<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><rss xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom" xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/" xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/" xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/" version="2.0" xmlns:media="http://search.yahoo.com/mrss/"><channel><title><![CDATA[News feed]]></title><link>https://www.ilgiornale.it</link><atom:link href="https://www.ilgiornale.it/arc/outboundfeeds/rss/autore/giorgio-ballario/" rel="self" type="application/rss+xml"/><description><![CDATA[ News Feed]]></description><lastBuildDate>Mon, 27 Jul 2026 19:08:01 +0000</lastBuildDate><language>it</language><ttl>1</ttl><sy:updatePeriod>hourly</sy:updatePeriod><sy:updateFrequency>1</sy:updateFrequency><item><title><![CDATA[Quell'assassino seriale a caccia di donne all'ombra della Madonnina]]></title><link>https://www.ilgiornale.it/news/quellassassino-seriale-caccia-donne-allombra-madonnina-2683447.html</link><guid isPermaLink="true">https://www.ilgiornale.it/news/quellassassino-seriale-caccia-donne-allombra-madonnina-2683447.html</guid><dc:creator><![CDATA[Giorgio Ballario]]></dc:creator><description><![CDATA[Paolo Roversi costruisce il suo nuovo romanzo a partire da una vicenda di "nera" anni Sessanta]]></description><pubDate>Wed, 24 Jun 2026 03:00:02 +0000</pubDate><content:encoded><![CDATA[<p>In libreria, così come al cinema e in televisione, il serial killer tira sempre. Lo sa bene il collaudato scrittore di gialli e thriller Paolo Roversi, che alla caccia degli assassini seriali ha dedicato un intero ciclo di romanzi con protagonista la profiler Gaia Virgili, poliziotta dell'Uacv (unità di analisi del crimine violento) e dell'Europol, l'equivalente europeo dell'Fbi americana.</p><p>Gaia Virgili è tornata da pochi giorni con il quarto capitolo della serie, E così per non morire (Sem), titolo mutuato da una vecchia canzone di Ornella Vanoni. Una storia ad alta tensione interamente ambientata a Milano, con una piccola puntata estiva sulla spiaggia di Rimini. In questo romanzo Roversi innesta sull'avvincente trama di fiction due temi realistici di grande efficacia narrativa.</p><p>Intanto fa svolgere l'intera indagine nell'arco del 2020, in coincidenza con il calvario della pandemia di Covid che tutti abbiamo ben conosciuto e sopportato: dai primi casi di infezione alle zone rosse, dal lockdown nazionale alle timide riaperture estive fino al secondo confinamento autunnale. E poi ripesca dagli archivi della memoria una serie di cold case che non sono mai stati risolti e che per tredici anni hanno terrorizzato il capoluogo lombardo: il mistero del cosiddetto Mostro di Milano, il killer delle donne sole.</p><p>Di questo mostro (all'epoca non si usava ancora la definizione anglosassone) si occupa anche un altro libro uscito di recente, il Manuale dei serial killer italiani, edito da Mimesis e scritto da Matteo Curtoni, Elisabetta Montanari e Maura Parolini. Alla voce specifica così scrivono gli autori: "Tra il 1963 e il 1976 otto donne vengono trucidate con ferocia inaudita. Le vittime vengono colpite quasi tutte in un triangolo ristretto del centro città, tra il Castello Sforzesco, la Stazione Centrale e piazza Cordusio: prostitute, gestori di pensioni, impiegate, stiliste. Profili diversi per età e condizione sociale, ma accomunati da una morte violenta inflitta quasi sempre con un coltello dalla lama lunga 12-15 centimetri e con le stesse modalità: l'aggressione alle spalle, la furia incontrollabile, l'accanimento sul volto".</p><p>Da principio, ogni omicidio viene trattato come un caso a sé: un cliente impazzito, una rapina finita male, un regolamento di conti nel mondo della malavita milanese. La città è troppo impegnata a contare i morti degli scontri politici, delle bombe, delle sparatorie tra bande criminali. "In quegli anni Milano brucia: le lotte operaie, il Sessantotto, la strage fascista di Piazza Fontana che spacca in due la storia del Paese, Francis Turatello che scala la gerarchia della Mala a colpi di lupara. Gli omicidi di donne indifese finiscono in fondo alla lista delle priorità, vengono archiviati in fretta e dimenticati ancora più in fretta".</p><p>Quando Gaia Virgili, profiler in servizio alla sede centrale dell'Europol a L'Aia, viene chiamata a Milano per dare una mano alla polizia italiana a risolvere il caso di due donne uccise a coltellate, nessuno può ancora intuire che dietro quegli omicidi si celi la mano di un serial killer. E tanto meno si può immaginare un legame con l'orribile serie di femminicidi compiuti mezzo secolo prima. Per la super-poliziotta italiana sarà una lunga discesa verso gli inferi, affrontata in una Milano spettrale e impaurita dal micidiale Coronavirus con la sola compagnia della collega olandese Karen Hahn, venuta a visitarla e rimasta bloccata in Italia a causa del lockdown.</p><p>"La mia è una storia di fiction", spiega Paolo Roversi, "ma affonda le radici in una verità che ancor oggi continua a chiedere giustizia. Le donne uccise a Milano negli anni Sessanta e Settanta i cui nomi compaiono cambiati nel romanzo sono vittime vere. Delitti realmente accaduti, che hanno segnato un'epoca e una città. Per quegli omicidi nessuno ha pagato. Nessuno è stato catturato. Nessuno è stato giudicato in un'aula di tribunale. Da qui nasce il bisogno di dare un senso narrativo a una ferita rimasta aperta, di costruire un quadro possibile, una trama capace di tenere insieme frammenti dispersi nella cronaca e nel silenzio".</p><p>Oltre a Gaia e all'amica olandese, la terza grande protagonista di questo thriller adrenalinico è Milano, o per meglio dire due diverse Milano: quella del 2020, agonizzante e deserta nei giorni della pandemia; e quella del passato, rivissuta nel corso dell'indagine attraverso i vecchi articoli dei giornali che si occuparono degli omicidi, in particolare La Notte e il Corriere d'Informazione, quotidiani della sera ormai scomparsi da decenni. Dalle cronache degli anni Sessanta si scopre ad esempio il fenomeno, allora all'avanguardia, delle prime clacson girl, vale a dire delle prostitute dotate di patente che ricevevano i clienti in automobile e in caso di retate della polizia erano svelte a scappare e a trasferirsi in un'altra zona. Furono due di loro le prime vittime del vero Mostro di Milano, che le uccise a coltellate nel 1963 nel quartiere Greco e l'anno dopo a Lacchiarella. Delitti tuttora impuniti.</p>]]></content:encoded><media:content url="https://www.ilgiornale.it/resizer/v2/YG6YFWPIQBK43M7HBVKVWF3TMI.jpg?auth=a78a34697e084b2981c4624f5f4010fd15867514c164fc79665cd535d34df600&amp;smart=true&amp;width=1200&amp;height=900" type="image/jpeg" height="900" width="1200"/></item><item><title><![CDATA[Tanti auguri a Fruttero che vestì di "pop" la letteratura italiana]]></title><link>https://www.ilgiornale.it/news/letteratura/tanti-auguri-fruttero-che-vest-pop-letteratura-italiana-2654409.html</link><guid isPermaLink="true">https://www.ilgiornale.it/news/letteratura/tanti-auguri-fruttero-che-vest-pop-letteratura-italiana-2654409.html</guid><dc:creator><![CDATA[Giorgio Ballario]]></dc:creator><description><![CDATA[Assieme a Lucentini ha portato avanti una rivoluzione fatta di gialli e fantascienza]]></description><pubDate>Wed, 22 Apr 2026 04:26:09 +0000</pubDate><content:encoded><![CDATA[<p>La figlia Carlotta ha raccontato in un'intervista: «Al momento della mia nascita papà era fuori per lavoro e quando si presentò in ospedale la nonna Silvia, suocera da lui amatissima, gli corse incontro esclamando: Carlo, è nata finalmente!. Ah, sì? E come si chiama? chiese lui». In questo piccolo aneddoto familiare c'è tutto Carlo Fruttero (1926 - 2012), di cui quest'anno ricorrono i cento anni dalla nascita: l'ironia, la leggerezza, l'umorismo surreale e l'abilità di saper stupire con eleganza.</p><p>Il vero centenario ricorrerà il 19 settembre e l'evento clou sarà in programma a Castiglione della Pescaia, il paese toscano dove Fruttero ha vissuto gli ultimi anni della sua vita ed è morto nel 2012, ma le celebrazioni sono già partite in varie città italiane. Il 23 aprile, ed esempio, nella giornata mondiale del libro, debutta a Torino il Club Fruttero, istituto promosso dalla Fondazione Mondadori e dalle eredi Maria Carla e Federica per valorizzare il patrimonio letterario e culturale di uno dei più straordinari ed eclettici protagonisti dell'editoria italiana negli anni Sessanta, Settanta e Ottanta. L'uomo che insieme con Franco Lucentini ha reinventato il giallo italiano (con La donna della domenica e A che punto è la notte), tradotto e portato in Italia grandi autori inglesi e americani per Einaudi, inventato la fantascienza italiana curando per anni le collane di Urania per Mondadori.</p><p>Debutta al Circolo dei Lettori di Torino una mostra che ricostruisce la lunga attività editoriale di Carlo Fruttero attraverso materiali d'archivio, testi, citazioni, oggetti e dispositivi interattivi, un progetto della Fondazione Mondadori in collaborazione con l'università Iulm e la Regione Lombardia che in seguito toccherà Milano, Siena, Pistoia fino ad arrivare a Castiglione della Pescaia, laddove riposano le spoglie Fruttero, sepolto insieme all'amico Italo Calvino.</p><p>Poi, la sera, sempre al ristorante del Circolo, si svolgerà una cena letteraria nella quale ogni tavolo diventerà uno spazio di conversazione e di lettura condivisa per rievocare i libri di Fruttero come in un salotto letterario: sette tavoli su sette argomenti con altrettanti esperti frutteriani a condurre il gioco: Donne informate sui fatti con Carlotta Fruttero, Mutandine di chiffon con Federica Fruttero, A che punto è la notte con Paolo Verri, Ti trovo un po' pallida con Annalena Benini, direttrice del Salone del Libro, Fruttero giornalista con Francesca Sforza, Urania con Franco Forte e Da una notte all'altra con Giuseppe Culicchia, scrittore e direttore del Circolo dei Lettori.</p><p>È proprio Culicchia a sottolineare l'importanza e l'attualità di Fruttero nella cultura italiana: «Ha saputo, con i suoi cento anni, restare contemporaneo di tutti noi, non solo per quanto ha scritto per conto suo o con Lucentini ma anche per ciò che ha amato leggere - eterno ragazzo incantato dai classici - e pubblicare: vedi la fantascienza di Urania, capace di anticipare il nostro presente. Quanto alla famosa prevalenza del cretino, da lui postulata assieme al compagno di scorribande letterarie, beh: chissà che cosa potrebbero ricavare oggi, quei due, da quel pozzo senza fondo che sono i famosi cosiddetti social».</p><p>Molti conoscono e apprezzano il Fruttero scrittore, altri ne sottolineano l'importanza come traduttore dall'inglese (Beckett, Salinger, Nathanael West, Thornton Wilder,</p><p>Stevenson e tanti altri), ma forse si sottovaluta la straordinaria attività sua e di Lucentini come scopritori e promotori in una narrativa popolare di qualità che in Italia era pressoché sconosciuta: la fantascienza. Lo spiega Franco Forte, attuale direttore di Urania oltreché del Giallo Mondadori e di Segretissimo: «Negli anni Sessanta diedero vita a un sodalizio editoriale contrassegnato dalla sigla F&amp;L, rigorosamente con la &amp; commerciale perché ritenevano il loro lavoro qualcosa di molto vicino all'imprenditorialità da fabbrica, quella che nella casa editrice da cui provenivano, l'Einaudi, era considerata il motore pulsante dell'intellighentia del dopoguerra. L'incarico più importante che gli venne affidato era anche quello apparentemente più in contrasto con la qualità intellettuale di questo straordinario duo: Urania, collana di fantascienza. In Einaudi Fruttero aveva avuto come compagni di banco editor del livello di Italo Calvino, Cesare Pavese, Natalia Ginsburg, Elio Vittorini, eppure oltre all'amore per il giallo, per Dickens e per la narrativa tout court, decisero di intraprendere la più ardua delle sfide: curare una collana di narrativa super popolare che non faceva sconti alla loro passione per la letteratura. E ci riuscirono benissimo, per quasi 25 anni, portando Urania nella storia editoriale».</p><p>Senza contare le molte altre curatele di antologie e iniziative editoriali di genere pop, come raccolte poliziesche e horror, pubblicazioni di storia militare e sulla spionaggio, persino la traduzione delle strisce del fumettista americano Johnny Hart (su tutte, B.C. e Il Mago Wiz). Il sodalizio F&amp;L andò avanti per oltre quarant'anni, sino a quando Lucentini, di sei anni più vecchio dell'amico, non decise di mettere la parola fine in un caldo pomeriggio d'agosto del 2002, gettandosi dalla tromba delle scale dell'antico palazzo dove abitava. Pochi mesi prima era uscito Il cretino in sintesi, l'ultimo volume della fortunata trilogia di Mondadori sul fenomeno che Guido Ceronetti ha definito «la condizione umana, il nostro destino storico, l'apogeo della civiltà, l'impronunciabile prevalenza del cretino».</p><p>In realtà da alcuni anni La ditta, come loro stessi chiamavano la loro unione, esisteva più che altro sulle copertine dei libri. Fruttero aveva lasciato Torino e si era trasferito a vivere in Toscana e la loro bottega artigiana aveva quasi chiuso i battenti. «La vecchiaia è un aggiustamento continuo con cacciavite e chiave inglese. Tiri avanti», aveva commentato Fruttero rimasto orfano di Lucentini.</p>]]></content:encoded><media:content url="https://www.ilgiornale.it/resizer/v2/ZGX65WXFXJIMTCYSF4552F3SNM.jpg?auth=15efb00fa3bb46209a5599b59ba8c722da6948ee93c0a6be3516061d038369ed&amp;smart=true&amp;width=1200&amp;height=900" type="image/jpeg" height="900" width="1200"/></item><item><title><![CDATA[Cos'è il Perù per Vargas Llosa (e Vargas Llosa per il Perù)]]></title><link>https://www.ilgiornale.it/news/cos-vargas-llosa-e-vargas-llosa-2650940.html</link><guid isPermaLink="true">https://www.ilgiornale.it/news/cos-vargas-llosa-e-vargas-llosa-2650940.html</guid><dc:creator><![CDATA[Giorgio Ballario]]></dc:creator><description><![CDATA[Quello tra lo scrittore premio Nobel e il suo Paese è un rapporto di amore e odio che si ritrova in tutti i suoi libri]]></description><pubDate>Tue, 14 Apr 2026 03:00:02 +0000</pubDate><content:encoded><![CDATA[<p>Vargas Llosa e il Perù: una lunga storia di amore e odio che Gabriella Saba racconta nel volume In Perù con Mario Vargas Llosa (Giulio Perrone Editore, pagg. 132 pagine, euro 16). Non è una guida turistica né un saggio letterario sullo scrittore premio Nobel nel 2010, bensì un'immersione profonda nel mondo dell'autore peruviano, un viaggio appassionato tra i personaggi e le ambientazioni dei suoi romanzi.