<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><rss xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom" xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/" xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/" xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/" version="2.0" xmlns:media="http://search.yahoo.com/mrss/"><channel><title><![CDATA[News feed]]></title><link>https://www.ilgiornale.it</link><atom:link href="https://www.ilgiornale.it/arc/outboundfeeds/rss/autore/emanuela-fontana/" rel="self" type="application/rss+xml"/><description><![CDATA[ News Feed]]></description><lastBuildDate>Tue, 28 Jul 2026 12:01:15 +0000</lastBuildDate><language>it</language><ttl>1</ttl><sy:updatePeriod>hourly</sy:updatePeriod><sy:updateFrequency>1</sy:updateFrequency><item><title><![CDATA[Basilicata selvaggia Quel «coast to coast» dal cinema alla realtà]]></title><link>https://www.ilgiornale.it/news/politica/basilicata-selvaggia-coast-coast-cinema-realt-1886180.html</link><guid isPermaLink="true">https://www.ilgiornale.it/news/politica/basilicata-selvaggia-coast-coast-cinema-realt-1886180.html</guid><dc:creator><![CDATA[Emanuela Fontana]]></dc:creator><description><![CDATA[Dal Redentore di Maratea allo Ionio, tra terre di petrolio, paesi fantasma e magica solitudine]]></description><pubDate>Sat, 29 Aug 2020 15:00:04 +0000</pubDate><content:encoded><![CDATA[<p>Le prime braccia che accolgono sono quelle del Redentore. Si dice che questa statua sia la seconda più alta d'Italia dopo il Colosso di San Carlo Borromeo di Arona, otto metri più piccolo del Cristo di Rio de Janeiro. Dalla prima ascesa il colpo d'occhio sul Tirreno e sulle colline scure che degradano è la prima forte impronta di un cammino quasi sconosciuto, che si inerpica, si addentra e sopravvive nella aspra, calda e verdissima Basilicata.</p><p>Il «Basilicata coast to coast» fu reso celebre da un film del 2010 in cui Rocco Papaleo attraversava la sua regione a piedi con un manipolo di amici per esibirsi in concerto a Scanzano Jonico. Due anni dopo l'itinerario fu tracciato da Riccardo Carnovalini, uno dei più esperti e appassionati camminatori italiani, che lo mise a disposizione di tutti attraverso un portale lucano. Ma a differenza di altri cammini più blasonati, su cui sono state scritte guide e che sono stati abbinati a vite di Santi o illustri poeti, il «Basilicata coast to coast» non è stato adottato da nessuno, a livello istituzionale. Poco valorizzato, poco reclamizzato, eppure stupefacente, questo cammino garantisce una solitudine praticamente assoluta.</p><p>Bisogna dimenticare le folle di Santiago e le allegre compagnie della via Francigena, cartelli fitti e frecce che indicano la direzione. Qui si cammina nella valle del petrolio e su porzioni di tratturi tra paesaggi lunari e greti di fiumi, borghi fantasma, sentieri che qualche volta vanno puliti di persona. Si arriva al cuore di una Regione dalla densità abitativa più bassa d'Italia dopo la Valle d'Aosta, si conoscono paesi di confino e di leggende, lungo contraddizioni infinite: la terra che custodisce nel suo ventre le quantità più importanti di greggio della penisola è anche quella dove i collegamenti pubblici sono più evanescenti. Spostarsi da Maratea a Policoro, da mare a mare, comporta una serie di cambi da treno e bus e viceversa che può richiedere un'intera giornata. Vale la pena allora conoscere i due volti della Basilicata, dalla costa tirrenica a quella ionica, a piedi, partendo proprio dai vicoli di Maratea e dal Cristo bianco che la sorveglia, sulla sommità del Monte San Biagio: nove tappe per circa duecento chilometri, con il consiglio di dimezzarne qualcuna pernottando in agriturismo, perché in due casi, secondo la tracciatura originaria, si supererebbero i trenta chilometri. E per chi non vuole chiudere il cammino nel mare, l'alternativa più affascinante è quella di deviare, alla penultima tappa, per Matera.</p><p>È un viaggio da preparare mentalmente, studiando le carte, e anche con soluzioni pratiche, giorno dopo giorno, munendosi di adeguate scorte d'acqua, perché la Basilicata è una terra insidiosa e infuocata, dove quando il sole batte lo fa con furore. Ricambia però con un repertorio di paesaggi sterminati e sorprendenti e una bellezza, di luoghi, tradizioni, costumi, incontaminata. Il cammino punta verso nord per poi snodarsi in una linea ovest-est sostanzialmente orizzontale, fino a scendere verso il mare opposto, lo Ionio.</p><p>Dopo la costa di Maratea, dall'altopiano di Trecchina, antica roccaforte longobarda, paese famoso per un pane prodigioso che rimane morbido per più di sette giorni, si raggiunge Lauria, dove si festeggiano un numero eccezionale di santi, tra vette fino a duemila metri e costellazioni di torrenti. Si prosegue poi per Moliterno e per Tramutola, dove sin dall'antichità si narrava di sorgenti di acqua nera, dall'odore di zolfo e dalle proprietà miracolose. Siamo in Val d'Agri, boschi e pascoli smeraldini, regno del petrolio, dove si trova il giacimento più grande d'Europa, il centro Olio dell'Eni: qui viene convogliato il greggio estratto da 24 pozzi. Chi cammina non si accorge del lavorio che avviene nel sottosuolo, anche se il petrolio entra spesso nei discorsi perché dà lavoro, ma, si ripete, fa ammalare - di chi vive la valle. E non lontano da Tramutola si trova una sorgente, nascosta dalla vegetazione, dove l'acqua fuoriesce verdastra. È uno dei misteriosi affioramenti descritti dagli antichi racconti. Un campione di quest'acqua fu portato all'Esposizione universale di Parigi del 1878. L'Eni è presente nel territorio di Viggiano dal 2001, e così in questa zona sono aumentati i bed and breakfast, dove capita di incontrare ingegneri che prendono stanza dal lunedì al venerdì, sotto il suono delle campane e tra i profumi delle tagliatelle con i fagioli e dei peperoni cruschi, lasciati essiccare dopo essere stati legati in collane.</p><p>Viggiano è la tappa successiva, con il suo culto della Madonna nera, salvata dalla distruzione dell'antica Grumentum per mano dei Saraceni e nascosta sul monte che sovrasta il borgo. Fu ritrovata da alcuni pastori grazie a strani bagliori nella boscaglia. Riportata in paese, dove è stato eretto un santuario, viene spostata sul monte e poi fatta ridiscendere a Viggiano a maggio e a settembre, quando accorrono decine di migliaia di pellegrini da tutta la Val d'Agri. Nera come il petrolio, la Madonna di Viggiano viene contesa per il trasporto a spalla su e giù dalla vetta dagli uomini più robusti, tra melodie di organetti.</p><p>Da Corleto Perticara il panorama si trasforma: una straordinaria geometria di calanchi circonda Aliano, il paese del confino di Carlo Levi. Siamo nell'esilio del Cristo si è fermato a Eboli, e questo isolamento, soprattutto a livello viario, permane ancora oggi, rendendo Aliano un simbolo e ancora più preziosa. Dai profili di argilla bianca si raggiunge, attraverso un tratturo, il borgo deserto di Craco, abbandonato negli anni Sessanta dagli abitanti a seguito di una frana, case invase dalla vegetazione dove impera il silenzio, da cui si continuano a vedere le onde morbide dei calanchi. Da Craco si può deviare per Matera, oppure raggiungere il mare attraverso Tursi, campo di battaglia tra i romani e Pirro, re dell'Epiro. La costa è vicina: si raggiunge finalmente l' altro mare di Policoro e Scanzano Jonico, unico affaccio costiero della Basilicata a est, più addomesticato della costa opposta e ormai lontano dall'entroterra magico dove, come scriveva Levi, nessun muro separa il mondo umano da quello animale e da quello degli spiriti, «né le fronde degli alberi visibili dalle oscure radici sotterranee».</p>]]></content:encoded><media:content url="https://www.ilgiornale.it/resizer/v2/CLBG2EAXOZIHPH23EDJ3ZWSFFA.jpg?auth=1eb4d3b02a03681bddc61f1b7a2138a6079e8f0ed28b9626201db2a320b0dc52&amp;smart=true&amp;width=1200&amp;height=900" type="image/jpeg" height="900" width="1200"/></item><item><title><![CDATA[Croci, eremi e boschi. Il cuore verde d'Italia batte con Francesco]]></title><link>https://www.ilgiornale.it/news/politica/croci-eremi-e-boschi-cuore-verde-ditalia-batte-francesco-1883216.html</link><guid isPermaLink="true">https://www.ilgiornale.it/news/politica/croci-eremi-e-boschi-cuore-verde-ditalia-batte-francesco-1883216.html</guid><dc:creator><![CDATA[Emanuela Fontana]]></dc:creator><description><![CDATA[Gli itinerari nei luoghi del Poverello di Assisi Fra turismo e l'armonia tra natura e fatica]]></description><pubDate>Thu, 13 Aug 2020 15:00:04 +0000</pubDate><content:encoded><![CDATA[<p>Fra tutti i luoghi dei cammini di Francesco ce n'è uno che spalanca l'anima, fa respirare gli occhi e conduce in un silenzio fecondo di sensazioni. È un'esperienza condivisa da credenti e non, perché si può dire che tra tutti i santi Francesco è quello che parla forse la lingua più semplice e universale, l'estasi nella natura.</p><p>Il luogo è il santuario della Verna, in provincia di Arezzo. Si raggiunge attraverso una delle più straordinarie faggete d'Italia. Il verde dei riverberi è talmente brillante da sembrare smaltato, e i giochi di luce proiettano in un immaginario mondo di fate ed elfi. Luogo mistico a anche magico, spirituale e pagano, da assorbire perché colori così non si vedono di frequente, nemmeno per chi cammina.</p><p>Francesco camminò molto, per andare a Roma da Assisi per esempio, quando incontrò papa Innocenzo III per esporgli la sua Regola. Ma anche per raggiungere proprio la Verna, dove si ritirava in solitudine, dormiva in una cella di pietra e, si dice, ricevette le stimmate. Percorse la valle reatina, ora ricchissima di santuari francescani. Si recò a Firenze e nelle Marche. Si spinse a piedi fino a Monte Sant'Angelo, in Puglia. Raggiunse addirittura l'Egitto. Se il Santo di Assisi avesse portato un contapassi legato alla corda che gli teneva stretto il saio, avrebbe marcato un numero di chilometri irraggiungibile. Ma è anche la sua rinuncia ai beni terreni per rifugiarsi in un'idea di vita diversa, il rifiuto del superfluo, a rendere Francesco il patrono di chi si ritira a camminare per giorni o settimane.</p><p>Negli ultimi anni gli itinerari francescani sono diventati sempre più popolati, sebbene soprattutto la parte a nord di Assisi - siano spesso percorsi piuttosto solitari, a contatto strettissimo con il bosco e la sua musica, lungo una natura irruente che rende inevitabile una simbiosi con quel tutto che San Francesco cantava in volgare prima di ogni altro.