, ferito ma indomito, fanno il giro dell’Europa. Nella primavera del 2015 <b>Arthur atterra in Svezia</b>, a Örnsköldsvik, a meno di cinquecento chilometri dal Circolo Polare Artico: dalla giungla equatoriale al freddo nordico, un salto di mondo che è insieme un salto di destino.</p><p>Da qui la storia si moltiplica e si trasforma. Diventa<b> un libro pubblicato in ventitré paesi</b>, un documentario prodotto da ESPN, e infine <b>un film, “Arthur the King”</b>, con Mark Wahlberg nei panni di Lindnord. Ma si trasforma anche in altro, forse più duraturo ancora: una fondazione, un impegno concreto per il benessere animale in Ecuador, la spinta decisiva verso una legge nazionale che porta inciso il nome di Arthur senza scriverlo mai per esteso.</p><p><b>Arthur muore l’8 dicembre 2020</b>, in Svezia, accanto alla famiglia che lo aveva scelto tanto quanto lui aveva scelto loro, in quel checkpoint amazzonico dove tutto era cominciato. Se n’è andato un cane. È rimasta una storia: quella di un randagio che, in mezzo al fango e alla fatica più estrema, ha insegnato a un campione del mondo che certe vittorie non si misurano in classifica, e che i sogni più grandi, a volte, arrivano a quattro zampe.</p>]]></content:encoded><media:content url="https://www.ilgiornale.it/resizer/v2/LQGPDEQQZZDEBHHKCVIYKAMK3U.jpg?auth=33a97d8a463626f4f5e5930a17b3d8fbd24daeda3fd63ddd59de9b1f4f334f50&amp;smart=true&amp;width=1200&amp;height=900" type="image/jpeg" height="900" width="1200"/></item><item><title><![CDATA[Attraversa l’Oceano Atlantico con una barca a remi in 37 giorni]]></title><link>https://www.ilgiornale.it/news/altri-sport/attraversa-l-oceano-atlantico-barca-remi-37-giorni-2694577.html</link><guid isPermaLink="true">https://www.ilgiornale.it/news/altri-sport/attraversa-l-oceano-atlantico-barca-remi-37-giorni-2694577.html</guid><dc:creator><![CDATA[Paolo Lazzari]]></dc:creator><description><![CDATA[Lorenzo Barone, 28 anni, ha toccato terra lo scorso gennaio dopo 4.557 chilometri: da solo, a bordo di un guscio giallo di compensato marino, ha portato a termine l’enorme traversata]]></description><pubDate>Sun, 19 Jul 2026 05:00:36 +0000</pubDate><content:encoded><![CDATA[<p>Una distesa d’acqua salata che si estende a perdita d’occhio, senza che nessun altro la solchi. Di quando in quando, sfila via soltanto la sagoma lucida di un qualche mercantile. Attorno, soltanto flutti infiniti e indecifrabili. Ma non c’è spazio per lamentazioni di sorta quando questo destino qui te lo sei scelto. <b>Lorenzo Barone</b> lo sa bene. È la notte tra il 24 e il 25 gennaio 2026 quando tocca terra a Kourou, in <b>Guyana Francese</b>, chiudendo un viaggio improbo. Ha appena finito di attraversare l’oceano Atlantico a remi, dopo essere salpato dalle coste della Mauritania. Trentasette giorni, sette ore, quarantotto minuti. <b>Quattromilacinquecentocinquantasette chilometri</b> di acqua salata, remati uno dopo l'altro, senza vela, senza motore, senza nessun altro a bordo.Soltanto le sue braccia e la sua capacità di affidarsi alle correnti, contro l’irruenza di un gigante.</p><p>Ventotto anni, originario di San Gemini, provincia di Terni, e alle spalle già oltre centomila chilometri percorsi in giro per il mondo, in più di sessanta Paesi, spesso in zone ostili sul piano climatico e politico. Un curriculum da esploratore vero — Sahara, Siberia, il tracciato più lungo del mondo tra Sudafrica e Russia — anche se il mare, fino a un anno fa, gli era rimasto sostanzialmente estraneo: la sua unica esperienza in acqua erano state due giornate nel Mediterraneo.<a href="https://www.ansa.it/umbria/notizie/2026/01/25/attraversa-latlantico-in-barca-remi-ora-lamazzonia-e-poi-le-ande_d0ba7706-b7a2-4e00-8dbd-6cfe133d14a3.html" target="_blank" rel="noopener">Link esterno</a></p><p>Su quella lacuna ha costruito, remata dopo remata, la sua preparazione: <b>dodici mesi di allenamento fisico</b>, studio delle correnti, pianificazione minuziosa di una rotta affidata solo ai venti che spingono da est verso ovest. La barca che lo ha portato dall'altra parte dell'oceano è un guscio giallo acceso, lungo pochi metri, costruito in compensato marino per resistere alle sollecitazioni del mare aperto: due piccole cabine stagne alle estremità, un riflettore radar per segnalare la propria posizione alle navi cargo, e pannelli solari a fornire l'unica energia disponibile a bordo. Nessuna vela, nessun motore, nessun pilota automatico, <b>nessuna connessione internet</b>: solo due remi, la spinta delle braccia, e un geolocalizzatore satellitare a tenerlo agganciato al mondo.</p><p>Il progetto si chiama <b>"Dust – La via della Sabbia"</b> e documenta il percorso naturale delle polveri sahariane che attraversano l'Atlantico per nutrire l'Amazzonia, un filo invisibile che lega deserto e foresta e che Barone decide di ripercorrere con il proprio corpo prima ancora che con la scienza. Durante il viaggio raccoglie campioni di sedimenti in Amazzonia da confrontare con le polveri prelevate mesi prima nella depressione del Bodelè, in Ciad.<a href="https://www.greenme.it/salute-e-alimentazione/sport-e-fitness/attraversato-atlantico-barca-a-remi-lorenzo-barone/" target="_blank" rel="noopener">Link esterno</a></p><p>L'oceano, però, non concede sconti a nessuno, nemmeno a chi lo ha studiato per un anno intero. Una notte la barca si ribalta di centottanta gradi nel buio più totale, imbarca acqua; un pannello solare si rompe; il dissalatore elettrico comincia a perdere e Barone è costretto a passare a quello manuale, pompando a mano l'acqua che lo tiene in vita. <b>Affronta due tempeste tropicali</b> senza potersi nascondere, onde che oscillano tra il metro scarso e i quattro metri e mezzo di picco, la nausea che lo accompagna per tre settimane intere. Trentaquattro giorni consecutivi senza incrociare un volto umano, salvo l'apparizione improvvisa e indifferente di una nave cargo all'orizzonte. Poi, vicino alle coste sudamericane, le correnti lo fanno danzare per centinaia di chilometri fuori rotta, e a soli quindici chilometri dall'approdo, tra fondali bassissimi e maree ingannevoli, rischia il naufragio sugli scogli: la barca può ancora spezzarsi a un passo dal traguardo.</p><p>Barone racconta così il momento dello sbarco: l'acqua dell'oceano è passata sotto e sopra di lui e della piccola imbarcazione, dalla prima all'ultima goccia. Un'immagine che vale più di mille bollettini tecnici, pronunciata da un uomo che il mare, ormai, lo conosce nell'unico modo che conta: nella profondità della carne.<a href="https://www.giornalelavoce.it/video/attualita/670672/ce-l-ha-fatta-lorenzo-barone-28-anni-ha-attraversato-l-oceano-atlantico-a-remi.html" target="_blank" rel="noopener">Link esterno</a></p><p>Quando tocca terra, davanti a lui si estendono le coste del Suriname, Guyana. Da lì comincerà <b>una nuova impresa</b>: il Rio Branco e il Rio Negro in canoa, l'Amazzonia da attraversare fino alle Ande. La sabbia del Sahara, ancora una volta, indica la strada.</p>]]></content:encoded><media:content url="https://www.ilgiornale.it/resizer/v2/OZ5Q6RJAHFNYJBTQS2YA6LYSWY.jpg?auth=de6ee83d8eef8f0352a6d2a764e008f3afaf98edd981780075d193b502e501ae&amp;smart=true&amp;width=1200&amp;height=900" type="image/jpeg" height="900" width="1200"/></item><item><title><![CDATA[Messi contro Kane e Mbappé contro Yamal: ne resteranno due]]></title><link>https://www.ilgiornale.it/news/calcio/messi-contro-kane-e-mbapp-contro-yamal-ne-resteranno-due-2693024.html</link><guid isPermaLink="true">https://www.ilgiornale.it/news/calcio/messi-contro-kane-e-mbapp-contro-yamal-ne-resteranno-due-2693024.html</guid><dc:creator><![CDATA[Paolo Lazzari]]></dc:creator><description><![CDATA[Francia, Spagna, Inghilterra e Argentina si giocano la Coppa: l'Europa piazza tre squadre su quattro, ma a tenere accesa la fiaccola di un altro emisfero c'è ancora lui, Leo Messi]]></description><pubDate>Mon, 13 Jul 2026 19:54:45 +0000</pubDate><content:encoded><![CDATA[<p>Alla fine, come spesso accade quando la storia del calcio si mette a fare i conti con sé stessa, sono rimaste in scena quattro squadre che il pronostico della vigilia aveva già iscritto quasi per intero nell'albo delle predestinate, con un'eccezione che pesa come un macigno: il Brasile, che pure viaggiava nel novero delle grandi favorite, si è arenato prima del traguardo, rimanendo fuori da un Mondiale che sognava di riportare a casa dopo un'attesa ormai logorante. Al suo posto, nel quartetto delle semifinaliste, sono avanzati gli inglesi, capaci di attraversare gli ostacoli del tabellone con quella feralità propria di chi non solleva il titolo dal lontanissimo 1966 e continua a inseguirlo tra euforie improvvise e cadute rovinose. Restano dunque in lizza Francia, Spagna, Inghilterra e Argentina, e il dato politico-sportivo più eloquente è che tre squadre su quattro provengono dal Vecchio Continente: l'Europa si conferma, ancora una volta, il laboratorio più fitto e più spietato del calcio contemporaneo. A rappresentare le altre latitudini resta soltanto l'Argentina, e con lei soprattutto un uomo, un monumento vivente che a trentanove anni continua imperterrito a riscrivere record che sembravano ormai consegnati al passato.</p><h2>Francia: la superfavorita</h2><p>La Francia è, per distacco, la più completa delle quattro superstiti. Ha ritrovato negli ottavi e nei quarti la propria identità migliore, quella fatta di verticalità, imprevedibilità e di uomini che il gol ce l'hanno scritto nel sangue: contro il Marocco è arrivato un secco 2-0 che ha confermato Kylian Mbappé come termometro assoluto della squadra di Deschamps. È la nazionale dal potenziale tecnico più alto dell'intero lotto, quella che sulla carta dispone di più soluzioni offensive e di più qualità individuale distribuita sull'intero fronte d'attacco, con Dembélé, Doué e Olise a completare un reparto che intimorisce chiunque lo guardi. La fragilità resta la tenuta difensiva nei momenti di pressione più alta, quando i transalpini concedono più di quanto vorrebbero e lasciano scoperti spazi che formazioni più organizzate potrebbero sfruttare senza pietà. La stella capace di risolverla, ancora una volta, è Mbappé, appaiato a Messi nella classifica dei marcatori del torneo e desideroso di consacrarsi definitivamente, issando al cielo quel trofeo che gli sfuggì, per un soffio, nel 2022. Ad attenderla c'è la Spagna, e la chiave tattica risiederà tutta nella gestione degli spazi in transizione: se Deschamps saprà concedere il possesso senza concedere il campo, la verticalità francese potrà punire in ripartenza un centrocampo iberico abituato a schierarsi con una linea difensiva altissima.</p><h2>Spagna: la forza del collettivo, in attesa di Yamal</h2><p>La Spagna, dall'altra parte del tabellone, è forse la squadra che interpreta il calcio più compiuto e più riconoscibile dell'intero Mondiale: possesso ragionato, verticalizzazioni fulminee, un centrocampo che soffoca l'avversario prima ancora che questi possa respirare. Il 2-1 sofferto contro il Belgio, deciso ancora una volta da Mikel Merino, ha tuttavia dimostrato che anche la Roja sa complicarsi la vita da sola, quando l'avversario si chiude con ordine e rinuncia a giocare a viso aperto. Il punto debole resta la dipendenza dai lampi di ispirazione individuale nelle partite più bloccate, quando il possesso sterile rischia di trasformarsi in un boomerang psicologico. La stella capace di accendere la luce nel momento giusto è sempre Lamine Yamal, ma la vera forza spagnola — visto che il fenomeno del Barcellona è ancora a secco di reti — resta un organismo collettivo che funziona come un'orchestra ben diretta. Contro la Francia, la partita si giocherà proprio su questo crinale sottile: la Spagna dovrà scegliere se insistere con il proprio dogma del possesso oppure accettare più duelli individuali, ben sapendo che ogni pallone perso a centrocampo può tramutarsi in campo aperto per Mbappé, il giocatore più letale del torneo in queste circostanze.</p><h2>Inghilterra: spezzare una maledizione lunga sessant&amp;rsquo;anni</h2><p>L'Inghilterra arriva da un percorso nervoso, segnato da supplementari e sofferenze prolungate: contro la Norvegia di Haaland ci sono voluti i tempi supplementari e una doppietta di Jude Bellingham per scongiurare l'ennesima delusione ai rigori, o peggio, l'ennesima eliminazione a un passo dal traguardo. Non è la squadra più elegante, né quella dal potenziale tecnico più raffinato — quel primato resta francese —, ma è probabilmente il gruppo con il maggior numero di uomini capaci della giocata risolutiva nel singolo episodio, sebbene resti meno avvezzo a governare la pressione dei momenti decisivi, come conferma la storia recente dei Tre Leoni nei grandi tornei. Bellingham è la stella designata a issarsi sulle spalle una nazionale che insegue il titolo da sessant'anni; Harry Kane resta il finalizzatore silenzioso ma letale, sempre pronto a pungere al momento opportuno. Di fronte trova l'Argentina, e questa non è una semifinale come le altre: al netto del pallone, tra le due nazionali aleggia ancora l'ombra della guerra delle Falkland-Malvinas del 1982, che ha reso ogni precedente tra le due squadre — dal gol di mano di Maradona nell'86 in avanti — un capitolo che trascende lo sport. Sul piano tattico, l'Inghilterra dovrà provare a spezzare la costruzione bassa argentina con un pressing alto e ben organizzato, consapevole che concedere campo a Messi tra le linee equivale, quasi sempre, a subire gol.