</p><p>Vargas Llosa amava il Perù, ma per molto tempo lo ha anche detestato. Di sicuro dal 1990 in poi, da quando volle imbarcarsi nella folle avventura delle elezioni presidenziali e il suo popolo gli voltò le spalle, preferendogli l'allora oscuro candidato Alberto Fujimori. Lo scrittore simbolo del Perù lasciò sdegnato la patria per l'Europa, prima per Londra, poi per Parigi e infine fermandosi a Madrid, scegliendo un autoesilio di trentadue anni. Tornò a Lima soltanto nel 2022, per morirvi giusto un anno fa, il 13 aprile del 2025, all'età di 89 anni.</p><p>Gabriella Saba parte proprio da qui, dalle ultime foto che pochi mesi prima della morte lo ritraggono mentre visita dopo decenni i luoghi della sua giovinezza, gli stessi che aveva scelto per ambientare le sue opere più famose: il quartiere Miraflores dov'è cresciuto e dove si svolgono i romanzi La città e i cani e Conversazione nella Cattedrale, il collegio militare Leoncio Prado a Callao, dove lo stesso Vargas Llosa studiò due anni da cadetto, il rione bohémien di Barranco nel quale il suo alter ego Santiago Zavala va a vivere quando inizia a fare il giornalista, la zona caotica e multietnica di La Victoria e in particolare Huatica, dove i cadetti andavano in libera uscita bazzicando "la strada dei bordelli che oggi si chiama Jirón Renovación e di quei tempi non conserva postriboli né malaffare, benché resti pericolosa e centro del microtraffico di droga".</p><p>Una Lima che in Storia di Mayta Vargas Llosa descrive come "putrida, desolata, brutta, infestata dai topi e dagli scarafaggi", oltreché livida e umida: nelle pagine di Conversazioni nella Cattedrale le parole "grigio" e "nebbia" riferite al clima cittadino appaiono trenta volte e la pioggia sottile della costa, la famosa garúa, cade di continuo in questo o quel quartiere. Eppure negli ultimi anni lo scrittore è tornato ad abitare lì dove tutto è iniziato, in un elegante e luminoso appartamento di Barranco affacciato sul mare, nel quartiere degli artisti, dei locali alla moda, dei giovani, degli architetti più sfrontati, dei palazzi colorati e dei murales.</p><p>E proprio alla sua città e al suo popolo è dedicato l'ultimo, malinconico romanzo di Vargas Llosa, Le dedico il mio silenzio, pubblicato nel 2024, un viaggio a ritroso nel tempo alla ricerca delle radici della musica popolare peruviana, in particolare i valses criollos, frutto della fusione fra le melodie di origine spagnola e i ritmi africani. In questo libro si ritrova lo splendore del centro coloniale degli anni Cinquanta, le strade piene di vita e di locali alla moda, frequentate da intellettuali e politici e la presenza di caffè francesi, negozi di gioielli e di abiti di lusso che mettevano Lima sullo stesso blasonato piano di Buenos Aires.</p><p>Ma Vargas Llosa non è solo Lima. È anche Arequipa, dove nacque e trascorse i primi anni di vita; è Piura, nel nord, dove lo scrittore visse e ambientò La casa verde; è l'Amazzonia peruviana, teatro delle tragicomiche imprese di Pantaleòn e le visitatrici; e sono le cordigliere dove l'autore colloca una delle sue storie più cupe (Il caporale Lituma sulle Ande), eco dell'epoca sanguinaria del terrorismo di Sendero Luminoso.</p>]]></content:encoded><media:content url="https://www.ilgiornale.it/resizer/v2/UIOMICHNMVIZLMR5EHU5IVIU7U.jpg?auth=d64ed993d8b41581beea71380e1aa0609c7df8b336559dc66b5a3c084dd16a2b&amp;smart=true&amp;width=1200&amp;height=900" type="image/jpeg" height="900" width="1200"/></item><item><title><![CDATA[Così scoppiò la guerra criminale per il controllo delle borgate]]></title><link>https://www.ilgiornale.it/news/letteratura/cos-scoppi-guerra-criminale-controllo-delle-borgate-2648083.html</link><guid isPermaLink="true">https://www.ilgiornale.it/news/letteratura/cos-scoppi-guerra-criminale-controllo-delle-borgate-2648083.html</guid><dc:creator><![CDATA[Giorgio Ballario]]></dc:creator><description><![CDATA["La gang delle tre B" di Massimo Lugli è ispirato ai veri fatti di cronaca nera che insanguinarono le strade della Capitale per almeno tre anni]]></description><pubDate>Wed, 08 Apr 2026 03:45:29 +0000</pubDate><content:encoded><![CDATA[<p>Prima della Banda della Magliana, della famiglia Casamonica, delle cosche calabresi. Prima di tutti loro a Roma c'è stata una gang che per un breve periodo ha dettato legge e ha rivoluzionato la criminalità della Capitale. Era il Clan dei Marsigliesi, un'organizzazione che a metà degli anni Settanta ha spadroneggiato e seminato il terrore in una città che fino ad allora aveva sempre conosciuto una delinquenza casereccia e arruffona, mini bande di borgata dedite più che altro a furti, usura, estorsioni, prostituzione. Gente senza grande spessore criminale, che al mitra preferiva il coltello.</p><p>Loro, i marsigliesi, erano di tutt'altra pasta. Giovani, coraggiosi, spietati. Ma anche eleganti, sbruffoni, amanti del lusso. Per colpa loro Roma fece conoscenza con le rapine violente, il traffico di eroina e i sequestri di persona e dal quel momento nulla è stato più come prima. Cinquant'anni dopo, l'epopea tragica del Clan dei Marsigliesi torna alla ribalta con un romanzo noir di Massimo Lugli, La gang delle tre B (Newton Compton, pagg. 288, 12,90 euro), dove le tre B sono le iniziali dei cognomi dei personaggi di fantasia che compaiono nel libro (Jean Burattier, Paul Battiglieri e Matteo Bernardini, da pronunciare rigorosamente con l'accento sulla i finale). Ma erano anche le iniziali dei veri capi dei marsigliesi: Albert Bergamelli, Jacques Berenguer e Maffeo Lino Bellicini, nato a Brescia ma cresciuto nel sud della Francia.</p><p>L'intero romanzo è infatti giocato sul rimando a fatti e personaggi reali visti con gli occhi di due underdog di borgata, i fratelli Aldo e Gianni Salustri, figure minori del milieu romano anarchico e straccione, a metà strada tra i film neorealisti di Pasolini e i poliziotteschi di quel periodo, tipo Roma a mano armata. I due fratelli, soprannominati Paperino e Topolino, cercano di restare a galla nel mondo antico dei barabba alla vaccinara dove il crimine è ancora una piccola impresa artigiana e non un delitto su scala industriale. Paperino, più grande di dieci anni, prova a educare il fratellino ai furti d'auto facendo attenzione che non si vada a ficcare in guai più grossi.</p><p>Ma quando arrivano i marsigliesi con i mitra, le auto di grossa cilindrata, i soldi facili e i metodi da gangster, per la delinquenza borgatara il destino è già segnato: «Gente dura, i francesi. Se la sono vista coi sindacati corrotti dei portuali di Marsiglia, la mafia corsa, le gang di pied noir, la polizia più criminale dei criminali, i massoni, i neonazisti. Una malavita diversissima da quella romana, dove ognuno si fa i cazzi suoi e cerca di coltivarsi l'orticello privato. Questi sono un'altra cosa: chi non è con noi è contro di noi, vivere in fretta, morire giovani e avere un bel cadavere».</p><p>Nel romanzo di Lugli, il cambio di passo avviene quando i marsigliesi decidono di prendersi Roma, con o senza l'aiuto della vecchia malavita di Testaccio e Trastevere. Un paio di piccoli boss rionali pagano con la vita il rifiuto ad allearsi ai francesi, gli altri si accodano per paura o ambizione e si accontentano di fare da manodopera alla gang delle tre B. Ma Roma non è Marsiglia e nemmeno Milano, dove pochi anni prima i banditi transalpini avevano messo a segno una rapina storica: «Un'azione di guerra in pieno centro, roba mai vista, con un commando di sette uomini, raffiche di mitra, colpi di pistola, gli operai di un cantiere che hanno scagliato mattoni contro i banditi, sparatoria coi poliziotti e la fuga con l'incredibile bottino di 350 milioni. L'intero Paese sotto shock, titoli sui giornali che evocavano la Chicago anni Trenta, polemiche sulla sicurezza». A Roma ci vuol poco a mettersi nei guai. Specie se una rapina alle Poste si conclude con l'omicidio di un poliziotto, se il sequestro della figlia di un ricco commerciante finisce con l'arresto di un carceriere poco accorto, se la mafia siciliana fa venir meno il suo appoggio. E se qualcuno parla. Il crollo dei nuovi padroni della Capitale è repentino, immediato. E con loro cadono gli ingenui che avevano sognato troppo in grande, come il povero Topolino. Anche in questo caso l'autore gioca con i nomi ma cita episodi veri, come il sanguinoso colpo all'ufficio postale di piazza dei Caprettari e i rapimenti di Gianni Bulgari, erede di una delle più famose gioiellerie del mondo, del figlio del finanziere Umberto Ortolani, del re del caffè Alfredo Danesi.</p><p>La folle stagione romana della gang delle tre B dura più o meno tre anni. Bergamelli viene arrestato il 29 marzo del 1976 e Bellicini cinque mesi più tardi, mentre Berenguer è costretto a fuggire a New York, dove finirà in manette nel 1980. L'esempio marsigliese, tuttavia, ha fatto scuola e quando tramonta il mito dei banditi francesi all'orizzonte già si intravede chi è pronto a raccoglierne il testimone: «Da chi credi abbia imparato la Banda della Magliana?», spiega nel romanzo il vecchio cronista Ugo Mannoni a un giovane collega. «Qualcuno aveva lavorato per i marsigliesi con ruoli secondari, molti altri ne erano semplicemente affascinati e hanno cercato di riproporre lo stesso modello in salsa romana».</p>]]></content:encoded><media:content url="https://www.ilgiornale.it/resizer/v2/K4GWAMGLJ5PCTMNOBXLKCQGV6U.jpg?auth=f38087ff75e3f7c459851eaa8c750aade80f224d44171e7d10bf95bab8d22e15&amp;smart=true&amp;width=1200&amp;height=900" type="image/jpeg" height="900" width="1200"/></item><item><title><![CDATA[È proprio ora di liberare "Il signore degli anelli" dagli spettri dell'ideologia]]></title><link>https://www.ilgiornale.it/news/proprio-ora-liberare-signore-degli-anelli-dagli-spettri-2645796.html</link><guid isPermaLink="true">https://www.ilgiornale.it/news/proprio-ora-liberare-signore-degli-anelli-dagli-spettri-2645796.html</guid><dc:creator><![CDATA[Giorgio Ballario]]></dc:creator><description><![CDATA[Il saggio di Rick DuFer cerca di restituire ai lettori il senso dell'opera del filologo britannico]]></description><pubDate>Wed, 01 Apr 2026 03:00:03 +0000</pubDate><content:encoded><![CDATA[<p>Tolkien, Tolkien e ancora Tolkien. Negli ultimi vent'anni la popolarità del professore di Oxford, creatore dell'epopea della Terra di Mezzo e della cosmogonia del Silmarillion, ha conosciuto una vera impennata, frutto anche del successo planetario della trilogia cinematografica diretta da Peter Jackson, Il Signore degli anelli (uscita nel 2001, 2002 e 2003). E come accade sempre in questi casi, in molti hanno cominciato a tirare l'autore per la giacchetta provando a trascinarlo dalla propria parte.</p><p>Così John Ronald Reuel Tolkien è diventato un vero caso nazionale, quando per decenni la cultura ufficiale italiana l'aveva sostanzialmente snobbato: pubblicata nel Regno Unito nel 1955, la versione completa de Il Signore degli anelli è arrivata in Italia soltanto quindici anni più tardi grazie alla scommessa dell'editore Rusconi e all'impegno di Elémire Zolla e Quirino Principe; mentre anni prima, nel 1962, il romanzo era stato bocciato senza appello da Mondadori su consiglio di Elio Vittorini e Vittorio Sereni.</p><p>Patrimonio per decenni della destra giovanile (sul finire degli anni Settanta gli incontri estivi dell'ala rautiana del Msi si chiamavano Campi Hobbit), è stato proprio il governo Meloni a promuovere la grande mostra itinerante Tolkien: uomo, professore, autore, che ha girato le principali città italiane. Di recente, tuttavia, da sinistra è partita un'agguerrita campagna per appropriarsi della Terra di Mezzo, prima con la rilettura in chiave neo-marxista da parte del collettivo di scrittori Wu Ming e pochi mesi fa con una bellicosa dichiarazione della segretaria del Pd Elly Schlein: "Dobbiamo riprenderci Tolkien".</p><p>Una querelle politica assai provinciale e molto lontana dalle vere origini dell'opera tolkieniana. Lo sottolinea in un libro appena uscito anche il filosofo, divulgatore e youtuber Rick DuFer, al secolo Riccardo Dal Ferro, ideatore del podcast filosofico Daily Cogito, che raccoglie due milioni di ascoltatori mensili. In Il pensiero incoraggiante. Tolkien in difesa del presente (Bompiani, 18 euro), DuFer fa piazza pulita delle interpretazioni forzate del Signore degli anelli e delle altre opere di Tolkien.</p><p>"In questi anni si è cercato di far dire a Tolkien ogni cosa", scrive il filosofo youtuber. "Ad esempio di piegare la sua opera a dottrine gnostiche, facendo passare un'interpretazione simbolista che neanche lontanamente era nella mente dell'autore. Altri libri lo legano alle tradizioni e interpretazioni più disparate, lo trasformano in icona religiosa o in ateo miscredente". Per non parlare delle esegesi politiche, soprattutto nel nostro Paese. "Ci sono state fantasiose interpretazioni che danno risalto al razzismo e al suprematismo della sua opera, vista come l'espressione di un conservatorismo retrogrado, antimodernista e reazionario. Poi, con la riscoperta mediatica, si è tentato di portarlo a sinistra: gli Ent diventavano l'urlo del pianeta ferito dalla malvagità del progresso, gli Hobbit si trasformavano in comunità dedite al socialismo e alla decrescita felice, Saruman e Sauron in terribili imprenditori avidi e desiderosi soltanto di avere più potere, più denaro, più successo".</p><p>Ovviamente nulla di tutto ciò è presente nei romanzi dell'autore inglese e tanto meno nel suo pensiero di uomo e scrittore. "Sono interpretazioni di parte, che prendono solo ciò che fa comodo e tralasciano quel che non si allinea alla propaganda", sottolinea DuFer.</p><p>L'autore di Il pensiero incoraggiante se la prende anche con la tendenza, questa invece tutta internazionale, di rileggere l'opera tolkieniana attraverso serie televisive distorte e fuorvianti. A cominciare da The Rings of Power, dove gli autori ribaltano i concetti chiave dei libri del professore di Oxford: tanto per fare un paio di esempi, la figura angelica di Galadriel diventa una capricciosa despota che sembra attratta addirittura dal malvagio Sauron e gli orchi sono onesti padri di famiglia spaventati da una guerra che non vogliono. Rick DuFer è tranchant: "Si tenta di cancellare con un colpo di spugna la presenza del divino dall'opera di Tolkien, trasformandola in un brodo politicamente corretto il cui unico fine è quello di divertire un pubblico che si illuderà di aver capito che cosa si nascondesse in questi libri così famosi e così importanti".</p><p>La stessa cosa, aggiunge, avviene nel film d'animazione Il Signore degli anelli La guerra dei Rohirrrim di Kenji Kamiyama (2024) nel quale, rispetto alla storia originale, si introducono personaggi inventati "per rispondere alla necessità di inserire figure femminili forti nella narrazione tolkieniana, oggi considerata troppo maschilista".