</p><p>In molti punti solo il vento tra i rami accompagna i passi. La prima parte è un cammino di croci piantate nel terreno e di forti ascese che penetra nelle foreste Casentinesi, il parco nazionale al confine tra Emilia e Toscana. Come prima parte si intende quello che più propriamente si chiama Cammino di Assisi. È la via francescana che origina da Dovadola, in Emilia Romagna, attraversa la provincia di Arezzo e si conclude ad Assisi: 300 chilometri, 13 tappe. A Dovadola il percorso si fonde con quello di Sant'Antonio, che inizia da Padova. Altri due cammini partono dalla città umbra: uno diretto a Roma, la Via di Francesco, 29 tappe; l'altro, che ne condivide molti tratti, si chiama «Di qui passò Francesco» e termina a Poggio Bustone, sede di un santuario.</p><p>Proprio questo, nato nel 2004, è stato il primo cammino «tematico» d'Italia, il percorso che ha inaugurato l'indagine nei territori sulle orme di Santi ora sempre più in voga per creare moderni pellegrinaggi. L'ideatrice, Angela Seracchioli, si trasferì ad Assisi dopo un'esperienza invernale sul cammino di Santiago proprio per ricostruire l'itinerario di Francesco. In sette mesi riuscì a scrivere la prima guida: 18 tappe che l'hanno posta come punto di riferimento mondiale per i percorsi francescani. Da lì è stato un fiorire di sentieri e di tracciati. E così sono nati il «Cammino francescano della Marca», da Ascoli Piceno ad Assisi, il «Cammino Le Celle di San Francesco» (da Cortona), il tratto della Via di Francesco da Firenze a La Verna, molto amato dai visitatori stranieri, un cammino riminese che si innesta a Dovadola dalla costa romagnola, il francese Chemin d'Assise, che parte da Vezelay, sede della prima comunità francescana in Francia (anche se pare che qui non arrivò Francesco).</p><p>San Francesco è un brand favoloso se si vuole vederlo dal punto di vista dell'attrattiva turistica, ma è anche un profondo contatto con l'essenza più pura del camminare. Il Santo irrompe con eremi, croci, grotte. Gli eremi sono remoti punti di sosta, alcuni ancora abitati dai frati, in cui la storia si esprime con la pace di altitudini dove l'uomo è solo di passaggio. L'eremo di Camaldoli, quello della Casella, alle porte della Valtiberina, l'eremo di Cerbaiolo, che si trova in una zona ricchissima di sorgenti, l'eremo di San Pietro in Vigneto, tra Gubbio e Valfabbrica. A Greccio si dice che Francesco inventò il presepe, a Poggio Bustone ebbe l'apparizione di un angelo. Ma non sono gli episodi, quanto i silenzi, a parlare lungo gli itinerari francescani. In alcune tappe si può dormire in strutture religiose storiche, come accade per il santuario della Verna, dove alcune celle dei frati sono trasformate in stanze. Il cammino da Assisi a Roma offre soluzioni per tutti. «C'è anche chi ci chiede la spa», racconta Gianluigi Bettin, autore, «da non credente», con monsignor Giulietti e con Nicola Checcarelli, della guida sulla Via di Francesco. Insegue i passi del patrono d'Italia chi è in cerca di risposte, ma anche amministratori delegati di multinazionali che scappano nella solitudine. Il messaggio del prendere la strada che si sente più vicina alla propria indole è rivoluzionario, come il rapporto con la natura, «che prima di Francesco era incentrato sulla paura, e con lui diventa armonia».</p><p>Oltre al carisma dell'uomo di cui si cercano i passi, c'è l'Italia appenninica e dei borghi incantevoli, come Spello, la prima tappa dopo Assisi verso Roma. Sul gruppo Facebook «La via di Francesco» quasi ogni giorno qualcuno annuncia la sua partenza, molti in solitaria. Alcune volte si cercano compagno di avventura. E Assisi diventa la Santiago d'Italia. Di tutti i luoghi del viaggio, l'abbraccio del porticato che conduce alla Basilica, e, prima ancora, la vista dall'alto della facciata, lascia sempre con il fiato sospeso: per la bellezza, ma anche perché incarna la meta perfetta per chi cerca un'armonia nella fatica.</p>]]></content:encoded><media:content url="https://www.ilgiornale.it/resizer/v2/RGSJUE55RJJP7IGB6RT77LN4VM.jpg?auth=f909f7b82ba932a17c90d7d55570ababe254eb90f3afb0762792236a0a9596aa&amp;smart=true&amp;width=1200&amp;height=900" type="image/jpeg" height="900" width="1200"/></item><item><title><![CDATA[Francigena nel Sud, quella via santa che risale la Storia]]></title><link>https://www.ilgiornale.it/news/politica/francigena-nel-sud-santa-che-risale-storia-1882577.html</link><guid isPermaLink="true">https://www.ilgiornale.it/news/politica/francigena-nel-sud-santa-che-risale-storia-1882577.html</guid><dc:creator><![CDATA[Emanuela Fontana]]></dc:creator><description><![CDATA[Da Roma a Leuca, puntando Gerusalemme Tra vestigia latine ed echi di Magna Grecia]]></description><pubDate>Mon, 10 Aug 2020 15:00:03 +0000</pubDate><content:encoded><![CDATA[<p>La traccia è nascosta sotto asfalto, erba, case. Riemerge come un lungo cetaceo che emette aria, e allora spuntano tessere di basolato che luccicano al sole, poi riaffonda in una sequela di abusivismi, incurie, e una incredibile, millenaria, dimenticanza. La via Francigena nel Sud è il grande cardine dei cammini italiani. Ripercorre per alcuni tratti quelle che erano l'antica Via Appia romana e l'Appia medievale, fino a Benevento, e da lì piega per la Via Traiana, che si avvicina alla costa pugliese per poi terminare a Santa Maria di Leuca, de finibus terrae, la punta meridionale della Puglia. Ma la via Francigena del Sud, nell'immaginario, e anche nella sua storia, va oltre il nostro Sud: oltre il mare e l'Europa, verso l'Asia, le terre semitiche, per arrivare a Gerusalemme.</p><p>Ancor di più che per la Francigena «classica» (il cammino che da Canterbury scendeva a Roma), la Francigena nel Sud, termine moderno che indica l'ideale prosecuzione del tragitto dal Nord, era un cammino mistico e di ricerca. Collegava le due capitali religiose, Roma e Gerusalemme, accompagnava da Occidente a Oriente, era una sorta di via della seta della cristianità. L'attuale percorso mantiene questa ideale prosecuzione mentale oltre il mare, sebbene siano pochissimi i pellegrini che raggiungono Gerusalemme zaino in spalla.</p><p>Anticamente si prendeva il mare da vari porti del Sud, da Barletta in giù. L'approdo finale per il moderno camminatore è lo straordinario incrocio dei due mari: a Santa Maria di Leuca, l'Adriatico e lo Ionio si toccano in un punto preciso. Dal santuario De finibus terrae si può scrutare per ore quella formidabile linea di separazione, davanti a un orizzonte di acqua sterminata.</p><p>La via Francigena nel Sud si sviluppa lungo 45 tappe e 900 chilometri di percorso, attraverso Lazio, Campania e Puglia, e da un anno ha ottenuto il riconoscimento di «Itinerario culturale del consiglio d'Europa». Il cammino è fitto di punti di accoglienza e B&amp;B si trovano ovunque, ma si sta predisponendo una rete ad uso e consumo dei camminatori.</p><p>Come per la Francigena da Canterbury a Roma, la successione delle tappe è stata ricavata dal diario di un pellegrino. In questo caso la datazione è l'anno 333 dopo Cristo. L'autore, un anonimo, descrisse il suo viaggio da Gerusalemme a Burdigala, l'attuale Bordeaux. «Questo è il più antico cammino d'Europa di cui si ha testimonianza», ci racconta Angelofabio Attolico, responsabile del Sud Italia all'interno dell'Associazione europea delle vie Francigene.</p><p>Per comodità conviene guardare il cammino lungo l'asse Nord-Sud e dunque da Roma, a partire dai primi chilometri di quella che per gli antichi romani era la regina viarum, l'antica Appia, costruita dal censore Appio Claudio Cieco nel 312 aC e completata più di un secolo dopo, con l'estensione fino a Brundisium. L'Appia, oltre a rivestire un ruolo primario nei commerci con il Sud della penisola, fu fondamentale nel rinforzare l'incontro tra la cultura romana e quella della Magna Grecia delle colonie elleniche. Ora chi si incammina sulla Francigena nel Sud la vede spuntare all'improvviso, tra statali e urbanizzazioni dissennate, in alcuni tratti fino a Terracina.</p><p>La prima tappa è la più intensa immersione nella storia romana che si può sperimentare in un percorso a piedi: si cammina da Roma sui massi di basolato fino a Castelgandolfo, fiancheggiando i sepolcri degli Scipioni, di Geta, di Priscilla, la villa dei Quintili, il mausoleo di Cecilia Metella e il Castrum Caetani, accanto a ville moderne protette da pesanti cancelli di ferro. Ma se si vuole conoscere il mondo prima dei romani, o ai loro albori, bastano spesso pochi passi oltre il percorso ufficiale per scoprire civiltà arcane. Succede ad esempio a Norma, paese arroccato tra Cori e Sermoneta, tratto in cui si cammina invece sull'Appia medievale. L'adiacente antica Norba conserva resti di mura ciclopiche e tracce di un leggendario insediamento: la città fece parte della Lega Latina contro Roma. Si racconta che nei suoi cunicoli sotterranei sia nascosto un tesoro barbarico.</p><p>La via Francigena nel Sud regala dunque la straordinaria mappa di una via Santa: segni infiniti di colonizzazioni romane, con resti di ville, tombe, templi pagani che guardano il tramonto come quello dedicato a Giove Anxur, dominante su Terracina; misteriose rocce megalitiche (a Campo Soriano), panorami immensi sul Tirreno con i luoghi della maga Circe, e poi, a Sud, sull'Adriatico, percorrendo tutto il Salento fino al suo limite. Da Benevento si raggiunge la costa pugliese attraverso Troia, Cerignola, Canosa, si passa non lontano dal misterioso castello ottagonale di Castel del Monte, e poi si punta verso Bitonto e Bari. Da lì, lungo la costa, soste a Lecce e Otranto, fino a Leuca.</p><p>Un itinerario tutto o in buona parte percorso da Annibale e da centurioni, da scrittori e filosofi, dai Crociati e pellegrini, da poeti di corte, dame, cavalieri, e persino dal giovane Mozart, di cui è testimoniato il passaggio dalla Dogana della Portella, tra Fondi e Terracina, quando a 14 anni girava l'Italia da bambino prodigio in compagnia del padre. Qui spunta come un miraggio un tratto di Appia romana che si perde nell'erba fino a scomparire sotto l'Appia moderna.</p><p>Un altro punto in cui una delle antiche vie, in questo caso la Traiana, riaffiora, sono gli scavi di Egnazia, vicino Monopoli, antichissima città degli Japigi, poi romana, citata da Orazio in una Satira in cui si narra il suo viaggio da Roma a Brindisi. A pochi passi sorge un borgo turistico frequentato anche da Madonna: siamo nel cuore della Puglia dei matrimoni milionari. Ma per chi percorre un'altra strada, quella dei passi lenti, Egnazia è uno dei luoghi in cui l'eco della storia irrompe con più forza, uno dei tanti lungo un itinerario da guardare e ascoltare fino ai «confini della terra».