</p><h2>Argentina: Messi vuole chiudere infrangendo un altro record</h2><p>L'Argentina, infine, è la squadra che vive ancora nell'orbita di un uomo solo, ma che sa cavarsela egregiamente anche quando il suo miglior giocatore tira il fiato: contro la Svizzera è arrivato un 3-1 sofferto ai supplementari, con Mac Allister ad aprire le marcature, il pareggio elvetico di Ndoye a complicare tutto, e infine Julián Álvarez e Lautaro Martínez a completare l'opera dopo l'espulsione di Embolo. Il punto di forza è l'esperienza da campioni in carica, un gruppo che sa esattamente come si vince un torneo lungo e nervoso; la fragilità è l'età media di una rosa che comincia ad avvertire il peso delle partite ravvicinate e dei supplementari accumulati. Ma la stella, quella vera, porta un nome solo: Leo Messi, che con otto reti guida la classifica marcatori a pari merito con Mbappé, in una corsa che promette di incendiare anche le ultime notti di questo Mondiale, quasi un ultimo dono che il più grande di tutti vuole concedersi prima del tramonto. Contro l'Inghilterra, oltre al peso simbolico e storico di una rivalità che affonda le radici anche fuori dal rettangolo verde, la chiave sarà la gestione dei ritmi: l'Albiceleste dovrà abbassare i giri della partita e far scorrere il pallone con pazienza certosina, evitando la battaglia fisica e le seconde palle, terreno in cui i Tre Leoni, più fisici, potrebbero avere la meglio.</p>]]></content:encoded><media:content url="https://www.ilgiornale.it/resizer/v2/DFE4J7CEONL4DAYSGOSVAF32S4.jpg?auth=98a99a5bd1fd34335c9daf5f0fbf8235b27764c8de5b2154051100b5a4857d43&amp;smart=true&amp;width=1200&amp;height=900" type="image/jpeg" height="900" width="1200"/></item><item><title><![CDATA[Da solo nella trappola di ghiaccio: un 22enne sfida le Ande a mani nude]]></title><link>https://www.ilgiornale.it/news/storie/solo-nella-trappola-ghiaccio-22enne-sfida-ande-mani-nude-2692186.html</link><guid isPermaLink="true">https://www.ilgiornale.it/news/storie/solo-nella-trappola-ghiaccio-22enne-sfida-ande-mani-nude-2692186.html</guid><dc:creator><![CDATA[Paolo Lazzari]]></dc:creator><description><![CDATA[Il toscano Oliver Kaspar ha scritto un pezzo di storia dell’alpinismo: senza corde né guide è salito oltre i 6mila metri in solitaria]]></description><pubDate>Sun, 12 Jul 2026 05:00:49 +0000</pubDate><content:encoded><![CDATA[<p>Nella lingua quechua, quella parlata sulle Ande, non esistono consolatorie scorciatoie. Le cose vengono chiamate esattamente per quello che sono e allora a questa montagna qua - una piramide di roccia e ghiaccio a 6.034 metri, in Perù -    affida il nome di “Tocllaraju”, ossia “trappola di ghiaccio”. Sfidarla significa acquistare un biglietto prioritario per mettere a repentaglio la propria vita. </p><p>Oliver Kaspar, ventidue anni, toscano, quella trappola la sceglie consapevolmente, a primi del mese di luglio. Il suo assomiglia ad un atto di resistenza contro il tempo storto in cui viviamo, fatto di scorciatoie e conquiste apparenti. Kaspar, infatti, non cerca la via più semplice, perché la facilità per certi alpinisti è un tradimento. Vira, piuttosto, per la solitudine assoluta: nessun portatore, nessun mulo, nessun compagno di cordata. Solo lo zaino sulle spalle, due giorni di cammino, un campo allestito a 5.100 metri, sospeso tra la fatica e il vuoto.</p><p>E dalle sue parole, affidate ai social, trapela il senso più profondo di quella decisione: "Agii d'impulso. Sentii il richiamo magnetico che la sua forma esercitava su di me". Non è la retorica dell'impresa fine a sé stessa, ma il bisogno, tipico di certe generazioni che sembrano aver smarrito ogni bussola e che invece la ritrovano proprio nel gelo di una montagna severa, di misurarsi con l'essenziale. "La parte razionale era preoccupata", ammette lui stesso, "in fondo, però, l'essere completamente da solo mi riempiva l'animo di fuoco”.</p><p>La partenza è all'una di notte, sotto un cielo terso che pare promettere clemenza. Ma la montagna se ne sbatte sonoramente, e non promette mai nulla: osserva, e aspetta. Kaspar racconta di essersi sentito guardato, quasi cacciato, come accade solo nei momenti in cui la natura smette di essere sfondo e diventa presenza viva. I crepacci, nella prima parte della salita, impongono deviazioni continue e insinuano dubbi ad ogni passo, fino a diventare gli unici e infidi compagni di cordata possibili. </p><p>Più sali, il vento si fa beffardo, trasformando lo zaino in una vela che sposta continuamente il baricentro, come a voler ricordare all'uomo quanto sia precario il suo equilibrio, fisico e non solo, di fronte all’immensità. Poi, sotto quota seimila, arriva il muro. Un’inclinazione a settanta gradi di coltre nevosa compatta e ghiaccio: la sezione chiave, il luogo dove la tecnica smette di bastare e comincia la resa dei conti con sé stessi. È il passaggio più alto, in senso letterale e figurato. Stare appesi alle piccozze, il vuoto sotto i talloni, non è coraggio, svela Kaspar, ma "una dichiarazione d'amore verso il Toc". Un'espressione che meriterebbe di entrare nel lessico dell'alpinismo contemporaneo, perché ribalta la narrazione muscolare dell'eroismo in favore di un afflato quasi religioso: si va in montagna, da soli, senza rete, non per vincere ma per amare fino in fondo, senza riserve, senza seconde possibilità.</p><p>La vetta, quando arriva, si presenta con il suo corredo di lacrime: di gioia, certo, ma anche di freddo, perché anche l'emozione, in quota, si misura in gradi sotto lo zero. "Grazie, Toc!", sussurra Kaspar alla montagna che lo ha messo alla prova e lo ha lasciato passare.</p><p>A soli 22 anni, Oliver consegna così all'alpinismo italiano un'altra pagina che va ben oltre il dato cronometrico o altimetrico. È la testimonianza di una generazione che, in un tempo di conquiste apparenti, sceglie ancora la fatica vera, il rischio calcolato ma non negato, la solitudine come forma suprema di conoscenza. Il Tocllaraju resta una trappola di ghiaccio. Ma per chi sa amarla, come Kaspar, diventa anche una porta.</p>]]></content:encoded><media:content url="https://www.ilgiornale.it/resizer/v2/JLKWHFHG4ZOCRBFM63QSWYM5KY.png?auth=e4ce2bfc9b32199dcd2264ebd83dc3aa2fc9d2124551a6f0227f0e5500bda3ef&amp;smart=true&amp;width=1200&amp;height=900" type="image/png" height="900" width="1200"/></item><item><title><![CDATA[Da Haaland a Messi, è battaglia per il Mondiale: le finaliste ai raggi X]]></title><link>https://www.ilgiornale.it/news/calcio/haaland-messi-battaglia-mondiale-finaliste-ai-raggi-x-2691198.html</link><guid isPermaLink="true">https://www.ilgiornale.it/news/calcio/haaland-messi-battaglia-mondiale-finaliste-ai-raggi-x-2691198.html</guid><dc:creator><![CDATA[Paolo Lazzari]]></dc:creator><description><![CDATA[Otto squadre, quattro notti americane per capire chi merita di arrivare fino in fondo: cammini, campioni e crepe di chi sogna la coppa]]></description><pubDate>Thu, 09 Jul 2026 09:28:14 +0000</pubDate><content:encoded><![CDATA[<p>Eccoci arrivati in fondo, dunque. Il <b>Mondiale americano</b> ha smesso di essere un affresco corale e si è ridotto a un dramma da camera. Restano in otto, e da giovedì il Mondiale gioca una partita al giorno, come se il tempo stesso si fosse fatto più prezioso, ogni novanta minuti un piccolo redde rationem. Vediamo allora più da vicino le convitate a questo ristretto banchetto, passandole ai raggi X.</p><h2>Francia - Marocco: i favoriti contro i campioni d&#39;Africa</h2><p>Il primo atto, a Boston, mette di fronte Francia e Marocco: rivincita di Qatar 2022. La squadra di Deschamps ha travolto la Svezia 3-0 nei sedicesimi e conta su un fotonico Mbappé, ma agli ottavi ha sudato contro un Paraguay ostile e fisico, risolvendo solo con un rigore dello stesso Mbappé al 70', ora a quota sette gol e a un passo dal record assoluto di Messi. È una squadra formidabile, la Francia, che vive di una dimensione corale e degli strappi dei suoi inarrivabili solisti — Mbappé, Dembelé, Doué, Barcola e lo scintillante Olise, il miglior assist-man del torneo — e che però fatica quando l'avversario le nega spazi e ritmo. Il Marocco, specularmente, ha eliminato l'Olanda ai rigori grazie al gol di Diop al 90'+1 e poi liquidato 3-0 il Canada. Compattezza difensiva e ariosità di manovra sono le cifre che contraddistinguono i Leoni dell’Atlante, sorretti dal carisma di giocatori come Hakimi e Brahim Diaz, ma anche dagli interventi del prodigioso portiere Bono, oltreché dal talento di Azzedine Ounahi. Il limite potrebbe consistere in una certa difficoltà a penetrare le difese avversarie quando schierano blocchi bassi, cosa che però la Francia non è abituata a fare. Per il resto, i campioni d’Africa - ultimi rappresentanti del loro continente, se la giocano con tutti.</p><h2>Spagna - Belgio: tutto pende dalla parte delle furie rosse</h2><p>Venerdì a Los Angeles la Spagna, che ha steso l'Austria 3-0 e poi eliminato il Portogallo di un commovente Ronaldo solo al 90'+1 con Merino, affronta un Belgio redivivo. Le Furie Rosse hanno una spina dorsale quasi imprendibile: Rodri a dettare i ritmi, Pedri e Dani Olmo a far girare palla, i terzini Cucurella e Pedro Porro proiettati come ali aggiunte, e davanti Lamine Yamal, che pur senza ancora un gol resta il giocatore che spaventa di più le difese avversarie, con Mikel Oyarzabal a raccogliere - lui sì, con cinico mestiere - ogni cross che passa dalle sue parti. È una Spagna che gioca, al solito, un calcio quasi ipnotico, ma che porta a casa risultati sempre di misura: contro l'Austria e il Portogallo non ha mai dominato il punteggio quanto il gioco. Il Belgio risponde con una rosa di una profondità certa, anche se l’età avanza: contro gli Stati Uniti, Rudi Garcia ha lasciato inizialmente in panchina sia Kevin De Bruyne sia Romelu Lukaku, salvo poi vederli decisivi a partita in corso, mentre a segnare una doppietta è stato Charles De Ketelaere, oggi il vero uomo in più di questa nazionale, con Vanaken e Doku a completare un reparto offensivo capace di cambiare pelle. Courtois, tra i pali, resta una garanzia. Il vero rischio per i belgi è l'equilibrio: una difesa esperta, ma non più giovanissima, che può concedere qualcosa nei momenti di maggiore pressione, come si è visto quando l'errore di un portiere avversario ha spalancato praterie che i Diavoli Rossi hanno saputo sfruttare senza pietà.</p><h2>Haaland contro Kane: partita aperta a tutti i pronostici</h2><p>Sabato a Miami tocca a Norvegia e Inghilterra, entrambe capaci di eliminare chiunque. La Norvegia ha spedito a casa il Brasile con la doppietta di un immarcabile Erling Haaland, salito a sette gol e capace di segnare in ognuna delle sue prime quattro presenze mondiali; a servirlo, o a inventare in proprio come contro i verdeoro, c'è Martin Ødegaard, che ha fornito un assist in ognuna delle sue partite iridate, mentre Sørloth completa un tridente che corre e verticalizza come pochi altri in questo torneo. È una squadra giovane, quasi debuttante a certi livelli, e la vigilia del quarto non aiuta: un virus ha messo ko diversi giocatori e lo stesso ct Solbakken nei giorni scorsi. L'Inghilterra, dal canto suo, ha piegato 3-2 il Messico grazie alla doppietta di Jude Bellingham e a due rigori di Harry Kane, capitano e capocannoniere di sempre della nazionale inglese: davanti, insieme a loro, agisce anche Bukayo Saka, che porta velocità e imprevedibilità sulla fascia. Dietro, Thomas Tuchel si affida all'esperienza di Pickford tra i pali e alla diga di Declan Rice a centrocampo, ma il reparto arretrato - con Guéhi e Stones al centro - continua a concedere più di quanto la qualità offensiva dei Tre Leoni dovrebbe permettersi: nelle ultime due gare l'Inghilterra ha sempre subito almeno due gol, un dato che pesa come un macigno sulla storica fragilità psicologica della nazionale nei tornei che contano.</p><h2>Argentina - Svizzera: Messi vuole la semifinale</h2><p>Domenica a Kansas City, infine, la sfida che appare più sbilanciata: Argentina contro Svizzera. Messi ha sbagliato un rigore e ha pianto di gioia dopo aver trascinato l'Albiceleste, sotto 0-2 con l'Egitto, a una rimonta firmata da Cristian Romero, dallo stesso Messi - ora capocannoniere solitario con otto reti - ed Enzo Fernández al 90'+3. Attorno al capitano, ancora decisivo a 38 anni, si muovono Julián Álvarez e un Lautaro Martínez che entra dalla panchina e cambia le partite, mentre Emiliano "Dibu" Martínez resta un valore aggiunto tra i pali; il vero limite è una difesa che concede troppo negli avvii di gara, come dimostrano sia l'1-0 subito da Ibrahim sia i due gol incassati nei primi minuti contro l'Egitto. La Svizzera, granitica, ha eliminato prima l'Algeria 2-0 con le reti di Embolo e Ndoye e poi la Colombia ai rigori dopo uno 0-0 senza sussulti: la coppia difensiva Akanji-Xhaka, quest'ultimo vero metronomo del centrocampo insieme a Freuler, garantisce ordine e compattezza quasi impenetrabili. Manca, agli svizzeri, il campione capace di risolvere le partite da solo - un vuoto che contro l'Argentina di Messi rischia di pesare - ma nessuno finora è riuscito a spezzarli.