</p><p>In quest'epoca intelligenza artificiale, algoritmi onniscienti e guerre robotizzate, Rick DuFer invita invece a rileggere l'opera di Tolkien come "uno straordinario manuale di istruzioni contro il nichilismo che avanza, dove potremo riconoscere gli Spettri dell'Anello e lo stesso Signore Oscuro, di cui troppo spesso, ahimè, non siamo vittime, ma seguaci". Il pensiero incoraggiante che illumina la via di Frodo, detentore dell'anello, può aiutare anche noi lettori nella vita di ogni giorno.</p>]]></content:encoded><media:content url="https://www.ilgiornale.it/resizer/v2/HBNC7DICKFLUPARE6PAWDC73Y4.jpg?auth=3539f06aeceb69cfedb3881b766f690eacfb71b9c06cb58a20634d6a565bc7df&amp;smart=true&amp;width=1200&amp;height=900" type="image/jpeg" height="900" width="1200"/></item><item><title><![CDATA[Il ritorno scorretto di Franz Zazzi è un toccasana contro il buonismo]]></title><link>https://www.ilgiornale.it/news/letteratura/ritorno-scorretto-franz-zazzi-toccasana-contro-buonismo-2641711.html</link><guid isPermaLink="true">https://www.ilgiornale.it/news/letteratura/ritorno-scorretto-franz-zazzi-toccasana-contro-buonismo-2641711.html</guid><dc:creator><![CDATA[Giorgio Ballario]]></dc:creator><description><![CDATA[Franz Zazzi era il personaggio co-protagonista di Il paese delle meraviglie, uno dei primi romanzi di Giuseppe Culicchia, uscito nel 2004]]></description><pubDate>Sun, 22 Mar 2026 04:59:44 +0000</pubDate><content:encoded><![CDATA[<p>Franz Zazzi era il personaggio co-protagonista di Il paese delle meraviglie, uno dei primi romanzi di Giuseppe Culicchia, uscito nel 2004. E che personaggio! Amico della voce narrante Attila, cioè l’alter ego dell’autore, Zazzi era il vulcanico compagno di banco ripetente, teppistello, anarchico e persino un po’ nazista che trascinava il quindicenne Attila alla scoperta del mondo in un piccolo centro della provincia piemontese sul finire degli anni Settanta. Ora, ventidue anni più tardi, Zazzi è tornato. Con un libro tutto suo.</p><p>S’intitola Uah!, lo pubblica Mondadori e il sottotitolo («Vita e opinioni di Franz Zazzi, gentiluomo») fa il verso al Tristram Shandy di Laurence Sterne, anche se il personaggio culicchiano è tutt’altro che un gentiluomo. Ex rapinatore, galeotto, spacciatore di droga e lui stesso tossico, commesso in un sex shop, guardia del corpo di una pornostar, misogino, razzista ed eccessivo in tutto, Zazzi è prima di tutto un uomo libero, esuberante, vitalista e senza filtri. Un reperto degli anni Ottanta sopravvissuto in questo nuovo millennio dove sembrano dominare correttezza politica, wokismo, conformismo e ipocrisia.</p><p>Uah! è un romanzo che non è un romanzo, non solo per le dimensioni (sono poco più di 150 pagine) ma soprattutto per la forma: non c’è struttura, non c’è trama, non ci sono capitoli né personaggi. Il libro è un lungo flusso di coscienza gergale e sgrammaticato che lo stesso Franz Zazzi riversa sul vecchio compagno di scuola, ora diventato scrittore affermato, il racconto in prima persona dei suoi ultimi quarant’anni di vita. La debordante narrazione va da quando in una cella di San Vittore Zazzi si è accorto di esser diventato protagonista di un romanzo scritto dall’amico Attila, detto «Pè» (vale a dire Il paese delle meraviglie), sino al presente, che lo coglie invecchiato, imbolsito e in parte pacificato in un’isoletta delle Egadi, dove accompagna in mare i turisti a bordo della sua imbarcazione battezzata Eva B.. Dove la B sta per Braun, cioè l’amante di Hitler.</p><p>Dopo aver scritto romanzi controversi come quello sul cugino ucciso dalla polizia, il brigatista Walter Alasia, e un altro sulla morte di Sergio Ramelli, il giovane missino massacrato a sprangate negli anni Settanta dagli ultrà di sinistra, ora Giuseppe Culicchia sceglie una figura</p><p>di fantasia altrettanto scomoda e in grado di scandalizzare i benpensanti del pensiero unico.</p><p>«Zazzi è un personaggio sopra le righe», spiega, «un vec chio punk, una specie di Gassman quando interpreta Bruno Cortona nel film Il sorpasso. Si ribella all’autore e vuole descriversi da solo, in modo libero. E lo scrittore non lo deve giudicare». Eppure c’è da pensare che molti storceranno il naso di fronte a passaggi di questo genere: «Per me la parola compagni mi evoca ’sti cazzo di sinistri che ogni anno rompono i coglioni con ’sto 25 aprile, manco se la guerra l’avessero vinta lorsignori. Ci si è messo il mondo intero contro il Führer, si sappia, il mondo intero, altrimenti col cazzo che lo sconfiggevano: tutta colpa di quel verme di Badoglio, tra l’altro, che stava capo di Stato Maggiore del Regio Esercito quando Sepp Dietrich e quegli splendidi ragazzoni della prima divisione panzer delle Ss, la Leibstandarte Ss Adolf Hitler, sono dovuti intervenire per toglierci le castagne dal fuoco in Grecia, perché se i tedeschi avessero potuto attaccare la Russia come prestabilito ai primi di maggio del 1941 anziché il 22 di giugno, per cui con le truppe corazzate del generale Hoth prendevano Mosca prima dell’inverno, quella cazzo di guerra ti dico la vincevamo, porca troia non so se ti rendi conto, scrivilo a caratteri cubitali, LA GUERRA LA VINCEVAMO».</p><p>Insomma, non capita spesso di leggere in un romanzo contemporaneo un’invettiva così apertamente filo-nazista, che sembra quasi uscita dalla penna di Dante Virgili (il quale, peraltro, nazista lo era per davvero). Culicchia non si scompone: «Negli ultimi anni si è diffusa una deriva pericolosa, l’idea è che le storie debbano essere eticamente in regola. Ma il mondo non è eticamente in regola. Se come scrittore posso raccontare solo storie edificanti, con personaggi che parlano e si comportano in modo politicamente corretto, allora non sto raccontando il mondo: ne sto inventando uno che non esiste». Di Zazzi è pieno l’universo, lascia intendere l’autore, perciò è giusto e legittimo scriverne.</p><p>Tanto più che anche il “povero” Franz è costretto a pagar dazio alla contemporaneità, quando al termine delle sue peripezie cerca di riallacciare i rapporti con la figlia Francesca, per la quale è sempre stato un padre assente. E scopre che Francesca è diventata “Paolo”, è fidanzata con una ragazza che alla nascita era un maschio ed ora il/ stanno cercando insieme di avere un figlio. A quel punto anche il vecchio punk che nella vita ne ha viste di cotte e di crude cede allo sconforto: «Sarà che sono un vecchio arnese nato come te nei favolosi anni Sessanta del Novecento, ma in questo mondo Pè tiggiuro non mi ci ritrovo più. Boh».</p>]]></content:encoded><media:content url="https://www.ilgiornale.it/resizer/v2/GLYUSGXCI5OPNE4JVIVJPROKSM.jpg?auth=b2f943a70456072286a2ea7860ab67e9ee7a6a31d8274849a35cfc19f5f1f41d&amp;smart=true&amp;width=1200&amp;height=900" type="image/jpeg" height="900" width="1200"/></item><item><title><![CDATA[L'ispettore Balistreri riapre le indagini quarant'anni dopo]]></title><link>https://www.ilgiornale.it/news/lispettore-balistreri-riapre-indagini-quarantanni-2639808.html</link><guid isPermaLink="true">https://www.ilgiornale.it/news/lispettore-balistreri-riapre-indagini-quarantanni-2639808.html</guid><dc:creator><![CDATA[Giorgio Ballario]]></dc:creator><description><![CDATA[La storia si svolge nel 1984 in Sardegna, dove il commissario è stato trasferito per punizione dopo una sparatoria avvenuta nel centro di Roma]]></description><pubDate>Wed, 18 Mar 2026 04:00:02 +0000</pubDate><content:encoded><![CDATA[<p>Dopo otto anni di silenzio torna il commissario Michele Balistreri, il poliziotto più controverso, tormentato e politicamente scorretto del noir italiano. Un uomo nato in Libia da una famiglia fascista, scappato a Roma dopo che Gheddafi ha cacciato gli italiani da Tripoli, finito a militare nell'eversione nera e sfuggito solo per poco alla follia del terrorismo degli anni Settanta. Mette la testa a posto entrando in polizia, ma mantiene il carattere ribelle e la visione del mondo nietzschiana degli anni giovanili.</p><p>Il personaggio creato da Roberto Costantini sembrava uscito di scena con il sesto e finora ultimo capitolo della serie, Da molto lontano (2018), nel quale l'anziano Balistreri, ormai in pensione, dava segni di una lenta caduta nel buco nero dell'Alzheimer. Ma il bello della letteratura è che consente di scherzare con il tempo, andando avanti e indietro a proprio piacimento. Quindi in L'amore non basta (Marsilio, 416 pagine) adesso Costantini propone una specie di antefatto e gioca a rimpiattino con la realtà contemporanea.</p><p>La storia si svolge nel 1984 in Sardegna, dove il commissario è stato trasferito per punizione dopo una sparatoria avvenuta nel centro di Roma nella quale aveva fatto un po' troppo l'ispettore Callaghan, ammazzando un bandito. Anni duri, l'isola è ancora ostaggio dei sequestri di persona e il protagonista si trova a indagare su due casi scottanti: una bambina rapita e poi trovata morta dentro un nascondiglio sotterraneo, e la sparizione del figlio di una coppia molto ricca, il cui padre è a capo di una potente famiglia di palazzinari romani che ha legami con la malavita.</p><p>Dietro a entrambi i sequestri ci sarebbe l'anonima sarda, formata da pastori di Orgosolo che si muovono in un mondo arcaico, con leggi non scritte che autorizzano la vendetta. A fianco di Balistreri, che propende per i metodi duri e sbrigativi, si muove il giovane agente sardo Filippo Martiradonna, che al contrario è un poliziotto dall'animo fatalista, pacifista, tutto casa e famiglia, sposato con una donna, Grazia, desiderosa di riscattarsi da una vita di povertà e sopraffazione.</p><p>"Balistreri pensa che sia meglio vivere con molti rimorsi ma nessun rimpianto", spiega l'autore, "e all'inizio e non si rende conto della catastrofe che gli si para davanti. Quando se ne accorge è troppo tardi". La vicenda di metà anni Ottanta viene poi riequilibrata dal finale del romanzo, quarant'anni più tardi, quando il commissario ultrasettantenne dovrà viaggiare da Lampedusa fino all'estremo nord dell'Europa per scoprire l'ultimo tassello della verità che gli era sfuggita decenni prima.</p>]]></content:encoded><media:content url="https://www.ilgiornale.it/resizer/v2/LP2W3DELAVOHLLZOHD27GNB334.jpg?auth=7b814bd7d86b9afb6a2207f0c610e30475e2756d3dd9d69550a98ffd91fa5162&amp;smart=true&amp;width=1200&amp;height=900" type="image/jpeg" height="900" width="1200"/></item><item><title><![CDATA[Simenon, scrittore in fuga dall'incubo del fallimento]]></title><link>https://www.ilgiornale.it/news/letteratura/simenon-scrittore-fuga-dallincubo-fallimento-2635896.html</link><guid isPermaLink="true">https://www.ilgiornale.it/news/letteratura/simenon-scrittore-fuga-dallincubo-fallimento-2635896.html</guid><dc:creator><![CDATA[Giorgio Ballario]]></dc:creator><description><![CDATA[Il successo non frenò mai la sua irrequietezza. Tanto che nella vita cambiò trentatré indirizzi]]></description><pubDate>Mon, 09 Mar 2026 04:52:05 +0000</pubDate><content:encoded><![CDATA[<p>Eterno Simenon. A trentasei anni dalla morte lo scrittore belga è ancora ovunque un fenomeno letterario di successo e in Italia i suoi libri non conoscono la parola crisi. A mantenere sulla cresta dell'onda il papà di Maigret non sono soltanto gli inediti che Adelphi pubblica periodicamente, attingendo alla sua sterminata opera letteraria; né le frequenti ripubblicazioni nei tascabili economici o nelle collane da edicola allegate ai quotidiani. Già, perché a vendere non sono solo i libri di Simenon, ma anche quelli su Simenon.</p><p>Se lo scorso anno era uscito il monumentale L'affaire Simenon di Tiziano Fratus (Solferino), accurato e approfondito studio sullo sconfinato mondo letterario dello scrittore; il 2026 si apre con un'opera più agile ma altrettanto interessante, In Francia con Georges Simenon, di Riccardo De Gennaro, inserita nella collana Passaggi di dogana di Giulio Perrone Editore (pagg. 128, euro 16). Un volume che avrebbe potuto intitolarsi «Un uomo in fuga», come recita il sottotitolo, poiché l'autore analizza l'irrequietezza esistenziale di Simenon e passa in rassegna con meticolosità le sue continue deviazioni di rotta e i cambi d'indirizzo, che alla fine saranno ben trentatré.</p><p>«A 19 anni fugge da Liegi perché la giudica troppo provinciale e sente che lì non potrà mai diventare uno scrittore», spiega De Gennaro. «Perciò abbandona la famiglia, gli amici e porta con sé a Parigi la prima moglie, Tigy. Dopo alcuni anni, nel 1928, confida alla moglie che a Parigi, dove ha cambiato numerosi domicili, ormai si sente soffocare: non sopporta più la mondanità della Ville Lumière, che in quegli anni è una festa mobile, come scrisse Hemingway. Acquista una barca e percorre in lungo e in largo i fiumi e i canali della Francia. Questa è la vera Francia, assicura. Ma poi cambia idea un'altra volta e l'anno successivo, sempre in barca, decide di0 risalire i fiumi e i canali dell'Europa del Nord».</p><p>Malgrado il crescente successo, è un uomo via via più irrequieto, alla costante ricerca di un equilibrio che non riesce a trovare. Quando torna in Francia questa volta sceglie di andare a vivere in provincia, sulla costa atlantica, prima vicino a La Rochelle e poi in Vandea; e dopo la fine della Seconda guerra mondiale, sospettato di collaborazionismo con i tedeschi, prende il largo e si trasferisce negli Stati Uniti. In America resta per dieci anni, dal 1945 al 1955, inizialmente a New York, poi in Texas e in Connecticut. Alla fine capisce che l'American way of life non fa per lui. Al rientro in Europa si stabilisce nuovamente in Francia (a Cannes e Mougins, in Provenza), ma per soli due anni perché infine decide di ritirarsi in Svizzera, sul lago di Losanna, dove nel 1972 annuncia di voler smettere di scrivere. L'ultima opera di narrativa è giustamente un poliziesco con il suo personaggio più famoso, Maigret e il signor Charles. Dopodiché si limiterà dettare testi di memorie, tra i quali Lettera a mia madre, del 1974, e Memorie intime, del 1981, pubblicato dopo la morte per suicidio dell'amata figlia Marie-Jo.</p><p>Ma Georges Simenon non si è accontentato di mutare residenza a ritmi vertiginosi: la sua irrefrenabile voglia di conoscenza e di assaporare la vita fino in fondo l'ha portato ad avere tre compagne (di cui due mogli), quattro figli, diecimila donne (l'ottanta per cento delle quali prostitute, ammetteva lui stesso), a viaggiare in decine e decine di Paesi dei cinque continenti, a cambiare tre editori francesi, a scrivere oltre 400 romanzi. Numeri impressionanti anche per un fuoriclasse della penna (o meglio, della macchina da scrivere) come l'ex giornalista di Liegi.