</p>]]></content:encoded><media:content url="https://www.ilgiornale.it/resizer/v2/LYJRRUSFMBMOPG3S2IV5FOL3QI.jpg?auth=e384b2c94d26dfbd1e5c1621edd9a63f2f366de178742090722493ac0d68e16a&amp;smart=true&amp;width=1200&amp;height=900" type="image/jpeg" height="900" width="1200"/></item><item><title><![CDATA[Nasa su Marte col drone Ma la sonda è già in crisi]]></title><link>https://www.ilgiornale.it/news/politica/nasa-su-marte-col-drone-sonda-gi-crisi-1880644.html</link><guid isPermaLink="true">https://www.ilgiornale.it/news/politica/nasa-su-marte-col-drone-sonda-gi-crisi-1880644.html</guid><dc:creator><![CDATA[Emanuela Fontana]]></dc:creator><description><![CDATA[Dopo Cina e Emirati, l'America verso il Pianeta Rosso. La Perseverance cercherà segni di «vite»]]></description><pubDate>Fri, 31 Jul 2020 06:10:33 +0000</pubDate><content:encoded><![CDATA[<p>Si cercano tracce di vita, anche se potrebbe essere una vita diversa da come la conosciamo sulla Terra. Per questo alcuni scienziati hanno coniato un nuovo termine, lyfe, un'altra life, la vita possibile oltre le nostre esperienze, qualcosa di vivo ma che non appartiene alla memoria condivisa. Perseverance avrà questo compito: il rover della Nasa, missione Mars 2020, è in volo verso Marte, a caccia di una vita possibile, passata o presente, sul pianeta rosso. Il razzo Atlas è stato lanciato ieri come da programma alle 13,50 ora italiana dalla rampa 41 di Cape Canaveral, in Florida. Se la navicella che trasporta il nuovo rover della Nasa sul «pianeta rosso» supererà le difficoltà tecniche emerse ieri sera (funziona solo con i sistemi essenziali, in uno stato noto come modalità sicura) Perseverance raggiungerà Marte il 18 febbraio 2021: sarebbe il quinto rover a completare il viaggio dalla terra dal 1997, e affiancherà Curiosity, già presente su Marte dal 2012. Gli ingegneri della Nasa hanno lavorato a lungo per correggere gli errori che Curiosity aveva presentato nella sua attività. Perseverance ha ruote più adatte per affrontare le asperità del terreno marziano, ed è stata migliorata la qualità delle telecamere, che potranno regalare immagini uniche. Ma soprattutto, attraverso un trapano manovrato da un braccio meccanico, il rover potrà collezionare una serie di campioni. Si cercano fossili ed elementi chimici che possano provare tracce di vita. Secondo Stuart Bartlett, scienziato del California Institute of Technology, c'è più probabilità di trovare lyfe che life, vita diversa dalla nostra. Ma gli americani sono convinti che qualsiasi cosa sia esistita, o esista, su Marte, sarà Pereverance a scoprirla. «C'è un motivo per cui chiamiamo il robot Perseveranza», ha detto l'amministratore della Nasa, Jim Brindestine. «Perché andare su Marte è difficile. In questo caso, è più difficile che mai perché lo stiamo facendo nel bel mezzo di una pandemia».</p><p>La Nasa non sarà però sola nei dintorni del pianeta rosso nel mese di febbraio. Appena una settimana fa è stata lanciata la sonda cinese Tianwen-1, e tre giorni prima aveva preso la via dello spazio la sonda Hope degli Emirati Arabi Uniti. Raggiungeranno tutte l'orbita di Marte nello stesso periodo. L'Europa si annuncia come quarta in lista: la missione ExoMars dell'Esa è attualmente in agenda per il 2022.</p><p>Il rover statunitense Perseverance è stato programmato dunque per raccogliere campioni, da 20 a 43, conservati in provette di titano. Lungo 3 metri e largo poco meno (2,7) atterrerà sul cratere Jesero, conca di un antico lago posto nel lato orientale del pianeta. Gli ultimi studi indicano la presenza passata di acqua sul pianeta rosso. Una recente ricerca pubblicata sulla rivista Scientific Reports e condotta dal Center for Space Science della New York University (NYU), ipotizza che il sottosuolo potrebbe ancora ospitare la vita. L'energia per sostenerla sarebbe infatti garantita dal costante bombardamento di raggi cosmici. Perseverance sarà affiancato nel suo lavoro da Ingenuity, un piccolo drone-elicottero, sperimentato per la prima volta in questa missione, leggerissimo «ragno» spaziale dalle lunghe zampe e dal peso di appena 1,8 chili. Tra le dotazioni del rover ci sarà un frammento di meteorite costituito principalmente da basalto, atterrato sulla terra circa mille anni fa in Oman e identificato come appartenente alla roccia marziana. Sayh al Uhaymir 008 (SaU 008) servirà a Perseverance per calibrare gli strumenti e analizzare meglio le rocce. Lo strumento che consentirà le scansioni si chiama Sherloc, dotato di due imager e due spettroscopi laser. La missione è frutto di sette anni di lavoro, 2,1 miliardi di investimento, e nelle intenzioni della Nasa porrà le basi per un futuro arrivo dell'uomo. Il rientro dei campioni sulla terra è previsto per il 2031 e costerà oltre 8 miliardi di dollari.</p>]]></content:encoded><media:content url="https://www.ilgiornale.it/resizer/v2/RF56LJT7HFNK7HFQUMQI75E56E.jpg?auth=36a3cba163fb521854b5b864f340067c6c06493d8431d0cd932a4f7e467582e9&amp;smart=true&amp;width=1200&amp;height=900" type="image/jpeg" height="900" width="1200"/></item><item><title><![CDATA[Nell'era delle cinque regine]]></title><link>https://www.ilgiornale.it/news/cronache/nellera-delle-cinque-regine-1880408.html</link><guid isPermaLink="true">https://www.ilgiornale.it/news/cronache/nellera-delle-cinque-regine-1880408.html</guid><dc:creator><![CDATA[Emanuela Fontana]]></dc:creator><description><![CDATA[Stiamo per entrare nell'era delle cinque regine. Tra una generazione, o anche meno, i troni europei saranno quasi tutti femminili. Non era mai accaduto che un numero così alto di eredi di case reali fossero donne]]></description><pubDate>Thu, 30 Jul 2020 15:00:04 +0000</pubDate><content:encoded><![CDATA[<p>Stiamo per entrare nell'era delle cinque regine. Tra una generazione, o anche meno, i troni europei saranno quasi tutti femminili. Non era mai accaduto che un numero così alto di eredi di case reali fossero donne. Spagna, Svezia, Paesi Bassi, Belgio, Norvegia: qui stanno crescendo le future sovrane d'occidente.</p><p>La figlia di Felipe di Spagna, Leonor, la nipote del re di Norvegia, Ingrid Alexandra, la figlia del re dei Paesi Bassi, Caterina Amalia, la figlia del re del Belgio, Elisabetta, la figlia del re di Svezia, Vittoria. Ecco i nomi delle regnanti del ventunesimo secolo. Quattro sono adolescenti. Leonor è la più piccola, ha quattordici anni, Ingrid Alexandra di Norvegia e Caterina Amalia dei Paesi Bassi sedici, Elisabetta del Belgio diciotto. L'unica donna del gruppo è Vittoria di Svezia, nata nel 1977.</p><p>«Per Vittoria, in Svezia, alla sua nascita fu cambiata la Costituzione, che privilegiava la legge salica sulla primogenitura» spiega al Giornale il professore Domenico Savini, storico ed esperto di famiglie reali. La legge salica prevedeva che l'erede al trono fosse maschio, a prescindere dal fatto che una femmina l'avesse preceduto. Ora non esiste più tra le grandi monarchie d'Europa. È in vigore in Giappone, dove la principessa Aiko, diciottenne primogenita dell'Imperatore, non potrà salire al trono. «Questa è una fonte di grande dolore per l'imperatrice Masako», chiarisce ancora Savini. Ma il dibattito è aperto, «in Giappone se ne parla molto». Anche lontano dall'Europa il destino potrebbe volere la successione di una donna.</p><p>Tra le storiche monarchie d'occidente solo l'Inghilterra potrebbe quindi mantenere la corona sul capo di un uomo. Eppure è terra di grandi regine. «Nella famiglia reale inglese sono sempre state le donne le più forti. Pensiamo sempre alla regina Elisabetta come tutta sorrisi, capellini e borsette, ma è una donna d'acciaio che ha tenuto testa a un cavallo di razza, ma da domare, quale era il principe Filippo». E, tornando indietro, basti pensare alla regina Elisabetta I e alla regina Vittoria, supportata da un ottimo consorte, Alberto di Sassonia. A proposito dei consorti, per le principesse eredi al trono si presenterà prima o poi il nodo della scelta dei mariti. Stare al fianco di una regina è «un lavoro faticoso», bisogna porsi nel ruolo di colui che dà «supporto» del «consigliere», ma anche avere «un ottimo carattere». Occorre convivere con i media «spesso non pietosi», capire che «il destino ha aperto una gabbia dorata, che comunque è pur sempre una gabbia. Non voglio dire che i principi consorti vivano da reclusi, ma certo non possono comportarsi come vogliono». Vittoria di Svezia ha già scelto da tempo. Il marito, Daniel Westling, personal trainer, «svolge il suo compito con grande impegno».</p><p>Non sono passati nemmeno tre secoli da quando l'Europa si scagliava contro l'impero asburgico perché il potere era nelle mani di una donna, Maria Teresa, grazie alla Prammatica sanzione decisa dal padre, l'imperatore Carlo VI. Era il 1741. «Ma poco prima - ricorda Savini - in Russia Pietro il Grande fece salire al trono la sua seconda moglie. Con Caterina I, Elisabetta e Caterina II abbiamo le prime donne a regnare, anche se Pietro il Grande poteva agire come voleva. Un caso molto diverso da quello di Carlo VI».</p><p>L'imperatore d'Austria doveva rendere molto più conto del suo operato, e la successione provocò la guerra. Altri tre secoli prima Isabella di Castiglia aveva guidato la Spagna con il marito Ferdinando II d'Aragona, sostenendo l'impresa di Cristoforo Colombo: «Solo una persona di grande genio, e donna, poteva capire quell'idea nel Quattrocento». Dopo di lei, sua figlia Caterina diede filo da torcere a Enrico VIII. E tornando ai tempi più recenti, nel secolo scorso, «pensiamo alle tre regine d'Olanda: Guglielmina, Giuliana e Beatrice. Guglielmina resistette a Hitler». Le regine possono fare la storia.</p>]]></content:encoded><media:content url="https://www.ilgiornale.it/resizer/v2/VMYN6MZKRRNR7C2SW62NCTJVZE.jpg?auth=a72d8982eeaa23c9dadea091dccf509a8a0ce38911b92da9dbd497d2b88c0358&amp;smart=true&amp;width=1200&amp;height=900" type="image/jpeg" height="900" width="1200"/></item><item><title><![CDATA[Ora, labora e parti. Inseguendo Benedetto nel cuore dell'Italia]]></title><link>https://www.ilgiornale.it/news/politica/ora-labora-e-parti-inseguendo-benedetto-nel-cuore-dellitalia-1877993.html</link><guid isPermaLink="true">https://www.ilgiornale.it/news/politica/ora-labora-e-parti-inseguendo-benedetto-nel-cuore-dellitalia-1877993.html</guid><dc:creator><![CDATA[Emanuela Fontana]]></dc:creator><description><![CDATA[Da Norcia a Montecassino fra reliquie di santi, boschi e sapori. Così rinascono le vie dei monaci]]></description><pubDate>Sat, 18 Jul 2020 15:00:04 +0000</pubDate><content:encoded><![CDATA[<p>La statua di San Benedetto indica un punto tra terra e cielo. Nei giorni del terremoto era l'unica certezza in un paese dilaniato. Norcia, epicentro della terza grande scossa del 2016, è il luogo in cui parte il cammino dell'uomo che ci ha tramandato un metodo e una strada: l'esaltazione dello spirito che si combina con il generare frutti per l'umanità. San Benedetto, patrono d'Europa, conduce per 16 giorni lontano dal mondo, nel regno del silenzio, delle cascate e di una vegetazione lussureggiante.