</p><p><b>Quattro partite</b>, <b>otto storie</b>, un solo trono ad attendere a New York il 19 luglio: prima bisognerà attraversare questo imbuto di luglio, dove il calcio smette di essere spettacolo e diventa soltanto verità.</p>]]></content:encoded><media:content url="https://www.ilgiornale.it/resizer/v2/KLH3BURWAFNVRBUJSN2ESQE4D4.png?auth=1438f8bc3099e3f7c93b16d8575f3f406b1bead01f32bbe786d0d6bd311278ce&amp;smart=true&amp;width=1200&amp;height=900" type="image/png" height="900" width="1200"/></item><item><title><![CDATA[Cambia il regolamento di Wimbledon: il tennista che gioca con un braccio solo]]></title><link>https://www.ilgiornale.it/news/tennis/cambia-regolamento-wimbledon-tennista-che-gioca-braccio-solo-2688873.html</link><guid isPermaLink="true">https://www.ilgiornale.it/news/tennis/cambia-regolamento-wimbledon-tennista-che-gioca-braccio-solo-2688873.html</guid><dc:creator><![CDATA[Paolo Lazzari]]></dc:creator><description><![CDATA[Nel 1947 l’austriaco Hans Redl riesce a sovvertire le regole, trasformando una mutilazione di guerra nel più commovente atto di coraggio sportivo mai visto sull'erba di Church Road]]></description><pubDate>Sun, 05 Jul 2026 05:00:28 +0000</pubDate><content:encoded><![CDATA[<p><b>Wimbledon</b>, <b>1947</b>. C'è un uomo di trentatré anni che si presenta al cancello del torneo più importante del mondo con una richiesta che suona quasi come una provocazione: farlo giocare senza il braccio sinistro. Si chiama Hans Redl, è austriaco, e fino a pochi anni prima indossava la divisa di un esercito che l'Inghilterra ha appena sconfitto. Il regolamento, però, non lo prevede. Il servizio, secondo l'articolo 16 dettato dall'ITF nel 1913, si esegue lanciando la palla con la mano libera. Redl una mano libera non ce l'ha più: l'ha lasciata, insieme al braccio, nell'inferno di Stalingrado.</p><p>Qui la storia dello sport si intreccia con la grande Storia, e lo fa con una violenza che il tennis raramente conosce. Redl è uno dei protagonisti della squadra austriaca di <b>Coppa Davis</b> che nel 1937 sfida senza fortuna la Germania di von Cramm e Henkel. L'anno dopo l'Austria viene annessa al Reich, e Redl si ritrova a giocare la Davis sotto una bandiera che non è più la sua. Pochi mesi più tardi, il campo si trasforma in trincea. Il conte Baworowski, suo ex compagno di squadra, muore in Russia nel gennaio del '43 dopo aver rifiutato di abbandonare i suoi uomini. Stessa fine per gli altri suoi compagni dell’epoca. Georg von Metaxa cade a Duren nel '44. Henner Henkel non torna da Stalingrado. E lì, nella stessa carneficina, Redl perde il braccio sinistro fino al gomito. Ma non la vita. E non la voglia di tornare a impugnare una racchetta.</p><p>Ci riesce, contro ogni logica. Nel giro di un paio d'anni torna a livelli sorprendenti, al punto da bussare alle porte di Wimbledon. L'ITF, di fronte alla sua richiesta, fa qualcosa che allora non ha precedenti: modifica il regolamento. Aggiunge un comma all'articolo 16 che stabilisce, semplice e definitivo, che il giocatore con un solo braccio può usare la racchetta stessa per lanciare la palla in aria prima del servizio. Un ex soldato di un esercito nemico entra così, di diritto, nel torneo più prestigioso del pianeta, e lo fa a due anni appena dalla fine della guerra, in un'Inghilterra che ancora conta le sue ferite.</p><p>E qui Redl scrive la pagina più luminosa e più dimenticata della sua storia sportiva. Al primo turno passa, al secondo pure, al terzo ancora: tre vittorie che nessun osservatore avrebbe vaticinato per un uomo costretto a reinventare da zero il gesto tecnico più automatico del tennis. Si arrende solo agli ottavi di finale, contro<b> Bob Falkenbourg</b>, il californiano che quell'anno alzerà il trofeo battendo in finale Drobny al quinto set dopo aver salvato match point su match point. Nessuno, prima o dopo di lui, riuscirà a spingersi così avanti a Wimbledon giocando con un solo braccio: un record che resiste ancora oggi, intatto.</p><p>Redl torna al torneo per altre nove edizioni consecutive senza ripetere quel risultato in singolare, ma nel 1953, in doppio, insieme ad Alfred Huber, arriva fino ai quarti di finale, fermato solo da una delle coppie più forti della storia del tennis, Rosewall-Hoad. Gioca la Coppa Davis austriaca fino al 1955, poi appende la racchetta al chiodo e presiede per anni la federazione tennistica del suo paese, trasformando la propria storia personale in un impegno istituzionale per lo sport. Muore a Vienna nel 1976, a sessantadue anni, lasciando dietro di sé un aneddoto che il tennis moderno fatica quasi a credere vero.</p><p>La sua vicenda, settant'anni dopo, trova un'eco che sfiora la coincidenza. Nel 2017 il neozelandese Alex Hunt, che gioca con una protesi per la stessa mancanza - il braccio sinistro - diventa il primo tennista con disabilità fisica a conquistare un punto nel circuito ATP. Il cerchio, in qualche modo, si chiude. O forse, semplicemente, prosegue: perché ogni volta che un corpo mutilato trova il modo di tornare in campo, la storia di Hans Redl smette di essere solo un ricordo e torna a essere una lezione.</p>]]></content:encoded><media:content url="https://www.ilgiornale.it/resizer/v2/4HPS4GJL2RJHFEKZ7RKB4Y5C4E.png?auth=0bbda171552058c73a5339843411651be234b1437602ab9314dd42fc6e362314&amp;smart=true&amp;width=1200&amp;height=900" type="image/png" height="900" width="1200"/></item><item><title><![CDATA[Zola ne fa 60: la Magic Box che ha ipnotizzato il mondo]]></title><link>https://www.ilgiornale.it/news/storie/zola-ne-fa-60-magic-box-che-ha-ipnotizzato-mondo-2685309.html</link><guid isPermaLink="true">https://www.ilgiornale.it/news/storie/zola-ne-fa-60-magic-box-che-ha-ipnotizzato-mondo-2685309.html</guid><dc:creator><![CDATA[Paolo Lazzari]]></dc:creator><description><![CDATA[Dal granito della Barbagia alle nebbie di Stamford Bridge: la storia di un genio del pallone, Gianfranco Zola, che il 5 luglio compie 60 anni]]></description><pubDate>Fri, 03 Jul 2026 05:00:34 +0000</pubDate><content:encoded><![CDATA[<p>Ci sono destini che sembrano scritti in un posto improbabile. <b>Oliena</b>, provincia di Nuoro, Sardegna interna. Ottomila anime, il Supramonte alle spalle, il vento che sa di macchia mediterranea e di pietra antica. È lì che il 5 luglio 1966 nasce<b> Gianfranco Zola</b>, in un paese dove il calcio non è un'industria ma una passione atavica, quasi un rito. E già questo dice molto: i geni autentici vengono sempre da dove meno te li aspetti.</p><p>Sessant'anni per il più elegante degli irregolari del calcio italiano degli anni Novanta. Un compleanno che ha il sapore agrodolce dei grandi anniversari: c'è la gratitudine per ciò che fu, e c'è - confessiamolo - un retrogusto di rimpianto collettivo per non averlo capito del tutto, noi italiani, quando ce lo avevamo in casa.</p><h2>La gavetta dei sardi duri</h2><p>Zola cresce nella Corrasi, la squadra del suo paese - quella dove suo padre Ignazio era stato persino presidente. Poi la Nuorese, quindi la Torres di Sassari, dove trascorre tre stagioni tra la C2 e la C1 segnando ventun gol in ottantotto partite. È il calcio degli spogliatoi freddi, dei pullman notturni, delle trasferte che sembrano viaggi nell'altra parte del mondo. Ma è anche la scuola che forma il carattere, non soltanto il piede. E Zola quel piede ce l'ha già sopraffino: tocco di velluto, visione periferica, senso del gol che non si insegna nei manuali.</p><p>Nel 1989 arriva la chiamata del <b>Napoli</b>. Duecentomila tifosi, il Vesuvio, e un certo Diego Armando Maradona che occupa tutto l'ossigeno dello stadio. Zola non si spaventa. <b>Si allena con El Pibe</b>, lo osserva, ne assorbe osmoticamente qualcosa. Due anni dopo, quando Maradona lascia Napoli tra scandali e polemiche, è lui a raccogliere la maglia numero dieci. Peso specifico incalcolabile. Lui la indossa con la stessa naturalezza con cui respira. In quattro stagioni all'ombra del Vesuvio segna <b>trentadue gol</b>, vince uno scudetto e una Supercoppa italiana. Non male, per un ragazzo venuto da Oliena. Il meglio però deve ancora venire.</p><h2>Parma e l&#39;apogeo italiano</h2><p>Lo Zola definitivo - quello che ancora oggi i giornali inglesi citano come esempio di cosa dovrebbe essere il calcio - sboccia a Parma. Alla corte di <b>Nevio Scala</b>, in quella squadra straordinaria che vince la Supercoppa Europea nel 1993 e la Coppa Uefa nel 1995, Zola diventa il giocatore più continuo d'Italia. La primavera del 1995 è emblematica: nelle semifinali di Champions League e di Coppa Uefa ci sono tre numeri dieci immensi - Baggio, Savičević e Zola - e il più convincente, il più continuo, il più vivo di tutti è il tamburino sardo. Diciotto gol in campionato, seconda classifica marcatori. E c'è ancora chi discute se convocarlo in nazionale.</p><h2>Boston, 5 luglio 1994: il peggior compleanno del mondo</h2><p>Ed è qui che il destino si prende una licenza particolarmente crudele. Perché Zola e la Nazionale hanno avuto un rapporto tormentato, segnato dall'ombra gigantesca di Roberto Baggio. Ai Mondiali <b>Usa 94 </b>Sacchi lo tiene in panchina per gli ottavi di finale contro la Nigeria. L'Italia soffre, va sotto, il caldo di Boston è opprimente, l'umidità sfiora il novanta per cento. Al sessantatreesimo minuto Sacchi lo butta dentro. Quel giorno Zola compie ventotto anni.</p><p>Dura dodici minuti. L'arbitro messicano Arturo Brizio Carter - già noto per la sua generosità nell'estrarre cartellini - fischia un contrasto, mette la mano in tasca e tira fuori il rosso diretto. Un'<b>espulsione</b> che ancora oggi, a guardare le immagini, lascia senza parole. Zola ricorderà il sorrisetto malefico di Brizio mentre viene cacciato dal campo. Si chiude negli spogliatoi, piange per tutta la partita, non vede il miracolo di Baggio che ribalta l'impossibile. Due turni di squalifica confermati il giorno dopo dalla FIFA, anche se le immagini dimostravano l'ingiustizia patita. L'arbitro viene rispedito a casa. Ma a Zola nessuno restituisce il suo Mondiale. «È una ferita che mi porterò dentro per sempre», dice. Come non crederci?</p><h2>Londra, dove il genio trova casa</h2><p>Nel settembre del 1996, Carlo Ancelotti - allora allenatore del Parma, alle prime armi in panchina - decide che Zola non rientra nei suoi piani. Gianfranco parte allora per Londra, sponda <b>Chelsea</b>, per dodici miliardi e mezzo di lire. È quasi un esilio. Diventerà una resurrezione.</p><p>Stamford Bridge lo acclama dalla prima settimana. In un calcio inglese ancora ruvido, muscolare, fisicamente brutale, questo omino di centosessantotto centimetri con il ciuffo e il sorriso apre il gioco come se stesse componendo un quartetto d'archi. I tifosi blues non hanno mai visto niente del genere: punizioni che piegano le leggi della fisica, dribbling in spazi impossibili, assist di tacco che sembrano giochi di prestigio. Lo chiamano The Magic Box. E il soprannome dice tutto: non è solo un giocatore, è un contenitore di prodigi. Al primo anno viene eletto miglior calciatore del campionato inglese. Il Napoli tenta di riportarlo in Italia. Lui resta.</p><p>In sette anni vince due Coppe d'Inghilterra, una Coppa di Lega, una Coppa delle Coppe - con il gol decisivo allo Stoccarda nel maggio 1998 - e una Supercoppa Europea. La regina Elisabetta II lo nomina Ufficiale dell'Ordine dell'Impero Britannico. I tifosi del Chelsea lo votano <b>miglior giocatore della storia del club</b>. Non Drogba, non Lampard o Hazard: Gianfranco Zola.</p><h2>Sessant&#39;anni tondi</h2><p>Poi il ritorno in Sardegna, al Cagliari, a chiudere il cerchio là dove tutto era cominciato. La carriera da allenatore, discontinua come spesso accade ai grandi giocatori. E oggi, <b>vicepresidente della Lega Pro</b>, impegnato a proteggere quei giovani talenti nei campionati minori da cui lui stesso era emerso.</p><p>Sessant'anni, dunque. Una vita nel pallone, con la leggerezza di chi non si è mai preso troppo sul serio e la serietà di chi ha sempre saputo cosa voleva. In un calcio sempre più dominato dai dati, dai moduli, dal pressing forsennato e dalle valutazioni astronomiche, Zola resta un paradigma di qualcosa di perduto: la fantasia come disciplina, la tecnica come etica, il talento al servizio degli altri.</p><p>The Magic Box compie sessant'anni. Il contenitore è integro. La magia, dentro, non è mai evaporata.