</p><p>Simenon era un uomo in fuga, quindi. Ma da che cosa? De Gennaro non ha una certezza, ma un sospetto: «È possibile che la sua inquietudine e la tendenza a non fermarsi mai abbiano qualcosa a che fare con il rapporto controverso che Georges aveva con la madre Henriette e con il senso di colpa che lei gli aveva instillato fin dalla giovinezza». Lo scrittore sapeva di non essere amato da sua madre, che gli ha sempre preferito il figlio minore Christian. Quando nel 1947 il fratello muore nella guerra d'Indocina, Georges si sente responsabile perché era stato lui stesso a suggerire a Christian di arruolarsi nella legione straniera per sfuggire a una condanna per collaborazionismo. Un rimorso accentuato dalle parole della madre, che al telefono lo rimprovera: «Perché, anziché lui, non sei morto tu?».</p><p>«La madre non credeva in lui, lo considerava un fallito», aggiunge De Gennaro, «e non è un caso che molti personaggi di Simenon un giorno si svegliano e credono di aver sbagliato tutto nella vita. Di qui la fuga. Penso in primo luogo al signor Monde, al Kees Popinga dell'Uomo che guardava passare i treni, in parte anche al dottor Bergelon». Infatti i romanzi di Simenon, dai più popolari Maigret sino a quelli duri, traboccano di protagonisti falliti, di uomini che precipitano verso l'abisso, di figure che inciampano e non riescono a risollevarsi. Forse anche Georges si sentiva così, benché fosse uno scrittore ricco e di successo.</p><p>Infine il rapporto tra Simenon e l'Italia, Paese che nei suoi romanzi compare appena di sfuggita. «Mondadori fu il suo primo editore straniero e qui aveva migliaia di fedelissimi lettori», assicura De Gennaro. «Propose alla seconda moglie, Denyse, di venire a vivere in Italia, ma lei preferì la Svizzera. Nei suoi romanzi compare ogni tanto un italiano all'estero o viene nominata una città italiana, ma non ne esiste nessuno ambientato qui da noi. La spiegazione è che lui poteva scrivere di un certo posto soltanto se ci aveva vissuto e si era sentito a casa propria».</p>]]></content:encoded><media:content url="https://www.ilgiornale.it/resizer/v2/PBMYSSFE3BKX5POAIAGYHYGS2A.jpg?auth=4d7f91bb9151b55d31e836b94c5410e216a84c0d9cdcc61073d2c117031c75a0&amp;smart=true&amp;width=1200&amp;height=900" type="image/jpeg" height="900" width="1200"/></item><item><title><![CDATA[Il "romanzo verità" con cui Walsh anticipò Capote e denunciò la dittatura]]></title><link>https://www.ilgiornale.it/news/letteratura/romanzo-verit-cui-walsh-anticip-capote-e-denunci-dittatura-2634341.html</link><guid isPermaLink="true">https://www.ilgiornale.it/news/letteratura/romanzo-verit-cui-walsh-anticip-capote-e-denunci-dittatura-2634341.html</guid><dc:creator><![CDATA[Giorgio Ballario]]></dc:creator><description><![CDATA[Torna "Operazione Massacro", primo esempio di inchiesta in forma di noir]]></description><pubDate>Thu, 05 Mar 2026 05:00:58 +0000</pubDate><content:encoded><![CDATA[<p>A sangue freddo di Truman Capote venne pubblicato nel 1966. Il libro, nel quale lo scrittore americano descrive lo sterminio di una famiglia di agricoltori del Kansas da parte di due rapinatori, è universalmente considerato il primo esempio di romanzo non-fiction o romanzo-verità. Ma non è così. Infatti nove anni prima era uscita in Argentina un'opera letteraria che romanzava un'inchiesta giornalistica e trasformava un testo scritto in forma di romanzo nella denuncia di un vero crimine. Quel libro si intitolava Operazione Massacro, venne scritto dal giornalista Rodolfo Walsh (1927 1977) e adesso torna nelle librerie italiane, nella nuova traduzione di Bruno Arpaia, grazie a Edizioni Sur.</p><p>Il romanzo-verità di Walsh fu pubblicato in forma completa alla fine del 1957 per le Ediciones Sigla, ma nei mesi precedenti erano già uscite alcune anticipazioni sotto forma di articoli su quotidiani e settimanali. Il fatto eclatante, sul quale il giornalista-scrittore aveva lavorato per mesi interi, era la fucilazione clandestina (e illegale) di alcuni oppositori politici avvenuta nel giugno dell'anno precedente, quando la polizia provinciale di Buenos Aires arrestò dodici civili, li portò in una discarica isolata nei pressi del sobborgo di José León Suarez e li passò per le armi. Cinque di loro morirono, altri sette, benché feriti, sopravvissero e riuscirono a fuggire; ma per paura di ritorsioni tennero la bocca chiusa.</p><p>Erano tempi violenti. La giunta militare che l'anno prima aveva rovesciato con un golpe il governo Perón reggeva il Paese con il pugno di ferro e perseguitava chiunque fosse sospettato di simpatie peroniste o di sinistra. Il sollevamento del generale Juan José Valle, ufficiale fedele al caudillo esiliato, fornì a un altro generale, Pedro Eugenio Aramburu, presidente de facto dell'Argentina, il pretesto per una durissima repressione. Fra tanti, ci andarono di mezzo anche i dodici fucilati nella discarica di José León Suarez, benché non avessero nulla a che fare con l'alzamiento di Valle e taluni neppure con la politica.</p><p>All'epoca Rodolfo Walsh aveva trent'anni, lavorava come giornalista per alcune testate locali, era un appassionato di scacchi e tifava per l'Estudiantes di La Plata, città a sud della capitale. Dopo aver fatto vari lavori (impiegato, operaio, lavapiatti, commerciante di oggetti antichi) era finalmente riuscito a entrare nel mondo del giornalismo e aveva anche pubblicato un libro di racconti polizieschi, un'altra delle sue grandi passioni. L'incontro con la storia che avrebbe cambiato la sua vita, il massacro di José León Suarez appunto, avvenne in modo casuale nel bar che frequentava a La Plata ed è raccontato nelle prime righe del romanzo.</p><p>«La prima notizia sulle fucilazioni clandestine del giugno 1956 mi è arrivata per puro caso, alla fine di quell'anno, in un caffè di La Plata dove si giocava a scacchi, si parlava più di Keres o di Nimzowitsch che di Aramburu e Rojas, e l'unica manovra militare che godeva di una qualche rinomanza era l'attacco alla baionetta di Schlechter nella difesa siciliana. (...) Sei mesi dopo, in un'asfissiante sera d'estate, davanti a un bicchiere di birra, un uomo mi dice: Uno dei fucilati è ancora vivo. Non so cos'è che mi attira di quella storia vaga, lontana, piena di cose improbabili. Non so perché chiedo di parlare con quell'uomo, perché parlo con Juan Carlos Livraga. Però poi lo scopro. Guardo quella faccia, il foro nella guancia, il foro più grande sulla gola, la bocca spaccata e gli occhi opachi in cui continua ad aleggiare un'ombra di morte. Mi sento insultato, come mi ero sentito, senza saperlo, quando avevo sentito quel grido lacerante dietro la persiana. Livraga mi racconta la sua incredibile storia; gli credo subito».</p><p>Walsh si arma di taccuino e macchina fotografica e a poco a poco risale agli avvenimenti rimasti segreti per molti mesi: incontra i testimoni, le vedove e gli orfani, rintraccia anche altri fucilati che sono riusciti a sopravvivere e riesce a ricostruire con esattezza che cosa è successo davvero quella notte, documentando così l'episodio di terrorismo di Stato passato alla storia come «Operazione Massacro». Un lavoro giornalistico coraggioso e certosino, documentato fino all'ultima virgola; ma anche una prodigiosa opera letteraria, perché l'autore non sceglie il format del reportage, bensì del romanzo. Potremmo dire del romanzo noir: Walsh mantiene alta la tensione capitolo dopo capitolo, svela la verità un poco alla volta e descrive in prima persona anche le difficoltà che un giornalista incontra nel pubblicare una notizia tanto scomoda per il governo militare e nel trovare un editore disposto a dargli fiducia.</p><p>Appena uscito il libro fece scalpore soprattutto come strumento di denuncia politica, ma negli anni successivi venne rivalutato l'aspetto letterario, la novità assoluta del romanzo-verità e anche la qualità stilistica dell'opera, che oggi è considerata un caposaldo del romanzo noir politico sudamericano. Come spesso accade a quelle latitudini, dove i confini tra letteratura e realtà si confondono, la vita di Rodolfo Walsh si concluse come in un poliziesco hard-boiled: entrato nelle file dei guerriglieri Montoneros dopo il colpo di Stato del 1976, l'anno successivo lo scrittore mandò ai giornali e ai corrispondenti stranieri una lettera aperta denunciando i crimini e gli abusi della giunta militare di Videla. Rimase coinvolto in uno scontro a fuoco con uno squadrone della morte che gli dava la caccia e il suo nome figura nel lungo elenco dei desaparecidos.</p>]]></content:encoded><media:content url="https://www.ilgiornale.it/resizer/v2/HWFCQGECZFP2FFJG7B4HKYRA5I.jpg?auth=b34b5fbc2d4ee4c661b2b7ad90fdd47e48d3a578da0b8d4bc098ee4d35260111&amp;smart=true&amp;width=1200&amp;height=900" type="image/jpeg" height="900" width="1200"/></item><item><title><![CDATA[Amava molto Luino. Per questo la prendeva in giro]]></title><link>https://www.ilgiornale.it/news/letteratura/amava-molto-luino-questo-prendeva-giro-2595619.html</link><guid isPermaLink="true">https://www.ilgiornale.it/news/letteratura/amava-molto-luino-questo-prendeva-giro-2595619.html</guid><dc:creator><![CDATA[Giorgio Ballario]]></dc:creator><description><![CDATA[Un libro sul legame controverso ma indissolubile con la città lacustre]]></description><pubDate>Thu, 15 Jan 2026 07:16:05 +0000</pubDate><content:encoded><![CDATA[<p>«Amo molto questo mio paese. Ci torno una volta alla settimana. Se ci abitassi perderebbe il suo fascino. Ritornare circa una volta alla settimana è un'emozione che si rinnova ogni volta, come ritrovare un'amante». Piero Chiara e Luino, un legame indissolubile ma non sempre sereno: fatto di slanci amorosi e critiche impietose, attimi di felicità e lunghi momenti di tedio, desideri e rimpianti. Proprio come un duraturo rapporto amoroso.</p><p>Lo scrittore nacque nel 1913 nel paese sulla sponda lombarda del lago Maggiore ma visse quasi sempre altrove: da bambino in collegio a Verbania e Arona, da studente (svogliato) a Novara, per poi sbarcare il lunario a Roma, Napoli, Nizza e Milano prima di vincere un concorso per aiuto cancelliere in Friuli. E ancora, in tempo di guerra, un forzato soggiorno in Svizzera e poi spostamenti tra Varese, Milano, Parigi. Ma sempre con Luino nel cuore, un luogo che non a caso è diventato scenario di quasi tutte le sue opere, romanzi molto popolari tra gli anni Sessanta e Settanta che gli hanno tributato un enorme successo e oltre quattro milioni di copie vendute.</p><p>Al rapporto profondo e tormentato dell'autore con la sua piccola patria è dedicato il volume Piero Chiara e il suo raccontare il lago, scritto da Stefania Romito con il contributo di Tiziana Zanetti, Furio Artoni e Riccardo Chisari, e pubblicato da Passerino Editore. Un breve saggio che ha il pregio di mettere al centro l'inestricabile relazione tra Chiara, Luino, il lago Maggiore e il confinante Canton Ticino, che lui considerava terra d'adozione. «Per Chiara il paese natale non fu solo un luogo fisico ma una specie di lente mediante cui osservare il mondo», spiega Stefania Romito.</p><p>Le passeggiate sul lungolago, le chiacchiere interminabili al bar, i pettegolezzi, il desiderio d'evasione che passa attraverso la stazione ferroviaria, luogo simbolico che può diventare magica soglia verso l'incognito oppure rassicurante ritorno al ventre materno del proprio paese, come capita al protagonista de Il cappotto di astrakan (1978). Tutto in Piero Chiara riflette il piccolo mondo di Luino e le sue descrizioni dei luoghi e dei personaggi sono quasi sempre riprodotte dalla realtà. Il Caffè Clerici con i suoi clienti fissi; il casino di Mamarosa, terza istituzione cittadina dopo il municipio e la chiesa; la casa natale dello scrittore in via Felice Cavallotti, dove oggi c'è il ristorante Due Scale; la Rotonda, l'hotel Metropole, la stazione ferroviaria via di fuga per la Svizzera e la Francia.</p><p>E naturalmente il lago. «Il paesaggio del Lago Maggiore, con le sue acque increspate dal vento e le rovine suggestive dei Castelli di Cannero», scrive Romito, «diventa luogo dell'anima, evocato con immagini liriche che trasmettono un senso di nostalgia e di attaccamento alle proprie radici. Un luogo sospeso tra sogno e realtà».</p><p>Nostalgia, radici e forte legame con il passato della famiglia materna, scesa a metà dell'Ottocento dai monti del Vergante per aprire le attività commerciali in paese. Questa è senza dubbio la cifra stilistica di Chiara, ma anche l'ironia, tanta ironia. Imparata forse ai tavoli da gioco e ai biliardi dei caffè, vera scuola di vita dell'autore varesino così come dei suoi tanti personaggi di carta: stecca e poker come metafore della vita e dell'azzardo esistenziale, le regole del gioco, le sottili strategie e il rischio costante come visione del mondo in un angolo della provincia italiana. In questo senso l'universo di Chiara è già del tutto presente nel romanzo d'esordio, Il piatto piange, del 1962, che descrive in modo vivido le notti passate a giocare d'azzardo, in un microcosmo in cui giovani e vecchi, ricchi e poveri si affrontano sullo stesso piano.</p><p>Come detto, per scrivere i suoi romanzi Piero Chiara attingeva a piene mani dalla realtà che lo circondava. Nel libro Stefania Romito riferisce che l'autore buttava giù il manoscritto con le storie vere e i nomi reali dei personaggi del paese e poi, in sede di revisione, li sostituiva con identità inventate, di solito ispirate da lunghe visite nei cimiteri della zona. Ma questo sistema di lavoro non piaceva a tutti, perché talvolta i soggetti rimanevano troppo riconoscibili. Per esempio, il Guerlasca de Il piatto piange era ispirato a un medico di Luino, il vero pretore Muscarello divenne Anatriello per il suo incedere simile a un'anatra e Temistocle Mario Orimbelli, de La stanza del vescovo, era ricalcato su Giuseppe Attilio Ortelli, la cui vita fornì molti spunti narrativi all'autore. Dopo la pubblicazione del romanzo d'esordio il parroco lo criticò aspramente per aver diffamato Luino e la sua morale; mentre nell'opera La spartizione venivano ritratte in modo poco lusinghiero tre donne che tutto il paese identificò senz'ombra di dubbio in tre sorelle che abitavano in via Cavallotti, a breve distanza da Chiara.</p><p>Il successo editoriale venne ben presto amplificato dal cinema, infatti sei romanzi di Chiara finirono sul grande schermo grazie a registi del valore di Alberto Lattuada e Dino Risi. Tuttavia nei confronti della settima arte lo scrittore rimase sempre scettico: «Vendere un libro al cinema è come vendere un cavallo: si può sperare che il nuovo proprietario lo tratti bene, ma non si ha alcun controllo sul suo destino», commentava con disincanto.