<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><rss xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom" xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/" xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/" xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/" version="2.0" xmlns:media="http://search.yahoo.com/mrss/"><channel><title><![CDATA[News feed]]></title><link>https://www.ilgiornale.it</link><atom:link href="https://www.ilgiornale.it/arc/outboundfeeds/rss/autore/pier-luigi-gardella/" rel="self" type="application/rss+xml"/><description><![CDATA[ News Feed]]></description><lastBuildDate>Sun, 26 Jul 2026 03:15:15 +0000</lastBuildDate><language>it</language><ttl>1</ttl><sy:updatePeriod>hourly</sy:updatePeriod><sy:updateFrequency>1</sy:updateFrequency><item><title><![CDATA[Ruba da un'auto fermata dalla polizia: denunciato]]></title><link>https://www.ilgiornale.it/news/genova/ruba-unauto-fermata-polizia-denunciato-930455.html</link><guid isPermaLink="true">https://www.ilgiornale.it/news/genova/ruba-unauto-fermata-polizia-denunciato-930455.html</guid><dc:creator><![CDATA[Pier Luigi Gardella]]></dc:creator><description></description><pubDate>Wed, 26 Jun 2013 05:07:04 +0000</pubDate><content:encoded><![CDATA[<p> I cantieri per la metropolitana monopolizzavano l'area dei giardini di Viale Caviglia di fronte alla Stazione Brignole ed avevano quasi nascosto le otto cariatidi che adornano le due vasche collocate negli stessi giardini. Da qualche tempo buona parte del cantiere è stata smantellata e ci si augura che presto l'area torni sgombra e si possa tornare a godere di quella vasta area verde nel centro città in attesa di una futura sistemazione dei giardini che dia nuova visibilità e decoro a queste otto piccole opere d'arte.</p><p>Esse furono realizzate da un noto scultore genovese, Edoardo De Albertis, nato nel 1874 e morto nel 1950. Uno scultore che si rese protagonista delle vicende moderniste della scultura genovese nei primi decenni del secolo scorso. Numerose sono le sue opere conservate alla Galleria d'Arte Moderna di Nervi, come altrettanto numerose ed importanti le realizzazioni che fece in città. Val la pena ricordare il grandioso cornicione del palazzo della Borsa a De Ferrari che creò insieme al torinese Monti, o la sua partecipazione al concorso per un Monumento ai Caduti in Piazza della Vittoria, concorso che, nel 1931 vinse, come è noto, l'architetto Marcello Piacentini. Le otto sculture dei giardini di Brignole rappresentano figure femminili che qualcuno ha identificato nelle Stagioni.  Lo scultore le eseguì intorno al 1920 per il Caffè-concerto Odeon che in quegli anni era stato ricavato all'interno del Ponte Monumentale, soprastante in parte il cinema Orfeo.  Le otto statue oggi sono aggredite da assalti al pennarello e dallo sporco che le circonda e forse la loro riscoperta potrebbe stimolare il Comune ad una loro migliore sistemazione, sia in loco, sia magari nei Parchi di Nervi, presso la Galleria d'Arte Moderna, dove altre sue opere ben più degnamente ricordano lo scultore Edoardo De Albertis.</p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[Il restauro del Santuario di Santa CroceTra Bogliasco e Pieve Ligure]]></title><link>https://www.ilgiornale.it/news/genova/restauro-santuario-santa-crocetra-bogliasco-e-pieve-ligure-922823.html</link><guid isPermaLink="true">https://www.ilgiornale.it/news/genova/restauro-santuario-santa-crocetra-bogliasco-e-pieve-ligure-922823.html</guid><dc:creator><![CDATA[Pier Luigi Gardella]]></dc:creator><description></description><pubDate>Sat, 01 Jun 2013 05:02:02 +0000</pubDate><content:encoded><![CDATA[<p>Le popolazioni di Pieve Ligure e di Bogliasco da centinaia d'anni guardano, con devozione, al Santuario di Santa Croce che sorge sulla sommità dell'omonima collina a 518 mslm. Sorto nei primi anni del XIII secolo, fu voluto dalla popolazione di Pieve che nel 1202 donò, «presente l'arciprete Alberto della Pieve di Sori, 200 tavole di terreno» a favore dell'ospizio. Il santuario era nato, infatti, quale ospizio per viandanti e pellegrini, che spesso, percorrevano la via di cresta anziché quella di costa, più pericolosa e meno sicura, nei loro viaggi di devozione e di commercio.</p><p>Nel corso dei secoli esso restò un preciso punto di riferimento per la devozione degli abitanti di Pieve Ligure e le cronache ci narrano, ancora in tempi relativamente recenti, di grandiosi pellegrinaggi sulla sommità del monte, portando addirittura i pesanti crocefissi della Confraternita.</p><p>La chiesina posta sulla collina risentiva del peso degli anni: in particolare, richiedeva un completo rifacimento della copertura, costruita con i tradizionali abbaini d'ardesia, al fine di evitare conseguenti danni all'interno dell'edificio. Da parecchi decenni la piccola manutenzione del santuario è tenuta da un'associazione di volontari, gli Amici di Santa Croce, che ha sempre provveduto al mantenimento dei locali e del terreno circostante. L'intervento di rifacimento della copertura tuttavia, non poteva essere affrontato con il solo lavoro di volontariato: oggi ormai questo tipo di lavori, sia per ragioni esecutive, sia per motivi di sicurezza, deve essere affidato a ditte competenti, seguendo le indicazioni della soprintendenza Architettonica e paesaggistica, e della direzione per i Beni culturali della diocesi. Il progetto è stato affidato all'arch. Annalisa Para che ci ha sommariamente descritto l'intervento, partendo dallo stato conservativo della copertura in abbaini che risultava sfaldato, con molte parti di giunzioni in malta distaccate. L'intervento che si è realizzato ha compreso l'iniziale rimozione del muretto d'attico e degli elementi in cemento non originali; si è quindi provveduto, ove necessario, alla rimozione di elementi del tavolato ligneo e all'affiancamento di travetti secondari agli elementi lignei dell'orditura originale (mantenendola perciò inalterata), nonché alla completa rimozione del rivestimento d'ardesia. Si è infine provveduto alla posa in opera del manto di copertura in abbaini in ardesia a triplice strato e alle lastre di gronda.</p><p>I lavori sono ormai in fase di completamento. Dal punto di vista economico, nonostante una previsione di spesa che supera i 90.000 euro, grazie alle tante oblazioni di privati giunte da Pieve Ligure e da Bogliasco, grazie al lavoro degli Amici di Santa Croce, grazie all'intervento della Parrocchia, essa è in buona parte coperta. Occorrerà un ultimo sforzo ma c'è in tutti la volontà di riuscire a portare a termine l'opera e saldare ogni spesa. Anche il Sindaco di Pieve Ligure Adolfo Olcese ha promesso un interessamento da parte dell'Amministrazione Comunale. Sarà comunque determinante ancora un aiuto dai privati, soprattutto da coloro che, in Santa Croce, hanno sempre visto un punto di riferimento.</p>]]></content:encoded><media:content url="https://www.ilgiornale.it/resizer/v2/VPQR4AGNENMBRLQPDTMKGYKERM.jpg?auth=c2ed81862d7f223d0ce2a91296252063ed6c7db8c4fed388d246b7e0f33020e4&amp;smart=true&amp;width=1200&amp;height=900" type="image/jpeg" height="900" width="1200"/></item><item><title><![CDATA[«Io, alpino e con i figli marinai, solidale con Latorre e Girone» Nel ricordo della tragedia della «Galilea»]]></title><link>https://www.ilgiornale.it/news/genova/io-alpino-e-i-figli-marinai-solidale-latorre-e-girone-nel-904139.html</link><guid isPermaLink="true">https://www.ilgiornale.it/news/genova/io-alpino-e-i-figli-marinai-solidale-latorre-e-girone-nel-904139.html</guid><dc:creator><![CDATA[Pier Luigi Gardella]]></dc:creator><description></description><pubDate>Sun, 07 Apr 2013 05:06:04 +0000</pubDate><content:encoded><![CDATA[<p>Caro Massimiliano, sono Alpino e ho due figli che hanno servito l'Italia come Marinai. Ma al di là di questo mi sento legato ai Marinai da quell'antica amicizia tra Alpini e Marinai che si concretizzò già dalla sera del 28 marzo 1942 quando la nave «Galilea» (nella foto), facente parte del convoglio che trasportava in Patria l'8° Reggimento alpini veniva colpita da un siluro del sommergibile inglese «Proteus», mentre navigava all'altezza delle isole Passo nello Jonio.  Oltre 600 furono i morti e dispersi in mare ma in tale occasione valore ed altruismo furono dimostrati dai reparti di Marina addetti al convoglio e dalle centinaia di giovani appartenenti alle unità militari imbarcate, in prevalenza Alpini, tutti motivati da un comune generoso sentimento di «donazione». Da quell'episodio l'amicizia tra Alpini e Marinai ha avuto modo di manifestarsi in più occasioni, dalla collaborazione per aiutare popolazioni alluvionate o terremotate, a incontri di gemellaggio, alla nave Alpino varata nel 1968 ma con un nome che era stato trasmesso a varie unità da quando il primo cacciatorpediniere Alpino trasportò in Libia, nel 1911, un reggimento di Alpini in quella che doveva essere, nelle intenzioni colonialiste di allora, l'altra sponda italiana. Sento pertanto il dovere di aderire alla bella iniziativa del Giornale augurandomi che arrivi anche l'adesione dell'Associazione nazionale alpini di Genova.