</p><p><p><iframe allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" allowfullscreen="" frameborder="0" height="315" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" src="https://www.youtube.com/embed/zfk-TaKe5NM?si=OClXcKLyL94a62eV" title="YouTube video player" width="560"></iframe></p></p>]]></content:encoded><media:content url="https://www.ilgiornale.it/resizer/v2/QWLERMIGXBIO3F5DP4KCGBFA3A.jpg?auth=a7ecb5e0da05a60c17b2b2cd81af9e0d3ed86c9e3ad6b293852ed7fcbdd7303a&amp;smart=true&amp;width=1200&amp;height=900" type="image/jpeg" height="900" width="1200"/></item><item><title><![CDATA[Il grande furto del formaggio: ventidue tonnellate di cheddar evaporate con una mail]]></title><link>https://www.ilgiornale.it/news/cronaca-internazionale/grande-furto-formaggio-ventidue-tonnellate-cheddar-evaporate-2685319.html</link><guid isPermaLink="true">https://www.ilgiornale.it/news/cronaca-internazionale/grande-furto-formaggio-ventidue-tonnellate-cheddar-evaporate-2685319.html</guid><dc:creator><![CDATA[Paolo Lazzari]]></dc:creator><description><![CDATA[A fine ottobre 2024 un truffatore si è spacciato per un grossista francese e con un semplice messaggio di posta elettronica ha svuotato i magazzini di Neal's Yard Dairy, a Londra. Trecentomila sterline di cheddar artigianale dissolto nel nulla]]></description><pubDate>Sun, 28 Jun 2026 05:00:30 +0000</pubDate><content:encoded><![CDATA[<p>Una domanda rimbalza dolente tra i rinomati caseifici del Somerset e del Galles. Nessun investigatore della Metropolitan Police ha ancora saputo risolverla del tutto: chi vuole, e soprattutto cosa ci fa, con ventidue tonnellate di formaggio? Non lingotti d'oro, non diamanti, non criptovalute. Formaggio. Cheddar artigianale, clothbound, stagionato con certosina pazienza, avvolto in fasciatura di tela come si faceva tre secoli fa. Novecento cinquanta forme che scompaiono in un magazzino londinese come per incanto.</p><h2>La mail del fantasma francese</h2><p>Tutto comincia con una mail all’apparenza innocua, standard. Oggetto: Enquiry for a lot of cheese. L'acquirente si presenta come grossista per conto di un grande distributore francese: nome altisonante, carta intestata impeccabile, tono da negotiation room parigina. Neal's Yard Dairy, fondata nel 1979 a L0ndra, sotto i mattoni rossi di Covent Garden e oggi consacrata come uno dei più venerati templi del formaggio artigianale britannico, non ha motivo di dubitare. Il mercato transalpino ama il cheddar britannico. Gli ordini grandi esistono. Il mondo del formaggio di qualità è un mondo di fiducia, di relazioni, di strette di mano, anche quando avvengono via posta elettronica.</p><p>Certo che l’ordine che arriva alla fine di ottobre 2024 è imponente: novecentocinquanta forme di cheddar pregiato, circa ventidue tonnellate, per un valore che supera le trecentomila sterline: quasi quattrocentomila dollari. Neal's Yard contatta tre piccoli caseifici artigianali: il Westcombe Dairy nel Somerset, il Trethowan Brothers con il suo Pitchfork Cheddar, e la Holden Farm Dairy nel Galles, che produce il pregiato Hafod. Quest'ultimo risulta così rinomato che il truffatore inizialmente ne chiede ventiquattro tonnellate, ovvero i tre quarti dell'intera produzione annua del caseificio gallese. La risposta è un educato ma fermo diniego: impossibile, di quel formaggio ne abbiamo solo due tonnellate e mezzo da cedere.</p><h2>Un furto semplicissimo</h2><p>La merce viene consegnata in un magazzino londinese. Poi sparisce e basta, con la placida, insopportabile impudenza di chi sapeva già come sarebbe andata a finire. Quando Neal's Yard si accorge della truffa, il formaggio non c'è più, il grossista francese non è mai esistito, e l'azienda londinese si trova con un buco di oltre trecentomila sterline nei conti.</p><p>Quello che accade dopo racconta qualcosa di importante sull'ecosistema in cui questa storia si svolge. Neal's Yard decide di onorare integralmente i pagamenti ai tre caseifici artigianali, assorbendo da sola il colpo finanziario. Non era obbligata a farlo. Lo ha fatto lo stesso. «Il processo per fare quel formaggio è cominciato quasi tre anni fa», ha detto Tom Calver di Westcombe Dairy, «quando abbiamo piantato i semi per il foraggio degli animali». Il cheddar artigianale non è un prodotto industriale: è tempo, cura, terra, bestiame, mani. Truffare chi lo produce non è soltanto un reato economico. È qualcosa che assomiglia, in piccolo, a un sacrilegio.</p><p>Patrick Holden, produttore dell'Hafod gallese, ha aggiunto con lucidità disarmante: «Potrebbe sembrare ingenuo cadere vittima di una truffa, ma nel mondo del formaggio artigianale la fiducia è profondamente incorporata in ogni transazione». Ed è proprio questa fiducia - questa vulnerabilità strutturale di chi lavora con la qualità anziché con le quantità - che il truffatore ha saputo individuare e sfruttare con chirurgica precisione.</p><h2>L&#39;inchiesta, gli arresti, il mistero irrisolto</h2><p>La Metropolitan Police ha aperto un'indagine. Sei persone sono state fermate nel corso dei mesi successivi - uomini tra i trentasette e i sessantatré anni - tutti rilasciati sotto indagine. Nessuna condanna ancora, nessun formaggio recuperato. Il caso rimane aperto, avvolto in un alone di grottesca surrealtà. Come si smerciano, sul mercato nero o grigio, ventidue tonnellate di cheddar pregiato? A chi? Chi è il destinatario finale di una simile refurtiva?</p><p>«Ci siamo chiesti tutti: chi vuole tutto quel formaggio?», ha confessato Ben Ticehurst, mastro casaro del Trethowan Brothers. «Se non sei un supermercato, cosa ci fai con ventidue tonnellate di cheddar? È un rebus».</p><p>La risposta più probabile è che quelle novecento cinquanta forme siano già state rivendute, sminuzzate nei mercati all'ingrosso, magari in parte già consumate. Qualcuno, in qualche angolo d'Europa, ha divorato - o sta per farlo - formaggio straordinario senza conoscerne la provenienza.</p>]]></content:encoded><media:content url="https://www.ilgiornale.it/resizer/v2/UXOSBJ3UIZOLZC24YYDKNSIGCY.png?auth=9d01ba379ef2b295d5ba82219ccac49f9572b6c469963d0a136b2ecc12408058&amp;smart=true&amp;width=1200&amp;height=900" type="image/png" height="900" width="1200"><media:description type="plain"><![CDATA[Instagram]]></media:description></media:content></item><item><title><![CDATA[Forrest Gump, ma in bici: si fa tutta l'Australia in 30 giorni]]></title><link>https://www.ilgiornale.it/news/storie/forrest-gump-bici-si-fa-tutta-laustralia-30-giorni-2685238.html</link><guid isPermaLink="true">https://www.ilgiornale.it/news/storie/forrest-gump-bici-si-fa-tutta-laustralia-30-giorni-2685238.html</guid><dc:creator><![CDATA[Paolo Lazzari]]></dc:creator><description><![CDATA[Nel 2024 Lachlan Morton ha circumnavigato il continente pedalando 450 km al giorno e raccogliendo 75mila euro per i bambini indigeni]]></description><pubDate>Sat, 27 Jun 2026 08:51:05 +0000</pubDate><content:encoded><![CDATA[<p>Settembre 2024. <b>Lachlan Morton</b> sale in sella a Port Macquarie, cittadina costiera del Nuovo Galles del Sud, e comincia a pedalare. Destinazione: lo stesso posto da cui è partito, ma dopo aver girato tutto intorno. Tutto intorno all'Australia. <b>Quattordicimila e duecento chilometri </b>lungo il perimetro di un continente che ha fatto del concetto di "remoto" la propria identità nazionale. Lo fa in <b>trenta giorni</b>, nove ore e cinquantanove minuti, facendo rullare i pedali per una media di quattrocentocinquanta chilometri al giorno, infrangendo ogni record. </p><p>D’accordo, ma chi diamine è Lachlan Morton, si chiederà il lettore con innegabile dose di ragione. Non è certo Pogacar. Non è manco Vingegaard. Non è nemmeno un nome che circola nei salotti sportivi del mercoledì sera. <b>Trentadue anni</b>, <b>australiano</b> di Port Macquarie, ha corso nel WorldTour per diversi anni vincendo nel 2016 il Giro dello Utah, e fa ancora parte della squadra EF Education-EasyPost. Ma da tempo quel circuito gli va stretto. Morton, infatti, appartiene a quella rara specie di atleti per i quali la competizione tradizionale non risponde a una domanda interiore insaziabile. </p><p>Nel 2021 rifiuta il Tour de France per disputare un suo personale "Alt Tour": mentre i colleghi sfilano tra transenne e ammiraglie, lui percorre lo stesso tracciato da solo, con i bagagli, dormendo dove capita. Arriva a Parigi tre giorni prima del plotone ufficiale. Il mondo del ciclismo lo guarda con quella miscela di ammirazione e sconcerto riservata ai mistici. Nel marzo 2022, poco dopo l'invasione russa dell'Ucraina, pedala da Monaco fino al confine ucraino, millesessantatré chilometri, per raccogliere fondi a favore dei profughi. Morton è dunque molto più di un semplice ciclista. </p><p>"<b>The Lap</b>" è il nome con cui gli australiani designano il giro perimetrale del proprio continente, un itinerario che nella versione automobilistica è già considerato un'avventura da rispettare. Morton lo affronta in settembre perché i venti stagionali dell'emisfero australe, in quel periodo, soffiano prevalentemente da ovest verso est: <b>una scelta tattica, non romantica</b>. Ogni tappa è pianificata al chilometro, ogni rifornimento calcolato, ogni bottiglia d'acqua contata. Nel deserto australiano non esistono seconde opportunità per chi dimentica di fare i conti con la sete.</p><p>Le difficoltà non sono soltanto fisiche. Certo, il caldo è il primo avversario: nel nord del continente le temperature superano regolarmente i quaranta gradi, e pedalare su asfalto che si ammorbidisce sotto le ruote porta l'esperienza oltre il confine dello sforzo atletico, nel territorio dell'allucinazione, del misticismo. <b>Morton consuma oltre diecimila calorie al giorno</b>, il quadruplo di un essere umano sedentario, eppure perde peso perché il bilancio energetico non torna mai in pareggio. Il corpo cannibalizza sé stesso con metodica pazienza. </p><p>Il sonno è un lusso contingentato: cinque ore per notte, talvolta meno. Il Nullarbor Plain, letteralmente "pianura senza alberi" e il nome è un referto scientifico più che una metafora, si estende per quasi duemila chilometri di piattezza assoluta, senza un'ombra, senza un punto di riferimento visivo che non sia il nastro d'asfalto che si dissolve all'orizzonte. In quel tratto <b>Morton pedala anche di notte</b>, con la luce frontale che illumina tre metri di strada e il buio che inghiotte tutto il resto.</p><p>"<b>Sembrava un'eternità</b>", dirà poi alla CNN. "Puoi finire una giornata e sentirti soddisfatto, o sollevato, e addormentarti nel giro di venti minuti. Prima che tu te ne accorga, ti svegli e devi ripartire da zero. È stato difficile”. Simpatico eufemismo di un uomo che ha appena divorato un intero continente.</p><p>L'impresa possiede anche un risvolto che ne eleva il senso morale e la statura. Con il suo Giro d'Australia, <b>Morton raccoglie più di settantacinquemila euro</b> per la Indigenous Literacy Foundation, che fornisce libri e altre risorse ai bambini indigeni delle remote comunità australiane. </p><p>Quando taglia il traguardo, spolpato, sfinito, Morton abbandona la bicicletta e sé stesso alla forza di gravità, crollando a terra. Un Forrest Gump delle due ruote, a quale punto un po’ stanchino. Respirando a fatica, lo sguardo rivolto verso il cielo terso e la folla che si raduna attorno per celebrarlo, pensa già alla prossima sfida. </p><p><p><iframe allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" allowfullscreen="" frameborder="0" height="315" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" src="https://www.youtube.com/embed/XW1F79sfftA?si=SU-8qYuE-jHmRlNU" title="YouTube video player" width="560"></iframe></p></p>]]></content:encoded><media:content url="https://www.ilgiornale.it/resizer/v2/3E7BSZ3IHZLSHKODQ2V46F77HA.png?auth=4ae30dc5c88b912a60ddc27e2478e59c576f3c67753266a7b67b5e2e4fb0fd0c&amp;smart=true&amp;width=1200&amp;height=900" type="image/png" height="900" width="1200"/></item><item><title><![CDATA[Azteca, il tempio del calcio che non va mai in pensione apre un altro Mondiale]]></title><link>https://www.ilgiornale.it/news/calcio/azteca-tempio-calcio-che-non-va-mai-pensione-apre-altro-2677654.html</link><guid isPermaLink="true">https://www.ilgiornale.it/news/calcio/azteca-tempio-calcio-che-non-va-mai-pensione-apre-altro-2677654.html</guid><dc:creator><![CDATA[Paolo Lazzari]]></dc:creator><description><![CDATA[Messico-Sudafrica apre la rassegna iridata. Dal 1970 a Maradona lo stadio di Città del Messico è stato teatro di notti magiche]]></description><pubDate>Thu, 11 Jun 2026 15:40:00 +0000</pubDate><content:encoded><![CDATA[<p>Tutti collegati alle 21 ora italiana. Noi filtrati dagli schermi, loro presenti a sfiatare sul campo. Ottantamila persone si approssimano a riempire le tribune dell'<b>Estadio Azteca</b> di <b>Città del Messico</b> per la partita inaugurale dei <b>Mondiali 2026</b>. Messico contro Sudafrica, fischio d'inizio di un torneo che si annuncia come il più grande della storia. Ma prima ancora che cominci la partita, prima ancora che i giocatori mettano piede sul prato, quello stadio avrà già vinto qualcosa: sarà il primo impianto della storia ad aprire tre edizioni diverse di una Coppa del Mondo. Sorge a <b>2.220 metri sul livello del mare</b>, quasi a volersi avvicinare al cielo. E il cielo, a quanto pare, gli ha sempre restituito il favore.</p><p>Quando Pedro Ramírez Vázquez - lo stesso architetto che aveva disegnato il Museo Nazionale di Antropologia - vinse il concorso per progettarlo negli anni Sessanta, immaginò un anfiteatro capace di contenere migliaia di anime con visuale perfetta da ogni angolo. Stava costruendo uno stadio ma, senza saperlo, edificava un altare. Un luogo dove il calcio si sarebbe seduto accanto alla storia e avrebbe smesso di essere solo un gioco.