</p><p>Tutto inizia da uno dei Comuni più feriti dell'Umbria. Da qui si possono ripercorrere per 300 chilometri le tappe di una rivoluzione personale precocissima, lasciarsi assorbire da quel motto, Ora et labora, che va molto oltre un illuminato precetto cristiano. Si toccano laghi incantati e mistici boschi di solitudini, un fiume che segna la via, l'Aniene, il monastero creato nella pietra del Monte Taleo, a Subiaco, con la grotta dove San Benedetto si chiuse in eremitaggio ad appena 17 anni, e infine il cuore della Regola, l'Abazia di Montecassino, uno dei luoghi più distrutti - da saccheggi terremoti, bombe - e ricostruiti d'Italia, custode di un sapere altrimenti destinato ad andare perduto. Qui, con il lavoro nello scriptorium dei seguaci di Benedetto, furono copiate e protette le opere di Virgilio, Orazio, Ovidio, Plauto, Cicerone. Ma durante la Seconda Guerra Mondiale fu un soldato nazista austriaco, Julius Schlegel, a contribuire al salvataggio dei codici miniati.</p><p>Mettersi in cammino significa sorprendersi ogni giorno in un ciclo continuo di schegge visive, scorci di paesaggi, e incontri con frammenti di storia. I giorni di marcia sono sedici, lungo una linea che dall'Umbria taglia verticalmente il Lazio, un monogramma come guida per i passi: una B innestata su una croce gialla. Il cammino può essere percorso a grappoli di tappe, e ogni parte regala tesori: le grotte dei bambocci di Collepardo, dove stalattiti e stalagmiti sembrano raffigurare nei loro profili antropomorfi sagome di pupazzi, la Certosa di Trisulti, le gole del Melfa, sotto i nidi delle aquile reali.</p><p>Il potere del cammino di San Benedetto che lo lega ad altre vie di lunga percorrenza a piedi è la capacità di condurre in luoghi dove l'unico ostacolo al vento sono rami e foglie, lungo un'Italia dell'ombra, scintillante ma intima, dalle pendici dei Sibillini al Lazio Meridionale attraverso i Monti Reatini, la valle Santa, la valle dell'Aniene, i borghi dei Monti Lucretili, il parco dei Monti Simbruini, i boschi dei Monti Ernici, la valle del Liri. Paesi con storie millenarie altrimenti mai visitati, inquadrati dalla prospettive esclusive di chi cammina, perché precluse a ogni finestrino di automobile.</p><p>Su questa via che si snoda lungo querce secolari, faggete, boschi di aceri, in una terra rigogliosa di acqua, il valore aggiunto sono però quelle parole che passo dopo passo si sigillano nella mente. L'Ora et labora è prima di tutto concentrazione e dedizione. Un modo del pensare e dell'agire che può indirizzare ogni idea o impresa, ma soprattutto il cammino, che questo richiede: concentrazione e dedizione.</p><p>L'essenza è tutta tra le mura di Subiaco, il Santuario del «Sacro speco» che conserva la grotta dove il Santo si ritirò da eremita per tre anni poco più che adolescente, nel 497 dC, lasciando gli eccessi di Roma. A Subiaco anche comprare un «santino» è una fuga dal mondo: nell'atto della consegna il frate di turno nel negozio di souvenir fissa con energia chi ha davanti. Anche per gli animi meno vicini alla religione è difficile sfuggire all'intensità del momento. Da qui San Benedetto fondò le prime comunità. Trent'anni più tardi, dopo un attentato contro la sua vita, si trasferì con i suoi monaci a Montecassino. Questo è, con Subiaco, il luogo più profondamente benedettino del percorso. Qui si trovano le tombe di Benedetto e della gemella Scolastica.</p><p>L'ideatore del Cammino è Simone Frignani, ora in partenza per un nuovo viaggio, da Trento a Trieste in bici. «È stato un lavoro di tre anni», racconta, «dalla ricerca cartografica fino alle prove sul campo, alla tracciatura e alla scrittura della guida, tra il 2009 e il 2012. Ho cercato un percorso che toccasse i luoghi principali di San Benedetto e ho incluso quelli che avevano una particolare rilevanza storica». La storia entra nei profumi, nei sapori, si esalta nei sensi. Dai salami di Norcia agli amaretti di Guarcino. A Collepardo le antiche ricette erboristiche dei certosini sono ancora utilizzate per preparati e liquori.</p><p>Come ogni cammino, anche questo può essere affrontato con uno spirito assolutamente laico, anche se a ogni passo spuntano ombre di Santi che in queste terre si sono incrociati in epoche diverse: Francesco, di cui si sfiorano le orme nel Santuario della Foresta, dove il Santo di Assisi compose il Cantico delle Creature; Santa Rita, con Cascia e Roccaporena. A Roccasecca nacque San Tommaso d'Aquino. L'estate è il momento delle feste paesane, religiose o di rievocazione della transumanza. A marzo e aprile è impagabile la vista dei Monti delle fate, i Sibillini, ricoperti dalla neve.</p><p>L'ospitalità è assicurata dagli amici del Cammino di San Benedetto, associazione autofinanziata che tiene puliti i sentieri e aiuta nella ricerca di alloggi. In periodi normali anche conventi e case vacanze gestite da suore offrono stanze, ma nell'anno del Covid alcune strutture tipicamente «pellegrine» non possono accogliere. Non mancano agriturismi e B&amp;B, ma tutto sarà più essenziale, ancora più aderente allo spirito puro del cammino. Questo non significa che i sentieri rimarranno vuoti.</p><p>In questa estate così diversa dalle altre sembra anzi «sbocciare una nuova giovinezza dei cammini», assicura Frignani. C'è voglia di mettersi sulla via e di perdersi in una solitudine affollatissima di incanti.</p>]]></content:encoded><media:content url="https://www.ilgiornale.it/resizer/v2/PV7A3IFYHFLYXGR74Q5XPRGGWQ.jpg?auth=a8022a005df8ded3c355dbb6165126bbb106b9e19cbe8b1e92996c5bccea5669&amp;smart=true&amp;width=1200&amp;height=900" type="image/jpeg" height="900" width="1200"/></item><item><title><![CDATA[Globali, aperte e hi-tech: ora le piccole scuole si prendono la rivincita]]></title><link>https://www.ilgiornale.it/news/politica/globali-aperte-e-hi-tech-ora-piccole-scuole-si-prendono-1871881.html</link><guid isPermaLink="true">https://www.ilgiornale.it/news/politica/globali-aperte-e-hi-tech-ora-piccole-scuole-si-prendono-1871881.html</guid><dc:creator><![CDATA[Emanuela Fontana]]></dc:creator><description><![CDATA[Pluriclassi, lezioni all'aperto, compiti on line e con studenti stranieri. "Siamo la via giusta"]]></description><pubDate>Sun, 21 Jun 2020 04:00:05 +0000</pubDate><content:encoded><![CDATA[<p>È la riscossa delle piccole scuole. Quelle che spesso rischiavano di chiudere perché avevano pochi alunni, arroccate in paesi minuscoli, isole, borghi di montagna, frazioni perse in chilometri disabitati. Classi di due bambini, pluriclassi con meno di dieci, un'esistenza sempre in bilico. È una realtà lontanissima dal dibattito di questi giorni. Si studiano soluzioni da dopo-pandemia per le classi sovraffollate di città, i banchi troppo vicini, magari il plexiglas a dividerli. Ma per i bambini di 9mila scuole, tecnicamente «plessi», d'Italia il 40% di tutta la popolazione scolastica della scuola primaria e il 20% della secondaria di primo grado - la ripresa delle lezioni non sarà certo un problema. I grandi spazi, che erano una condanna alla chiusura secondo le leggi dell'economia, ora sono esempio e risorsa. Nelle frazioni di Bobbio già da tempo si fa lezione lungo il fiume, a Pennisi, in Sicilia, l'andar per boschi è una consuetudine, come agorà e spazi dedicati per laboratori all'aperto, in provincia di Città di Castello le classi in miniatura sono talmente tecnologizzate che i collegamenti con bimbi di altre scuole d'Europa avevano cadenze settimanali già prima dell'emergenza Coronavirus.</p><p>Per questo Indire, l'Istituto Nazionale di Documentazione, Innovazione e Ricerca Educativa, sta mettendo in piedi con un gruppo di mini-scuole un modello da proporre: partire dal piccolo per la nuova scuola dell'era del dopo-pandemia. I pilastri: scuola-comunità, tecnologie, pluriclassi come risorsa.</p><p>Questi mesi possono essere l'occasione per riflettere su «un modello educativo frontale che non funziona più», spiega una delle ricercatrici di Indire, Giuseppina Cannella. E biblioteche, laboratori esterni, oratori, cinema, possono diventare sedi di lezione. Per «differenziare la didattica e lavorare per piccoli gruppi». «Abbiamo intenzione - racconta dall'Emilia Luigi Garioni, dirigente scolastico nel Comune di Bobbio - di svolgere lezione sul fiume una volta alla settimana». Il fiume è il Trebbia: queste sono le zone ribattezzate le Maldive dei milanesi per il colore straordinario dell'acqua, spiccioli di case seminati in un territorio vastissimo. All'aperto «l'attenzione è migliore, i ragazzi si distraggono di meno e c'è una maggiore ossigenazione del cervello». Bisognerà sempre guardare al meteo? «Basta attrezzarsi. Seguiamo l'esempio della Norvegia». Dall'altro capo d'Italia, a Pennisi, frazione di Acireale, la dirigente Alfina Bertè conferma: fare lezione outdoor «non è l'ora di ginnastica con una corsa, ma tutte le materie».</p><p>Nel piccolo Comune umbro di Monte Santa Maria Tiberina le lezioni in epoca pre-Covid si sono svolte anche nel castello, e il primo giorno di scuola preside e insegnanti si sono «travestiti da principe e da dame», racconta il dirigente scolastico Massimo Belardinelli. I bambini delle elementari sono ventuno per tutti e cinque gli anni, divisi in due pluriclassi. Il nido costa 40 euro al mese comprensivi di trasporti e mensa. In un piccolo borgo dove «la maestra conta come il maresciallo», si va «nel bosco due o tre volte alla settimana», si cammina «fino al villaggio neolitico», e si impara a conoscere sul campo le erbe medicinali. Ed è «normale fare lezioni a distanza con gli amici spagnoli».</p><p>«Quello delle piccole scuole non è un fenomeno minore - spiega un'altra ricercatrice Indire, Giuseppina Mangione - Interessa un quarto della popolazione scolastica italiana. In più di 1500 plessi esistono pluriclassi, dove i bambini di classi diverse fanno lezione insieme, con oltre 28mila studenti coinvolti». Nel 2017 è stato fondato il movimento nazionale delle piccole scuole che conta più di 400 istituti. Da qui si sono fatti avanti gli insegnanti che nei mesi di scuola a casa hanno insegnato a oltre 8mila colleghi come gestire la didattica distanza. Ai laboratori online Spaesi e Dove sta di casa la scuola, si aggiungono ora le conferenze online «A scuola di prossimità».