</p>]]></content:encoded><media:content url="https://www.ilgiornale.it/resizer/v2/CMHRUMEKRBOLNK5EV54ETI5TQE.jpg?auth=95fd9d4841aea6c8160ce34c0a7dad74253ecd1b27fa5c8884e2e740ade1bbba&amp;smart=true&amp;width=1200&amp;height=900" type="image/jpeg" height="900" width="1200"/></item><item><title><![CDATA[Crimine, brutalità, evasioni della banda che suonava il mitra]]></title><link>https://www.ilgiornale.it/news/societ/crimine-brutalit-evasioni-banda-che-suonava-mitra-2593354.html</link><guid isPermaLink="true">https://www.ilgiornale.it/news/societ/crimine-brutalit-evasioni-banda-che-suonava-mitra-2593354.html</guid><dc:creator><![CDATA[Giorgio Ballario]]></dc:creator><description><![CDATA[Ci sono incontri che ti cambiano la vita. Nel bene come nel male.]]></description><pubDate>Sat, 10 Jan 2026 07:51:48 +0000</pubDate><content:encoded><![CDATA[<p>Ci sono incontri che ti cambiano la vita. Nel bene come nel male. A Tino Stefanini è successo nel 1969, quando aveva appena 17 anni ed era un ragazzo ribelle della Comasina. Un giorno, davanti al bar frequentato dai cattivi soggetti del quartiere, si ferma una Jaguar. Scendono in due. Lei è una sventola che non passa inosservata, lui un bel giovane con una massa di capelli biondi e gli occhi da gatto ridotti a due fessure. Pochi lo conoscono, ma è l’uomo che alcuni anni dopo diventerà il pericolo pubblico numero uno, il bandito per eccellenza, il re delle evasioni: Renato Vallanzasca.</p><p>Sta cercando un ragazzo della zona, un certo Massimo detto “Tasso”, e Tino lo conosce bene perché ha un anno più di lui e malgrado la giovane età fa già l’autista nelle rapine in banca. Si offre di andarlo a cercare e quando torna al bar, incassa il “grazie” di Vallanzasca. I due si ritrovano in carcere alcuni anni dopo e da quel momento Stefanini entra a far parte a tutti gli effetti della “banda della Comasina”, la gang che a metà degli anni Settanta ha terrorizzato Milano e la Lombardia con furti audaci, rapine rocambolesche, sequestri di persona e una raffica di omicidi legati soprattutto alla faida con il clan di Francis Turatello per il predominio in città.</p><p>Uscito di galera un paio d’anni fa dopo averne trascorsi quasi cinquanta dietro le sbarre, Stefanini ha deciso di raccontarsi (e di confessarsi) in un libro autobiografico appena uscito: La Comasina, Vallanzasca e io. Memorie di un bandito. Lo pubblica l’editore milanese Milieu, che da anni racconta storie e storiacce della criminalità italiana e straniera nella collana “Banditi senza tempo”.</p><p>«La banda Vallanzasca nasce per caso a metà degli anni Settanta», racconta Stefanini nell’autobiografia. «Noi eravamo quelli della Comasina, quelli più compatti, uno per tutti, tutti per uno, solidali, con le regole della vecchia ligera, pronti a essere pestati a sangue nelle camere di sicurezza dalle forze dell’ordine senza proferire una parola.</p><p>Non c’era posto per i deboli, chi se la cantava era destinato a sparire, gli infami non facevano parte del nostro quartiere».</p><p>Scrive il giornalista Gabriele Moroni nella prefazione: «Con Renato Vallanzasca e Osvaldo “Cico” Monopoli, Stefanini è l’ultimo superstite della banda che fra gli anni Settanta e Ottanta imperversò a Milano e non solo, espressione, quintessenza e simbolo del banditismo in salsa meneghina.</p><p>Classe 1952, alle spalle un omicidio e decine di rapine, il tutto inframezzato da due evasioni, una esistenza buttata in quasi mezzo secolo di girovagare fra una quarantina di patrie galere e oggi, alle soglie della vecchiaia, tenacemente recuperata e strenuamente difesa, da uomo del tutto libero, Tino Stefanini si racconta in questo libro. Lo fa senza compiacimenti né autocommiserazioni, senza accampare giustificazioni né cercare scusanti».</p><p>Senza l’incontro casuale al bar con Vallanzasca, sarebbe cambiato qualcosa nella sua vita? Stefanini abbozza, non è abituato a dare la colpa ad altri e a rifuggire le proprie responsabilità. Del resto, anche prima di entrare nella “banda della Comasina”, l’autore aveva già intrapreso la strada del crimine in tutta autonomia: arrestato a sedici anni per furto di jeans, Stefanini si è fatto le ossa con gli amici del quartiere specializzandosi nel furto d’auto («aprivamo le Fiat 500 con i “classici spadini”, cioè le chiavette attaccate alle scatolette della carne in scatola») e in estate nei colpi in trasferta: «Passavamo le giornate andando su e giù per la spiaggia tra Rimini e Riccione, dedicandoci ai furti di macchine fotografiche, cineprese, borse e quant’altro capitava, che gli sprovveduti turisti lasciavano incustoditi sotto gli ombrelloni.</p><p>Alla sera, il nostro giro era dedicato alle auto posteggiate fuori dalle molteplici sale da ballo, rubando radio, stereo, sigarette e tutto ciò che poteva tornarci utile».</p><p>In quel periodo Stefanini entra ed esce di cella e conosce tutto il sottobosco criminale milanese, a cominciare da Luciano Lutring, il “solista del mitra”, incontrato in carcere; e da Angelo Epaminonda, non ancora diventato il “re” delle bische clandestine: «Vendeva sigarette di contrabbando fuori dal bar Commercio», ricorda l’autore. «A quei tempi non era ancora nessuno, poi si aggregò a Francis Turatello e costruì un impero nel mondo criminale, terminando la sua carriera da “pentito”». Lui, invece, non si è mai pentito: «È una parola che non mi piace, ci si pente in chiesa e non mandando gente in galera per salvare se stessi». Ma se tornasse indietro non rifarebbe le stesse scelte: «Andrei pure nelle scuole a spiegare che non è mica vita. Ho passato più tempo dietro le sbarre che fuori, ho tanti rimpianti legati alla famiglia, a vacanze che non ho avuto mai».</p><p>Della vecchia banda sono rimasti vivi solo in tre: lui, Monopoli e il “bel Renè”, l’unico ancora detenuto, sia pure in una Rsa perché malato di Alzheimer. «Per me è un fratello e sono amareggiato per il suo stato di salute. Penso che gli si dovrebbe concedere la grazia, dopo 54 anni di detenzione e con la malattia degenerativa che lo sta riducendo in uno stato vegetativo».</p>]]></content:encoded><media:content url="https://www.ilgiornale.it/resizer/v2/DJOZKFNVEJOEFFK446PCWYS4TA.jpg?auth=c04d49f57cf47518c39e091eb162a485612be46613962da3de65185cb0d88d55&amp;smart=true&amp;width=1200&amp;height=900" type="image/jpeg" height="900" width="1200"/></item><item><title><![CDATA[La tratta dei baby-calciatori ha in mano interi campionati. C'è da indagare]]></title><link>https://www.ilgiornale.it/news/tratta-dei-baby-calciatori-ha-mano-interi-campionati-c-2591860.html</link><guid isPermaLink="true">https://www.ilgiornale.it/news/tratta-dei-baby-calciatori-ha-mano-interi-campionati-c-2591860.html</guid><dc:creator><![CDATA[Giorgio Ballario]]></dc:creator><description><![CDATA[Nel romanzo di Bellinazzo, agenti distratti, procuratori senza scrupoli e un mondo travolto dal troppo denaro]]></description><pubDate>Wed, 07 Jan 2026 04:00:03 +0000</pubDate><content:encoded><![CDATA[<p>Marco Bellinazzo è un giornalista del Sole 24 Ore che da anni si occupa degli intrecci fra calcio, economia e finanza. Adesso Bellinazzo ha però deciso di mettere a frutto la sua esperienza sul mondo del pallone per giocare in un altro campionato, quello della narrativa poliziesca. La colpa è di chi muore, pubblicato da Fandango, è il suo primo romanzo ed è un giallo a tinte fosche che attinge a piene mani nell'ambiente malato del football internazionale, dove dirigenti distratti, procuratori senza scrupoli, affaristi pronti a tutto e persino criminali patentati alimentano da anni l'osceno fenomeno della tratta dei baby-calciatori.</p><p>Un business milionario che riguarda in particolare ragazzini africani portati in Europa con vari espedienti, dai documenti falsi alle adozioni taroccate, e messi sul mercato come bestiame, costretti a riscattare con il proprio sudore i soldi spesi per il viaggio e il soggiorno. Loro sono attratti dal sogno di diventare idoli sportivi, ricchi e famosi. Trafficanti, intermediari e procuratori lavorano invece sui grandi numeri: in media uno su cento ce la fa e li ripaga ampiamente del tempo e del denaro investiti nella tratta. E tutti gli altri che fine fanno? Alcuni si accontentano di contrattini nelle serie minori europee, molti si perdono nell'ombra della clandestinità e della miseria, qualcuno si ribella e viene eliminato.</p><p>Il romanzo di Bellinazzo parte proprio da qui, dal ritrovamento casuale di un cadavere nella parte italiana del lago di Lugano. Dagli esami risulta essere un ragazzino di origine africana, ucciso con un colpo di pistola e con evidenti lesioni al torace, forse per il prelievo degli organi interni. La Procura di Como apre un fascicolo, ma le indagini non andrebbero da nessuna parte se non arrivasse l'imbeccata giusta da un giornalista sportivo, Dante Millesi, napoletano trapiantato a Milano (anzi, a Sesto San Giovanni), con un passato da aspirante calciatore frustrato da un grave infortunio e un presente da cronista disilluso in un sito internet, Calcio &amp; dintorni.</p><p>Grazie ai suoi agganci nel sottobosco calcistico, Millesi viene a sapere da un procuratore in disarmo e malato di cancro che il corpo nel lago appartiene a un giovane nigeriano, vittima del traffico di esseri umani gestito dalla criminalità africana con l'avallo (o la complicità?) di agenti internazionali riconosciuti dalla Fifa. La colpa è di chi muore (titolo mutuato da De Andrè) dà il meglio di sé nella ricostruzione dell'odissea dei ragazzi africani, scovati dai trafficanti nelle bidonvilles di Lagos, portati a Parigi e da lì smistati illegalmente in giro per l'Europa, con identità e documenti falsi.</p>]]></content:encoded><media:content url="https://www.ilgiornale.it/resizer/v2/FWXNPEXLJ5LZZCFJBEX5LGHTWM.jpg?auth=043ab85a571a74e4ea9de4874b45b96f11bd68e4481c88963769ae7679977021&amp;smart=true&amp;width=1200&amp;height=900" type="image/jpeg" height="900" width="1200"/></item><item><title><![CDATA[A Sanremo si gioca e si muore d'inverno]]></title><link>https://www.ilgiornale.it/news/sanremo-si-gioca-e-si-muore-dinverno-2585930.html</link><guid isPermaLink="true">https://www.ilgiornale.it/news/sanremo-si-gioca-e-si-muore-dinverno-2585930.html</guid><dc:creator><![CDATA[Giorgio Ballario]]></dc:creator><description><![CDATA[Nel poker il controbuio è una giocata che raddoppia la posta in gioco alla cieca, senza aver ancora visto le carte che si hanno in mano.]]></description><pubDate>Sat, 20 Dec 2025 04:00:03 +0000</pubDate><content:encoded><![CDATA[<p>Nel poker il controbuio è una giocata che raddoppia la posta in gioco alla cieca, senza aver ancora visto le carte che si hanno in mano. In questo caso Controbuio non è soltanto il titolo del nuovo romanzo di Orso Tosco. È anche la scommessa che lo scrittore ligure ha azzardato lasciando la comfort-zone del commissario Bova, detto il Pinguino, cioè il personaggio seriale protagonista dei fortunati romanzi L'ultimo pinguino delle Langhe e La controra del barolo (Rizzoli), per intraprendere un'avventura diversa. Per giunta con un editore nato da poco, Ubagu Press.</p><p>Controbuio è un romanzo agile, che si svolge tutto in una notte, con una trama ridotta all'osso e un tourbillon di personaggi che fanno assomigliare l'opera più a una pièce teatrale che a una storia noir. Ma il contesto nero c'è eccome, perché l'intera vicenda ruota intorno al torbido ambiente del Casinò di Sanremo nei lontani anni Settanta e Ottanta, quando vicino al tempio del gioco d'azzardo si aggirava una eterogenea fauna di bari professionisti, cambiavalute, usurai, prostitute e gangster in doppiopetto.</p><p>Un mondo che Orso Tosco conosce a menadito, non per esperienza diretta (è nato nel 1982) ma in virtù dei racconti del padre, che è stato croupier al Casinò e ha tramandato al figlio aneddoti, episodi, personaggi e atmosfere.</p><p>L'azione si svolge in una notte invernale, mentre Sanremo si prepara ad accogliere il Festival della canzone e la città è sferzata dalla tempesta. Il protagonista principale, nonché autore - che abita nella vicina Ospedaletti - è stato convocato in un vecchio ristorante da uno degli amici più cari di suo padre. Al telefono non si è sbilanciato, ma pare che l'incontro abbia a che fare con il misterioso tesoro di un cambiavalute ucciso nel lontano 1979. Una fortuna di cui si sono perse le tracce. E qui la fiction si innesta nella realtà, perché quell'omicidio è avvenuto per davvero: la vittima era Francesco Russello, calabrese emigrato in Riviera, un uomo chiacchierato che prestava soldi e gestiva vicino al Casinò un ristorante frequentato da figure equivoche dell'ambiente...</p>]]></content:encoded><media:content url="https://www.ilgiornale.it/resizer/v2/IFM3F3QCHRLGHJDCLFZDNPJPW4.jpg?auth=b4164c4a5d17dbe5d38896b0fd343fafaa3b98d0f840db121059d804cb59df70&amp;smart=true&amp;width=1200&amp;height=900" type="image/jpeg" height="900" width="1200"/></item><item><title><![CDATA[Scoperte, imprese, naufragi. Quando gli italiani andavano per mari e oceani e perché poi hanno smesso]]></title><link>https://www.ilgiornale.it/news/scoperte-imprese-naufragi-quando-italiani-andavano-mari-e-2556652.html</link><guid isPermaLink="true">https://www.ilgiornale.it/news/scoperte-imprese-naufragi-quando-italiani-andavano-mari-e-2556652.html</guid><dc:creator><![CDATA[Giorgio Ballario]]></dc:creator><description><![CDATA[Il nostro Paese ha avuto grandi geografi e navigatori. Finché all'improvviso si è preferito pensare alla terra]]></description><pubDate>Thu, 23 Oct 2025 03:00:03 +0000</pubDate><content:encoded><![CDATA[<p>Cristoforo Colombo, certo. E poi Amerigo Vespucci, Giovanni da Verrazzano, Caboto e Pigafetta, i grandi navigatori e geografi celebri in tutto il mondo e diventati orgoglio della marineria italiana. Ma anche altri personaggi meno conosciuti, come Guglielmo Embrìaco Testadimaglio, eroe genovese della prima crociata; o il veneziano Pietro Querini, che nel Quattrocento naufraga disastrosamente sulle coste della Norvegia dove scopre il baccalà che poi riporta in laguna, facendolo diventare una prelibatezza veneta; e ancora il calabrese Giovan Dionigi Galeni, fatto schiavo dai barbareschi e poi divenuto supremo ammiraglio delle flotte ottomane e nel Settecento Alessandro Malaspina, navigatore toscano che esplora in lungo e in largo il Pacifico. E Luigi Rizzo, il marinaio più decorato d'Italia, oppure Tino Straulino, eroe di guerra, campione olimpico, vero "signore del vento" orgogliosamente fiero delle sue origini istriano dalmate. Sono questi e molti altri i protagonisti del libro di Marco Valle Andavano per mare (Neri Pozza) che segue di un anno il fortunato Viaggiatori straordinari, nel quale lo scrittore e giornalista triestino, milanesizzato da decenni, raccontava le imprese - spesso sconosciute - dei grandi esploratori italiani. E adesso una nuova avventura alla scoperta di sogni, imprese e naufragi dei naviganti tricolori. Il volume di Valle non è un saggio storico, quanto piuttosto un appassionante viaggio nel tempo ispirato a Fernand Braudel, Conrad, Salgari e Hugo Pratt.