</p>]]></content:encoded><media:content url="https://www.ilgiornale.it/resizer/v2/OEMEDSNMLRONFDJTB55DUGERZ4.gif?auth=53c6c46f82eb1a01c22a25cd44a690d1749059c86531c2a6d4ff05df242af03f&amp;smart=true&amp;width=1200&amp;height=900" type="image/jpeg" height="900" width="1200"/></item><item><title><![CDATA[Il maestro che creò il museo del giocattolo]]></title><link>https://www.ilgiornale.it/news/genova/maestro-che-cre-museo-giocattolo-876858.html</link><guid isPermaLink="true">https://www.ilgiornale.it/news/genova/maestro-che-cre-museo-giocattolo-876858.html</guid><dc:creator><![CDATA[Pier Luigi Gardella]]></dc:creator><description></description><pubDate>Sun, 20 Jan 2013 07:00:04 +0000</pubDate><content:encoded><![CDATA[<p>La Val Fontanabuona è considerata da sempre la patria ligure del giocattolo; in particolare Gattorna da dove, sono a poche decine di anni fa partivano i venditori ambulanti di giocattoli per recarsi alle fiere e alle sagre per le feste patronali in tutta la Liguria e nelle regioni limitrofe. Li ricordiamo ancora con quella grande valigia di legno che in pochi istanti si trasformava in un piccolo scaffale dove comparivano girandole, palline, pistole ad acqua, bambole.</p><p>Ed a Gattorna un insegnante ottantacinquenne ha raccolto per sessant'anni questi giocattoli, ordinandoli in un singolare museo che è poi diventato il Polimuseo di Gattorna, perché oltre ai giocattoli, Gian Vittorio Rosasco ha raccolto anche innumerevoli curiosità naturalistiche e uno straordinario numero di oggetti di uso quotidiano. E' così possibile, visitando il museo, ripercorrere un viaggio a ritroso nel tempo ricavandone un interessante spaccato della vita in Valfontanabuona. Collocato nei fondi di una abitazione, messi a disposizione dal Comune di Moconesi di cui Gattorna è frazione, lo si può visitare accompagnati da Rosasco che per ogni oggetto sa raccontarne la storia. A cominciare da quello che è stato il punto di partenza, quando lui, giovane maestro elementare a Neirone, convinse i ragazzi a portare in classe un ramo per ogni tipo di albero che potevano incontrare sul loro territorio. Da questa raccolta sono nate due curiose tavolette con una ventina di spezzoni di ramo per ogni genere di pianta: dal castagno, alla rovere, all'abete. Gradatamente il maestro coinvolgeva i ragazzi nell'osservazione della natura, ed ecco allora i girini, le salamandre, le bisce, e poi i minerali, i fossili, i funghi; nella sala delle curiosità naturalistiche con l'andare del tempo ha raccolto centinaia di esemplari. E sono vere curiosità la lucertola con due code, o il grande nido di calabroni, o la vipera con tre denti veleniferi. Il tutto conservato scientificamente, secondo le regole museali di conservazione.</p><p>E dalla natura si passa, in altre due stanze, al museo etnografico dove la vita contadina è rivissuta nei tanti oggetti conservati; dalle comuni zappe, a oggetti che, chi non ha vissuto quell'epoca, non ne comprende immediatamente l'uso; come ad esempio la macchina per tagliare la paglia, onde poterla facilmente distribuire nella stalla, o un torchio ottocentesco con la base in pietra scolpita, o ancora un rudimentale alambicco per distillare la grappa in tempo di guerra. Ogni manufatto racconta una sua storia, un uso che ne fece qualcuno, un frammento di vita che resta immortalata in quel materiale. E se si evita l'approccio solamente nostalgico è possibile contestualizzare gli oggetti, ricostruire le vicende dei passati proprietari, il loro modo di vivere, le condizioni economiche: in effetti ogni oggetto di un museo etnografico può raccontarci tante cose quante potremmo trovare in un documento scritto. Passando alle sale dei giocattoli troviamo le girandole, di cartone, di celluloide, di plastica; le indimenticabili palline a spicchi colorati e ripiene di segatura che legate ad un elastico facevano la gioia di noi bambini alle sagre di paese. Tra l'altro Rosasco conserva anche degli strani apparecchi che servivano per riempire di segatura pressata queste palline. Erano confezionate nelle case, in un lavoro a domicilio che sino alla seconda metà del secolo scorso era ancora diffuso nella valle. Troviamo poi straordinarie macchinine di latta, i cerchi in ferro da far correre in strada, le trottole in legno e gli Jo-jo, alcuni dei quali realizzati artigianalmente in casa, con due semplici bottoni cuciti tra di loro che si avvolgevano su un lungo filo. Ma cosa ci ha entusiasmato è stato il poter rivedere quella complicata valigetta alla quale abbiamo accennato all'inizio, che una volta aperta consentiva di montare un vero e proprio scaffale con quattro gambe su cui disporre i giocattoli da vendere. Un miracolo di praticità quando ancora Foppapedretti era forse appena nata. E su questo oggetto Vittorio Rosasco ci racconta anche una curiosità: spesso era realizzato con una sola gamba di appoggio perché in tal modo esso non doveva poggiare in terra, evitando così di pagare la tassa al Comune: era sufficiente appoggiarlo sul piede del venditore Il Polimuseo di Gattorna è visitabile l'ultimo sabato del mese dalle 15 alle 19 o, comunque, su appuntamento, telefonando ai numeri 0185.931032 - 0185.934199.</p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[Il maestro che creò il museo del giocattolo]]></title><link>https://www.ilgiornale.it/news/genova/maestro-che-cre-museo-giocattolo-876659.html</link><guid isPermaLink="true">https://www.ilgiornale.it/news/genova/maestro-che-cre-museo-giocattolo-876659.html</guid><dc:creator><![CDATA[Pier Luigi Gardella]]></dc:creator><description></description><pubDate>Sun, 20 Jan 2013 06:04:02 +0000</pubDate><content:encoded><![CDATA[<p>La Val Fontanabuona è considerata da sempre la patria ligure del giocattolo; in particolare Gattorna da dove, sono a poche decine di anni fa partivano i venditori ambulanti di giocattoli per recarsi alle fiere e alle sagre per le feste patronali in tutta la Liguria e nelle regioni limitrofe. Li ricordiamo ancora con quella grande valigia di legno che in pochi istanti si trasformava in un piccolo scaffale dove comparivano girandole, palline, pistole ad acqua, bambole.</p><p>Ed a Gattorna un insegnante ottantacinquenne ha raccolto per sessant'anni questi giocattoli, ordinandoli in un singolare museo che è poi diventato il Polimuseo di Gattorna, perché oltre ai giocattoli, Gian Vittorio Rosasco ha raccolto anche innumerevoli curiosità naturalistiche e uno straordinario numero di oggetti di uso quotidiano. E' così possibile, visitando il museo, ripercorrere un viaggio a ritroso nel tempo ricavandone un interessante spaccato della vita in Valfontanabuona. Collocato nei fondi di una abitazione, messi a disposizione dal Comune di Moconesi di cui Gattorna è frazione, lo si può visitare accompagnati da Rosasco che per ogni oggetto sa raccontarne la storia. A cominciare da quello che è stato il punto di partenza, quando lui, giovane maestro elementare a Neirone, convinse i ragazzi a portare in classe un ramo per ogni tipo di albero che potevano incontrare sul loro territorio. Da questa raccolta sono nate due curiose tavolette con una ventina di spezzoni di ramo per ogni genere di pianta: dal castagno, alla rovere, all'abete. Gradatamente il maestro coinvolgeva i ragazzi nell'osservazione della natura, ed ecco allora i girini, le salamandre, le bisce, e poi i minerali, i fossili, i funghi; nella sala delle curiosità naturalistiche con l'andare del tempo ha raccolto centinaia di esemplari. E sono vere curiosità la lucertola con due code, o il grande nido di calabroni, o la vipera con tre denti veleniferi. Il tutto conservato scientificamente, secondo le regole museali di conservazione.