</p>]]></content:encoded><media:content url="https://www.ilgiornale.it/resizer/v2/X7OONLXBSNMTFG2FSOV4BRYMRE.jpg?auth=7f788636831eff5aeac4d92ca75758d3207c1eefbfedda384a6840540a5e8079&amp;smart=true&amp;width=1200&amp;height=900" type="image/jpeg" height="900" width="1200"/></item><item><title><![CDATA[In cammino o in camper. È la vacanza 2020]]></title><link>https://www.ilgiornale.it/news/politica/cammino-o-camper-vacanza-2020-1866855.html</link><guid isPermaLink="true">https://www.ilgiornale.it/news/politica/cammino-o-camper-vacanza-2020-1866855.html</guid><dc:creator><![CDATA[Emanuela Fontana]]></dc:creator><description><![CDATA[Le norme sul distanziamento agevolano le soluzioni «en plein air», ma chic]]></description><pubDate>Sun, 31 May 2020 06:25:34 +0000</pubDate><content:encoded><![CDATA[<p>La vacanza «mobile», on the road, lontana dalle folle ma immersa nella natura. Potrebbe essere un'estate da viandanti quella che ci aspetta: viaggi a piedi, in camper, in barca a vela. Senza radici ma a pieno contatto con il paesaggio e, soprattutto, indipendenti, lontani da quegli assembramenti che sono ancora vietati per decreto nell'anno del Covid. Per ora sono solo primi segnali, ma dal mondo delle vacanze en plein air arrivano indizi di una possibile tendenza per l'estate alle porte, la più anomala di quelle che almeno due generazioni possono ricordare nella loro esperienza di vita. Molto dipenderà dalla disponibilità economica. Il termine internazionale più utilizzato è slow toursm, il turismo lento. Un esempio di questo approccio sono i Cammini tra le bellezze del Paese: che sia la via Francigena, la millenaria strada santa dei pellegrini che dalla Val d'Aosta discende fino a Roma, o le tante vie dedicate ai Santi o agli uomini pii che le percorsero, come il cammino di Francesco, il Cammino di Sant'Antonio, la via degli Abati, sembra che quest'estate la viandanza sia più che mai un'attrattiva: il gruppo Facebook Io cammino in Italia conta già oltre 12mila iscritti. Voglia di boschi, di montagne, di vento in faccia: tutto questo racchiude un cammino, e gli ostelli sulle principali vie di percorrenza lenta stanno già riaprendo le porte, con le dovute precauzioni.</p><p>Ma se l'interesse per i cammini non è ancora quantificabile in termini di numeri, le prime cifre dicono che certamente l'estate 2020 segnerà il boom dei camper. Il sito americano RVshare ha segnalato nei giorni scorsi un'impennata dei noleggi di camper e caravan superiore al 600 per cento. Molti sono alla prima esperienza sulla casa a quattro ruote, e il 93 per cento ha dichiarato di propendere per questa scelta per evitare i luoghi troppo affollati. Facile che le città siano evitate, a differenza dei luoghi più selvaggi: i parchi nazionali e i laghi sono le destinazioni più richieste. Il sito pitchup.com, specializzato in vacanze outdoor, segnala la forte richiesta dei campeggi. E il gruppo Indie Campers sta già indicando una tendenza per l'Italia: a maggio il numero delle prenotazioni ha superato di sei volte quelle del mese precedente. Si registra poi un ritorno alla vacanza italiana: «Se nel 2019 il 24 per cento dei viaggi era nella stessa nazione d'origine, al momento il 77 per cento delle prenotazioni è per vacanze alla scoperta del proprio Paese». Cambiano alcune regole del noleggio: il check-in sarà effettuato online. Il camper viene isolato per 12 ore in modo da consentire una sanificazione completa con detergenti specifici, a cui segue un controllo finale e un sigillo, una sorta di patentino di utilizzo.</p><p>Nel settore marittimo le regole contenute nelle linee guida non sono ancora chiarissime, lamentano invece alcuni noleggiatori di imbarcazioni. Vige sempre la distanza di sicurezza, ma l'eventuale presenza di uno skipper potrebbe comportare periodiche analisi sierologiche per attestare la non infezione da Covid. Le barche saranno affittate a persone che già si conoscono o a nuclei familiari, evitando gli imbarchi singoli, e le cabine saranno munite di gel disinfettante. La distanza dalle spiagge affollate è comunque garantita.</p><p>Dovrebbe andare forte il glamping, ovvero il camping glamour: palafitte, case sull'albero. Il turismo sarà comunque in prevalenza locale. E cosa c'è di meglio che esplorare l'Italia a piedi, soprattutto per chi non rientra nei budget glamping e preferisce un approccio più diretto e ruspante con i territori da esplorare. «Sabato riapriamo», raccontano dall'ostello medievale Sigerico di Gambassi Terme, sulla via Francigena, punto di sosta tra San Miniato e San Gimignano. «La capienza della struttura è stata dimezzata, perciò potremo ospitare un massimo di 20 persone al giorno e saranno suddivise in gruppi di due per ciascuna stanza». L'unica eccezione sono i nuclei familiari. Ai clienti «viene richiesta una grande responsabilità, calma e pazienza». Prima di entrare si posa lo zaino e ci si sottopone al controllo della temperatura. Rimane la tradizionale cena del pellegrino, «mentre la colazione purtroppo non verrà più servita. Essendo un servizio a buffet, da quest'anno è severamente vietato».</p>]]></content:encoded><media:content url="https://www.ilgiornale.it/resizer/v2/K622GQZ5GBMTRL2SBOVHVSPJAM.jpg?auth=e8c718aff6bf08f1478fd1923de590cbaebd3992db0812b4b787d1c36d2d6986&amp;smart=true&amp;width=1200&amp;height=900" type="image/jpeg" height="900" width="1200"/></item><item><title><![CDATA[Tamponi, appello dei laboratori privati. "Pronti ai test, le Regioni tentennano"]]></title><link>https://www.ilgiornale.it/news/politica/tamponi-appello-dei-laboratori-privati-pronti-ai-test-1845631.html</link><guid isPermaLink="true">https://www.ilgiornale.it/news/politica/tamponi-appello-dei-laboratori-privati-pronti-ai-test-1845631.html</guid><dc:creator><![CDATA[Emanuela Fontana]]></dc:creator><description><![CDATA[Sarebbero in grado di processare circa 5mila test al giorno La collaborazione è cominciata in Piemonte, Liguria e Sicilia]]></description><pubDate>Wed, 25 Mar 2020 05:00:06 +0000</pubDate><content:encoded><![CDATA[<p>È arrivato il momento che la macchina pubblica inizi a rinunciare alle «proprietà» del dato sui tamponi del Coronavirus, e che chieda l'aiuto dei laboratori di analisi privati. In Veneto il governatore Luca Zaia non si è posto il problema da giorni: più tamponi e anche più test anticorpali, per capire se un persona, positiva o meno, abbia contratto il virus.</p><p>Le altre Regioni si stanno affacciando ancora in modo timido al mondo dei privati, molte tentennano. Hanno aperto ai laboratori non pubblici Piemonte, Liguria e Sicilia. Il Lombardia non c'è ancora il via libera, come non c'è nel Lazio. Eppure secondo un calcolo del gruppo milanese specializzato in analisi di laboratorio Cerba HealthCare, i più importanti laboratori privati sarebbero in grado di processare circa 5mila tamponi al giorno, che corrisponderebbero al 50 per cento di quelli che vengono esaminati dalle strutture pubbliche (dal 20 marzo i centri abilitati sono diventati 77). In questo momento in cui anche il capo dipartimento della Protezione civile, Angelo Borrelli, ammette che esiste un enorme sommerso di persone positive ma non diagnosticate, sembra ormai indispensabile che le amministrazioni trovino il modo per allargare la rete dei laboratori. Una diagnosi precoce può corrispondere a osservazione più attenta, isolamento immediato e riduzione del numero di ricoveri gravi. Dal Lazio arriva la storia di una giovane vittima, Emanuele Renzi, morto a 34 anni, portato in ospedale «troppo tardi», denuncia la famiglia. Storie di lunghe degenze a casa senza diagnosi, con febbre alta e tosse, sono tutt'altro che infrequenti. Più tamponi in questa fase significa anche circoscrivere meglio i focolai familiari e quelli tra gli ospedalieri. «Noi siamo pronti, mettiamo a disposizione sia le strutture che i nostri biologi molecolari», ci spiega Stefano Massaro, amministratore delegato di Cerba HealtCare. «Con Regione Lombardia abbiamo già incrociato i dati su alcuni test per verificare l'affidabilità dei risultati. Ci aspettiamo che a breve si parta a lavorare insieme». «Continuiamo a essere a disposizione sia per fare che per analizzare i tamponi», fa sapere da Roma Mauro Casanatta, direttore dell'Associazione italiana ospedalità privata del Lazio. Il Consiglio Superiore di Sanità per ora annuncia «test più rapidi», ma in assenza di una direttiva centrale, le Regioni continuano ad andare in ordine sparso.</p><p>Un altro tema aperto rimane poi quello del test anticorpale sul sangue, che serve per capire se una persona ha contratto il virus e l'ha superato senza saperlo. In questo momento i laboratori privati non possono svolgerlo. Potrebbe essere utile nella fase successiva all'emergenza. In Lombardia si sta tentando di rinforzare l'assistenza domiciliare. «Tra i miei assistiti - racconta Anna Pozzi, segretario della Federazione dei medici di medicina generale di Milano - ci sono una marea di casi sospetti. Il tampone non viene fatto a nessuno a meno che non vada in ospedale. Abbiamo chiesto unità di medici di continuità assistenziale che lavorino a stretto contatto con medico di famiglia per andare a domicilio equipaggiati». Ci si sta muovendo proprio in questa direzione. Ma i tamponi non possono più essere prerogativa solo di pochi, e pubblici, esaminatori.</p>]]></content:encoded><media:content url="https://www.ilgiornale.it/resizer/v2/VABI3U5IK5NXHPSVFKSNORMDTQ.jpg?auth=20dcdecfd4f4e41ef9ff4ea3d3a2603bd9b2818e426cbfa031d4c36c84c80a73&amp;smart=true&amp;width=1200&amp;height=900" type="image/jpeg" height="900" width="1200"/></item><item><title><![CDATA["Richiamano in servizio dottori 70enni e li mandano in guerra senza il fucile"]]></title><link>https://www.ilgiornale.it/news/politica/richiamano-servizio-dottori-70enni-e-li-mandano-guerra-senza-1843967.html</link><guid isPermaLink="true">https://www.ilgiornale.it/news/politica/richiamano-servizio-dottori-70enni-e-li-mandano-guerra-senza-1843967.html</guid><dc:creator><![CDATA[Emanuela Fontana]]></dc:creator><description><![CDATA[Il dentista Ciatti e i colleghi svuotano gli studi e forniscono mascherine]]></description><pubDate>Sat, 21 Mar 2020 07:16:01 +0000</pubDate><content:encoded><![CDATA[<p>Hanno svuotato i propri cassetti, i magazzini, le cantine di casa. Mascherine, visiere, camici, soprascarpe, cuffiette. Hanno requisito le scorte di due stagioni per donare tutto a medici di base e pediatri. A Varese un'associazione (MOOSS) messa in campo da un dentista, Alberto Ciatti, con un collega di Saronno, Tommaso Mascarello, dal 9 marzo ha rifornito ogni giorno i dottori del territorio, la prima trincea di questa colossale guerra nazionale contro il coronavirus. Ai due odontoiatri, affiancati dal padre di Alberto, Maurizio, si sono uniti decine di colleghi della provincia, poi della regione. Il recupero delle scorte si è esteso tutto il Paese. «Ma nelle ultime quarantotto ore - racconta Alberto - la situazione è precipitata. Sono arrivati a chiederci duemila mascherine dall'ospedale. Amici di reparti di oncologia trasferiti nell'emergenza ci implorano di rifornirli». «È un pasticcio - aggiunge Maurizio -. Richiamano in servizio di quelli di quasi settant'anni come me, che avrebbero problemi a sollevare un malato su una barella. Ma non mi puoi mandare alla guerra se non mi dai la divisa, le scarpe, il fucile». Le mascherine arriveranno, il contratto con la Cina è stato firmato. Ma sono necessarie non domani: tra un minuto.