</p><p><b>Il battesimo avvenne nel 1970</b>. Il Messico ospitava i Mondiali e l'Azteca era il cuore pulsante della festa. Ma quella che restò impressa per sempre fu la semifinale del 17 giugno. <b>Italia</b> contro <b>Germania Ovest</b>, un mercoledì sera che avrebbe potuto essere qualsiasi mercoledì sera e invece divenne eternità. Sette gol, cinque nei supplementari, Schnellinger che pareggiò all'ottantaduesimo come se il destino volesse prendersi il tempo per negarci una gioia infinita. Il <b>4-3 finale con la rete di Rivera</b> è una di quelle immagini che resistono al tempo, come certi quadri che sembrano non perdere pigmento. Fuori dall'impianto oggi c'è una targa - caso rarissimo nel mondo del calcio - che celebra quella semifinale. Non una finale né una coppa alzata. Il segno che certi momenti trascendono il risultato.</p><img src="https://www.ilgiornale.it/resizer/v2/7F3SP4TFVZI75ATFK3MOSHHYTA.jpg?auth=11c7911c10074877019d81b607eaae46a6dd4c65c0b34684cf0bd757eaa822da&amp;smart=true&amp;width=1200&amp;height=900" alt="Rivera 1970" height="900" width="1200"/><p>Sedici anni dopo, era il <b>1986</b>, il destino tornò a bussare alla stessa porta. E questa volta portò con sé <b>Diego Armando Maradona</b>, che in quello stadio consumò forse il più grande atto di contraddizione della storia dello sport. Il 22 giugno, nei quarti di finale contro l'Inghilterra, in poco più di quattro minuti compì due gesti opposti e complementari: prima segnò con la mano - la "<b>Mano de Dios</b>", chiamò quel furto impunito, con l'insolenza di chi sa di essere abbastanza grande da farla franca persino davanti a Dio - poi realizzò quello che il mondo intero avrebbe battezzato come "<b>il gol del secolo</b>", sessanta metri di corsa, cinque avversari dribblati come birilli, la palla infilata in rete con la delicatezza di chi depone un fiore. Lo stesso uomo, lo stesso pallone, lo stesso stadio. Il diavolo e l'arcangelo che si davano appuntamento all'Azteca, lasciando al mondo il compito di capire quale dei due avesse prevalso. Quella notte l'Azteca ospitò la metafora di un'intera civiltà sudamericana: l'astuzia come sopravvivenza, la bellezza come riscatto.</p><img src="https://www.ilgiornale.it/resizer/v2/YLDCS2R5BBI5NE7CLJOVZGRWJE.jpg?auth=28c93c7dab3de04854a045947173cb0a85fd196ff93696ac496e927c48d0a6fc&amp;smart=true&amp;width=1200&amp;height=900" alt="Maradona campione del mondo 1986" height="900" width="1200"/><p>L'Azteca fu anche il <b>palcoscenico della finale</b>, con l'Argentina che batté la Germania Ovest per tre a due in una partita ambivalente. Primo tempo di dominio albiceleste, vantaggio meritato; ripresa che sembrava indirizzata verso la fuga, poi la rimonta tedesca con Rummenigge e Völler - quest'ultimo all'ottantatreesimo su calcio d'angolo - a riportare tutto in parità. I supplementari erano già nell'aria. Durò un minuto, quell'equilibrio. Quel minuto bastò a Maradona per inventare un assist che tagliò in due la difesa tedesca come un bisturi, trovando Burruchaga solo davanti al portiere. Il resto fu silenzio, poi boato. Diego sollevò la coppa verso quel cielo messicano che lo aveva già consacrato due volte in poche settimane. La leggenda era completa.</p><p>Il Mondiale 2026 - quarantotto nazionali, tre paesi ospitanti, un formato che ha già fatto e farà ancora dissertare - comincia esattamente qui. Lo stadio ora si chiama ufficialmente <b>Estadio Banorte</b>, per ragioni di sponsor che il mercato impone e il romanticismo fatica ad accettare. Ma dentro e fuori quell'impianto, nessuno lo chiamerà mai con un altro nome. <b>Ottantamila persone</b> stasera guarderanno il cielo di Città del Messico da quelle tribune e sentiranno il peso di tutto ciò che è venuto prima:Maradona che fluttuava sull’erba, Rivera che calciava nel buio dei supplementari e trasformava una partita di calcio in un'opera lirica, e molti altri campioni ancora. Il calcio ha molti stadi. Ma ha un solo tempio. E stasera il tempio torna a bruciare.</p><p><p><iframe allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" allowfullscreen="" frameborder="0" height="315" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" src="https://www.youtube.com/embed/RnAHSO57W_w?si=j-2TEVCRbShaYqb_" title="YouTube video player" width="560"></iframe></p></p>]]></content:encoded><media:content url="https://www.ilgiornale.it/resizer/v2/NKC7EWCT5FNJLK4NAINTHRLNAQ.jpg?auth=3018cad9d4526676d77cecc0f94e44c44798971953b465906efb4285a38d687b&amp;smart=true&amp;width=1200&amp;height=900" type="image/jpeg" height="900" width="1200"/></item><item><title><![CDATA[Le cinque mine vaganti pronte a far saltare il Mondiale]]></title><link>https://www.ilgiornale.it/news/calcio/cinque-mine-vaganti-pronte-far-saltare-mondiale-2675790.html</link><guid isPermaLink="true">https://www.ilgiornale.it/news/calcio/cinque-mine-vaganti-pronte-far-saltare-mondiale-2675790.html</guid><dc:creator><![CDATA[Paolo Lazzari]]></dc:creator><description><![CDATA[Dalla Norvegia di Haaland ai Leoni dell'Atlante, passando per la golden generation americana: ecco le squadre che potrebbero sorprendere alla Coppa del Mondo itinerante tra Usa, Canada e Messico]]></description><pubDate>Tue, 09 Jun 2026 05:00:44 +0000</pubDate><content:encoded><![CDATA[<p>L'attesa è finita. L'11 giugno si alza il sipario sul Mondiale più grande di sempre: per la prima volta tre nazioni - Stati Uniti, Canada e Messico - uniscono le forze per ospitare un torneo che vedrà al via ben 48 squadre, abbandonando il classico schema a 32 che ci ha accompagnato negli ultimi decenni. Un salto epocale, che non è solo numerico. Con più squadre, più gironi e una fase a eliminazione diretta più estesa, le occasioni per assistere a risultati inattesi aumenteranno sensibilmente. Spagna e Francia partono come grandi favorite, inseguite da Inghilterra, Brasile e dall’Argentina campione in carica. Ma in un torneo così lungo e affollato, c'è spazio anche per chi non parte con i riflettori puntati addosso. Ecco cinque nazionali che potrebbero sorprendere tutti quanti.</p><h2>Norvegia, il &quot;mostro&quot; che dormiva da ventisette anni</h2><p>Sono passati ventisette anni dall'ultima apparizione della Norvegia in una grande competizione internazionale, ma la nazionale scandinava si presenta in Nord America come una vera e propria mina vagante. Il motivo è semplice, si chiama <b>Erling Haaland</b>. L'attaccante del Manchester City ha siglato ben 16 reti durante le qualificazioni europee, il doppio rispetto a qualsiasi altro giocatore del continente. Ma la Norvegia non è solo il suo centravanti: i vichinghi hanno chiuso le qualificazioni con il girone a punteggio pieno, con 8 vittorie su 8, 37 reti segnate e solo 5 subite. Accanto ad Haaland c'è <b>Martin Odegaard</b>, il cervello dell'Arsenal, e una generazione di giocatori di livello nei migliori club europei. Se la difesa regge, questa Norvegia può fare paura a chiunque.</p><h2>Giappone, il pressing che non lascia respirare</h2><p>Il Sol Levante non è più una sorpresa romantica: è una realtà consolidata. Il Giappone esprime un calcio collettivo iper-moderno, basato su un pressing asfissiante e transizioni rapidissime, arricchito dall'esperienza di molti giocatori ormai stabilmente titolari nei grandi campionati europei. Chi ha visto i nipponici a Qatar 2022 - capaci di battere Germania e Spagna nel girone prima di cedere ai rigori alla Croazia - sa che questo gruppo non si ferma davanti a nessun nome. Nel Girone F se la vedranno con l'Olanda, un test immediato e rivelatore. Con <b>Ueda</b> bomber collaudato e il talento di <b>Kubo</b> sulla trequarti, questa squadra è una trappola per chiunque la sottovaluti.</p><h2>Colombia, la creatività cafetiera ai massimi livelli</h2><p>Il calcio colombiano continua a produrre giocatori tecnici, creativi e dotati di grande personalità. I Cafeteros arrivano a questo Mondiale in forma smagliante: nelle qualificazioni sudamericane hanno dimostrato continuità e brillantezza, con una rosa che va ben oltre i singoli.<b> James Rodríguez</b>, ormai veterano carismatico, guida un gruppo giovane e affamato.<b> Luis Díaz</b> porta velocità e imprevedibilità sulle fasce, mentre in attacco la qualità abbonda. La tradizione calcistica colombiana, poi, è un valore aggiunto nei momenti più delicati delle competizioni internazionali: questo gruppo sa soffrire e sa vincere. Se trovano il ritmo giusto fin dall'inizio, la Colombia può diventare la storia più bella di questo Mondiale.</p><h2>Marocco, i Leoni dell&#39;Atlante non smettono di ruggire</h2><p>Il Marocco non è più un'outsider nel senso classico del termine: è una potenza emergente. A Qatar 2022 i Leoni dell'Atlante scrissero una pagina storica, diventando la prima nazionale africana a raggiungere le semifinali di un Mondiale. Da allora il movimento non si è più fermato: la rosa è cresciuta, i giocatori si sono ulteriormente affermati nei club europei e la mentalità tattica del gruppo si è consolidata. <b>El Khanouss</b>, protagonista di una stagione brillantissima con lo Stoccarda, è il prototipo del giocatore moderno su cui la federazione sta costruendo il futuro. Con la compattezza difensiva, la fisicità e la qualità tecnica mostrate negli ultimi anni, i marocchini hanno tutto per spingersi di nuovo fino in fondo.</p><h2>Stati Uniti, i padroni di casa hanno una generazione d&#39;oro</h2><p>Giocare in casa vale punti pesanti, ma gli USA portano a questo Mondiale qualcosa di più di un tifo caldo. Christian Pulisic è nel picco della carriera, e attorno a lui è stata costruita quella che viene unanimemente definita la golden generation del calcio americano: <b>McKennie, Reyna, Robinson, Weah</b> e tutti gli altri. Una rosa composta quasi interamente da giocatori stabilmente titolari nei grandi club europei. Guidati da Mauricio Pochettino, gli americani sanno che questa è la loro finestra storica. Il sostegno del pubblico e l'entusiasmo di un paese che si è convertito al soccer potrebbero trasformarsi in carburante decisivo nei momenti difficili. Mai gli States avranno un'occasione migliore per dimostrare al mondo che il calcio americano è cresciuto davvero. Se l'onda emotiva si trasforma in prestazioni, potrebbero davvero sorprendere.</p>]]></content:encoded><media:content url="https://www.ilgiornale.it/resizer/v2/IP7URZ4AO5PJ7NWBHQQQK5YPDA.png?auth=4178be34813c4d1c9a5338cc48a4645d43cdafe3120a0dd8e89b01dbe7cf12a8&amp;smart=true&amp;width=1200&amp;height=900" type="image/png" height="900" width="1200"/></item><item><title><![CDATA["Troppo basso per giocare in Nba". Ma nessuno è mai riuscito a fermarlo]]></title><link>https://www.ilgiornale.it/news/basket/troppo-basso-giocare-nba-nessuno-mai-riuscito-fermarlo-2675116.html</link><guid isPermaLink="true">https://www.ilgiornale.it/news/basket/troppo-basso-giocare-nba-nessuno-mai-riuscito-fermarlo-2675116.html</guid><dc:creator><![CDATA[Paolo Lazzari]]></dc:creator><description><![CDATA[Tyrone Curtis Bogues è stato il giocatore più basso di sempre nella storia della lega. Ed è rimasto nella leggenda]]></description><pubDate>Sun, 07 Jun 2026 05:00:50 +0000</pubDate><content:encoded><![CDATA[<p>Guardate bene <b>Tyrone Curtis Bogues</b> mentre attraversa con sicurezza il parquet. Non è un esercizio di curiosità antropologica: assomiglia, maggiormente, ad un atto di rivoluzione silenziosa. L’anno è il 1987. Il posto, Washington. La gente sugli spalti non ci crede: come fa quello lì a giocare? Eppure <b>Muggsy </b>- tutti lo chiamano così, dall'infanzia nei vicoli di Baltimore - entra in campo ogni sera con 160 centimetri di corpo e una montagna di certezze che nessuno gli ha regalato. Le ha costruite mattone su mattone, rimbalzo su rimbalzo, dentro un quartiere dove crescere significa già sopravvivere. In quel momento è, e continua tutt’oggi ad esserlo, il giocatore più basso di sempre nella storia dell’Nba. Lui però pare fregarsene altamente. </p><p>La <b>Nba</b>, si diceva, è un posto popolato da giganti. Letteralmente. Il giocatore medio sfiora i due metri, le ali dominanti superano i due e dieci, i lunghi sono creature di un altro pianeta. Eppure Bogues se ne sta lì, in mezzo a tutti loro, e non sembra un ospite inatteso: si aggira, piuttosto, come il padrone di casa. Svelto di gambe, agile con il pallone tra le mani, troppo rapido per essere arpionato da bestioni di 220 centimetri.</p><p>Muggsy viene su a <b>Baltimora</b>, nel quartiere Lafayette Courts, un posto dove i proiettili fischiano più spesso dei palloni. Un suo amico d'infanzia finisce in sedia a rotelle a otto anni, colpito da un cecchino per sbaglio. Lui non dimentica. Non può permetterselo. Quella carrozzina diventa la misura di tutto: della fortuna, della responsabilità, della velocità necessaria a scappare da certi destini. Perché Bogues è veloce. Maledettamente veloce. Veloce come solo chi ha imparato a sopravvivere può esserlo.