</p><p>E dalla natura si passa, in altre due stanze, al museo etnografico dove la vita contadina è rivissuta nei tanti oggetti conservati; dalle comuni zappe, a oggetti che, chi non ha vissuto quell'epoca, non ne comprende immediatamente l'uso; come ad esempio la macchina per tagliare la paglia, onde poterla facilmente distribuire nella stalla, o un torchio ottocentesco con la base in pietra scolpita, o ancora un rudimentale alambicco per distillare la grappa in tempo di guerra. Ogni manufatto racconta una sua storia, un uso che ne fece qualcuno, un frammento di vita che resta immortalata in quel materiale. E se si evita l'approccio solamente nostalgico è possibile contestualizzare gli oggetti, ricostruire le vicende dei passati proprietari, il loro modo di vivere, le condizioni economiche: in effetti ogni oggetto di un museo etnografico può raccontarci tante cose quante potremmo trovare in un documento scritto. Passando alle sale dei giocattoli troviamo le girandole, di cartone, di celluloide, di plastica; le indimenticabili palline a spicchi colorati e ripiene di segatura che legate ad un elastico facevano la gioia di noi bambini alle sagre di paese. Tra l'altro Rosasco conserva anche degli strani apparecchi che servivano per riempire di segatura pressata queste palline. Erano confezionate nelle case, in un lavoro a domicilio che sino alla seconda metà del secolo scorso era ancora diffuso nella valle. Troviamo poi straordinarie macchinine di latta, i cerchi in ferro da far correre in strada, le trottole in legno e gli Jo-jo, alcuni dei quali realizzati artigianalmente in casa, con due semplici bottoni cuciti tra di loro che si avvolgevano su un lungo filo. Ma cosa ci ha entusiasmato è stato il poter rivedere quella complicata valigetta alla quale abbiamo accennato all'inizio, che una volta aperta consentiva di montare un vero e proprio scaffale con quattro gambe su cui disporre i giocattoli da vendere. Un miracolo di praticità quando ancora Foppapedretti era forse appena nata. E su questo oggetto Vittorio Rosasco ci racconta anche una curiosità: spesso era realizzato con una sola gamba di appoggio perché in tal modo esso non doveva poggiare in terra, evitando così di pagare la tassa al Comune: era sufficiente appoggiarlo sul piede del venditore Il Polimuseo di Gattorna è visitabile l'ultimo sabato del mese dalle 15 alle 19 o, comunque, su appuntamento, telefonando ai numeri 0185.931032 - 0185.934199.</p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[DOPO MEZZO SECOLO DI PROMESSEBogliasco, parte la «rivoluzione» del fondovalle]]></title><link>https://www.ilgiornale.it/news/genova/mezzo-secolo-promessebogliasco-parte-rivoluzione-fondovalle-874353.html</link><guid isPermaLink="true">https://www.ilgiornale.it/news/genova/mezzo-secolo-promessebogliasco-parte-rivoluzione-fondovalle-874353.html</guid><dc:creator><![CDATA[Pier Luigi Gardella]]></dc:creator><description></description><pubDate>Sun, 13 Jan 2013 07:10:05 +0000</pubDate><content:encoded><![CDATA[<p>Dallo scorso ottobre è divenuto operativo il Piano di ristrutturazione del Fondovalle a Bogliasco. Un'attesa durata cinquant'anni da quando il tracciamento di una strada su un terreno privato consentì una prima provvisoria via d'uscita dal paese evitando i passaggi a livello. Provvisoria doveva essere, ed è passato mezzo secolo. Mezzo secolo fatto di annunci, progetti. Mille difficoltà si sovrapponevano e, su tutte, il rischio idrogeologico di quest'area posta alla confluenza di due torrenti e ai piedi di una colossale discarica. </p><p>Tuttavia negli ultimi vent'anni, durante le amministrazioni Peruzzi e Canepa, si è potuto mettere in sicurezza la discarica, oggi trasformata in un'area destinata agli impianti sportivi, con il fronte predisposto per un percorso verde. Due grandi canali scolmatori furono realizzati una decina d'anni fa per contenere le piene del torrente e raccogliere le acque dagli affluenti. Con l'amministrazione Pastorino si è giunti alla definitiva progettazione dell'area con ulteriori modifiche ai piani precedenti. Il progetto, realizzato dall'impresa Nuova Alga, prevede il raccordo a doppio senso tra via Cavour e via Sessarego, per l'entrata e l'uscita dal paese; una ridotta volumetria, che prevede 56 appartamenti in sei edifici; l'ampliamento di un tratto di via Sessarego; la sistemazione degli argini dei torrenti secondo le più restrittive norme recentemente emanate; la costruzione di un parcheggio per 120 posti auto, che in futuro potrebbe diventare un silos con capienza triplicata. I lavori dureranno tre anni. </p><p>In questo periodo si prevedono disagi, che si cercherà di contenere il più possibile. Non mancano le proteste dei residenti, soprattutto per la sensibile diminuzione di parcheggi che in questi tre anni si verificherà. Resta la perplessità di molti sulla necessità di costruire nuove abitazioni a Bogliasco, ma la soluzione adottata sembra l'unica possibile; un acquisto dell'area da parte del Comune ed un investimento per una sistemazione del fondovalle, insiste l'amministrazione, erano impensabili anche in momenti finanziariamente meno difficili.</p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[DOPO MEZZO SECOLO DI PROMESSEBogliasco, parte la «rivoluzione» del fondovalle]]></title><link>https://www.ilgiornale.it/news/genova/mezzo-secolo-promessebogliasco-parte-rivoluzione-fondovalle-874151.html</link><guid isPermaLink="true">https://www.ilgiornale.it/news/genova/mezzo-secolo-promessebogliasco-parte-rivoluzione-fondovalle-874151.html</guid><dc:creator><![CDATA[Pier Luigi Gardella]]></dc:creator><description></description><pubDate>Sun, 13 Jan 2013 06:05:02 +0000</pubDate><content:encoded><![CDATA[<p>Dallo scorso ottobre è divenuto operativo il Piano di ristrutturazione del Fondovalle a Bogliasco. Un'attesa durata cinquant'anni da quando il tracciamento di una strada su un terreno privato consentì una prima provvisoria via d'uscita dal paese evitando i passaggi a livello. Provvisoria doveva essere, ed è passato mezzo secolo. Mezzo secolo fatto di annunci, progetti. Mille difficoltà si sovrapponevano e, su tutte, il rischio idrogeologico di quest'area posta alla confluenza di due torrenti e ai piedi di una colossale discarica. </p><p>Tuttavia negli ultimi vent'anni, durante le amministrazioni Peruzzi e Canepa, si è potuto mettere in sicurezza la discarica, oggi trasformata in un'area destinata agli impianti sportivi, con il fronte predisposto per un percorso verde. Due grandi canali scolmatori furono realizzati una decina d'anni fa per contenere le piene del torrente e raccogliere le acque dagli affluenti. Con l'amministrazione Pastorino si è giunti alla definitiva progettazione dell'area con ulteriori modifiche ai piani precedenti. Il progetto, realizzato dall'impresa Nuova Alga, prevede il raccordo a doppio senso tra via Cavour e via Sessarego, per l'entrata e l'uscita dal paese; una ridotta volumetria, che prevede 56 appartamenti in sei edifici; l'ampliamento di un tratto di via Sessarego; la sistemazione degli argini dei torrenti secondo le più restrittive norme recentemente emanate; la costruzione di un parcheggio per 120 posti auto, che in futuro potrebbe diventare un silos con capienza triplicata. I lavori dureranno tre anni. </p><p>In questo periodo si prevedono disagi, che si cercherà di contenere il più possibile. Non mancano le proteste dei residenti, soprattutto per la sensibile diminuzione di parcheggi che in questi tre anni si verificherà. Resta la perplessità di molti sulla necessità di costruire nuove abitazioni a Bogliasco, ma la soluzione adottata sembra l'unica possibile; un acquisto dell'area da parte del Comune ed un investimento per una sistemazione del fondovalle, insiste l'amministrazione, erano impensabili anche in momenti finanziariamente meno difficili.</p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[A salvare il presepe furono le popolane]]></title><link>https://www.ilgiornale.it/news/genova/salvare-presepe-furono-popolane-869783.html</link><guid isPermaLink="true">https://www.ilgiornale.it/news/genova/salvare-presepe-furono-popolane-869783.html</guid><dc:creator><![CDATA[Pier Luigi Gardella]]></dc:creator><description></description><pubDate>Sun, 30 Dec 2012 06:59:03 +0000</pubDate><content:encoded><![CDATA[<p>Durante le festività natalizie, per le famiglie genovesi, è sempre stata, ieri come oggi, una tradizione d'obbligo la visita ai presepi della città. Una tradizione che va ricercata nella antica cultura verso le rappresentazioni della Natività che hanno fatto di Genova, pari forse alla sola Napoli, uno dei centri più attivi nella produzione di figure da presepe nel periodo storico che va dalla prima metà del Seicento sino ai primi decenni del Novecento. I grandi artisti genovesi seicenteschi furono sensibili al tema della Natività e ci hanno lasciato opere straordinarie che contribuirono certamente, sia nel popolo, sia tra i religiosi, sia tra le famiglie della nobiltà cittadina, a desiderare per le loro chiese, le loro case o i loro monasteri, quadri e sculture con soggetti relativi al Natale. Spesso si trattava di piccole sculture che, collocate in una idonea ambientazione, ricreavano quel presepe che San Francesco aveva per primo rappresentato nella grotta di Greccio.</p><p>Notizie precise su queste rappresentazioni le troviamo a partire dai primi anni del Seicento, quando in Santa Maria di Castello troviamo attiva una Compagnia o Confraternita del Presepio, che aveva sede in una cappella della stessa chiesa intitolata a San Giuseppe ed al Natale di Nostro Signore.