</p><p><b>Maurizio Ciatti, come è partita l'idea di svuotare i cassetti?</b></p><p>«Il 6 marzo ho deciso di chiudere l'ambulatorio riducendo l'attività alle emergenze. Il 9 siamo andati a prendere tutti i dispositivi di protezione che avevamo. In cinque-sei giorni abbiamo dotato di questa attrezzatura moltissimi colleghi».</p><p><b>L'idea è stata un successo.</b></p><p>«Ma non può bastare il buon cuore di qualcuno, come è successo a Besozzo, dove un vigile va in giro a distribuire mascherine. Ci vuole una presa di posizione importante, del governo, della Regione di cui stimo moltissimo il presidente».</p><p><b>In che modo?</b></p><p>«Bisogna precettare fabbriche, come si faceva durante la guerra, perché possano essere riconvertite nella produzione di mascherine. E far intervenire in maniera importante l'esercito. Hanno maschere e tute per allarmi biologici, attrezzature più idonee».</p><p><b>Che tipo di convocazione le è arrivata come medico 68enne?</b></p><p>«È un invito a dare una mano. Ma queste convocazioni andrebbero fatte ad personam: se sai che uno pneumologo è appena andato in pensione, lo chiami. E comunque la prima regola del soccorso è che il soccorritore deve essere messo in sicurezza, altrimenti, se si ammalano i sanitari, è finita la guerra».</p><p><b>Quindi, lei dice, prima bisogna attrezzare al meglio chi già opera all'emergenza.</b></p><p>«Io potrei esser molto più utile nell'aiutare i medici di base con il triage telefonico. Migliaia sono a casa con febbre e tosse e hanno bisogno di essere seguiti con le chiamate. Abbiamo chiesto che sia costituita una squadra di cinque-sei medici che vadano nelle case della gente con tutta l'attrezzatura idonea, l'Ats Insubria ha detto che lo farà. Ma bisogna agire subito, istruire i medici sull'utilizzo dei dispositivi». Nella «svestizione» non possono esistere errori.</p>]]></content:encoded><media:content url="https://www.ilgiornale.it/resizer/v2/S6P53KT5LRJ2NMM7JP2S2476M4.jpg?auth=28d865b644693a9408a4651a10a16870911d48b0f28610c0690d5d75c78f19e8&amp;smart=true&amp;width=1200&amp;height=900" type="image/jpeg" height="900" width="1200"/></item><item><title><![CDATA["Paura, isolamento e dolore. Molti cadranno per lo stress"]]></title><link>https://www.ilgiornale.it/news/politica/paura-isolamento-e-dolore-molti-cadranno-stress-1843434.html</link><guid isPermaLink="true">https://www.ilgiornale.it/news/politica/paura-isolamento-e-dolore-molti-cadranno-stress-1843434.html</guid><dc:creator><![CDATA[Emanuela Fontana]]></dc:creator><description><![CDATA[Lo psicologo: "Più durano le restrizioni, più il disagio si estenderà. Ma non vergognatevi a chiedere aiuto"]]></description><pubDate>Fri, 20 Mar 2020 07:40:28 +0000</pubDate><content:encoded><![CDATA[<p>Ci sono gli eroi che danno forza, gli angeli con la mascherina (quando possono disporne). Ma poi c'è la rivoluzione del tempo e della libertà: il tempo diventato infinito, la libertà ridotta a una casa o a una stanza. Da oggi il Consiglio Nazionale dell'Ordine degli Psicologi metterà a disposizione sul proprio sito 4mila professionisti on-line, per un consulto telefonico ai cittadini, il primo gratuito. Questo anche perché, come ci spiega David Lazzari, il presidente, «ci aspettiamo che l'andamento dal punto di vista psicologico sia opposto a quello medico: man mano che andranno avanti le restrizioni, il disagio psicologico emergerà. Abbiamo avuto miriadi di richieste. Da domani pubblicheremo sul nostro sito anche una guida anti-stress»: per gestire sacrificio e paura.</p><p><b>Professor Lazzari, come può una società che non ha più memoria del sacrificio affrontare un periodo di cambiamento radicale di abitudini destinato a prolungarsi?</b></p><p>«Ci siamo spesso trovati a dire: Fermate questa giostra, voglio scendere! Qui è accaduto un po' questo: siamo scesi dalla giostra. E questo ci offre un'opportunità unica prima che la giostra riparta. E magari potrebbe ripartire per ognuno di noi in modo diverso. Veniamo da una realtà accelerata che non ci consente di pensare. Dobbiamo cogliere l'elemento positivo che questa situazione ci offre. E ricordarci che tutti siamo soccorritori e tutti vittime».</p><p><b>I ricordi di chi ha vissuto la guerra si stanno assottigliando sempre di più. A che cosa si può fare appello?</b></p><p>«Da allora è la prima volta che ci troviamo in una dimensione sociale totalizzante. Siamo isolati fisicamente ma non soli. Si può essere isolati ma non soli. È fondamentale anche la creatività, e l'ironia. Tutto ciò che è creativo alleggerisce e crea coesione. L'elemento essenziale è la resilienza».</p><p><b>Ci può spiegare meglio il significato di una parola che non è ancora entrata nel lessico quotidiano di tutti?</b></p><p>«È la capacità di affrontare con spirito costruttivo le situazioni negative. La casa può essere prigione o rifugio. Se la vedo come rifugio attribuisco un valore positivo. Anche questo tempo che è diventato un tempo lento a cui non siamo abituati: posso dargli valore negativo come tempo perso, ma può diventare tempo ritrovato, tempo nuovo. Sono due modi legittimi di leggere le situazioni, non inventiamo niente, non sto dicendo che l'acqua è vino».</p><p><b>Come legge l'atteggiamento di chi nega l'emergenza?</b></p><p>«In questa fase chi non protegge se stesso non protegge gli altri e quindi non è solo una scelta individuale. Diventa un problema di tenuta della collettività».</p><p><b>Che rapporto aver con la paura?</b></p><p>«La paura ci protegge e ci consiglia, ma ci serve una paura giusta ed equilibrata. Con la nostra guida vogliamo insegnare ai cittadini ad aiutarsi da soli. Ma quando non basta diciamo: non vergognatevi di chiedere aiuto».</p><p><b>E come si sta modificando il rapporto con la morte?</b></p><p>«Sta certamente cambiando. Abbiamo sviluppato un bisogno di invulnerabilità eccessivo e controproducente, ricordarci che siamo tutti vulnerabili ci dà una dimensione più umana. Per i rapporti affettivi sarà una prova della verità. Sia nella convivenza che nelle relazioni a distanza. Possiamo imparare a riannodare i fili. Imparare a essere vicini anche da lontani, dire quelle cose che non siamo abituati a dirci.</p><p><b>Molti che vivono la malattia a casa lamentano la mancanza di un sostegno.</b></p><p>«C'è bisogno di rinforzare la rete pubblica. È evidente che possiamo fare psicologi online, teleconsulti, ma la nostra iniziativa si affianca ma non sostituisce il servizio pubblico e la Protezione Civile. Penso alle tante persone che hanno subito lutti, a medici e infermieri sotto pressione. Il decreto del 9 marzo prevede il reclutamento negli ospedali anche di psicologi. La ritengo una necessità».</p>]]></content:encoded><media:content url="https://www.ilgiornale.it/resizer/v2/5DJDGI7GNBNI3G6KWHVE6DB3XU.jpg?auth=538a99f00cd501e9971364bfebc6617f9b1c6f9e674917f28e34cd7eb976ccc8&amp;smart=true&amp;width=1200&amp;height=900" type="image/jpeg" height="900" width="1200"/></item><item><title><![CDATA[No ibuprofene, tachipirina ok. Ecco i farmaci da non prendere]]></title><link>https://www.ilgiornale.it/news/cronache/no-ibuprofene-tachipirina-ok-ecco-i-farmaci-non-prendere-1842443.html</link><guid isPermaLink="true">https://www.ilgiornale.it/news/cronache/no-ibuprofene-tachipirina-ok-ecco-i-farmaci-non-prendere-1842443.html</guid><dc:creator><![CDATA[Emanuela Fontana]]></dc:creator><description><![CDATA[L'allarme viene lanciato dall'Organizzazione mondiale della sanità. Chi sospetta un contagio da Coronavirus non deve assumere ibuprofene, uno dei più diffusi antinfiammatori]]></description><pubDate>Wed, 18 Mar 2020 16:00:04 +0000</pubDate><content:encoded><![CDATA[<p>L'allarme viene lanciato dall'Organizzazione mondiale della sanità. Chi sospetta un contagio da Coronavirus non deve assumere ibuprofene, uno dei più diffusi antinfiammatori. Dietro questa raccomandazione ufficiale, espressa dal portavoce dell'Oms Christian Lindmeier, ci sarebbero una serie di osservazioni avviate in più Stati sugli effetti degli antinfiammatori in pazienti affetti da Covid-19 nella fase inziale della malattia. Per ora l'Oms avverte di non assumere ibuprofene senza aver prima consultato un medico. Dal quartier generale di Ginevra, Lindmeier ha chiarito: «Raccomandiamo il paracetamolo, non l'ibuprofene per l'automedicazione». Non esistono studi che possano collegare l'assunzione di anti-infiammatori con un aumento dei tassi di mortalità da Coronavirus, ma gli scienziati stanno lavorando per far luce sul ruolo di alcuni farmaci nella fase iniziale dell'infezione, un momento a detta degli esperti molto delicato, perché è il periodo in cui il corpo si «arma» per affrontare il virus.