</p><p><b>Washington Bullets</b> - appunto - nel 1987, poi <b>Charlotte Hornets</b> - il posto che può chiamare casa per la bellezza di quasi dieci anni - <b>Golden State Warriors</b>, <b>Toronto Raptors</b>. Quattordici stagioni. Quasi 900 gare e una media di quasi 8 assist a partita nei suoi anni migliori. Quello che i numeri non riescono a raccontare è la faccia degli avversari quando lo vedono scendere in campo la prima volta. Lo stupore. Il sorriso compiaciuto di chi crede che contro di lui sarà come una passeggiata al parco. Poi, qualche minuto dopo, la frustrazione — perché Muggsy ha già rubato la palla due volte e ha messo in fila tre assist di pregevolissima fattura.</p><p><p><iframe allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" allowfullscreen="" frameborder="0" height="315" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" src="https://www.youtube.com/embed/RywLy4kMJnQ?si=yBAwuW7EoGM_lvhN" title="YouTube video player" width="560"></iframe></p></p><p>Il segreto sta nel <b>baricentro basso</b> e in quella visione periferica che lo porta a leggere il campo come una scacchiera aperta, mentre i più alti vedono solo i pezzi di parquet parati davanti al naso. Il segreto è anche nell'umiltà di chi sa che non può permettersi errori, che ogni partita è anche un esame, al cospetto di chi non ha mai creduto che un uomo così piccolo potesse stare in un campionato così grande. E Bogues risponde. Con puntualità. Con eleganza e tutti voti altissimi. </p><p>Si diceva dei numeri. In carriera Bogues mette a referto <b>6.726 assist</b>, ma è la voce sui recuperi a raccontare meglio di ogni altra cosa che giocatore sia: <b>1.369 palle rubate</b> in carriera, frutto di un'intelligenza difensiva che ha pochissimi paragoni nella storia della lega. Per sei stagioni consecutive finisce nella top seven degli assist dell'intera Nba, e per tre di quelle stagioni è anche tra i migliori dieci difensori per recuperi. Il 14 gennaio 1992, contro i Boston Celtics, firma una delle sue serate più luminose: 15 punti, 12 assist e 5 palle rubate in 35 minuti. Non una partita da campione, direbbero i cinici. Peccato che i Celtics, quella sera, la perdano. E che i cinque palloni strappati dalle mani avversarie siano quasi tutti su giocatori che lo sovrastano di 30 centimetri. Come sottrarre l'orologio da polso a qualcuno senza che se ne accorga.</p><p>C’è però una scena che vale più di qualsiasi statistica. Stagione 1992-93, Charlotte. Bogues si trova faccia a faccia — o meglio, faccia al petto — con <b>Patrick Ewing</b>, 213 centimetri di muscoli e prepotenza atletica. Bogues gli stoppa il tiro. Niente fallo o botta di fortuna: pura lettura del gioco e coraggio cieco. Il Garden ammutolisce. Certi silenzi esondano in ovazioni.</p><p>Muggsy Bogues continua a giocare fino al 2001, quando chiude ai Toronto Raptors. La sua è una storia che travalica lo sport, diventando <b>democrazia cestistica</b>. Ogni minuto che gioca in Nba è un argomento contro il determinismo del corpo, contro l’idea limitante che la misura dell'uomo stia tutta nei centimetri. La sua statura sta nel suo coraggio. Quello che ha dovuto trovare in fretta, sui campi polverosi di Baltimora, e che da allora non lo ha mai rimesso giù.</p>]]></content:encoded><media:content url="https://www.ilgiornale.it/resizer/v2/Z6ZF2CIABJJNHMLY7FLDO7IUOM.jpg?auth=f6645b67b9a1cb8e76e5f05c986c1871fa323f295103111bf4e46e4aeac6258b&amp;smart=true&amp;width=1200&amp;height=900" type="image/jpeg" height="900" width="1200"/></item><item><title><![CDATA[Trova un badge e vive tre mesi nel terminal di un aeroporto]]></title><link>https://www.ilgiornale.it/news/cronaca-internazionale/trova-badge-e-vive-tre-mesi-nel-terminal-aeroporto-2675109.html</link><guid isPermaLink="true">https://www.ilgiornale.it/news/cronaca-internazionale/trova-badge-e-vive-tre-mesi-nel-terminal-aeroporto-2675109.html</guid><dc:creator><![CDATA[Paolo Lazzari]]></dc:creator><description><![CDATA[Nel 2020, in piena pandemia, a Chicago si consumava una storia irreale sospesa tra gravi falle nei sistemi di sicurezza e solitudine totale]]></description><pubDate>Sun, 07 Jun 2026 05:00:38 +0000</pubDate><content:encoded><![CDATA[<p>Autunno 2020, uno tra i momenti più cupi attraversati da un’America ripiegata su se stessa, paralizzata dal timore del contagio e dall'incertezza del domani. In questo scenario di sospensione collettiva si consuma la vicenda del californiano <b>Aditya Singh</b>, un caso che possiede la forza di un’allegoria metafisica. È il resoconto di una falla nei sistemi di sicurezza dell’aeroporto O’Hare di Chicago, il ritratto di un’epoca sospesa in equilibrio precario tra l’iper-controllo tecnologico e l’abissale solitudine individuale. È la storia di un uomo che ha scelto di farsi ombra tra le ombre, abitando un non-luogo per sottrarsi al mostro invisibile della pandemia.</p><p>Singh, trentaseienne con un curriculum da studente modello, ha agito con la discrezione di chi scivola tra le pieghe della realtà. Atterrato nell’ottobre del 2020 con un volo da Los Angeles, ha lucidamente eletto la zona partenze a sua dimora, trasformando l<b>’area transiti</b> nel suo personale deserto dei Tartari. Ovvero: passato il controllo di sicurezza non è più uscito da quel limbo per 3 mesi. </p><p>Ha <b>occupato il gate</b> come se fosse un santuario, ha trovato un<b> badge smarrito </b>— il talismano che gli ha garantito l’invisibilità — e ha vissuto grazie alla generosità dei passanti. In un’epoca segnata da algoritmi famelici e satelliti onnipresenti, Singh è riuscito nell’impresa di scomparire proprio sotto la luce zenitale dei neon aeroportuali.</p><p>C'è un ritmo ipnotico nel suo <b>vagabondaggio </b>tra le file di sedili in similpelle e i tabelloni che annunciano voli per destinazioni che lui, deliberatamente, ignorava. Mentre gli Stati Uniti affrontavano le convulsioni del virus, Singh abitava una bolla di asettica quiete. La sua era una ritirata strategica: se fuori regnava il caos, il terminal diventava la cattedrale laica dove il tempo si fermava e il rischio si annullava nel movimento perpetuo di una folla distratta.</p><p>L’aspetto che più interroga il nostro sistema di convivenza civile è la fragilità di quel muro di vetro che chiamiamo <b>sicurezza</b>. È possibile abitare per tre mesi in un’area sensibile solo perché si è diventati parte dell’arredamento, senza che nessuno si ponga mai una singola domanda? Nella massificazione contemporanea, l'individuo sfuma nel flusso: siamo diventati trasparenti gli uni agli altri. Singh è stato scoperto solo grazie al dubbio improvviso di due impiegati, un ritorno del fattore umano in un ecosistema ormai quasi del tutto automatizzato. Un ritorno brusco, perché poi la polizia l’ha arrestato ed è finito sotto processo. </p><p>La corte, per sua fortuna, l’ha poi <b>assolto </b>riconoscendo che la sua è stata una disperata ricerca di rifugio. Ma la questione morale resta aperta. Aditya Singh ci consegna lo specchio di una società che, nel tentativo di proteggersi da ogni minaccia esterna, finisce per lasciare le persone in balia della solitudine più estrema. Mentre Singh si gode da un pezzo il sole tiepido della California, viene da chiedersi quali siano i terminal dentro i quali, consapevolmente o meno, ci rinchiudiamo ogni giorno.</p>]]></content:encoded><media:content url="https://www.ilgiornale.it/resizer/v2/ACBCO3LGCBMMNAYQBKON4CE42U.jpg?auth=1abe2b06d5e31e9bb1eff817d777e28024a4c8e451aac7fe791e0fae51e9c605&amp;smart=true&amp;width=1200&amp;height=900" type="image/jpeg" height="900" width="1200"><media:description type="plain"><![CDATA[O'Hare International Airport di Chicago (foto di repertorio)]]></media:description></media:content></item><item><title><![CDATA[Arnaldi contro Cobolli: al Roland Garros vinciamo anche senza Sinner]]></title><link>https://www.ilgiornale.it/news/tennis/arnaldi-contro-cobolli-roland-garros-vinciamo-senza-sinner-2674163.html</link><guid isPermaLink="true">https://www.ilgiornale.it/news/tennis/arnaldi-contro-cobolli-roland-garros-vinciamo-senza-sinner-2674163.html</guid><dc:creator><![CDATA[Paolo Lazzari]]></dc:creator><description><![CDATA[Fuori i nomi più luccicanti, dal numero 1 a Musetti, eppure Parigi è azzurra: la dimostrazione che il movimento ha raggiunto un livello raramente visto in precedenza]]></description><pubDate>Thu, 04 Jun 2026 14:25:13 +0000</pubDate><content:encoded><![CDATA[<p>Arriva quasi sempre un momento, nel tennis come nella vita, in cui la realtà supera la fantasia. Succederà venerdì 5 giugno sul Philippe-Chatrier, il tempio rosso di Parigi, quando <b>Flavio Cobolli </b>e <b>Matteo Arnaldi</b> si guarderanno dall'altra parte della rete in una semifinale storica e tutta azzurra, al <b>Roland Garros</b>. Due ragazzi cresciuti a colpi di Challenger sulle terre d'argilla italiana, da Napoli a Cordenons, che si ritrovano adesso a un passo dalla finale più importante della loro vita.</p><p>Il paradosso è bello e feroce: l'Italia è forte anche senza i suoi tennisti migliori. <b>Jannik Sinner</b>, numero uno del mondo, si è dovuto arrendere sull’incipit del torneo. Lorenzo Musetti, il più dotato tecnicamente sulla terra rossa, è fuori dai giochi per infortunio. Eppure il tricolore sventola più alto che mai sulla Ville Lumière. Perché il tennis italiano non è una squadra con un solo campione. È una generazione.</p><p>Cobolli è il quarto italiano in questo secolo a raggiungere la semifinale del singolare maschile al Roland Garros, dopo Marco Cecchinato nel 2018, Jannik Sinner nel 2024-25 e Lorenzo Musetti nel 2025. Ma stavolta la storia ha un sapore diverso, perché dall'altra parte del tabellone c'è un altro italiano. Per la prima volta in era Open, due finali consecutive del Roland Garros saranno giocate da un italiano. Una certezza matematica, persino prima che la semifinale cominci.</p><p>Il cammino di <b>Cobolli</b> a Parigi racconta di un giocatore che ha smesso di stupirsi di sé stesso. Romano, 24 anni, testa di serie numero dieci, <b>ha vinto i primi tre incontri senza lasciare set per strada</b>, ha però rischiato agli ottavi contro Zachary Svajda, andato a un passo dal quinto set. Poi, ai quarti, la prova più dura: Felix Auger-Aliassime, il canadese elegante e potente, testa di serie numero quattro. Cobolli ha perso il primo set e poi ha vinto tre volte di fila 6-4, con il punteggio finale di 4-6, 6-4, 6-4, 6-4 in tre ore e venticinque minuti. È stata, tecnicamente, la prima vittoria in carriera contro un top-ten in uno Slam. Non un dettaglio. Un salto di categoria.</p><p><b>Quella di</b><b>Arnaldi</b>,<b> invece, è</b><b>l'impresa nella impresa</b>. Il 25enne sanremese era numero 104 del mondo all'inizio del torneo, diventando il giocatore con la classifica più bassa a raggiungere la semifinale del singolare maschile al Roland Garros dai tempi di Filip Dewulf che, nel 1997, partì dalla 122ª posizione. Una stagione travagliata alle spalle, un infortunio al piede che lo aveva fermato, e poi questa resurrezione lenta e silenziosa sulla terra rossa parigina. Ha trascorso in campo 17 ore e 42 minuti, record assoluto in un Major dal 2000 a oggi. Ai quarti ha incontrato Matteo Berrettini — l'altro derby azzurro di questo Roland Garros — e stava conducendo 7-5, 5-2 nel secondo set quando Matteo, fermato da un problema muscolare alla coscia sinistra, è stato costretto al ritiro in lacrime. Una vittoria agrodolce, che sa di destino.</p><p>Ora si ritrovano faccia a faccia, e la domanda è inevitabile: <b>sono amici?</b> La risposta è sì, ma con una postilla fondamentale. Lo stesso Arnaldi, in conferenza stampa, ha detto che in campo le cose cambiano. È la legge del tennis: l'amicizia si ferma al cancelletto. <b>I precedenti</b> tra i due raccontano una rivalità nata nei Challenger italiani e cresciuta fino agli Slam. Si sono affrontati cinque volte, sempre sulla terra rossa, con Arnaldi avanti per tre vittorie a due. L'unico precedente al Roland Garros risale al 2025, secondo turno: Cobolli vinse nettamente per 6-3, 6-3, poi cedette un set al terzo prima di chiudere 6-1. Cobolli iniziava il torneo da numero 14 del mondo e ora si affaccia alla top ten, attualmente proiettato al decimo posto in classifica virtuale. Arnaldi, dalla sua posizione di outsider assoluto, ha già dimezzato il proprio ranking e continua a stupire. Due traiettorie opposte che si incontrano al vertice.</p><p>Domani, sul campo centrale di Parigi, uno dei due farà un passo in avanti che pochissimi italiani hanno compiuto. L'altro tornerà a casa con qualcosa di inestimabile comunque: la consapevolezza di valere moltissimo. Il tennis italiano, nel frattempo, si gode questo momento strano e bellissimo. “Vorrei che uno dei nostri vincesse a Parigi”, ha dichiarato di recente Panatta. Non ci siamo molto lontani. L<b>'assenza dei più forti ha lasciato spazio ai coraggios</b>i. E i coraggiosi, a volte, scrivono la storia.