</p><p>Ben presto l'illustre scultura in legno divenne la prima protagonista e proprio coi nomi più illustri, come Maragliano o Navone. E la grande pittura di Fiasella o del Grechetto propose i modelli di immagini cui ispirarsi. In tale contesto si delineò il presepe genovese con le sue caratteristiche più salienti e per merito soprattutto della scuola dell'intaglio del legno, sviluppatasi appunto nell'entourage di Anton Maria Maragliano. Non abbiamo documentazione alcuna che possa attestarci l'esistenza di figure per presepe di questo grande scultore, è tuttavia molto verosimile che nella sua bottega si fosse sviluppata, ad opera dei tanti allievi, una produzione di statuine; lo testimoniano i numerosissimi esemplari conservati nei musei e nelle chiese genovesi che denunciano una derivazione dai modi del Maragliano. Dal XVIII secolo il Presepe iniziò a diffondersi anche nelle case dei patrizi genovesi sotto forma di «soprammobili» o di vere e proprie cappelle in miniatura.</p><p>Con il Settecento si diffuse la produzione di statuine non più scolpite a tutto tondo, bensì di manichini articolati, parzialmente scolpiti e rivestiti con abiti di tessuto. E sono proprio questi manichini le più numerose testimonianze odierne degli antichi presepi. In questi presepi, oltre al lavoro delle scultore possiamo pertanto apprezzare quello di chi confezionò i vestiti, come pure quello di argentieri e orafi che, in particolare per le figure dei tre re Magi con i loro doni, realizzarono splendide miniature e filigrane. L'occupazione napoleonica a Genova con le conseguenti chiusure dei monasteri e il declino che l'occupazione provocò nel patriziato genovese, fece scomparire molti tra i più facoltosi committenti delle opere d'arte, ma non venne meno nella cultura popolare la tradizione del presepe. Ed ecco allora che nell'Ottocento si diffonde la fabbricazione di piccole statue, per lo più nella economica terracotta, destinate alle case della gente comune, produzione favorita dalla presenza di ceramisti con antica tradizione. Nascono pure nel savonese i cosiddetti «macachi», frutto di una lavorazione  popolare e realizzate  dalle donne che lavoravano nelle fabbriche di terraglie. Esse, per accrescere la misera paga, portavano a casa l'argilla necessaria a confezionare dei piccoli coni atti a sostenere le statuine nel forno in fabbrica. Con gli avanzi di questa argilla, che era loro concesso di tenere, costruivano artigianalmente in casa le piccole statuine.</p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[A salvare il presepe furono le popolane]]></title><link>https://www.ilgiornale.it/news/genova/salvare-presepe-furono-popolane-869602.html</link><guid isPermaLink="true">https://www.ilgiornale.it/news/genova/salvare-presepe-furono-popolane-869602.html</guid><dc:creator><![CDATA[Pier Luigi Gardella]]></dc:creator><description></description><pubDate>Sun, 30 Dec 2012 06:03:03 +0000</pubDate><content:encoded><![CDATA[<p>Durante le festività natalizie, per le famiglie genovesi, è sempre stata, ieri come oggi, una tradizione d'obbligo la visita ai presepi della città. Una tradizione che va ricercata nella antica cultura verso le rappresentazioni della Natività che hanno fatto di Genova, pari forse alla sola Napoli, uno dei centri più attivi nella produzione di figure da presepe nel periodo storico che va dalla prima metà del Seicento sino ai primi decenni del Novecento. I grandi artisti genovesi seicenteschi furono sensibili al tema della Natività e ci hanno lasciato opere straordinarie che contribuirono certamente, sia nel popolo, sia tra i religiosi, sia tra le famiglie della nobiltà cittadina, a desiderare per le loro chiese, le loro case o i loro monasteri, quadri e sculture con soggetti relativi al Natale. Spesso si trattava di piccole sculture che, collocate in una idonea ambientazione, ricreavano quel presepe che San Francesco aveva per primo rappresentato nella grotta di Greccio.</p><p>Notizie precise su queste rappresentazioni le troviamo a partire dai primi anni del Seicento, quando in Santa Maria di Castello troviamo attiva una Compagnia o Confraternita del Presepio, che aveva sede in una cappella della stessa chiesa intitolata a San Giuseppe ed al Natale di Nostro Signore.</p><p>Ben presto l'illustre scultura in legno divenne la prima protagonista e proprio coi nomi più illustri, come Maragliano o Navone. E la grande pittura di Fiasella o del Grechetto propose i modelli di immagini cui ispirarsi. In tale contesto si delineò il presepe genovese con le sue caratteristiche più salienti e per merito soprattutto della scuola dell'intaglio del legno, sviluppatasi appunto nell'entourage di Anton Maria Maragliano. Non abbiamo documentazione alcuna che possa attestarci l'esistenza di figure per presepe di questo grande scultore, è tuttavia molto verosimile che nella sua bottega si fosse sviluppata, ad opera dei tanti allievi, una produzione di statuine; lo testimoniano i numerosissimi esemplari conservati nei musei e nelle chiese genovesi che denunciano una derivazione dai modi del Maragliano. Dal XVIII secolo il Presepe iniziò a diffondersi anche nelle case dei patrizi genovesi sotto forma di «soprammobili» o di vere e proprie cappelle in miniatura.</p><p>Con il Settecento si diffuse la produzione di statuine non più scolpite a tutto tondo, bensì di manichini articolati, parzialmente scolpiti e rivestiti con abiti di tessuto. E sono proprio questi manichini le più numerose testimonianze odierne degli antichi presepi. In questi presepi, oltre al lavoro delle scultore possiamo pertanto apprezzare quello di chi confezionò i vestiti, come pure quello di argentieri e orafi che, in particolare per le figure dei tre re Magi con i loro doni, realizzarono splendide miniature e filigrane. L'occupazione napoleonica a Genova con le conseguenti chiusure dei monasteri e il declino che l'occupazione provocò nel patriziato genovese, fece scomparire molti tra i più facoltosi committenti delle opere d'arte, ma non venne meno nella cultura popolare la tradizione del presepe. Ed ecco allora che nell'Ottocento si diffonde la fabbricazione di piccole statue, per lo più nella economica terracotta, destinate alle case della gente comune, produzione favorita dalla presenza di ceramisti con antica tradizione. Nascono pure nel savonese i cosiddetti «macachi», frutto di una lavorazione  popolare e realizzate  dalle donne che lavoravano nelle fabbriche di terraglie. Esse, per accrescere la misera paga, portavano a casa l'argilla necessaria a confezionare dei piccoli coni atti a sostenere le statuine nel forno in fabbrica. Con gli avanzi di questa argilla, che era loro concesso di tenere, costruivano artigianalmente in casa le piccole statuine.</p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[Popolo sardo, «popolo di bronzo»]]></title><link>https://www.ilgiornale.it/news/genova/popolo-sardo-popolo-bronzo-861351.html</link><guid isPermaLink="true">https://www.ilgiornale.it/news/genova/popolo-sardo-popolo-bronzo-861351.html</guid><dc:creator><![CDATA[Pier Luigi Gardella]]></dc:creator><description></description><pubDate>Sun, 02 Dec 2012 07:10:03 +0000</pubDate><content:encoded><![CDATA[<p>È stata inaugurata sabato (fino ale 13 dicembre) al Centro Civico Buranello di San Pier d'Arena, una singolare mostra organizzata dall'Associazione Socio Culturale Sarda Tellus con la Provincia di Cagliari, dal titolo «Il Popolo di Bronzo». Con quest'esposizione si intende proporre una possibile ricostruzione di armi, abiti, accessori e utensili nuragici, realizzati con i materiali e antiche tecniche di lavorazione, basata sulla rigorosa osservazione dei cosiddetti «bronzetti nuragici». Essi sono reperti archeologici in bronzo fuso a cera persa, ritrovati durante gli scavi archeologici in Sardegna per riportare alla luce parte delle testimonianze dell'antica civiltà Prenuragica e Nuragica.  I «bronzetti» rappresentano la fierezza del popolo sardo che li considerano parte integrante della loro storia, testimonianza di ciò che erano e chi oggi sono. </p><p>Angela Demontis, curatrice della mostra, iniziò lo studio di questi reperti nel 2005 con la pubblicazione del libro «Il Popolo di Bronzo», dove attraverso un'attenta analisi dei «bronzetti», ha potuto minuziosamente descrivere, con testi ed appropriate illustrazioni, abiti, copricapo, attrezzi guerrieri come spade archi e scudi, utensili, realizzando per la prima volta uno studio di tutto l'abbigliamento nuragico.</p><p>La mostra propone una possibile ricostruzione di queste armi, abiti, utensili ed accessori realizzati con materiali e antiche tecniche di lavorazione, facendo vedere come potevano essere abbigliate le popolazioni dell'epoca in una sorta di scatti «fotografici» nell'epoca nuragica. La ricostruzione di particolari oggetti è stata realizzata da artigiani sardi, le armi in bronzo sono state modellate in argilla dalla Demontis riproducendo fedelmente gli originali conservati nel Museo Archeologico di Cagliari, e poi fuse da esperti fonditori, gli abiti sono stati personalmente cuciti dalla stessa curatrice della mostra.