</p><p>Un avvertimento ulteriore arriva dalla Francia, da cui sarebbero partite le prime avvisaglie. La raccomandazione ha carattere di assoluta ufficialità. Sul suo profilo Twitter, Il ministro della Salute, Olivier Veran, ha scritto che «l'assunzione di farmaci anti-infiammatori (ibuprofene, cortisone...) potrebbe essere un fattore aggravante dell'infezione. Se avete la febbre», ha avvisato il titolare della sanità del governo di Parigi, «prendete il paracetamolo. Se state già assumendo farmaci antinfiammatori o in caso di dubbio, chiedete consiglio al medico». Alla stessa conclusione è arrivata di recente la rivista scientifica Lancet, spingendosi a scrivere che «alcuni farmaci, incluso l'ibuprofene, possano rappresentare un rischio per i pazienti con Covid-19 che soffrono anche di ipertensione o diabete». Un avviso che nella giungla delle fake news sta acquistando sempre più consistenza. In Italia a una conclusione simile era arrivato nelle scorse ore un messaggio che girava via Whatsapp e attribuito a un medico di un ospedale milanese, messaggio poi smentito dall'ospedale e dal diretto interessato. Ma l'Oms ha ritenuto opportuno dare comunque una linea. Il senso della raccomandazione è soprattutto quello di attenersi alle prescrizioni del proprio medico curante. I medici di famiglia raccomandano per chi sospetta di essere infettato, o per chi vive il coronavirus da casa, paracetamolo come antipiretico per il controllo della temperatura, insieme a un'attenta auto-osservazione dei cambiamenti del proprio corpo: tosse, respiro corto. Il rischio fai-da-te deve assolutamente essere scongiurato. Intanto la corsa al vaccino, dopo gli annunci dagli Stati Uniti della prima sperimentazione su uomo (la prima una donna di 43 anni), prosegue con un'accelerazione europea. La presidente della Commissione Ursula von der Leyen ha detto in un messaggio via social di sperare «che potremo avere un vaccino sul mercato forse prima dell'autunno. Ieri ho parlato con il management di una società di ricerca innovativa di Tubinga. Lavorano su una tecnologia promettente per sviluppare un vaccino. L'Ue fornisce loro fino a 80 mln di euro. Questo potrebbe salvare vite in Europa e anche nel resto del mondo». Per quanto riguarda una delle ricerche più avanzate su un vaccino italiano, quello della Takis, azienda di Castel Romano, la sperimentazione sull'uomo «potrebbe partire in autunno». Intanto l'Aifa, l'agenzia del farmaco, ha annunciato una novità importante: partirà finalmente «giovedì prossimo» su 330 pazienti affetti da Covid-19 «un ampio studio di fase 2 per valutare efficacia e sicurezza» del farmaco anti-artrite reumatoide Tocilizumab, un antinfiammatorio già somministrato con buoni risultati in alcuni ospedali italiani.</p>]]></content:encoded><media:content url="https://www.ilgiornale.it/resizer/v2/5Q6HE7Z5AVLBNAHXNTX3RMRL3Y.jpg?auth=56185ba66add7c0f82851099ed056ec7271b67b3df4f13ad12f0355272b3dfa0&amp;smart=true&amp;width=1200&amp;height=900" type="image/jpeg" height="900" width="1200"/></item><item><title><![CDATA[La fabbrica dei respiratori che "assume" i militari]]></title><link>https://www.ilgiornale.it/news/politica/fabbrica-dei-respiratori-che-assume-i-militari-1838272.html</link><guid isPermaLink="true">https://www.ilgiornale.it/news/politica/fabbrica-dei-respiratori-che-assume-i-militari-1838272.html</guid><dc:creator><![CDATA[Emanuela Fontana]]></dc:creator><description><![CDATA[La ditta punta a produrre 500  ventilatori polmonari al mese  grazie all'aiuto dell'esercito]]></description><pubDate>Tue, 10 Mar 2020 07:06:28 +0000</pubDate><content:encoded><![CDATA[<p>Serve ossigeno. Per i malati che hanno bisogno della terapia intensiva e subintensiva, e per i medici che ricavano letti in altri reparti nel tentativo di ampliare l'offerta per i pazienti di coronavirus che faticano a respirare. Creare nuovi posti per gli ammalati più in difficoltà, in termini di spazi e macchinari, è la grande sfida, l'obiettivo imprescindibile: un incremento di oltre mille contagiati al giorno significa che almeno cento persone quotidianamente hanno bisogno di un ausilio meccanico per la respirazione. In attesa della conclusione della gara per allestire 5mila postazioni di rianimazione, la protezione Civile ha firmato attraverso la Consip un contratto con la ditta Siare Engineering di Valsamoggia, provincia di Bologna, per la fornitura immediata di 320 respiratori. A questi si aggiungono diversi ventilatori provenienti da altre parti.</p><p>Valsamoggia è un'altra trincea del contagio: non perché è zona rossa, ma perché è il luogo che fa respirare l'Italia. Nelle ultime ore da qui sono partiti «320 respiratori polmonari destinati a Lombardia, Emilia Romagna e Piemonte. Abbiamo aggiunto 5 macchine in extremis per la Liguria. Lavoriamo ora dopo ora» ci spiega il direttore generale, Gianluca Preziosa.</p><p>Al lavoro ci sono 35 dipendenti specializzati nell'assemblaggio e nel collaudo di apparecchi respiratori. Venticinque tecnici dell'esercito prederanno servizio in supporto da domani, istruiti da 15 tutor: «Non accadeva dai tempi della guerra che militari entrassero nella produzione» commenta il direttore di questa piccola e «unica realtà» italiana. Di aziende di questo tipo «in Europa ce ne sono cinque».</p><p>Si punta a fornire 500 ventilatori al mese. Duemilacinquecento in cinque mesi come minimo. Equivale alla produzione di questa ditta in due anni e mezzo di lavoro, al 14% della produzione mondiale. Nel mondo si fabbricano infatti «circa 35mila respiratori». Sembrano numeri piccoli a paragone del rischio di trasmissione dell'infezione, se si pensa che i pazienti che vanno in terapia intensiva sono mediamente il 10%. La matematica è una delle chiavi di lettura del contagio. I posti in terapia intensiva in Italia sono 5.300. Settecento sono già occupati da malati di coronavirus. Se il Covid-19 si diffonde troppo, i respiratori devono aumentare di pari passo. Per questo l'atteggiamento dei cittadini è la vera carta vincente. Almeno sedici respiratori al giorno usciranno da questa azienda, «ma ne servono di più. Mi auguro che Consip trovi anche altri operatori. Confidiamo comunque in un ulteriore aiuto dell'esercito. Potete immaginare lo sforzo immane». Straordinari, lavoro anche il sabato, massima sicurezza perché ognuno dei 35 è fondamentale: «Non possiamo permetterci di perdere nessuno». Ci sono poi 100 lavoratori delle aziende fornitrici che devono inviare i pezzi e che «si stanno facendo in quattro». Tutto «organizzato in 48 ore dai primi contatti di venerdì». Con una precisazione. «Nessuna speculazione. Le macchine vengono date al 50 per cento in meno rispetto al normale. Abbiamo ragionato da patrioti». Patrioti sembra una parola enfatica, ma è il concetto di contribuire ognuno per quello che può. «Servono spazi e servono misure ancora più rigide. Il contagio deve essere arginato. Non si può arrivare a staccare un respiratore ad un malato per attaccarlo a un altro».</p>]]></content:encoded><media:content url="https://www.ilgiornale.it/resizer/v2/V7CKZP25OJIAFLLB3FATVRZX7U.jpg?auth=4a0ce3ffacd1f8966b7ca33d225e3cbd0651d0578fe225d0ecf5496a04d80292&amp;smart=true&amp;width=1200&amp;height=900" type="image/jpeg" height="900" width="1200"/></item><item><title><![CDATA[Baby russe che fanno per 4. La parità dei sessi è di ghiaccio]]></title><link>https://www.ilgiornale.it/news/sport/baby-russe-che-fanno-4-parit-dei-sessi-ghiaccio-1793976.html</link><guid isPermaLink="true">https://www.ilgiornale.it/news/sport/baby-russe-che-fanno-4-parit-dei-sessi-ghiaccio-1793976.html</guid><dc:creator><![CDATA[Emanuela Fontana]]></dc:creator><description><![CDATA[Trusova e Shcherbakova, pronte a stupire Torino con  un salto quadruplo che sembrava esclusiva degli uomini]]></description><pubDate>Wed, 04 Dec 2019 07:13:31 +0000</pubDate><content:encoded><![CDATA[<p>È una sfida al limite. L'impresa non è soltanto vincere una medaglia, sbaragliare la concorrenza mondiale e soprattutto quella interna, più temibile. Ma significa scucire ancora una volta quel margine estremo che separa il possibile dall'impossibile, ciò che spetta agli uomini e ciò che possono fare le donne: spingere l'orlo di separazione un centimetro più in là, mezzo giro di lama, per confermarsi le più grandi quadrupliste della storia.</p><p>Torino torna al centro del pattinaggio sul ghiaccio continentale dopo le Olimpiadi del 2006 e i Mondiali del 2010 con la Finale del Grand Prix ISU, in programma dal 5 all'8 dicembre, proprio nel momento di una sperimentazione in atto, un'era nuova per lo sport che unisce qualità acrobatiche e bellezza. Una trasformazione guidata da due piccole russe che a ogni gara scavalcano le frontiera del pattinaggio artistico femminile: Alexandra Trusova detta Sasha e Anna (Anya) Shcherbakova, le prime quadrupliste seriali della storia rosa del ghiaccio, attesissime nel singolo. Entrambe quindicenni, compagne di allenamento a Mosca, campionessa e vicecampionessa junior in carica, sono alla prima stagione senior nonostante gli orsacchiotti portafortuna a bordo pista. Capelli lunghi fin quasi alle ginocchia, sembrano creature a metà strada tra la realtà e la favola: una è la Rapunzel bionda che pattina sulle musiche di Games of Thrones (l'anno scorso su quelle di Kill Bill) l'altra la fatina sottile che presenta programmi da giocoliera, cambiando colore d'abito durante l'esibizione. Entrambe hanno valicato il confine femminile dei quadrupli, i salti a quattro avvitamenti in aria, finora prerogativa degli uomini (con l'eccezione, lo scorso anno, di una loro compagna di allenamento ora infortunata). A Torino scenderanno dunque in pista tutti i sei migliori classificati delle tappe di qualificazione: gare rapide con un solo gruppo di concorrenti per le categorie di singolo e coppie, senior e junior, una sorta di mini Olimpiade con Yuzuru Hanyu, due volte oro ai Giochi, la coppia francese che incanta formata da Gabriella Papadakis e Guillaume Cizeron, e soprattutto le pioniere del nuovo mondo.</p><p>Di Sasha una fan su youtube ha scritto che pattina come dovesse ogni volta guidare una rivoluzione: è arrivata al record dei quattro quadrupli in un programma libero, durante il recente Japan Open. Anna ha più doti interpretative ed è stata la prima, a tredici anni appena compiuti, a osare il quadruplo in allenamento, riuscendo a completarlo con un triplo toe-loop in combinazione: sette giri in un battito d'ali di farfalla. Subito dopo una brutta frattura alla gamba la costrinse a quasi un anno di fermo, ma Anna è tornata con prepotenza alle gare portandosi a casa il titolo di campionessa nazionale senior a 14 anni. In entrambe le qualificazioni a Torino del Grand Prix, ha atterrato due quadrupli lutz.</p><p>Facile dire che sono l'antiKostner. Non è proprio così, perché le due quadrupliste vengono dalla scuola russa di Mosca di Eteri Tuberidze, dove l'eccellenza atletica si associa a un laborioso studio di transizioni nelle coreografie e alzare l'asticella del limite è una pratica quotidiana. Una neo-quadruplista di 13 anni, Kamila Valieva, gareggerà a Torino in categoria junior. Sulla scia di questa spinta inarrestabile, il tentativo del quadruplo al femminile sta oltrepassando i continenti: a Torino ci proveranno anche una giapponese tra le senior e un'americana nelle junior.</p><p>Ma le due A, Alexandra e Anna, sono le prime, le rompighiaccio. È naturale che a una ragazzina di quindici anni non si può chiedere l'interpretazione di una donna. Le quad queens, come le chiamano sui social, sono però qualcosa di diverso, non di opposto: l'emozione, nel loro pattinare, è data dalla sfida al limite, che loro portano avanti con abnegazione e senza zone oscure. È capitato di vedere Sasha stremata a fine gara in Giappone dopo aver atterrato il suo tris di quadrupli: mostrava al mondo il viso dell'eroina che aveva affrontato i suoi fantasmi, e questo basta a una parte di fan di questo moderno pattinaggio dei miracoli per inchinarsi di fronte a tanta sfrontatezza. «Mi spaventa di più l'aereo», scherza la più grande pattinatrice volante del mondo.