</p>]]></content:encoded><media:content url="https://www.ilgiornale.it/resizer/v2/DQERMB73PJJE3LORVI3PURDWNI.png?auth=24aafbcd9818614fb2c6956aa0ed22c36e961cc3a53c704a77c81031055587a0&amp;smart=true&amp;width=1200&amp;height=900" type="image/png" height="900" width="1200"/></item><item><title><![CDATA[Arsenal PSG, la finale di Champions tra due macchine quasi perfette]]></title><link>https://www.ilgiornale.it/news/calcio/arsenal-psg-finale-champions-due-macchine-quasi-perfette-2672067.html</link><guid isPermaLink="true">https://www.ilgiornale.it/news/calcio/arsenal-psg-finale-champions-due-macchine-quasi-perfette-2672067.html</guid><dc:creator><![CDATA[Paolo Lazzari]]></dc:creator><description><![CDATA[Per la prima volta nella storia una finale si gioca alle 18: scelta della Uefa dettata da motivi commerciali ma mascherata da attenzione verso i tifosi. Arteta vuole completare l’opera dopo il titolo, Luis Enrique intende confermarsi]]></description><pubDate>Sat, 30 May 2026 11:39:06 +0000</pubDate><content:encoded><![CDATA[<p>Alle diciotto in punto, alla Puskás Aréna di Budapest, per la prima volta nella storia della Champions League. Pare un’assurdità giocare una finale di Champions League a quest’ora, ma le cose stanno così. È una scelta della Uefa, pensata per i mercati asiatici e americani, per le tivù di mezzo mondo. Maxi interessi commerciali mascherati da attenzione per i tifosi. Ci si abituerà, o forse no. Quel che è certo è che questa finale avrebbe meritato qualsiasi orario: Arsenal contro PSG è la partita giusta, con le persone giuste in campo e in panchina, nel momento giusto. Due squadre che hanno appena vinto il loro campionato - la Ligue 1 i parigini, la Premier League i londinesi dopo ventidue anni di astinenza - e che ora vogliono tutto. Raramente un atto conclusivo di Champions è stato così equilibrato sulla carta, e così carico di significati fuori dal campo.</p><h2>Due re in carica, un solo trono</h2><p>Due campioni, dunque, in forma fotonica, con la testa alta e la voglia di chi sa di meritare di essere lì. L'Arsenal, in particolare, ci arriva con un cammino europeo quasi perfetto: primo nella fase a gironi con otto vittorie su otto, poi Leverkusen, Sporting e Atletico Madrid in fila, senza mai perdere. Meno spettacolo, tanta concretezza: la miglior difesa del torneo, appena sei gol subiti, nove clean sheet. Il PSG, campione in carica dopo lo stordente successo sull'Inter nella finale dell'anno scorso, ha invece fatto della produzione offensiva il suo marchio: quarantaquattro gol segnati, un calcio verticale e imprevedibile che Luis Enrique ha costruito pezzo dopo pezzo con pazienza certosina e coraggio non comune.</p><h2>Arteta, il dubbio permanente diventato certezza</h2><p>Chi avrebbe scommesso, cinque anni fa, su Mikel Arteta? In tanti lo avevano liquidato come un esperimento destinato a fallire: troppo giovane, troppo teorico, troppo ossessionato dai dettagli. Peter Schmeichel lo aveva definito pubblicamente un "control freak" capace di confondere i propri giocatori rendendoli peggiori. La stampa inglese aveva già scritto l'epitaffio più volte, soprattutto dopo tre secondi posti consecutivi in Premier League - due dietro al City, uno dietro al Liverpool - che sapevano di sconfitta pur non essendolo tecnicamente. Il mantra del "quasi" sembrava inciso nella pietra dell'Emirates. Poi, alla quinta stagione, la svolta. La Premier League dopo ventidue anni, costruita giornata dopo giornata con quella squadra giovane, mentalmente feroce, riconoscibile in ogni pallone. E ora Budapest, con la possibilità di completare un double che renderebbe questa la stagione più bella di sempre nella storia del club londinese.</p><h2>Luis Enrique, l&#39;uomo che non teme le telefonate difficili</h2><p>Dall'altra parte c'è uno che le scelte scomode non solo non le evita, ma quasi le cerca. Luis Enrique è fatto così: un tecnico che crede nel calcio come sistema, non come somma di individualità, e che non ha paura di mettere in discussione nemmeno i campioni appena laureati. L'estate scorsa - dopo aver vinto la Champions con <b>Donnarumma</b> protagonista - lo ha fatto fuori senza quasi battere ciglio. Il miglior portiere al mondo, o quasi, messo alla porta perché "non era il profilo di portiere di cui la mia squadra aveva bisogno". Parole lapidarie, pronunciate in conferenza stampa prendendosi ogni responsabilità: "Sono responsabile al cento per cento di questa decisione difficile. Se fosse facile la farebbe chiunque". Donnarumma, amareggiato e sorpreso, è finito al Manchester City. Al suo posto è arrivato<b> Lucas Chevalier</b>, ventitre anni, scuola Lille, bravo con i piedi. Poi, a dicembre, le gerarchie sono cambiate ancora: il russo Safonov, decisivo nella finale del Mondiale per Club parando quattro rigori con una mano rotta, si è preso il posto da titolare. Tre portieri in una stagione: qualcun altro avrebbe perso la testa. Luis Enrique ha vinto il campionato.</p><h2>Kvaratskhelia contro Saka</h2><p>In campo, la contesa si annuncia affascinante proprio perché le due squadre sono filosoficamente opposte pur condividendo alcune idee di fondo. Il PSG attacca con ampiezza, velocità e qualità tecnica: Kvaratskhelia - "Kvaradona", come lo chiamavano a Napoli - è il fulcro di tutto, sette partite consecutive nella fase a eliminazione diretta con gol o assist, candidato numero uno al Pallone d'Oro se stasera alza la coppa. <b>Dembélé</b>, quando sta bene, è imprendibile sugli esterni. Doué è il talento più puro della nuova generazione francese. Il centrocampo con <b>Vitinha</b>, <b>Joao Neves</b> e <b>Fabián Ruiz</b> è forse il reparto più completo d'Europa.</p><p>L'Arsenal risponde con ordine, sacrificio e le transizioni letali di <b>Saka</b> - che lo scorso anno segnò al PSG in semifinale - con la regia di Ødegaard e la fisicità di Declan Rice, il metronomo silenzioso senza il quale i Gunners sembrerebbero un'orchestra priva di direttore. Il punto interrogativo è in avanti: chi farà il centravanti titolare, tra Havertz e Gyökeres - con il primo favorito poiché uomo dei momenti decisivi - potrebbe fare la differenza.</p><h2>Vent&#39;anni dopo Parigi</h2><p>C'è un cerchio che si chiude stasera, con quella crudeltà e quel desiderio che solo il calcio sa mescolare insieme. Vent'anni esatti fa, il 17 maggio 2006, l'Arsenal perse la sua unica finale di Champions a Parigi, contro il Barcellona. Ora torna a giocarsi la coppa, e lo fa contro la squadra della capitale francese. Come se il destino avesse voluto aggiungere una nota di ironia alla storia. Budapest è pronta. L'Europa pure. Anche alle 18.</p>]]></content:encoded><media:content url="https://www.ilgiornale.it/resizer/v2/PQL6YZVZQ5M7NPMJSLWJFB2ACE.png?auth=4001c406530ef366768063f1ac109f1b01b039bd3c79123500e46a033e41b480&amp;smart=true&amp;width=1200&amp;height=900" type="image/png" height="900" width="1200"/></item><item><title><![CDATA[Fa una cosa mai vista al Roland Garros e sbatte fuori il numero 1]]></title><link>https://www.ilgiornale.it/news/tennis/fa-cosa-mai-vista-roland-garros-e-sbatte-fuori-numero-1-2671229.html</link><guid isPermaLink="true">https://www.ilgiornale.it/news/tennis/fa-cosa-mai-vista-roland-garros-e-sbatte-fuori-numero-1-2671229.html</guid><dc:creator><![CDATA[Paolo Lazzari]]></dc:creator><description><![CDATA[Parigi, giugno 1989. Michael Chang ha diciassette anni, i crampi alle gambe e nessuna paura. Ivan Lendl è il padrone del tennis mondiale. Poi arriva un servizio da sotto, e il mondo si capovolge]]></description><pubDate>Fri, 29 May 2026 05:00:13 +0000</pubDate><content:encoded><![CDATA[<p>Il cielo sopra la Porte d'Auteuil è di un grigio perla che sembra sul punto di precipitare addosso alla gente una storia imminente. La terra rossa del Philippe Chatrier è già quella di metà torneo: incrostata, striata dai colpi, più scura agli angoli dove l'umidità del mattino non ha ancora mollato la presa. Lascia segni ovunque: sulle scarpe, sulle calze, sugli avambracci quando ci si protende nel tentativo di recuperare una pallina impossibile. Si fa spazio tra i vestiti, nei capelli, persino sulle labbra. È argilla viva, da respirare. Parigi e il mondo, nel giugno 1989, stanno per assistere lì, al <b>Roland Garros</b>, a qualcosa di mai visto prima.</p><p><b>Da un lato della rete c'è Ivan Lendl</b>. Ventinove anni, spalle da muratore, occhi chiari che non tradiscono mai un'emozione. È <b>il numero uno del mondo</b>. Di più, è il re di Francia: ha già vinto qui, ha già demolito McEnroe nella finale epica del 1984, ha già piegato Pernfors nel 1986, ha già incoronato se stesso sulla terra più nobile del circuito. Quando Lendl si pianta sulla linea di fondo e inizia a costruire lo scambio, il tennis si tramuta in architettura: preciso, geometrico, inesorabile. Colpisce la pallina come se fosse un'equazione da risolvere, e la risolve sempre.</p><p><b>Dall'altra parte c'è Michael Chang</b>. Diciassette anni, 173 centimetri, sangue taiwanese in un corpo americano, testa di serie numero 15 che quasi nessuno ha inserito nel novero dei possibili vincitori. <b>Corre come un matto</b>: questa è la prima cosa che si nota, la cosa che più disturba Lendl, che più disturba chiunque giochi contro di lui. Non si ferma mai. Insegue torcendosi ogni palla fino all'angolo più remoto del campo, si butta, si rialza, torna in posizione, riprende a correre. La maglietta è già zuppa dopo tre game, i capelli appiccicati alla fronte, le Nike rosse di terra fino alla caviglia.</p><p><b>Lendl domina</b>. I primi due set li prende con il distacco imperiale di chi sa di essere superiore: 6-4, 6-4. Chang però resta in partita. Continua a correre, continua a rimandare di là dalla rete tutto quello che arriva, e poco a poco il grande ceco comincia ad avvertire qualcosa di sgradevole — la sensazione, sottile e perturbante, che non riesca a chiudere mai uno scambio definitivamente. Che quel ragazzino sia fatto di gomma. Che il punto vinto non serva a niente perché il successivo ricomincia daccapo, e <b>Chang è lì, sempre lì</b>, con quegli occhi immobili e quella corsa instancabile.</p><p>Questa meticolosa continuità consente a Chang di rimettersi in carreggiata. Recupera un set, poi - miracolosamente - un altro. Il conto si pareggia: 2-2. Lendl schiuma frustrazione. Dentro di lui qualcosa inizia a sgretolarsi. Sul 4-3 nel quinto set, Chang inizia ad accusare i crampi. Li sente arrivare dal polpaccio sinistro come una morsa che stringe e non molla. Al cambio campo, si siede, mangia una banana, cerca di stirare la gamba. Rientra sapendo di non riuscire a muoversi come prima, sapendo che il prossimo punto potrebbe essere l'ultimo giocato in modo accettabile. Rientra in campo, e decide di inventarsi qualcosa.</p><p><b>Sono tre le cose impossibili</b> che accadono in sequenza. La prima: <b>Chang si mette a battere da sotto</b>. Non una variazione tattica elaborata, non un piano studiato: è un atto di pura sopravvivenza tennistica, una roba mai vista. Lancia la pallina a mezz'altezza e la colpisce con un gesto quasi infantile, da principiante, da park tennis della domenica. La palla passa bassa sul nastro e rimbalza lenta, traditrice, assolutamente fuori dal sistema cognitivo di Lendl, che è costruito per rispondere a traiettorie alte, a palline pesanti, al tennis adulto. Il numero uno del mondo si trova a fronteggiare un oggetto strano, una specie di scherzo. E sbaglia.</p><p>La seconda: <b>al servizio di Lendl, Chang avanza</b>. Si porta ben oltre la riga di fondo, quasi a metà campo, in una posizione da capogiro, da dilettante, da uno che non sa dove stare. È una provocazione, è una sfida, è una trappola psicologica costruita da un diciassettenne con i crampi alle gambe. Lendl la guarda, la capisce, troppo tardi. Tenta di aggiustare il servizio, di spingerlo verso un angolo difficile. Prima palla, fuori. Seconda palla, fuori. Doppio fallo.</p><p>La terza: il punteggio finale. <b>Chang vince il quinto set 6-3</b> e sbatte fuori il numero uno del mondo. Lo fa in un modo che nessuno ha mai visto al Roland Garros, che nessuno aveva mai nemmeno immaginato di poter tentare. Il Centrale resta in silenzio per un secondo. Poi esplode.</p><p>Lendl raccoglie la sua borsa, stringe la racchetta, se ne va. Il volto è immobile come sempre. Ma qualcosa - in quel passo leggermente più pesante del solito, in quella schiena forse appena meno diritta - tradisce lo stupore di un sovrano che non ha ancora capito come è stato detronizzato.</p><p>Chang continuerà a correre. Batterà Agenor, Chesnokov in semifinale e poi Edberg in finale - in quattro set, quasi quattro ore - diventando<b> il più giovane vincitore di sempre a Parigi</b>. Diciassette anni e tre mesi. Un record che ancora oggi nessuno ha superato.</p><p><p><iframe allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" allowfullscreen="" frameborder="0" height="315" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" src="https://www.youtube.com/embed/T9_smUdMqI4?si=btW__zoeWMT5h2aJ" title="YouTube video player" width="560"></iframe></p></p>]]></content:encoded><media:content url="https://www.ilgiornale.it/resizer/v2/XV2GMW7Q2RLY7HE6KGMG7BR2TQ.png?auth=5b63666a9bbc1ea9cea04e70dc8f458361dca4451d569cbc6aa078589d02ef15&amp;smart=true&amp;width=1200&amp;height=900" type="image/png" height="900" width="1200"><media:description type="plain"><![CDATA[Fermo immagine video Youtube del Telegraph]]></media:description></media:content></item><item><title><![CDATA[Salta lungo quanto un tir: il record che nessuno riesce a battere]]></title><link>https://www.ilgiornale.it/news/altri-sport/salta-lungo-quanto-tir-record-che-nessuno-riesce-battere-2669087.html</link><guid isPermaLink="true">https://www.ilgiornale.it/news/altri-sport/salta-lungo-quanto-tir-record-che-nessuno-riesce-battere-2669087.html</guid><dc:creator><![CDATA[Paolo Lazzari]]></dc:creator><description><![CDATA[Il 7 agosto 1995, a Göteborg, il britannico Jonathan Edwards riscrive le leggi della fisica. 