</p><p>La mostra è divisa in tre sezioni completate da pannelli didattici: la prima parte dedicata alla «moda» dell'epoca in Sardegna e nei paesi mediterranei, la seconda presenta dieci personaggi fedelmente ricostruiti, la terza descrive i materiali e le tecniche dell'epoca, dalle pelli alla tessitura, alla lavorazione del legno dei metalli e dell'argilla.</p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[A Quinto e Nervi   pacifica invasione di Penne Nere]]></title><link>https://www.ilgiornale.it/news/genova/quinto-e-nervi-pacifica-invasione-penne-nere-840588.html</link><guid isPermaLink="true">https://www.ilgiornale.it/news/genova/quinto-e-nervi-pacifica-invasione-penne-nere-840588.html</guid><dc:creator><![CDATA[Pier Luigi Gardella]]></dc:creator><description></description><pubDate>Tue, 25 Sep 2012 05:53:02 +0000</pubDate><content:encoded><![CDATA[<p>Gli Alpini del Levante Genovese celebrano il 90° anniversario di fondazione del Gruppo Ana di Nervi, che fu istituito nel 1922 dal Tenente Luigi Drago. Il numero dei soci crebbe sino a raggiungere i 160 nel 1964. La loro Sede, che dal 1959 era ubicata nel «Castello» di Nervi affacciato sul porticciolo, dal 1998 è posta nella Torre Gropallo, l'antica «torre del fieno» sulla passeggiata Anita Garibaldi. In quest'ultimo decennio l'attività del Gruppo, che comprende soci da Quarto a Bogliasco, è stata intensa: dalla partecipazione alle manifestazioni alpine sul territorio e ad altre a carattere nazionale, alla vita sociale del Gruppo, attraverso puntuali incontri conviviali presso la sede, attraverso la collaborazione ad enti benefici, e mediante l'organizzazione di sagre che coinvolgono la popolazione ed i visitatori a Nervi ed a Bogliasco. Il che ha consentito anche una fruttuosa attività benefica. Tra le manifestazioni la Mostra Itinerante delle Truppe Alpine a Villa Grimaldi Fassio a cura del Museo degli Alpini della Sezione di Genova con sede a Savignone. La mostra resterà aperta da oggi al 30 settembre con orario 14,30-19. In tali giorni Musei di Nervi propongono un biglietto speciale a 7 euro per la visita delle Raccolte Frugone, Wolfsoniana e Gam, dove sono esposte le opere dell'Alpino scultore Eugenio Baroni.</p><p>Pure nella Torre Gropallo sarà allestita una mostra fotografica (con orario 14.30-19) dal titolo «Foto e cartoline dalla naja». Nei giorni di giovedì 27 e venerdì 28 gli Alpini incontreranno i ragazzi delle scuole medie di Quinto-Nervi e di Bogliasco mentre alla sera alle 21 si terranno due concerti di cori alpini. Venerdì, nella chiesa parrocchiale di Bogliasco sarà il Coro Soreghina che festeggerà anche il suo trentennale di costituzione, assieme al coro Voci d'Alpe di S. Margherita L. Sabato 29 nella Chiesa del Collegio Emiliani di Nervi si esibiranno invece il coro Monte Zerbion ed il coro Rocce Nere.</p><p>I pomeriggi di venerdì e sabato, rispettivamente a Bogliasco in piazza 26 aprile e a Quinto in piazzale Rusca, vedranno mercatini e attrazioni per i bambini, con l'intervento a Bogliasco della Gaslini Band Band e dei ragazzi della Filarmonica Rossini di Recco.</p><p>Sempre sabato 29, alle 11, si terrà l'inaugurazione del restauro al Monumento ai Caduti di Quinto, restauro effettuato a cura del Municipio IX Levante con la determinante collaborazione del Gruppo Alpini di Nervi.</p><p>Sarà domenica la giornata clou delle manifestazioni con la grande sfilata alpina per le vie di Quinto e di Nervi. Con partenza dai giardini di piazzale Rusca il corteo raggiungerà Nervi passando dal porticciolo, quindi in piazza Duca degli Abruzzi dove sarà deposta una corona al Monumento ai Caduti per raggiungere poi i Parchi di Nervi. Sulla scenografica terrazza di Villa Grimaldi Fassio, il Vicario Arcivescovile Mons. Luigi Palletti celebrerà la S. Messa, animata dai canti del Coro Soreghina. Quindi dopo i saluti e l'Orazione Ufficiale tutti al rancio alpino organizzato in apposito spazio nei Parchi. Nel pomeriggio la Fanfara Alpina Valbormida, che in mattinata aveva accompagnato la sfilata, si esibirà con musiche e carosello lungo i viali dei Parchi.</p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[«Premio al Mugugno», mugugni su don Gallo]]></title><link>https://www.ilgiornale.it/news/genova/premio-mugugno-mugugni-su-don-gallo-837455.html</link><guid isPermaLink="true">https://www.ilgiornale.it/news/genova/premio-mugugno-mugugni-su-don-gallo-837455.html</guid><dc:creator><![CDATA[Pier Luigi Gardella]]></dc:creator><description></description><pubDate>Fri, 14 Sep 2012 05:56:03 +0000</pubDate><content:encoded><![CDATA[<p>Sta destando stupore e parecchio disappunto tra gran parte della popolazione bogliaschina, e in particolare nel mondo cattolico, la decisione della giunta comunale di assegnare a don Andrea Gallo la 4ª edizione del «Premio Nazionale al Mugugno». L'appuntamento è stasera alle 21 in piazza 26 aprile. Il premio fu istituito nel 2009 dalla giunta di centro sinistra guidata da Luca Pastorino, e le prime perplessità si raccolsero già nelle precedenti edizioni, quando in molti notarono che i premi venivano assegnati a personaggi dello spettacolo notoriamente collocati a sinistra. Si cominciò infatti con Crozza, poi Vergassola, lo scorso anno Bizzarri. Quest'anno, venuti a mancare certi cabarettisti (notoriamente «scomparsi» dopo le dimissioni di Berlusconi) è nata l'idea di assegnare il premio a don Gallo.</p><p>Una scelta che sta creando perplessità tra i cattolici di Bogliasco i quali si riconoscono in un modo di essere ecclesiale decisamente diverso da quello di don Gallo. I suoi atteggiamenti, il suo modo di manifestarsi sui temi importanti della vita, sui temi sociali, il suo eccessivo presenzialismo in un mondo politico decisamente di parte, non sono assolutamente condivisibili dal popolo della Chiesa: la sua presenza a Bogliasco è sentita da molti come un'offesa, verso chi, pur fra tante difficoltà e tanti dubbi, si sente legato alla fede ed alla Chiesa cattolica. Qualcuno ricorda che il voto d'obbedienza, così «allegramente» applicato da don Gallo, è pure una delle basi del sacerdozio, già indicata nel Vangelo di Giovanni. Il sindaco Pastorino in questi anni ha cercato, molto spesso riuscendovi, a essere veramente il sindaco di tutti, come lui stesso ama dire; ma in questa occasione ha dimenticato il mondo cattolico, ed anche molti dei suoi elettori che a Bogliasco gravitano nell'ambiente ecclesiale. E, ascoltando i pareri della gente, ci si chiede  se, in tempi di crisi come gli attuali, sia giustificata una spesa di qualche centinaio, o forse migliaio di euro per una cosa del genere. E se proprio si devono spendere, perché non rivolgersi a qualcuno che ha motivi molto più validi per mugugnare, magari un operaio in cassa integrazione o un giovane disoccupato? O, ancora, cerchiamo se mai di premiare chi a Bogliasco fa veramente e seriamente qualcosa per gli altri, e senza mugugnare: il sindaco conosce bene l'ambiente della Croce Verde, i volontari antincendio e protezione civile, i volontari nella parrocchia. Certo è gente che non mugugna, ma dare un premio all'«inutile borbottio che mai è in grado di produrre proposte concrete» (definizione di mugugno), a molti pare fuori luogo.</p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[I campioni di Bogliasco alle Olimpiadi La mostra che racconta sei grandi uomini]]></title><link>https://www.ilgiornale.it/news/genova/i-campioni-bogliasco-alle-olimpiadi-mostra-che-racconta-sei-837148.html</link><guid isPermaLink="true">https://www.ilgiornale.it/news/genova/i-campioni-bogliasco-alle-olimpiadi-mostra-che-racconta-sei-837148.html</guid><dc:creator><![CDATA[Pier Luigi Gardella]]></dc:creator><description></description><pubDate>Thu, 13 Sep 2012 06:10:04 +0000</pubDate><content:encoded><![CDATA[<p>Sta spegnendosi l'eco dei successi e delle delusioni azzurre alle Olimpiadi londinesi, ma a Bogliasco si respirerà ancora da sabato prossimo il clima olimpico con una mostra fotografica rievocativa su quei bogliaschini che con i colori azzurri hanno partecipato in passato a diverse edizioni olimpiche. Il Comune di Bogliasco ha organizzato infatti una mostra, realizzata dal Centro Studi «Storie di Jeri», dedicata a Giuseppe Canessa, Luciano De Genova, Andrea Ferrari, Alessandro Ghibellini e Mino Marsili, che dal 1948 al 1976 hanno portato nel mondo olimpico il nome della cittadina rivierasca.</p><p>In essa si ripercorrono le vicende di Giuseppe Canessa, conosciuto come Pî, classe 1907 e scomparso nel 2001; fu un leggendario velista che vide sorgere il Club Nautico di Bogliasco; partecipò nel 1948 alla XIV Olimpiade di Londra nella classe «dragone», classificandosi al quinto posto su imbarcazione «Ausonia». Sempre nella vela un altro campione fu Andrea Ferrari, nato nel 1915 e scomparso nel 2011. Anch'egli velista, iniziò da ragazzino con vittorie a carattere locale e poi nazionale. Fu presente alla XV Olimpiade di Helsinki classificandosi all'ottavo posto e a Melbourne nel 1956. Fu anche a Roma nel 1960 con l'incarico di organizzatore dei percorsi delle Olimpiadi romane per conto della Federazione Italiana Vela.