</p><p>L'autore ha una teoria precisa, che aveva abbozzato già anni fa in un altro volume dedicato a questo argomento, Patria senza mare (Signs Publishing, 2022), e cioè che a partire dal XVII secolo la grande tradizione della marineria italica sia andata scemando per cause esterne, ma anche per una certa vocazione culturale delle élite a rimanere attaccati alla terra, a cercare certezze aggrappandosi all'Europa centrale invece di proiettarsi verso il Mediterraneo. Con un'unica grande eccezione, quella di Camillo Benso conte di Cavour, che da uomo di terra, città e industria aveva però cercato di rilanciare l'Italia unita nel ristretto circolo delle potenze navali. Non è andata così, anche per la prematura scomparsa del conte. "Il mare bagna l'Italia ma non gli italiani", avverte Valle. "Eppure, al netto della retorica europeista, la Penisola è circondata da ottomila chilometri di acque salate, una posizione fortunata (e talvolta scomoda) fissata nel cuore del Mediterraneo, il grande bacino in cui ritroviamo i primari elementi politici, economici e militari su cui si regge, ieri come oggi, l'intero sistema Italia". La speranza dell'autore è che dopo questa lunga amnesia il mare possa rappresentare per l'Italia non solo un passato illustre da mostrare nei libri di storia, ma anche il futuro.</p><p>Qualche numero per capire l'importanza di questo settore strategico: nel 2025 ha raggiunto un valore totale di 216 miliardi di euro rispetto ai 178 del 2024 - di cui 76,6 miliardi di impatto diretto, rappresentando l'11,3% del Pil nazionale rispetto al 10,2% dello scorso anno. Con oltre 230mila imprese e più di un milione di occupati. E con un incremento, nel biennio 2022-2024, del +2% del numero di imprese del comparto. Ma non solo. Se l'Italia è un ponte naturale attraverso il Mediterraneo, è evidente che il settore marittimo deve avere un ruolo primario non solo nell'economia, ma anche a livello militare, strategico e geopolitico.</p><p>"Servirebbe una visione, una narrazione, una Storia", sostiene Valle. "Ed è proprio quello che manca a quest'Italia, da secoli cocciutamente interrata, un Paese che ha voltato spalle al suo passato marinaro. Ed ecco la ragione, il motivo di questo lavoro. Ritrovare e raccontare alcuni tra i tanti uomini che in ogni tempo e ad ogni latitudine, dal passato più lontano al terzo millennio, hanno battuto le onde per mestiere o passione, per combattere o commerciare, per fame di gloria o sete di conoscenza, per vincere un'Olimpiade o soltanto per puro diletto".</p>]]></content:encoded><media:content url="https://www.ilgiornale.it/resizer/v2/UEZNF3EANJNLNJESWWPQQUGVXQ.jpg?auth=693f0b902cfb8b2a28b67baea01656fe4b118e4f1c468cbdae06cdf7147c2bbc&amp;smart=true&amp;width=1200&amp;height=900" type="image/jpeg" height="900" width="1200"/></item><item><title><![CDATA[Arturo Pérez-Reverte pubblicherà con la Settecolori]]></title><link>https://www.ilgiornale.it/news/arturo-p-rez-reverte-pubblicher-settecolori-2549325.html</link><guid isPermaLink="true">https://www.ilgiornale.it/news/arturo-p-rez-reverte-pubblicher-settecolori-2549325.html</guid><dc:creator><![CDATA[Giorgio Ballario]]></dc:creator><description><![CDATA[Il secondo romanzo di Pérez-Reverte che uscirà con il logo Settecolori sarà L'isola della donna addormentata]]></description><pubDate>Thu, 09 Oct 2025 03:00:03 +0000</pubDate><content:encoded><![CDATA[<p>Arturo Pérez-Reverte, uno degli autori contemporanei più venduti al mondo, cambia casacca, lascia Rizzoli e sceglie un nuovo editore italiano. Chi? La notizia sta proprio nella risposta. A pubblicare i prossimi titoli dello scrittore spagnolo sarà Settecolori, la piccola ma emergente casa editrice che qualcuno, un po' superficialmente, ha definito "la nuova Adelphi di destra".</p><p>L'accordo con Pérez-Reverte prevede la pubblicazione di 4 inediti in Italia e il primo, Il problema finale, uscirà in libreria all'inizio di novembre. Si tratta di un romanzo poliziesco del 2023 nel quale lo scrittore, sin dal titolo, rende omaggio alla saga di Sherlock Holmes e al giallo classico del primo '900. Il racconto si svolge nell'estate del 1960 in un'isoletta greca rimasta isolata a causa di un violento fortunale: una turista inglese viene trovata uccisa e a indagare sull'omicidio sarà Hopalong Basil, un attore in declino che aveva interpretato al cinema la figura del detective di Baker Street.</p><p>Insomma, da Conan Doyle ad Agatha Christie, non mancano le citazioni alla tradizione del mystery d'Oltremanica. La traduzione è stata affidata a Bruno Arpaia ed è annunciata per i prossimi mesi anche una miniserie televisiva prodotta da Netflix.</p><p>Il secondo romanzo di Pérez-Reverte che uscirà con il logo Settecolori sarà L'isola della donna addormentata, pubblicato in Spagna e nel resto del mondo lo scorso anno. E qui invece siamo più nel solco della tradizione revertiana: è infatti un'avventurosa spy-story che si svolge durante la guerra civile spagnola, così come la fortunata trilogia dello 007 franchista Lorenzo Falcò, uscita alcuni anni fa. In questo caso un marinaio spagnolo riceve dai nazionalisti l'incarico segreto di sabotare gli aiuti militari che l'Unione Sovietica, via mare, manda alle milizie repubblicane.</p><p>E gli altri due titoli che verranno pubblicati in seguito? Su questo alla Settecolori per ora mantengono il riserbo, ma saranno due romanzi storici scritti da Pérez-Reverte una ventina d'anni fa che non sono mai stati tradotti in italiano: Capo Trafalgar e Un giorno di collera. Il primo affronta il tema della grande battaglia navale del 1805 con la flotta inglese, mentre il secondo rimanda alla rivolta popolare di Madrid del 1808 contro l'esercito napoleonico.</p><p>Come mai un autore internazionale da venti milioni di copie lascia la corazzata Rizzoli per il piccolo vascello pirata Settecolori? L'amministratore delegato Manuel Grillo, da venticinque anni alla guida della casa editrice dopo la prematura scomparsa del padre Pino, lo storico fondatore, opta per la diplomazia: "Pérez-Reverte è stato convinto dal nostro progetto e dal catalogo di qualità che da alcuni anni stiamo proponendo ai lettori italiani". Però in Spagna si parla anche di una certa delusione dell'autore, che negli ultimi tempi non si è sentito molto valorizzato sul mercato italiano. Ed è molto probabile che dietro l'intesa con Settecolori ci sia anche lo zampino del direttore editoriale Stenio Solinas, storica firma de Il Giornale, da sempre grande appassionato della letteratura di Pérez-Reverte.</p>]]></content:encoded><media:content url="https://www.ilgiornale.it/resizer/v2/DU7BNS564ZII7GH6FZA5Y7FPY4.jpg?auth=53ac98857c02e01e724d062de69fdb2e4588c8d02459f8dd2711853d05b56e12&amp;smart=true&amp;width=1200&amp;height=900" type="image/jpeg" height="900" width="1200"/></item><item><title><![CDATA[L'Africa noir fa molta paura ma gli italiani indagano...]]></title><link>https://www.ilgiornale.it/news/lafrica-noir-fa-molta-paura-italiani-indagano-2536006.html</link><guid isPermaLink="true">https://www.ilgiornale.it/news/lafrica-noir-fa-molta-paura-italiani-indagano-2536006.html</guid><dc:creator><![CDATA[Giorgio Ballario]]></dc:creator><description></description><pubDate>Sun, 14 Sep 2025 03:00:03 +0000</pubDate><content:encoded><![CDATA[<p>In occasione del centenario della nascita di Andrea Camilleri torna in libreria uno dei più famosi romanzi "non montalbaniani" dello scrittore siciliano. A quindici anni dalla sua prima uscita, Sellerio ha appena ripubblicato Il nipote del Negus, un'opera carica di ironia nella quale l'autore miscela fatti storici reali (il viaggio in Sicilia del principe etiope Brhané Sillassié nel 1929) con elementi di pura fantasia, cioè la permanenza del notabile africano nelle immaginarie città di Montelusa e Vigàta, con inevitabili e equivoci ed esilaranti malintesi da parte delle autorità locali fasciste.</p><p>Il nipote del Negus non è un romanzo di ambientazione coloniale, ma così come La presa di Macallè (2003) fa riferimento al grande fenomeno di esaltazione collettiva che pervase l'Italia durante l'avventura africana che avrebbe portato, di lì a pochi anni, alla creazione dell'effimero impero mussoliniano. L'impresa coloniale in realtà era cominciata molto prima, in epoca post-unitaria, quando nel 1869 la compagnia di navigazione genovese Rubattino acquistò da un sultano locale la baia di Àssab, nel sud dell'Eritrea, e per la prima volta issò il tricolore sulla lontana terra africana. Ma non c'è dubbio che il grande impulso allo sviluppo dei possedimenti d'oltremare nel frattempo si erano aggiunti il resto dell'Eritrea, la Libia e la Somalia arrivò con il fascismo, che trasformò quel tardivo esperimento espansionistico ottocentesco in un progetto di colonizzazione senza precedenti.</p><p>Come andò a finire lo sappiamo fin troppo bene, resta il fatto che un fenomeno così complesso e profondo, che ha occupato più di un terzo della storia unitaria d'Italia, ha lasciato poche tracce nella nostra cultura. Tralasciando la memorialistica e la narrativa di propaganda promossa dal regime alla fine degli anni Venti, il romanzo coloniale è stato un genere poco frequentato dagli scrittori italiani. Con due vistose eccezioni: i primi anni del secondo Dopoguerra, con le opere fondamentali di Ennio Flaiano, Mario Tobino (Il deserto della Libia) e Giuseppe Berto (Guerra in camicia nera); e questi ultimi dieci-quindici anni, nei quali il tema coloniale è tornato con prepotenza sia come fondale di storie noir, poliziesche e ucroniche, sia come palestra per autori in cerca di facile successo con narrazioni non solo anticolonialiste, ma spesso antitaliane tout-court.</p><p>Uscito nel 1947, Tempo di uccidere è l'unico romanzo scritto da Ennio Flaiano, che fruttò allo scrittore pescarese anche la prima edizione del Premio Strega. Nata dall'esperienza personale dell'autore nella guerra d'Abissinia, l'opera è un viaggio psicologico nel delirio e nella solitudine di un ufficiale italiano che uccide involontariamente la ragazza etiope con la quale ha avuto una fugace relazione, fugge per evitare una punizione ed è attanagliato dal rimorso e dal terrore di esser stato contagiato dalla lebbra. Una vicenda che riecheggia Cuore di tenebra di Conrad e che offre l'immagine di un'Africa oscura, malata e selvaggia con cui l'uomo europeo non riesce a dialogare, sino a rischiare di perdere il senno. Il romanzo di Flaiano è lontanissimo dalla retorica fascista in auge fino a pochi anni prima, tuttavia non è un'esplicita condanna del colonialismo, come invece vorrebbe la critica letteraria contemporanea, che presenta il rapporto fra l'italiano e la donna etiope come uno stupro e quindi il simbolo stesso della sopraffazione dell'uomo bianco sulle popolazioni africane. Di recente questa rilettura dell'opera di Flaiano è stata ripresa dalla scrittrice italo-etiope Gabriella Ghermandi, che nel romanzo Regina di fiori e di perle (2007) ribalta la situazione dal punto di vista dei popoli colonizzati e fa uccidere il soldato italiano dalla ragazza abissina. Debitore delle atmosfere di Flaiano e di Conrad è anche Un mattino a Irgalem di Davide Longo, uscito nel 2001, originale mix di noir e legal thriller nel quale un improvvisato avvocato militare deve difendere un sottufficiale accusato di crimini orrendi ai danni degli indigeni nel corso della guerra d'Etiopia: un mostro alla colonnello Kurtz o un eroe caduto in disgrazia? In ogni caso un personaggio scomodo per tutti, che molti vorrebbero eliminare.</p><p>Stupri, violenze e stragi sono temi ricorrenti nella letteratura di ambientazione coloniale degli ultimi anni. Così come il famoso massacro di Debrà Libanòs del 1937, quando - dopo il sanguinoso attentato dinamitardo del movimento Giovani Etiopi contro il viceré Graziani (sette morti e cinquanta feriti) - le truppe coloniali italiane scatenarono una furiosa rappresaglia, culminata nell'assedio del monastero copto e nell'uccisione di centinaia di sacerdoti e diaconi (le fonti più recenti arrivano a stimare 1500-2000 vittime). Tutti fatti tristemente veri, anche se è opinabile ridurre un fenomeno storico durato quasi sessant'anni soltanto agli episodi sanguinari. Come se qualcuno limitasse la storia dell'impero coloniale britannico al massacro di Amritsar in India (quasi 400 morti) o allo sterminio di migliaia di boeri, tra cui donne e bambini, nei tremendi campi di concentramento in Sudafrica. Oppure, per restare al Corno d'Africa, se dell'impero del Negus Hailè Selassiè si raccontasse esclusivamente la schiavitù ancora vigente, la repressione cruenta delle minoranze etniche, l'uso in guerra delle micidiali pallottole dum-dum e le consuete evirazioni e decapitazioni dei prigionieri, sia italiani che ascari.</p><p>Eppure, a partire dagli anni Sessanta, sottotraccia i romanzi coloniali hanno un unico intento: non solo condannare il colonialismo, ma in qualche modo denigrare l'intera presenza italiana in Africa. Compresa la parentesi non coloniale dell'Afis, l'amministrazione fiduciaria della Somalia dal 1950 al 1960, che le Nazioni unite affidarono all'Italia per traghettare il Paese del Corno d'Africa verso l'indipendenza. Un'esperienza giudicata in modo positivo a livello internazionale, ma criticata invece dal giornalista e scrittore Enrico Emanuelli nel romanzo Settimana nera, uscito nel 1961 e ripubblicato da Mondadori quattro anni fa. Ambientata nella Mogadiscio degli anni Cinquanta, l'opera tende a presentare l'Afis e la presenza italiana in Somalia come una prosecuzione del peggior colonialismo, con il suo carico di sfruttamento e sopraffazione. Da ricordare en passant che Emanuelli, scomparso nel 1967, si meritò un caustico epitaffio di Indro Montanelli che ne irrideva la ritrosia, come giornalista, a criticare il regime sovietico: "Qui giace Enrico Emanuelli. Visse e non visse. Scrisse e non scrisse. Disse e non disse. Ma a nulla gli servì perché morì". Diverso l'approccio di una scrittrice post-coloniale come Erminia Dell'Oro, nata in Eritrea e poi venuta in Italia all'età di vent'anni con un bagaglio di esperienze africane che ne hanno contraddistinto l'opera. Come capita in questi casi, l'appartenenza si colloca "tra" i due luoghi, comprendendoli ed escludendoli al tempo stesso e in romanzi come Asmara addio e L'abbandono questa dualità emerge con chiarezza, così come i problemi legati alle famiglie miste italo-eritree e il tema dei figli del "madamato", il concubinaggio d'epoca coloniale. S'inseriscono sulla stessa scia i romanzi di Alessandro Spina, un altro scrittore sospeso tra i due mondi nonché uno dei pochi ad aver affrontato, dagli anni Cinquanta in poi, la storia degli italiani in Africa. Nato in Libia nel 1927 da una famiglia siriana di origine cristiano-maronita (il vero nome era Basili Khouzam), Spina è stato autore di un lungo ciclo narrativo scritto nell'arco di quasi mezzo secolo, tra il 1954 e il 1999, romanzi e antologie di racconti d'ambientazione libica che nel 2006 Morcelliana ha riunito nel volume I confini dell'ombra.