18 metri e 29 centimetri nel salto triplo: in trent’anni nessuno lo ha superato]]></description><pubDate>Sun, 24 May 2026 07:49:25 +0000</pubDate><content:encoded><![CDATA[<p><b>Jonathan Edwards</b> freme in pedana. Saltella per caricarsi, non è nervoso. Capello brizzolato prima del tempo, sorriso da brav'uomo, caviglie di gomma arabica. <b>È il 7 agosto 1995</b>, stadio Ullevi di Göteborg, cielo plumbeo, nuvole nere come presagi. Attorno a lui i Mondiali di atletica, la pista rossa, la fossa di sabbia che aspetta. Lui prende la rincorsa.</p><p><i>Hop, step, jump</i>. Un balzo, un passo, un salto. Tre fasi che devono fluire come un unico pensiero del corpo, senza interruzione, senza esitazione, senza l'ombra di un errore. Edwards le esegue con una precisione e una potenza ferali. Atterra. Il tabellone segna 18,16. <b>È il primo uomo nella storia</b> a superare la barriera dei 18 metri nel salto triplo. Lo stadio esplode. Lui sorride. Poi torna in pedana.</p><p>Al secondo tentativo <b>va ancora più lontano: 18,29</b>. La lunghezza di un autoarticolato. Il tabellone non è nemmeno attrezzato per segnare misure oltre i 18 metri — nessuno pensava che potesse servire. Quella è, forse, la fotografia più eloquente del prodigio appena compiuto: l'inadeguatezza delle nostre attese di fronte alla dismisura del reale. <b>Trent'anni dopo</b>, nessuno si è ancora avvicinato abbastanza da far tremare quel numero.</p><p>Lo stesso Edwards, anni dopo, confessa alla BBC con disarmante onestà: “Il fatto che nessuno abbia superato il mio record non è un bel segno per l'atletica leggera”. Una frase ricolma di inquietudine. È la consapevolezza di aver compiuto qualcosa che forse non avrebbe dovuto essere possibile, e che proprio per questo rimane sospeso nel vuoto come una domanda senza risposta.</p><p>C'è una dimensione quasi teologica in questa storia, e non è una metafora peregrina. Edwards è davvero <b>un uomo di fede profonda</b>. Per anni — seguendo l'insegnamento paterno e il terzo comandamento — si rifiuta di gareggiare la domenica, rinunciando a meeting e finali internazionali per rispettare il giorno del Signore. Una scelta che gli costa risultati, visibilità, forse medaglie. Poi, nel 1993, dopo una lunga meditazione, cambia idea. Ed è come se tutta quella energia trattenuta, tutta quella rinuncia accumulata, cerchi improvvisamente uno sfogo. Due anni dopo, <b>la deflagrazione a Göteborg</b>.</p><p>L'Équipe definisce l'impresa “una delle migliori prestazioni nella storia dell'atletica leggera”. Parole misurate, per un giornale che di atletica ne ha vista tanta. Una nota rivista americana titola: “Edwards mette a dura prova le nostre convinzioni”. Sì, proprio così. Perché un record che resiste trent'anni prova che certe imprese umane abitano un territorio dove la biomeccanica finisce e inizia qualcos’altro: chiamatelo talento assoluto, chiamatelo grazia. Chiamatelo come volete, ma succede.</p><p>Negli ultimi tre decenni, <b>solo altri sette atleti superano i 18 metri</b>. Uno solo tocca i 18,20. Nessuno si avvicina a quella cifra finale, a quel 18,29 che campeggia solitario in cima alle classifiche mondiali come una vetta himalayana che tutti venerano e nessuno riesce a scalare.</p><p>Edwards smette di saltare nel 2003. Diventa commentatore televisivo per Eurosport, voce pacata e competente sulle gare altrui. La vita lo porta anche lontano dalla fede: in un'intervista rivelatrice racconta di aver smesso di credere in Dio proprio come ha smesso di gareggiare, con la stessa quieta determinazione. Ma il salto resta lì, immobile e definitivo, a sfidare chiunque voglia cimentarsi con l'impossibile.</p><p><b>Trent'anni di solitudine sospesi nell'aria</b>. Diciotto metri e ventinove centimetri di eternità sportiva.</p><p><p align="left"><iframe allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" allowfullscreen="" frameborder="0" height="315" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" src="https://www.youtube.com/embed/skkcnRR9MiM?si=ya12TeIdkOCohu05" title="YouTube video player" width="560"></iframe></p></p>]]></content:encoded><media:content url="https://www.ilgiornale.it/resizer/v2/YYFSGALKMJMV3LMQHJ3BRI5INA.jpg?auth=a224e185b950524be2fc88f72826e7f8377af425d06418d75aa226a5bb8e87c6&amp;smart=true&amp;width=1200&amp;height=900" type="image/jpeg" height="900" width="1200"><media:description type="plain"><![CDATA[Il salto da record del mondo di Jonathan Edwards ]]></media:description></media:content></item><item><title><![CDATA[“Lo compra la Juve”. E i tifosi del Toro sabotano le fabbriche Fiat]]></title><link>https://www.ilgiornale.it/news/calcio/compra-juve-e-i-tifosi-toro-sabotano-fabbriche-fiat-2668937.html</link><guid isPermaLink="true">https://www.ilgiornale.it/news/calcio/compra-juve-e-i-tifosi-toro-sabotano-fabbriche-fiat-2668937.html</guid><dc:creator><![CDATA[Paolo Lazzari]]></dc:creator><description><![CDATA[Nel 1967 una farfalla riuscì a interrompere le linee di produzione del colosso piemontese: la possibile vendita di Gigi Meroni mandò in subbuglio la piazza granata]]></description><pubDate>Sun, 24 May 2026 05:00:32 +0000</pubDate><content:encoded><![CDATA[<p>Non se ne parla. Proprio no. Sono inferociti: prima si radunano in un manipolo, poi diventano centinaia. Quindi migliaia. Indossano maglie di colore granata e schiumano rabbia. Si opporranno in ogni modo a quello che sta per succedere, perché non è contemplabile che il loro idolo passi alla rivale cittadina. </p><p>Oggi che il derby della mole chiude l’ultima giornata di campionato, dissertare della rivalità tra Torino e Juventus significa anche riesumare episodi che hanno squassato la storia del paese: non solo quella sportiva. Anche quella sociale e politica. </p><p>È il 1967. L'estate torinese è un miscuglio di voci di mercato. Gigi Meroni - la stella dei granata - occupa l’apice della sua carriera, e in città circolano insistentemente le indiscrezioni di un suo passaggio alla Juventus. Sul piatto, settecentocinquanta milioni di vecchie lire — una cifra astronomica per l'epoca. Gianni Agnelli vuole la farfalla granata. La vuole davvero.</p><p>Meroni però non è semplicemente un calciatore. È un fenomeno culturale ante litteram, un uomo che anticipa di un decennio l'estetica della trasgressione gentile. Nato a Como nel 1943, arrivato al Torino nel 1964 per trecento milioni di lire — già allora una cifra record —, ha trasformato il suo personaggio in leggenda. Veste in modo eccentrico, si ferma per strada a intervistare i passanti chiedendo loro cosa pensino del calciatore Gigi Meroni, senza rivelare di essere lui. Custodisce nel suo illuminato repertorio serpentine che storidiscono, una visione anticipatrice del gioco, cumuli di fantasia che zampillano generosi. I tifosi granata lo adorano con la forza totalizzante di chi riconosce in un uomo non solo un campione, ma un simbolo. </p><p>E allora, quando la notizia del possibile trasferimento alla Juventus trapela, Torino non sta ferma. Si scatenano vere e proprie rivolte collettive: capannelli in piazza, scritte sui muri, tensioni che le forze dell’ordine faticano a domare. Ma è nelle officine che la storia si fa davvero epica. </p><p>La manodopera di fede granata nelle linee di montaggio della Fiat — la stessa azienda di proprietà della famiglia Agnelli — arriva a sabotare le automobili in produzione. Le macchine escono rigate, con pezzi mancanti, con volantini sul cruscotto che intimano agli Agnelli di togliere le mani dal Torino. Siamo nei giorni del lancio della Fiat 128, e quasi il quaranta per cento della produzione rischia di venire a mancare. </p><p>Non è una protesta. È una dichiarazione di sovranità. Gli operai granata non separano la fabbrica dallo stadio, il lavoro dall'appartenenza. Il messaggio all'Avvocato, recapitato con una chiarezza brutale, è: fin qui e non oltre.</p><p>La pressione convince il presidente del Torino Orfeo Pianelli — spaventato anche da minacce tutt'altro che velate — a rinunciare ai proventi della cessione. Meroni resta granata. Per un'ultima, disgraziata stagione. </p><p>La sera del 15 ottobre 1967, dopo un 4-2 alla Sampdoria, Meroni attraversa Corso Umberto con il compagno Fabrizio Poletti. Una Fiat 124 Coupé lo investe e lo trascina per decine di metri sull'asfalto. La farfalla granata muore qualche ora dopo, a ventiquattro anni. La tragedia è nella perfezione crudele del dettaglio: anche quella macchina è una Fiat. Come se il destino avesse voluto chiudere il cerchio con una certa dose di ironia nera.</p>]]></content:encoded><media:content url="https://www.ilgiornale.it/resizer/v2/TVAJSHCUQVLXTOCJSNHMUJ4FHY.jpg?auth=0081f17cf7c7e5601288ec07a1178bc3461ffbca966e64aeed9dc52b69421129&amp;smart=true&amp;width=1200&amp;height=900" type="image/jpeg" height="900" width="1200"/></item><item><title><![CDATA[La coppia che ha rubato 2 milioni di euro in monetine]]></title><link>https://www.ilgiornale.it/news/cronaca-internazionale/coppia-che-ha-rubato-2-milioni-euro-monetine-2668926.html</link><guid isPermaLink="true">https://www.ilgiornale.it/news/cronaca-internazionale/coppia-che-ha-rubato-2-milioni-euro-monetine-2668926.html</guid><dc:creator><![CDATA[Paolo Lazzari]]></dc:creator><description><![CDATA[Sedici tonnellate sottratte nell’arco di dieci anni nella cittadina di Kempten: storia di un furto prolungato, finito con l’arresto]]></description><pubDate>Sat, 23 May 2026 17:05:23 +0000</pubDate><content:encoded><![CDATA[<p>C’è qualcosa di profondamente inarrestabile e ancestrale, nel racconto che arriva in questi giorni da <b>Kempten</b>, placida sentinella dell’Algovia bavarese, dove l’ordine teutonico si è improvvisamente scoperto vulnerabile sotto il peso – letterale e metaforico – di <b>sedici tonnellate di monetine</b>. È l’impossibilità umana di resistere alla tentazione. Non cercate il glamour delle rapine a Place Vendôme, non inseguite il brivido digitale dei pirati del bitcoin o le architetture sofisticate dei paradisi fiscali. Qui la cronaca si fa materia bruta, metallo che stride, polvere di strada e uffici comunali. Qui il delitto ha il suono sordo dei due euro che cadono in un sacco di juta e il ritmo lento di una goccia che, anno dopo anno, scava un buco nel bilancio pubblico.</p><p>È la parabola di un uomo di quarant'anni, ex dipendente comunale, e di sua moglie, trentanovenne, che per un decennio hanno trasformato i <b>parchimetri </b>della città in un bancomat privato, un "affare di famiglia" capace di drenare quasi due milioni di euro. Moneta dopo moneta. Sono stati arrestati a marzo, dopo che la loro banca aveva segnalato un possibile riciclaggio di denaro per i costanti versamenti metallici.</p><p>Davanti al tribunale regionale, la coppia si è dichiarata colpevole. Nel loro racconto emerge l'anatomia di un <b>delitto metodico</b>, una routine criminale che per anni ha sbeffeggiato la leggendaria precisione teutonica. </p><p>Il martedì sera, mentre la città si avviava al riposo e prima dello svuotamento ufficiale dell'indomani, lui accedeva ai sistemi informatici. Cercava i parchimetri più ricchi, quelli con oltre 800 euro di incasso, o puntava su quelli guasti. Poi, con facilità disarmante, prelevava le chiavi dalla <b>cassaforte </b>del comune – “Chiunque avrebbe potuto prenderle”, ha ammesso – e andava a riscuotere il <b>bottino</b>. Le ricevute venivano gettate: per l'amministrazione quel denaro non era mai esistito.</p><p>Un circolo vizioso, una bramosia alimentatasi da sola. Tra il 2020 e il 2025, la procura contesta<b> 335 furti</b> per oltre 1,3 milioni di euro, a cui si aggiungono altri 600 mila euro dal 2015, prescritti ma citati come prova di un'attività incessante. Ma l'aspetto più grottesco risiede nel destino di quel tesoro di latta. Come si riciclano<b> due milioni</b> in pezzi da uno o due euro? In parte portandoli in banca con scuse vaghe, in parte infilandoli nei distributori Coinstar per convertirli in banali buoni della spesa.</p><p>Un edonismo provinciale ha divorato questo bottino. Nonostante l'enorme cifra, la coppia ha ammesso che non è rimasto nulla. Tutto dilapidato per un <b>tenore di vita altissimo</b>: auto di lusso, un allevamento di cavalli, lo sfarzo esibito in una comunità che si credeva al riparo da simili derive.</p><p>Oggi Kempten corre ai ripari cambiando serrature e controlli. I due complici, che rischiano fino a <b>dieci anni di carcere</b>, si scoprono anche divisi: si sono separati lo scorso agosto. L'ultimo dettaglio rasenta il sublime: nell'atto di dirsi addio, l'ex marito ha liquidato la consorte con una buonuscita di quindicimila euro. Ovviamente, in monetine.</p>]]></content:encoded><media:content url="https://www.ilgiornale.it/resizer/v2/R7S6DZQP2JO43M7WU3E65QPZ2U.jpg?auth=e17dc7ab2c59cadce2dbfbc51aa79af9c4e7f0c85005e0c484870ca916476a3b&amp;smart=true&amp;width=1200&amp;height=900" type="image/jpeg" height="900" width="1200"/></item></channel></rss>