</p><p>Uno sport oggi quasi dimenticato è il Sollevamento Pesi, ma nei primi anni Cinquanta era sorto a Bogliasco un piccolo vivaio nel quale si fece onore Luciano De Genova, nato nel 1931. Egli conquistò ben presto i primi trofei, per poi raggiungere nel 1951 il titolo italiano, nei Pesi Piuma prima e poi Leggeri, per ben 11 volte. Alle Olimpiadi di Melbourne fu sedicesimo nei Pesi Leggeri, mentre nel 1960 a Roma fu tredicesimo. Fu più volte medaglia d'argento nei Campionati Europei e Mondiali. Non furono nativi di Bogliasco anche se vi risiedono o vi hanno risieduto i pallanuotisti Alessandro Ghibellini e Mino Marsili, il primo medaglia d'argento alle Olimpiadi di Montreal nel 1976, Marsili sesto con la Nazionale azzurra alle Olimpiadi di Monaco del 1972. Un piccolo settore della mostra è stato dedicato al campione di nuoto Elio Crovetto (Angiulin) nato a Bogliasco nel 1933, che ottenne significativi risultati sino ai Master di Tokio del 1986. Fu inoltre protagonista nella pallanuoto giocando per 17 anni nella Rari Nantes Bogliasco, dalla promozione nella massima serie allo Scudetto del 1981.</p><p>L'inaugurazione della Mostra si terrà sabato prossimo alle ore 16 nel Policentro Civico di via Vaglio a Bogliasco. In tale occasione sarà presentato anche il libro di Alessandro Siena «Sulla scia del vento» Giuseppe (Pî) Canessa negli anni d'oro della vela, edito dal Centro Studi «Storie di Jeri». Si tratta di un accurato lavoro che Alessandro Siena ha realizzato, dopo anni di appassionate ricerche, favorite certamente dal grado di parentela con Canessa, ma che dimostrano le capacità di questo giovane studioso. </p><p>Il libro è ben articolato, i dati precisi, l'apparato iconografico eccezionale, e il testo si presta ad una gradevole lettura anche per chi non ha tra le sue grandi passioni lo sport della vela. I testi preparati da Siena dimostrano l'accurata ricerca da lui fatta tra gli appunti che Canessa ha lasciato, tra i giornali dell'epoca, tra le testimonianze di chi lo conobbe. Ci consente di riscoprire un mondo che caratterizzò, per gran parte del novecento, la vita sportiva di Bogliasco.</p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[IL DOCUMENTOSalute e usanze che (per fortuna) non ci sono più]]></title><link>https://www.ilgiornale.it/news/genova/documentosalute-e-usanze-che-fortuna-non-ci-sono-pi-834895.html</link><guid isPermaLink="true">https://www.ilgiornale.it/news/genova/documentosalute-e-usanze-che-fortuna-non-ci-sono-pi-834895.html</guid><dc:creator><![CDATA[Pier Luigi Gardella]]></dc:creator><description></description><pubDate>Wed, 05 Sep 2012 05:46:04 +0000</pubDate><content:encoded><![CDATA[<p>Tra le «cose perdute» ce n'è senz'altro qualcuna che abbiamo fatto bene a perdere. Me lo suggerisce una circolare del Ministero dell'Interno datata 9 gennaio 1933 e indirizzata alle LL.EE. i Prefetti del Regno. Tra le ricerche che effettua il Centro Studi «Storie di Jeri», riordinando le carte dell'Archivio Storico del Comune di Bogliasco, ci siamo imbattuti in questa circolare, pomposamente intitolata «Obbligatorietà delle Sputacchiere nei locali frequentati dal pubblico». Leggendola ci si rende conto di una barbara ma diffusissima usanza tra la gente dell'epoca (a dire il vero non del tutto scomparsa); il Ministro Arpinati scriveva infatti: «(...) risulta che non ovunque sono osservate le disposizioni relative al divieto nei locali abitati da collettività di sputare fuori di speciali recipienti». Quindi, non solo gli italiani sputavano tranquillamente in giro ma lo facevano anche fuori dagli appositi recipienti. L'argomento può fare un po' schifo ma la circolare continuava dettagliando anche quali dovevano essere i requisiti di una «sputacchiera igienica» e cioè «sollevata da terra pur avendo una base solida che ne impedisca la caduta, deve essere munita di coperchio sollevabile preferibilmente con pedale evitando che il contenuto possa disseccarsi o polverizzarsi e deve essere di aspetto estetico tale da non produrre ripugnanza».</p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[Due genovesi a San Francisco]]></title><link>https://www.ilgiornale.it/news/genova/due-genovesi-san-francisco-833066.html</link><guid isPermaLink="true">https://www.ilgiornale.it/news/genova/due-genovesi-san-francisco-833066.html</guid><dc:creator><![CDATA[Pier Luigi Gardella]]></dc:creator><description></description><pubDate>Wed, 29 Aug 2012 05:43:02 +0000</pubDate><content:encoded><![CDATA[<p> «Two glances Two visions» From the Mediterranean to San Francisco. «Due sguardi Due visioni» Dal Mediterraneo a San Francisco, è questo il titolo della Mostra delle opere dei pittori genovesi Gianmarco Crovetto e Rosalba Arbore che giovedì 6 settembre sarà inaugurata presso l'Istituto Italiano di Cultura di San Francisco. Nei propri locali in centro città (814 Montgomery Street) l'Istituto allestirà una esposizione di una cinquantina di opere ad olio su tela che avranno come soggetto soprattutto la Liguria e la città di San Francisco. La mostra organizzata in collaborazione con la Galleria San Lorenzo al Ducale di Genova ha il patrocinio dell'Associazione Liguri nel Mondo e del Rotary Club Genova Centro Storico.</p><p>Nato a Bogliasco nel 1957 comincia a farsi conoscere agli inizi degli anni Novanta con le prime mostre fra Bogliasco e Genova. Nel 1996 è a Parigi presso la sede Askel France e Idée Carrée, poi Avignone e ancora Parigi nel '97, per poi continuare una proficua attività espositiva in Italia e in Europa, alternata a lunghi periodi di soggiorno e di lavoro in Corsica, in Toscana, in Tunisia, sino all'odierno volo oltreoceano. Le sue opere sono inoltre esposte presso il Museo d'Arte Contemporanea di Banari, Costa Smeralda, il Museo d'Arte Moderna e Contemporanea, La Spezia, il Museo G. Mazzotti di Albissola e la Collezione del Banco di Chiavari e della Riviera Ligure.</p><p>Egli ha inoltre realizzato importanti opere murali presso diversi Comuni liguri e francesi.</p><p>Rosalba Arbore condivide con Gianmarco la passione pittorica raggiungendo anch'ella importanti risultati: dalle prime mostre collettive a Genova e in Provenza sul finire degli anni Novanta, alle numerose personali di Siena, Genova, Pienza e Bogliasco negli anni successivi, ottenendo anch'ella ampi consensi.</p><p>Mentre Gianmarco, attento osservatore della realtà, cerca nell'energia del colore e nei violenti contrasti la trasformazione dei sentimenti in materia pittorica, al di là di schemi classici ed accademici, Rosalba mette a frutto i suo studi sul colore e le sue attente osservazioni della natura, senza cercare sensazioni, ma producendo una pittura semplice e schietta, di facile comprensione, ma altrettanto suggestiva. La maniera di porsi di fronte alla pittura da parte di Gianmarco Crovetto è giocosa e forse un po' irriverente ma riesce a convincere l'osservatore rendendo credibili i suoi contrasti e i suoi colori allucinanti. Rosalba Arbore nella sua ricerca del colore, nel suo limpido linguaggio visivo, riesce a far rivivere antichi ricordi paesistici, aspetti perduti, luci dimenticate.</p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[Il sapore dei krapfen degli anni '60]]></title><link>https://www.ilgiornale.it/news/genova/sapore-dei-krapfen-degli-anni-60-832832.html</link><guid isPermaLink="true">https://www.ilgiornale.it/news/genova/sapore-dei-krapfen-degli-anni-60-832832.html</guid><dc:creator><![CDATA[Pier Luigi Gardella]]></dc:creator><description></description><pubDate>Tue, 28 Aug 2012 05:45:02 +0000</pubDate><content:encoded><![CDATA[<p> La lettura sul Giornale delle pagine delle «cose perdute» continua a sollecitarmi ricordi che, come tanti «file» mi si aprono nella mente, uno dopo l'altro. E mi rivedo chierichetto, quando don Carlo Crovetto, curato a Bogliasco negli anni Cinquanta, organizzava concorsi a premi per chi frequentava regolarmente il servizio in parrocchia; ogni messa servita due punti, un punto mi pare ai Vespri, tre punti per un funerale... Le cerimonie religiose erano sempre affollate di piccoli chierici, ansiosi di vedersi segnato a fine messa il punteggio su un gran tabellone. E a fine anno premi per tutti, anche per i meno assidui. E a proposito di funerali, ricordo che, con essi, ci si offriva l'occasione di fare un viaggio in macchina, cosa abbastanza inusuale per i tempi. Infatti, dopo aver accompagnato il defunto al Cimitero, noi chierichetti si saliva insieme al parroco sul carro funebre per tornare in parrocchia: davanti il don, e noi dietro... dove poco prima qualcuno aveva fatto il suo ultimo viaggio.