</p><p>Negli ultimi anni il tema delle colonie d'Africa è stato terreno fertile per autori di noir e gialli storici. Attorno all'esecrabile massacro dei monaci copti del 1937 ruota il romanzo Debrà Libanòs di Luciano Marrocu, pubblicato nel 2002, uno dei primi interessanti esempi di utilizzo dello scenario coloniale per ambientarvi una crime-story. Infatti l'Africa coloniale compare anche nei romanzi di uno dei maestri del noir italiano, Carlo Lucarelli, autore nel 2008 de L'ottava vibrazione, un grandioso racconto corale della disfatta di Adua che tratteggia in modo impietoso il raffazzonato colonialismo italiano di fine Ottocento. Operazione poi ripetuta in altre due opere successive, Albergo Italia del 2014 e Il tempo delle iene del 2015, contraddistinte dalle indagini del capitano dei carabinieri Colaprico e dal suo collaboratore indigeno nell'Eritrea del 1899. Più o meno nello stesso periodo Daniele Cellamare ambienta il suo Delitto a Dogali, giallo storico del 2022 che ripercorre gli anni drammatici del primo colonialismo italiano partendo dal misterioso omicidio di un sacerdote, sul quale indaga un capitano del regio esercito, investigatore improvvisato.</p><p>Si ritorna agli anni Trenta con I fantasmi dell'impero di Luigi Panella, Marco Consentino e Domenico Dodaro, imponente romanzo pubblicato nel 2017 che prende le mosse da documenti d'archivio ma si incanala ben presto nell'alveo del noir e della spy-story, scandagliando il periodo controverso dell'attentato a Graziani, della repressione di Debrà Libanòs e degli intrighi tra fascisti e monarchici nell'amministrazione coloniale e nel lontano governo di Roma. Roberto Costantini, nato a Tripoli nel 1952, nei suoi romanzi affronta invece il dramma degli italiani rimasti in Libia nel Dopoguerra ed espulsi nel 1970 da Gheddafi, nell'indifferenza complice del governo italiano. Il protagonista della Trilogia del Male (Tu sei il male, Alle radici del male e Il male non dimentica) è infatti un commissario dal passato oscuro, Michele Balistreri, nato e cresciuto in Libia, e i frequenti flash-back lo riportano a una serie di avvenimenti traumatici avvenuti a Tripoli prima del 1970.</p><p>È a cavallo tra noir e ucronia il ciclo di romanzi di Luca Ongaro, che immagina un Dopoguerra in cui l'Italia non ha perso le colonie e quindi ambienta le indagini del suo commissario Campani nell'Eritrea degli anni Cinquanta e Sessanta, ancora italiana. Più o meno lo stesso scenario del fortunato L'inattesa piega degli eventi di Enrico Brizzi (2008), picaresca avventura di un giornalista sportivo mandato per punizione a seguire il campionato di calcio della Serie Africa. Il racconto si svolge in un immaginario 1960 nel quale l'Italia non ha perso la guerra, Mussolini è ancora vivo e le colonie africane sono ancora in piedi, anche se percorse dai fremiti della decolonizzazione e animate dai primi vagiti della cultura "beat" dei favolosi Sixties.</p><p>* Giorgio Ballario è autore di una fortunata serie di gialli ambientati nelle colonie italiane. Protagonista è il maggiore Aldo Morosini. La saga è edita dalle Edizioni del Capricorno</p>]]></content:encoded><media:content url="https://www.ilgiornale.it/resizer/v2/V4AG4YTYIZIM7IARXPIESWJCWM.jpg?auth=3c13fa5eea9f9c891b28a48603277cef3ead359f855e8ac751095013828f2abc&amp;smart=true&amp;width=1200&amp;height=900" type="image/jpeg" height="900" width="1200"/></item><item><title><![CDATA[Da Sarajevo alle isole Canarie ormai è "Il tempo delle belve"]]></title><link>https://www.ilgiornale.it/news/letteratura/sarajevo-isole-canarie-ormai-tempo-delle-belve-2521189.html</link><guid isPermaLink="true">https://www.ilgiornale.it/news/letteratura/sarajevo-isole-canarie-ormai-tempo-delle-belve-2521189.html</guid><dc:creator><![CDATA[Giorgio Ballario]]></dc:creator><description><![CDATA[Victor del Árbol è da molti anni uno dei migliori autori spagnoli di thrilller-noir.]]></description><pubDate>Sat, 09 Aug 2025 08:06:56 +0000</pubDate><content:encoded><![CDATA[<p>Victor del Árbol è da molti anni uno dei migliori autori spagnoli di thrilller-noir e per fortuna negli ultimi tempi se ne sono accorti anche gli editori italiani. Nel 2022 e 2024 Elliot Edizioni ha tradotto e pubblicato due suoi romanzi e adesso manda in libreria Il tempo delle belve, che è un parziale seguito dell'opera uscita lo scorso anno (Nessuno su questa terra).</p><p>Parziale, perché se è vero che in questo libro ritornano alcuni personaggi della storia precedente, questa volta cambiano completamente le coordinate. A cominciare dall'ambientazione, che non è più la moderna e luccicante Barcellona ma un collage di luoghi lontani fra loro, uniti da una trama complessa e accattivante che si svela a poco a poco: dall'isola di Lanzarote, nelle Canarie, alla campagna catalana; fino a giungere a Milano e Ostuni, nella Puglia che Del Árbol ama da anni e dove spesso trascorre le vacanze estive. Poi, con un ardito salto temporale (l'azione principale si svolge nel 2008), l'autore ci porta anche nell'inferno della guerra civile jugoslava di quindici anni prima, all'epoca dell'assedio di Sarajevo.</p><p>Ritornano alcuni dei personaggi di Nessuno su questa terra, come detto, ma questa volta lo scrittore spagnolo si diverte a mischiare le carte e ad assegnare loro prospettive e ruoli diversi: l'ispettore di polizia malato di cancro, Julián Leal, indiscusso protagonista nel romanzo</p><p>precedente, questa volta rimane in secondo piano, anche perché non è più un poliziotto e si sta avvicinando alla fine. Il suo vice Soria, al contrario, compie il percorso inverso: spedito per punizione nella lontana Lanzarote, diventa il motore della tortuosa indagine che da un piccolo episodio secondario ci porterà a scoprire un mostruoso piano criminale. Ricompare anche Virginia Ortiz, ex collega e amore segreto di Leal, che a sua volta ha lasciato l'uniforme e si è rassegnata a diventare manager nella miliardaria e opaca multinazionale del padre. E infine si ripresenta persino il sicario senza nome dei narcos messicani, uomo implacabile e tormentato che è anche l'unico al quale Del Árbol regala la facoltà di raccontare i fatti in prima persona.</p><p>Il tempo delle belve parte da un banale episodio che avviene nella lontana Lanzarote, un pirata della strada che investe e riduce in fin di vita una giovane cameriera bosniaca. Dopo poche e superficiali indagini il commissariato locale è pronto ad archiviare la pratica, ma il caso vuole che il fascicolo venga assegnato al vice ispettore Soria, uno sbirro sovrappeso e tabagista spedito per punizione da Barcellona alle Canarie per far passare gli ultimi due anni che gli mancano alla pensione.</p><p>Ma Soria è uno della vecchia guardia, capisce quando i conti non tornano e comincia a investigare seriamente sull'incidente di cui è rimasta vittima Vesna, la ragazza bosniaca. Anche perché nel giro di pochi giorni vengono trovati morti ammazzati tre balordi che avevano avuto un ruolo nel furto dell'auto pirata. Inoltre, sempre nell'isola, un lavoratore licenziato dà fuoco per vendetta al suo ex stabilimento e fa strage di operai.</p><p>O almeno così recita la versione ufficiale. E la fabbrica appartiene alla multinazionale del padre di Virginia Ortiz.</p><p>Trattandosi di un giallo non è il caso di spingersi oltre, ma ben si capisce come già nei primi capitoli Victor del Árbol imbastisca una trama ad alta tensione, che in certe fasi del romanzo può apparire talvolta fin troppo complessa, artificiosa e inverosimile. Andando avanti, tuttavia, tutte le tessere del mosaico si incastrano al posto gusto e regalano un finale memorabile, nel quale le atmosfere noir prevalgono sui colpi di scena da thriller americano. Una conferma dello stile inconfondibile dell'autore spagnolo, che anche quando preme sull'acceleratore del romanzo d'azione in realtà dimostra di prediligere i toni dei tormenti esistenziali e degli approfondimenti psicologici, offrendo al lettore personaggi ambigui nei quali bene e male sono intrecciati in modo talora indistinguibile.</p><p>Come si diceva all'inizio, in questo romanzo ci sono anche alcune pagine italiane, in particolare dedicate alla Milano frenetica e cosmopolita che in questi giorni riempie le cronache giudiziarie. E che Del Árbol presenta come crocevia europeo di affari non sempre puliti nei quali sguazzano i finanzieri vicini alla 'Ndrangheta e ad altre organizzazioni criminali. L'efficace e scorrevole traduzione è di Pierpaolo Marchetti, la voce italiana di tutti i romanzi di Del Árbol.</p>]]></content:encoded><media:content url="https://www.ilgiornale.it/resizer/v2/D5I4R6FYF5MXFEXFTDPSHWOYME.jpg?auth=2e0fcadb2fef8d3d449137f43e28de2d4f10a0eca3c0de98c56a78d2eaa8eed4&amp;smart=true&amp;width=1200&amp;height=900" type="image/jpeg" height="900" width="1200"/></item><item><title><![CDATA[Fante, Chandler e la Los Angeles "nera"]]></title><link>https://www.ilgiornale.it/news/letteratura/fante-chandler-e-los-angeles-nera-2516774.html</link><guid isPermaLink="true">https://www.ilgiornale.it/news/letteratura/fante-chandler-e-los-angeles-nera-2516774.html</guid><dc:creator><![CDATA[Giorgio Ballario]]></dc:creator><description><![CDATA[Due scrittori diversissimi uniti nel racconto del lato oscuro della mecca del cinema]]></description><pubDate>Wed, 30 Jul 2025 06:00:06 +0000</pubDate><content:encoded><![CDATA[<p>È difficile pensare a due uomini e scrittori tanto diversi come John Fante e Raymond Chandler. Li dividono origini, percorso umano, stile di scrittura. E anche genere letterario e differenza d'età. Eppure John e Raymond hanno molte cose in comune, a cominciare dall'esperienza di sceneggiatore per Hollywood e dall'inquietudine esistenziale che porta entrambi ad annegare nell'alcol le proprie frustrazioni. Ma c'è qualcos'altro che li avvicina ancor di più, ed è Los Angeles, la città degli angeli che entrambi descrivono come metropoli del vizio, della corruzione, dello sfruttamento dell'uomo sull'uomo. Malgrado li separi l'età Chandler aveva ventun'anni più di Fante la città che raccontano, vera protagonista dei loro romanzi, è quella dello stesso periodo.</p><p>Chandler, nato a Chicago nel 1888 e vissuto anche in Inghilterra, arriva nella metropoli californiana nel 1912, ma per quasi vent'anni non si occupa di letteratura, lavora come impiegato e si limita a cercare conforto nella bottiglia. Comincia a scrivere racconti nel 1932 e viene pubblicato per la prima volta l'anno successivo. Nello stesso periodo anche Fante fa i primi tentativi di scrittura: ha poco più di vent'anni, nel 1930 si è trasferito in California dal Colorado e un anno dopo inizia a lavorare per Hollywood. Nel '33, mentre Chandler comincia a pubblicare racconti sulle riviste pulp, Fante è impegnato nella stesura di La strada per Los Angeles, la prima opera che però verrà pubblicata postuma decenni dopo.</p><p>Gli anni Trenta sono per entrambi un periodo creativo. John si fa strada come sceneggiatore cinematografico e nel 1938 ottiene il primo successo letterario con Aspetta primavera, Bandini, al quale segue Chiedi alla polvere (1939); mentre Raymond esce il libreria con Il grande sonno, che segna il debutto del suo personaggio più iconico, l'investigatore privato Marlowe. Sono figure molto differenti, Philip Marlowe e Arturo Bandini, però si muovono nella stessa Los Angeles sospesa fra il lusso sfacciato delle ville di Malibu e la ricchezza dei capitani d'industria, tra il sogno hollywoodiano incarnato dalle dive del cinema e la realtà di una città invasa da immigrati di ogni parte degli States, vittime della Grande Depressione dopo il crollo di Wall Street. E popolata da diseredati in arrivo dal sud del mondo. In questo senso, Marlowe e Bandini sono due facce della stessa Los Angeles.</p><p>Un altro dettaglio avvicina i due autori, oltre all'attenzione per gli ultimi della società, ed è la descrizione quasi cinematografica di una città in perenne movimento. Sia John che Raymond lavorano per il cinema e ciò si riflette nel loro modo di scavare a fondo nell'anima di Los Angeles e dei suoi abitanti. E di sbattere in faccia al lettore l'altro volto dell'American Dream celebrato da Hollywood. Si pensi a come entrambi descrivono il quartiere popolare di Bunker Hill, dove Fante visse per qualche anno e al quale intitolò persino il suo ultimo romanzo (Sogni di Bunker Hill, 1982). In Finestra sul vuoto Chandler così definisce il quartiere: «Bunker Hill è la città vecchia, perduta, fatiscente e piena di balordi».</p><p>Per i due scrittori, gli anni Quaranta rappresentano un'inversione di corrente. Dopo il successo, Fante entra in crisi creativa: pur continuando a lavorare come sceneggiatore non riesce più a pubblicare libri ed è assorbito dai problemi familiari (si è sposato ed ha avuto quattro figli). Per Chandler, invece, è il definitivo decollo: pubblica altri quattro libri - Addio mia amata (1940), La finestra sul vuoto (1942), La signora nel lago (1943), La sorellina (1949) diventa famosissimo, i suoi romanzi vengono trasposti in film ed è a sua volta chiamato a lavorare nell'industria cinematografica.</p><p>Anche nel decennio successivo, Los Angeles rimane al centro dell'attività letteraria di Chandler e Fante. Prima di morire a 71 anni, nel 1959, l'inventore del genere noir scrive ancora tre opere - Il lungo addio (1953), Ancora una notte (1958), The Poodle Springs Story (1959, incompleto) mentre Fante, dopo il lungo silenzio, ritorna a pubblicare un romanzo (Una vita piena, del 1952), prima di inabissarsi in un'altra crisi esistenziale, acuita per giunta dal diabete, malattia che in tarda età lo renderà cieco e amputato di entrambe le gambe.</p><p>L'opera e la figura di Fante verranno rivalutate soltanto alla fine degli anni Settanta, grazie all'intervento di un altro gigante californiano della letteratura, Charles Bukowski, suo grande ammiratore. Così, lo scrittore italo-americano conosce in vita gli ultimi scampoli di successo e viene riscoperto anche in Europa. Muore a Los Angeles nel 1983 a 72 anni, più o meno la stessa età di Chandler.