</p><p>Passando al profano, ricordo un personaggio che nelle estati degli anni Sessanta visitava le spiagge della riviera, da Voltri a Camogli. A Bogliasco veniva ogni anno. Era un omino magrissimo, esile e sicuramente aveva più di sessant'anni. Arrivava in spiaggia sempre il 15 di agosto; una giornata con la spiaggia affollatissima. Noi ragazzi eravamo come al solito «sott'a-o cian», si stava in compagnia, «lepegando» con la milanese di turno, giocando a carte.</p><p>Quest'ometto (chissà che nome aveva) arrivava sul bagnasciuga, in costume da bagno, con un grosso masso in braccio: una pietra presa in spiaggia ma che poteva pesare almeno una decina di chili. Lanciava un urlo, per richiamare l'attenzione dei bagnanti. Diceva forse qualcosa, ma non ricordo cosa. Poi, quando tutta l'attenzione era concentrata su di lui, si caricava il masso sulle spalle, avanzava di qualche metro nell'acqua e si lasciava sommergere, sedendosi sul fondo con il peso sulle spalle. Qualcuno che non lo conosceva faceva l'atto di gettarsi a salvarlo, pensava ad un suicidio. Ma veniva trattenuto. Passava un minuto, due, tre, non ricordo esattamente quanto, ma sembrava un'eternità. Poi con un altro urlo quasi disumano, il vecchio riemergeva, e dalla spiaggia partiva un applauso; qualche spiritoso chiedeva il bis. Raccolta la sua pietra l'uomo girava tra i bagnanti: aveva un berrettino da ciclista, bagnato perché si era immerso con quello, e dentro raccoglieva le dieci, le cento lire che la gente gli donava. Ripartiva in silenzio, dopo aver ringraziato tutti; destinazione un'altra spiaggia, a Sori, a Recco: la giornata doveva essere sfruttata fino all'ultimo per raccogliere quei pochi soldi che sapevano di fatica e di acqua salata per poter mangiare qualcosa. Intanto dal juke-box Gino Paoli cantava «Sapore di sale».</p><p>E restando agli anni Sessanta non possiamo dimenticare i «Krapfen» di Romano. I «giovani» genovesi di sessant'anni hanno ancora in mente il loro profumo e il sapore della calda crema pasticciera che contenevano. Nel tardo pomeriggio davanti al suo laboratorio vi era regolarmente una interminabile fila di ragazzi e ragazze che aspettavano il loro turno per assaggiare i «krapfen». E non è raro oggi, se incontro qualcuno che viene a sapere che sono di Bogliasco, mi chiede per prima cosa dei celebri «krapfen». Romano Zampriolo era un pasticcere che aveva il laboratorio vicino alla spiaggia. Proveniente da Diano Marina, aveva iniziato a Bogliasco questa attività negli anni Cinquanta. Poi un giorno pensò ai krapfen. Non era un dolce bogliaschino, né tantomemo ligure, ma volle lo stesso provare a lanciarlo e proporlo tra i bignè e i cannoli alla crema pasticciera. La ricetta era semplicissima: un delicato impasto di farina manitoba, uova, zucchero e burro. Fu un successo che aumentò progressivamente nel giro di pochi anni e che finì nel 1984 con la prematura scomparsa del mitico pasticcere.</p><p>Dal 1994, a dieci anni dalla sua scomparsa, per una felice intuizione della locale Associazione Commercianti, si è riproposto questa tradizione dedicando una giornata ai krapfen di Romano. Utilizzando la ricetta avuta dalla moglie, signora Maria, decine di volontari, preparano nuovamente i famosi dolci, che vengono distribuiti in piazza, destinando a scopo benefico il ricavato della vendita. Il successo, ogni anno a giugno, è enorme, anche per la gioia dei sessantenni golosi che ricordano, gustando i krapfen, i loro pomeriggi giovanili in quel di Bogliasco.</p>]]></content:encoded><media:content url="https://www.ilgiornale.it/resizer/v2/MTOOKNX35FI7TDDRIUJTSZQOMA.jpg?auth=5b31144a6202fe5c50e030cf3708009996faa6f923dcc791467b09ec0e67a59f&amp;smart=true&amp;width=1200&amp;height=900" type="image/jpeg" height="900" width="1200"/></item><item><title><![CDATA[LE COSE PERDUTE]]></title><link>https://www.ilgiornale.it/news/genova/cose-perdute-831521.html</link><guid isPermaLink="true">https://www.ilgiornale.it/news/genova/cose-perdute-831521.html</guid><dc:creator><![CDATA[Pier Luigi Gardella]]></dc:creator><description></description><pubDate>Thu, 23 Aug 2012 05:47:02 +0000</pubDate><content:encoded><![CDATA[<p> In tema di cose perdute, penso che tra pochi giorni molti genovesi torneranno sul Monte Figogna in occasione della ricorrenza della Madonna della Guardia, e allora, come non ricordare la vecchia «guidovia» che da San Quirico portava al Santuario risalendo in tortuoso percorso le pendici del Figogna? Era un veicolo con motore a scoppio e ruote gommate, ideato nella ditta Alberto Laviosa di Piacenza, che correva su due binari paralleli in cemento con guida in acciaio. L'opera fu realizzata dai Fratelli Corazza di Salsomaggiore e fu inaugurata il 29 luglio 1929. Tuttavia il primo progetto risaliva a oltre trent'anni prima. Con essa si poteva salire da San Quirico agli 800 metri del Figogna in circa tre quarti d'ora, e sino al 1967 trasportò, si calcola, almeno quattro milioni di pellegrini al Santuario. La costruzione della strada carrozzabile, che fu asfaltata nel 1964, ed il diffondersi delle auto, decretò la lenta agonia di questo mezzo di trasporto, anche se oggi c'è chi ne ripenserebbe una moderna riedizione. La sua definitiva cessazione risale al 31 ottobre 1967. </p><p>Ma restando in tema di trasporti come non ricordare, per noi del Levante, la mitica «Lazzi» rossa, che, prima, ci ha portato a scuola, poi a trovare la ragazza, poi al lavoro. Questa ditta fiorentina, inizialmente «Lazzi &amp; Govigli», iniziò a gestire le linee extraurbane del Levante ligure nel 1934, prima tra Genova e Sori, poi sino a Canepa ed infine sino a Recco. Negli anni Cinquanta il trasporto con la «Lazzi» ebbe il suo picco: le corse avevano frequenze fittissime e quelle festive superavano addirittura quelle feriali. Il declino venne con la motorizzazione di massa e con il passaggio, nel 1980 alla AMT.</p><p>E il treno? Qualcuno ne ha già diffusamente parlato in questo contesto, ma mi piace ricordare ancora qualche particolare, oggi ormai scomparso. Come la lavagnetta collocata sulla porta del capostazione sulla quale erano segnati col gessetto i minuti di ritardo del primo treno in arrivo. Il campanello che alcuni minuti prima dell'arrivo del treno suonava preannunciandolo. O ancora il portabagagli: a Bogliasco lo fu per una vita, sulle orme del padre, Gino Crovetto (Baccan); lo ricordo ancora con il carro a mano col quale trasportava bagagli e merci, poì, sul finire degli anni Cinquanta venne il motocarro Ercole della Guzzi.</p><p>E, nei paesi, tra le figure scomparse, non possiamo dimenticare il «pedone». A Bogliasco era Pietro Casassa (Piê de Carmelin). Ogni mattina attraversava la via principale, carico di due, tre valigie, facendosi annunciare da un fischio (che ancora ho nelle orecchie): chi necessitava di qualche commissione a Genova, scendeva in strada, commissionandogli, che so, l'acquisto di una serie di bottoni, la vidimazione o il ritiro di qualche certificato, l'acquisto di un libro che a Bogliasco non si trovava, la riparazione di un attrezzo, e così via. Pietro annotava tutto, poi prendeva il treno ed alla sera tornava con quanto richiesto. Anch'egli col tempo, si motorizzò, e negli ultimi anni lo si vedeva passare con l'Ape 50 ed il suo piccolo carico. Terminò il suo lavoro negli anni Settanta, ma in tempi di crisi come oggi, qualche ragazzo senza lavoro potrebbe riproporsi come novello «pedone»; non escludo che possa fare affari.</p><p>Concludo con un ultimo flash: ricordo il vigile che, a Genova, sul «carosello» della Questura dirigeva il traffico su una pedana rotonda in legno dipinta a strisce bianconere e poi, sempre a proposito di vigili urbani, la «Befana del Vigile», quando il sei gennaio cittadini e commercianti portavano ai vigili i loro doni: il pandolce, la bottiglia, il torrone. Nel giorno dell'Epifania nelle piazze principali di Genova, ma ricordo anche nel mio paese a Bogliasco, il vigile addetto allo scarso traffico veicolare si trovava circondato da una pila di doni e regali offerti, forse, anche con il segreto intento di accattivarseli. Questa usanza, sorta nel periodo fascista, non ebbe, però, lunga vita. Nel giro di pochi anni, forse negli anni Sessanta, così come era apparsa, uscì di scena senza una motivata spiegazione.</p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[«Nostalgia dell'automobilina Marga»]]></title><link>https://www.ilgiornale.it/news/genova/nostalgia-dellautomobilina-marga-830370.html</link><guid isPermaLink="true">https://www.ilgiornale.it/news/genova/nostalgia-dellautomobilina-marga-830370.html</guid><dc:creator><![CDATA[Pier Luigi Gardella]]></dc:creator><description></description><pubDate>Sat, 18 Aug 2012 06:48:49 +0000</pubDate><content:encoded><![CDATA[<p> Il ricordo delle cose perdute, che Lussana ci ha stimolato con la recensione del libro di Guccini, è, per noi, nati alla fine degli anni Quaranta, un vero fiume in piena fatto di cose, di persone, di situazioni, di sensazioni. A pensarci bene, chi è cresciuto negli anni Cinquanta del Novecento, maturato nei Settanta, fattosi adulto ed invecchiato nel nuovo millennio ha assistito ad una serie di cambiamenti in qualunque settore della vita umana, che in nessun altro secolo si furono mai verificati. Un bambino che nasceva, ad esempio, agli inizi del Quattrocento e moriva presumibilmente entro la fine del secolo, avrebbe avuto minimi cambiamenti nelle sue condizioni di vita; avrebbe assistito a minime variazioni nelle sue abitudini, nell'ambiente che lo circondava. E così nei secoli successivi sino appunto al Novecento. In questo secolo, ed in particolare nella sua seconda metà, abbiamo assistito invece a scoperte scientifiche che hanno cambiato usi e comportamenti dell'uomo, abbiamo visto mutamenti dell'ambiente in cui viviamo, dalla casa, al paese alla città. E tutto ciò sta diventando una corsa sempre più rapida, in pochi anni nascono e scompaiono le cose più disparate andando ad arricchire quel bagaglio di cose perdute di cui si parlava. Un bagaglio che comincia dagli anni della prima infanzia quando, per stare in casa, ai bambini si metteva «o rôbin» un grembiulino che taluni confezionavano addirittura con i sacchi di tela della pasta e del riso che i negozianti regalavano alle massaie. Sì perché allora la pasta era venduta sfusa e incartata «in to papé de strassa» la carta straccia oggi ormai scomparsa. Come pure è sono scomparse la carta gialla nella quale il macellaio fasciava le bistecche e la carta viola, detta appunto carta zucchero, dove il droghiere ti vendeva il chilo di zucchero. Anche i droghieri sono scomparsi. A Genova sopravvive uno dei pochissimi, Viganego in via Colombo. A Bogliasco andavamo dal «Bianco», Eugenio Sessarego e poi suo figlio Armando. Il negozio del droghiere era per noi bambini un mondo affascinante dove i primi a colpirti erano i profumi che quella bottega al suo interno emanava. I profumi esotici della cannella, delle bacche di vaniglia o del cacao, oppure l'aroma del caffè che Armando tutti i martedì tostava nel cortiletto accanto alla drogheria. Quella drogheria dove andavamo a comprare i «pescetti» di liquirizia, dieci lire alla volta o i «big ball gum» enormi «ciungai» (così chiamavamo la gomma da masticare) colorati in rosa. Nelle cose perdute, ma che ho conservato, è l'automobilina di latta pubblicità della cera Marga, forse il primo giocattolo posseduto. Come pure conservo, ovviamente solo nel ricordo, il grido dello straccivendolo che passava ogni settimana prima a piedi con un grande sacco di juta sulle spalle, poi con un carro che spingeva a mano: lo ritrovai sul finire degli anni Settanta tra i soci più benemeriti del Gruppo Alpini di Nervi. A lui consegnavamo il ferro vecchio, i tubi di piombo o di rame che da ragazzini si raccoglieva in giro, ricavandone i pochi soldi per qualche pacchetto di figurine, o per comprare «Il Monello» e «L'Intrepido» due giornalini editi dai Fratelli Del Duca la cui pubblicazione era iniziata negli anni Trenta e finì negli anni Novanta: altri due oggetti da collocare nelle cose perdute.</p><p>E perché non collocare nelle cose perdute quelle strade e quelle case che nella nostra infanzia avevamo tutti i giorni sotto gli occhi, o le percorrevamo. Non parlo solo di Genova, dove interi quartieri sono andati ad arricchire le cose perdute (e magari le tasche di chi ha ricostruito...); i miei ricordi sono limitati al paese natìo, dove c'era «a stradda do sciùmme» con uno splendido filare di ippocastani, meta di corse e di giochi, oggi scomparsa con la copertura del torrente; oppure la casetta di «Gosto» piccola casa contadina circondata da orti e agrumi oggi diventata un grande condominio. Nei suoi pressi c'erano i campi da bocce, dove tutti i giorni decine di pensionati disputavano interminabili partite, attorniati da altrettanti pensionati spettatori. Anche questo gioco, che fu pure sport prestigioso, almeno a Bogliasco, è inesorabilmente perduto.</p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[Metti una domenica a mangiar frittelle]]></title><link>https://www.ilgiornale.it/news/metti-domenica-mangiar-frittelle.html</link><guid isPermaLink="true">https://www.ilgiornale.it/news/metti-domenica-mangiar-frittelle.html</guid><dc:creator><![CDATA[Pier Luigi Gardella]]></dc:creator><description></description><pubDate>Sun, 18 Mar 2012 01:03:15 +0000</pubDate><content:encoded><![CDATA[<p>Ritorna oggi a Bogliasco la tradizionale Friscioladda di San Giuseppe, che con i suoi quarantanni, è tra le più antiche sagre tradizionali del Levante genovese. Fu, infatti, nel 1972 che i Confratelli di S. Chiara alle prese con gli innumerevoli problemi per la conservazione del patrimonio artistico dellOratorio, vollero riprendere quella che anticamente era unusanza dei falegnami di Bogliasco che il giorno di San Giuseppe aprivano agli amici le loro botteghe e offrivano le frittelle salate fatte con farina ed erba cipollina, e quelle dolci con zucchero uova e uvetta. Preparato a casa limpasto, essi friggevano sul loro banco di lavoro utilizzando, magari, il fornelletto sul quale scaldavano la colla necessaria al loro lavoro. Il successo della manifestazione del 1972 fu senza precedenti e, a quarantanni di distanza, a Bogliasco si augurano di continuare ad accogliere tanti ospiti e tanti bogliaschini per gustare le tradizionali frittelle.</p><p>Questanno laiuto che chiedono i Confratelli di Santa Chiara, un piccola offerta in cambio di un sacchetto di frittelle, dovrà servire al restauro del seicentesco campanile dellOratorio, bisognoso di cure improcrastinabili. Risalgono al 1681 le prime spese per «muratori, garsoni, calsina, arena e mattoni» che si trovano registrate sui Libri Cassa della Confraternita per la costruzione del «nuovo campanile». Complessivamente si spesero 100 lire dellepoca. Presto sarà elaborato il progetto di restauro da sottoporre agli Enti competenti dei Beni Culturali, augurandosi di poter iniziare entro lanno i lavori di restauro. Ma la novità di questa edizione sarà la «macchinetta per fare le frittelle» un aggeggio che già hanno sperimentato nelle loro sagre sulla passeggiata a mare gli Alpini di Nervi e che consente una veloce ed igienica produzione di frittelle attraverso un complicato meccanismo che garantisce uniformità di dimensioni e rapidità di esecuzione. La «macchinetta» affiancherà le tradizionali padelle dove le frittelle saranno preparate con il metodo tradizionale, distribuendo con un cucchiaio ed un colpo di pollice limpasto da friggere, perché... non si sa mai. Per tutta la giornata, dalle 10 al tramonto  oltre a gustare i «Friscêu» si potrà visitare lOratorio con il suo ricco patrimonio di arte e di storia.</p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[Metti una sala giochi allinterno di un ospedale]]></title><link>https://www.ilgiornale.it/news/metti-sala-giochi-all-interno-ospedale.html</link><guid isPermaLink="true">https://www.ilgiornale.it/news/metti-sala-giochi-all-interno-ospedale.html</guid><dc:creator><![CDATA[Pier Luigi Gardella]]></dc:creator><description></description><pubDate>Sun, 26 Feb 2012 01:02:32 +0000</pubDate><content:encoded><![CDATA[<p>Un fondale marino con i pesci in ceramica realizzati dai bambini degenti, e affreschi marini con soggetti da Eliana Mini e Franca Schenone. È la sala giochi dellUnità Operativa Pediatria III - Gastroenterologia inaugurata ieri allospedale Gaslini. Eliana Mini è artista di pluriennale esperienza, con una consolidata competenza subacquea, dalle quali trae le ispirazioni e i modelli per le sue porcellane e per le opere industriali destinate alle società di navigazione e di lavori subacquei. Franca Schenone che con la Mini divide uno studio-laboratorio sulla passeggiata a mare di Bogliasco, si occupa per vocazione di decorazione di tessuti (lenzuola, copriletto, arazzi, magliette e indumenti) procedendo sia su materiale nuovo, sia su materiale usato o vetusto bisognoso di rinascita per il quale compie una vera e propria restituzione alla primitiva integrità.</p><p>Presenti allinaugurazione, oltre al personale del reparto, il Direttore Sanitario del Gaslini, Silvio Del Buono, le due artiste volontarie Mini e Schenone, la responsabile della «Fondazione Contessa Lene Thun», Petra Pichler e il presidente dell'Associazione «Gaslini Band Band», Pierluigi Bruschettini. È stato grazie alla collaborazione di queste due associazioni onlus che è stato realizzato il progetto «Disegna il tuo mondo marino» presentato durante linaugurazione. La «Fondazione Contessa Lene Thun», con sede a Bolzano, è attiva nel settore della modellazione ceramica e formazione allartigianato, a beneficio di persone svantaggiate a causa di particolari condizioni fisiche, psichiche, economiche, sociali o familiari. Molto conosciuta a Genova è la «Gaslini Band Band» una associazione di volontariato onlus che ha come missione il miglioramento dellaccoglienza dei piccoli ospiti dellospedale pediatrico Giannina Gaslini di Genova.</p>]]></content:encoded></item></channel></rss>