</p><p>Si può dire che Chandler e Fante, ciascuno a suo modo, abbiano voluto mostrare il volto oscuro di Los Angeles e dell'America, sollevare il tappeto per mostrare la sporcizia nascosta lì sotto. E nel farlo hanno adottato una vena sociale non strettamente politica, ma che la dice lunga sulla loro visione dell'American Way of Life.</p><p>In Chandler la critica al capitalismo a stelle e strisce è spesso implicita, perché Marlowe si muove in una società corrotta e dominata dal denaro nella quale la giustizia è un miraggio e l'etica è in vendita al miglior offerente. Marlowe è un cavaliere solitario, un uomo disilluso che lotta in modo individuale contro la società senza tuttavia proporre nessuna alternativa politica, caso mai scegliendo un atteggiamento etico-anarchico del tutto privato.</p><p>Non è molto differente Bandini, un ribelle vitalistico e individualista, pronto a contestare i valori familiari cattolici trasmessi dai genitori italiani eppure fortemente radicato in essi. Orgogliosamente americano di prima generazione, ma inevitabilmente attratto dalle minoranze etniche e sociali della Los Angeles meticcia. Eroe impolitico e proletario che affronta il doppio handicap di essere povero e di origine italiana in una società fortemente classista e razzista, nella quale come nel caso di Marlowe il denaro appartiene a pochi e l'ascensore sociale è riservato di preferenza ai Wasp.</p>]]></content:encoded><media:content url="https://www.ilgiornale.it/resizer/v2/JYR3SGGJQNIFVCIRAF6MR7RL5Y.jpg?auth=aaa38aa55e298e8b349bfd63e1e06adf0f0c55cd985ca6ef030ee44ce8ceb997&amp;smart=true&amp;width=1200&amp;height=900" type="image/jpeg" height="900" width="1200"/></item><item><title><![CDATA["Ho scritto un'ucronia sull'Italia degli ultimi"]]></title><link>https://www.ilgiornale.it/news/ho-scritto-unucronia-sullitalia-degli-ultimi-2496622.html</link><guid isPermaLink="true">https://www.ilgiornale.it/news/ho-scritto-unucronia-sullitalia-degli-ultimi-2496622.html</guid><dc:creator><![CDATA[Giorgio Ballario]]></dc:creator><description><![CDATA[L'autore di "Ferrovie del Messico" Gian Marco Griffi racconta il suo nuovo romanzo "Digressione"]]></description><pubDate>Wed, 18 Jun 2025 03:00:03 +0000</pubDate><content:encoded><![CDATA[<p>Dopo il clamoroso e inatteso successo di Ferrovie del Messico, Gian Marco Griffi torna in libreria con un romanzo-monstre di 1.024 pagine: Digressione (Einaudi).</p><p><b>Griffi, il suo primo libro aveva 228 pagine. Il secondo ne aveva 824. Ora è uscito Digressione, che ha 1.024 pagine. La foresta amazzonica deve temere in vista del quarto?</b></p><p>«Ho verificato che Einaudi lo stampasse su carta certificata FSC, proveniente da foreste gestite in modo sostenibile, perciò l'Amazzonia non ha nulla da tenere. Scherzi a parte, se la domanda allude alla mole del libro, be' devo ammettere che non sarei riuscito a scrivere meno pagine, né me l'ha chiesto l'editore, che anzi mi ha lasciato libero su tutto, purché rispettassi i tempi di consegna».</p><p><b>Lei ha confessato di aver saputo a fine ottobre 2024 che il libro sarebbe uscito all'inizio di giugno e che in quel momento non aveva ancora buttato giù una riga: come si fa a scrivere un romanzo di mille pagine in sei mesi?</b></p><p>«Ci si fa il culo. Einaudi non mi ha imposto nulla, ma io ho follemente accettato questa scadenza perché sentivo di aver bisogno di una data fissa, altrimenti non sarei mai riuscito a partire. Avevo alle spalle moltissimo lavoro preliminare e centinaia di pagine di appunti, ma non avevo ancora scritto nulla. Sono stati sei mesi terrificanti: per mia moglie sono diventato una specie di sconosciuto e ho voluto salvaguardare almeno un'ora al giorno per giocare con mio figlio. Per il resto è stata unimmersione totale nella scrittura durata circa tre mesi, poi altri tre li ho passati alla revisione del romanzo in compagnia dei miei editor Giulio Mozzi e Greta Bertella».</p><p><b>Si dice che Digressione sia un'opera ucronica, dove lei riscrive una specie di storia parallela e la sua Asti assume un ruolo centrale nella storia d'Italia.</b></p><p>«Ma no! Asti rimane un luogo di provincia anche in Digressione, ma è centrale nella trama perché lo è per me, ci vivo da sempre. Anzi, il protagonista abita nella mia stessa strada, via Massimo d'Azeglio, così come vi abitava il Cesco Magetti di Ferrovie del Messico. Quanto alla definizione di romanzo ucronico, è senz'altro fondata, non fosse altro perché Arturo Saragat, il protagonista, si muove in una città immaginaria da quando ha diciott'anni fino alla vecchiaia, nel 2054. Più di metà libro si svolge nel futuro, tra il 2027 e appunto il 2054, ma non solo ad Asti. Compare ad esempio una Pantelleria divisa a metà da un muro, come Cipro: da un lato ospita una specie di Las Vegas mediterranea, dall'altro una baraccopoli di immigrati. E c'è anche un Benito Mussolini che non è stato fucilato ma mandato in esilio in varie isole e finisce proprio ad allevare asinelli a Pantelleria. Però Digressione non è soltanto un romanzo ucronico, è anche verista, oserei dire neorealista: racconta le storie degli ultimi, di chi sta ai margini della società».</p><p><b>Una caratteristica essenziale di Digressione è l'uso pirotecnico della lingua, che lei impiega in modo versatile, utilizzando forme gergali, pastiche dialettali, idiomi alti e pop...</b></p><p>«A me piace scrivere in questo modo, è il mio stile e credo che lo adotterei anche se dovessi dedicarmi al romance o alle spy-story. Presto molta attenzione e molta cura al linguaggio, non sopporto la scrittura sciatta. Nei miei testi alterno registri diversi, a seconda dei soggetti che parlano, ma è un lavoro artigianale che svolgo prima ancora di scrivere il romanzo, fa parte dell'attività preliminare. La scrittura è un procedimento artificiale, però al lettore deve sembrare spontaneo, non deve accorgersi di quanto lavoro c'è dietro».</p><p><b>Hanno scritto che nella sua opera si trovano tracce di Borges, Bolaño, Calvino, Pynchon e Philip Dick. Quali sono i suoi riferimenti letterari?</b></p><p>«Sono tutti autori che ho letto e apprezzo molto, ma credo che nessuno di loro abbia influito più di tanto sul mio modo di scrivere. Invece senza Beckett e Gadda sarei un autore molto diverso. In particolare dallo scrittore irlandese ho imparato che non c'è niente di più comico dell'infelicità. Soprattutto della propria, aggiungo io».</p><p><b>Ferrovie del Messico venne pubblicato da un piccolo editore, Laurana, e ha venduto 60 mila copie. Ora lei esce con un colosso come Einaudi e ci sono enormi aspettative: non sente l'ansia da prestazione?</b></p><p>«L'ho avuta per un anno e mezzo, dopo aver firmato il contratto, perché non sapevo se sarei stato in grado di partorire un romanzo della stessa portata. Poi l'ansia è tornata appena prima di mettermi a scrivere, ma non appena ho iniziato tutte le paure sono scomparse. Ho dato il meglio di me, il romanzo potrà piacere oppure no ma nessuno mi potrà accusare di averlo buttato giù alla bell'e meglio solo per rispettare una scadenza. Adesso sono tranquillo, le classifiche non mi interessano. Non credo di essere uno scrittore di best-seller, un autore da centomila copie. In questo caso parto con il vantaggio di una grande macchina distributiva e di marketing, ma resto convinto che alla fine la differenza la facciano sempre i lettori».</p><p><b>Come dimostrano i finalisti dello Strega, l'editoria italiana punta su microstorie individuali e vicende ansiogene e psicologiche scritte con uno stile social. Lei viceversa scommette su macrostorie sovradimensionate, personaggi inverosimili, fantasie ipertrofiche, una scrittura ricca e ipertestuale e una vena comica da commedia all'italiana. Coraggioso o irresponsabile?</b></p><p>«Coraggioso non so, irresponsabile di sicuro. Però mi interessa scrivere questo genere di libri e con questo stile. Va sottolineato, tuttavia, che in Digressione conta molto l'introspezione del protagonista, che è pervaso da un enorme senso di colpa e dall'angoscia per non aver saputo impedire il male quand'era ragazzino. Il riferimento è a un atto di bullismo al quale lui ha preso parte e che non riesce a perdonarsi, cercando una redenzione. Poi, come mi è congeniale, anche questo senso di colpa è declinato in modo comico, ironico... In definitiva questo romanzo è una tragicommedia».</p>]]></content:encoded><media:content url="https://www.ilgiornale.it/resizer/v2/6G3UPIZDJVO5ZBDBAP3MYG675M.jpg?auth=adec9e133ad7a0048515b30a86d82dc3108743311242ed80212728cd4d9de505&amp;smart=true&amp;width=1200&amp;height=900" type="image/jpeg" height="900" width="1200"/></item><item><title><![CDATA["Boccanera" indaga il lato oscuro della solare Nizza e della Costa Azzurra]]></title><link>https://www.ilgiornale.it/news/boccanera-indaga-lato-oscuro-solare-nizza-e-costa-azzurra-2491037.html</link><guid isPermaLink="true">https://www.ilgiornale.it/news/boccanera-indaga-lato-oscuro-solare-nizza-e-costa-azzurra-2491037.html</guid><dc:creator><![CDATA[Giorgio Ballario]]></dc:creator><description><![CDATA[I gialli di Michèle Pedinielli sbarcano in Italia. In Francia sono già una moda]]></description><pubDate>Sat, 07 Jun 2025 03:00:03 +0000</pubDate><content:encoded><![CDATA[<p>L'aeroporto di Nizza è il terzo di Francia, dopo i due scali parigini: la porta d'accesso alla Costa Azzurra, a Cannes, Antibes, Juan-les-Pins e Saint-Tropez, il paradiso mondiale del turismo d'élite. Una città cosmopolita, Nizza. Amata soprattutto dagli italiani, che in ogni stagione dell'anno accorrono richiamati dal lusso di hotel e negozi, dai locali alla moda e dal clima mite anche nei mesi invernali. Ventimila nostri connazionali l'hanno scelta come residenza fissa.</p><p>A Nizza è facile sentirsi a casa. E non solo perché più o meno tutti parlicchiano l'italiano. Il capoluogo della Costa Azzurra è la città meno francese di Francia e quasi tutto - dalla toponomastica all'architettura, dal dialetto alla gastronomia - richiama il passato ligure-piemontese dell'allora Regno di Sardegna. Ecco quindi che le avventure letterarie dell'investigatrice privata Ghjulia Boccanera, un'eroina dark che si muove tra i carrugi della Vieille Ville, l'elegante lungomare della Promenade des Anglais e il porto davanti al quale nacque Giuseppe Garibaldi, ci appaiono familiari.</p><p>Ghjulia detta Diou è la protagonista della fortunata serie noir della scrittrice nizzarda Michèle Pedinielli, da poche settimane approdata in Italia con il suo primo titolo, Boccanera, pubblicato da Fandango. Nata a Nizza da una famiglia italo-corsa, Michèle ha lavorato per molti anni nel giornalismo ed ha vissuto a lungo a Parigi, prima di tornare in Costa Azzurra e imboccare la strada tortuosa del romanzo noir. Il primo libro di Ghjulia Boccanera risale al 2018 e ad oggi la serie è già arrivata a cinque titoli. Oltre a Boccanera, in queste settimane Pedinielli è presente delle librerie italiane con un altro romanzo appena uscito, Il confine della vergogna (Edizioni Le Assassine), scritto a quattro mani con l'amico Valerio Varesi, il più francese dei nostri scrittori polizieschi, non a caso amato Oltralpe forse ancor più che in Italia.</p><p>Dalle pagine di Michèle Pedinielli emerge l'altro volto di Nizza, quello oscuro che non compare nelle guide turistiche e sui giornali glamour. Viene a galla il milieu criminale che ha sempre convissuto con l'immagine patinata, modaiola e internazionale della città-simbolo della Costa Azzurra. Nulla a che vedere con il ghigno rapace e sanguinario della leggendaria malavita di Marsiglia, tuttavia da almeno mezzo secolo la Nizza dei bassifondi e delle banlieues convive con la delinquenza in giacca e cravatta ammanicata con la politica, descritta già nel 1982 da Graham Greene (che abitava ad Antibes) nel libro J'Accuse, The Dark Side of Nice, volume che in Francia gli procurò denunce e antipatie fino alla morte.</p><p>Era la Nizza dei palazzinari e dei locali alla moda nei quali si riciclava il denaro del traffico di droga, la città dove i caïd marsigliesi si recavano in trasferta per mettere a segno nuovi progetti criminali e dei banditi vecchia scuola come Albert Spaggiari, l'ideatore del geniale colpo con il quale nel 1976 svuotò i caveaux di una banca del centro passando attraverso le fogne cittadine. Di quella malavita pittoresca e legata agli antichi codici d'onore adesso non c'è più traccia, ma dai libri di Michèle Pedinielli s'intuisce che l'altra criminalità, quella dei colletti bianchi, gode invece di ottima salute. Ed è estremamente attenta a cogliere ogni minima possibilità per fare cospicui affari con attività legali come gli appalti pubblici, il business delle costruzioni, il mondo della ristorazione e del commercio. Trattandosi di un giallo non si può anticipare nulla, ma in Boccanera gran parte dell'indagine ruota intorno a una maxi opera pubblica che negli ultimi anni ha trasformato il volto della città.</p><p>C'è poi un'altra forma di criminalità che negli ultimi due decenni ha messo le mani sulla Costa Azzurra, una piovra poco appariscente che tuttavia si conferma assai pericolosa, come ammonisce un recente rapporto della Dia italiana. Si tratta della 'Ndrangheta, che dalle vicine basi di Sanremo e Ventimiglia ha esteso le sue mire su Mentone, Nizza, Cannes e sull'intera Baia degli Angeli. Una mafia silenziosa e disarmata, per il momento. Che non spara ma ricicla centinaia di milioni di euro del traffico di cocaina lungo questa costiera elegante e affollata di resort, porti turistici e campi da golf.</p><p>Pane per i denti di Michèle Pedinielli e degli altri scrittori di polar che stanno spuntando come funghi tra Nizza e dintorni. Il capoluogo della Costa Azzurra non ha avuto una grande tradizione di scrittori noir, di solito concentrati tra Parigi, Lione e Marsiglia. Il più noto è Patrick Raynal, già direttore della Série Noire di Gallimard, parigino che ha vissuto molti anni a Nizza e qui ha ambientato alcuni dei suoi romanzi. Ora però è in arrivo una nuova generazione di scrittori nizzardi (Carine Marret, Jean Emelina, Michel Tourscher e Brigitte Rico fra gli altri), grazie anche alla vitalità dell'editore Baie des Anges, che ha lanciato una collana di noir con storie poliziesche ambientate proprio in Costa Azzurra. Teniamoli d'occhio.</p>]]></content:encoded><media:content url="https://www.ilgiornale.it/resizer/v2/YDV47D6ZCNJ5DGQOXCT4JOMHPY.jpg?auth=db1652fe6bdfd2841d6d88f080bfceb1c30711bd88621d2ad7811ceef303b03c&amp;smart=true&amp;width=1200&amp;height=900" type="image/jpeg" height="900" width="1200"/></item></channel></rss>