</p><p>Della stessa scuola fa parte anche un terzo talento in pista a Torino: Alyona Kostornaia, la più elegante delle tre mini russe, sedici anni. La sua arma è un triplo axel da leggenda. Alyona mostra la regalità di alcune pattinatrici del passato unita a una consistenza atletica che impressiona. Potrebbe anche battere le due sorelle di allenamento, perché ha già in mano il carisma dell'artista. Quali saranno le atlete che andranno ai Giochi Olimpici di Pechino 2022 sarà poi un problema della Russia, dal momento che i posti a disposizione saranno soltanto tre. Come sarà un problema mantenere campionesse di lunga durata queste bambine scavalcate in pochi mesi per abilità da altre bambine, come è accaduto alla vice campionessa olimpica Evgenia Medvedeva, e ora anche alla medaglia d'oro di Pyeongchang Alina Zagitova, anche lei in gara al Palavela.</p><p>Una frontiera prima proibita è stata valicata con grande celerità. La differenza, oltre a un rapporto peso-potenza che equivale a certe meraviglie di natura che durano pochi giorni o pochi attimi, sta nella parola crederci e forse, anche, nello sguardo impunito che le due stravaganti messaggere di un'altra galassia esibiscono spesso ai Kiss and Cry l'angolo dove si attende il punteggio. Un sorriso che dice: benvenuti nel mondo dell'impossibile. Sasha ha spiegato in un'intervista: «Saltare un quadruplo significa semplicemente aggiungere un giro in più». Gareggiare con i maschi? Certo che le piacerebbe, ha risposto con una presunzione divertita. Anna, meno impertinente: «Non credo che sarà mai possibile. Ma sono contenta che mostriamo che siamo in grado di fare i quads». E non importa se la loro danza durerà poche stagioni, o forse, si spera, no. Non importa il tempo. Adesso sono loro a guidare la rivoluzione.</p>]]></content:encoded><media:content url="https://www.ilgiornale.it/resizer/v2/DY5VYT4SZZPZZK6PMIME6BSUXE.jpg?auth=11735c29ff80223ff55b9ba5ad24bad5e07e866954e46d80b6f720209f772666&amp;smart=true&amp;width=1200&amp;height=900" type="image/jpeg" height="900" width="1200"/></item><item><title><![CDATA[«L'obolo va abolito I turisti non sono bancomat da usare per risanare i bilanci»]]></title><link>https://www.ilgiornale.it/news/lobolo-va-abolito-i-turisti-non-sono-bancomat-usare-risanare-1792822.html</link><guid isPermaLink="true">https://www.ilgiornale.it/news/lobolo-va-abolito-i-turisti-non-sono-bancomat-usare-risanare-1792822.html</guid><dc:creator><![CDATA[Emanuela Fontana]]></dc:creator><description><![CDATA[Il presidente di Federalberghi è molto duro. E chiede al più presto una legge per definire l'utilizzo dei soldi raccolti]]></description><pubDate>Mon, 02 Dec 2019 05:00:15 +0000</pubDate><content:encoded><![CDATA[<p>Per Federalberghi la tassa di soggiorno «dovrebbe essere abolita». Lo dice, netto, il presidente, Bernabò Bocca. Una posizione estrema, ma un punto di mediazione potrebbe essere l'introduzione di un vincolo certo di destinazione delle entrate. </p><p>Presidente Bocca, che cosa avete appreso dagli studi annuali condotti sui Comuni che applicano l'imposta di soggiorno? </p><p>«La formulazione della legge è generica e presta il fianco a interpretazioni a dir poco estensive. E le amministrazioni comunali ne approfittano per utilizzare la tassa come un bancomat, al quale attingere per fare fronte alle esigenze più disparate. La solitudine e la disperazione degli imprenditori sono tali che si accontenterebbero anche di vedere utilizzata l'imposta per finanziare la raccolta della nettezza urbana. Sarebbe un furto, considerando che per lo stesso scopo già si pagano tasse esorbitanti. Ma si tratterebbe pur sempre di cura del decoro urbano».</p><p>Invece?</p><p>«La verità è che molto spesso l'imposta di soggiorno non viene utilizzata per tappare i buchi delle strade, ma i buchi dei bilanci comunali».</p><p>Sarebbe necessario un intervento legislativo per normare meglio questa imposta?</p><p>«Noi siamo dell'idea che debba essere abolita. Perché chi soggiorna porta ricchezza sul territorio. Il turista già concorre al finanziamento della macchina pubblica. Penso ad esempio all'Imu e alla Tari sugli alberghi, molto più care che per i cittadini. Ai parcheggi. Ai trasporti locali. In attesa di realizzare questo obiettivo, è indispensabile utilizzare con intelligenza lo strumento, intervenendo su almeno un punto in cui la legge ha miseramente fallito. Mi riferisco al vincolo di destinazione. Le risorse devono essere destinate a migliorare la qualità dell'accoglienza, e gli impieghi devono essere concordati con le associazioni di categoria. Una nuova proposta di legge da poco depositata chiede finalmente il vincolo di destinazione dei fondi».</p><p>Quali Comuni hanno diritto a istituire la tassa per i turisti?</p><p>«Il Tar si è espresso chiaramente: possono applicare l'imposta solo i Comuni inseriti nell'elenco regionale delle località turistiche e delle città d'arte. E deve trattarsi di elenchi ad hoc per l'imposta di soggiorno, non di vecchie norme che vengono ripescate strumentalmente. Segnalo una contraddizione che dovrebbe far riflettere. Trent'anni fa, ai tempi del decreto Bersani, molti amministratori si battevano affinché il proprio comune non venisse inserito nella lista dei Comuni turistici. Lo facevano per contrastare l'apertura domenicale degli esercizi commerciali. Oggi invece tutti vogliono essere inclusi nell'elenco, per avere una nuova mucca da mungere».</p><p>Avete aperto una polemica con Airbnb anche sulla tassa di soggiorno. Che cosa è successo?</p><p>«È necessario eliminare una manifesta disparità di trattamento. In presenza della stessa violazione, come omesso o ritardato versamento dell'imposta riscossa, vengono previste sanzioni diverse per hotel e portali: per gli hotel un illecito penale, mentre per i portali scatta una semplice multa. Se non se ne occupa il legislatore, se ne dovrà occupare la Corte costituzionale».</p><p>EFo</p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[Quel pasticciaccio brutto della tassa di soggiorno]]></title><link>https://www.ilgiornale.it/news/pasticciaccio-brutto-tassa-soggiorno-1792821.html</link><guid isPermaLink="true">https://www.ilgiornale.it/news/pasticciaccio-brutto-tassa-soggiorno-1792821.html</guid><dc:creator><![CDATA[Emanuela Fontana]]></dc:creator><description><![CDATA[Il tesoretto vale 600 milioni all'anno. Degli incassi ogni Comune fa quello che vuole, molti non lo spiegano neppure]]></description><pubDate>Mon, 02 Dec 2019 05:00:15 +0000</pubDate><content:encoded><![CDATA[<p>di Emanuela Fontana</p><p>Prunetto è un piccolo borgo in provincia di Cuneo che non raggiunge i cinquecento abitanti. Eppure possiede tre bellezze che lo rendono una piccola attrazione: il panorama del Monviso, un castello medievale e un santuario del 1400. E così anche a Prunetto si paga la tassa di soggiorno, sebbene nel 2018 abbia fruttato solo 42 euro, dieci centesimi ad abitante. </p><p>Una metropoli come Milano nel 2018 ha portato a casa 45 milioni di euro: quasi 30 euro ad abitante. A San Gimignano l'incasso nel 2017 è stato di 644mila euro, quasi 90 euro per ogni residente. Al primo posto in classifica c'è Roma, che con 130 milioni detiene il record italiano di guadagno dalla tassa per turisti, una cifra enorme se messa a confronto con altre gabelle: dall'Ici arrivano ogni anno al Campidoglio 16 milioni, dalle affissioni 18 milioni. Considerando che la luce pubblica costa 58 milioni l'anno, l'amministrazione capitolina potrebbe illuminare quasi due Rome in più, con i proventi dell'imposta. </p><p>LE ANOMALIE </p><p>Tornando al Paese nella sua interezza, si paga la tassa sui pernottamenti a Baranzate e Pieve Emanuele, hinterland milanese, e non a Trevi e Sansepolcro, Umbria, tra i borghi più belli d'Italia. Quali sono i criteri per cui in alcune città si paga l'obolo turistico e in altre no? E soprattutto: dove va a finire tutto questo denaro versato dai turisti? </p><p>A fine anno i Comuni si troveranno in tasca una cifra mai raggiunta finora: oltre 600 milioni di euro. È il tesoretto della tassa di soggiorno, una possibilità offerta dallo Stato agli enti locali nel 2011 per mettere a frutto il bene più grande che l'Italia possiede per natura: le sue bellezze di arte e paesaggio. Ogni municipio dispone dunque di un'imposta da pochi centesimi fino a 5 euro per i non residenti. Per molti municipi è stata una grande boccata d'ossigeno. E il gruzzolo è destinato ad aumentare: un emendamento del Decreto fiscale in discussione alla Commissione finanze della Camera prevede che i 5 euro possano diventare 10 nei comuni ad alta concentrazione turistica, dove, cioè, i visitatori superano di venti volte il numero dei residenti, uno squilibrio che fa impennare i costi a carico delle comunità interessate. </p><p>L'intenzione può essere meritoria, ma proprio perché la tassa per i turisti sta diventando una voce importante nel bilancio di entrata degli enti locali, associazioni dei consumatori e degli albergatori pretendono chiarezza. Secondo i dati aggiornati al maggio 2019 di Federalberghi, a sette anni dall'introduzione l'imposta sui pernottamenti è stata applicata a 1.020 Comuni (23 sono tasse di sbarco), ma pochissimi enti esplicitano l'utilizzo dei fondi, risorse che per legge devono essere destinate «a finanziare interventi in materia di turismo, manutenzione, fruizione e recupero dei beni culturali e ambientali locali e dei relativi servizi pubblici locali».</p><p>Nel bilancio del Comune di Roma inviato al sistema Siope della Banca d'Italia, la voce «tassa di soggiorno» non compare nemmeno. Esiste in un capitolo generico di imposte acquisite, anche se per Roma questo gruzzolo versato dai soggiornanti equivale a oltre un terzo dell'addizionale Irpef. A Firenze gli incassi dalla tassa di soggiorno superano di oltre quattro volte quelli dell'imposta comunale sul reddito: 41 milioni contro 9. </p><p>IL BOTTINO «SEGRETO»</p><p>In generale l'aumento di introiti per tutti i Comuni in sette anni è stato vertiginoso: il gettito nazionale accertato nel 2012 (quando i Comuni erano 332) era di circa 162 milioni di euro, cifra salita a 403 milioni nel 2015. Per il 2019 si stima una cifra quadruplicata rispetto al 2012. </p><p>Nella lista di chi domanda dove va a finire questo fiume di denaro c'è anche il Codacons. «Regna il mistero più fitto su come realmente siano utilizzati i fondi raccolti attraverso l'imposta - ha dichiarato di recente il presidente, Carlo Rienzi - e i cittadini pagano un balzello a fondo perduto, senza conoscere gli interventi attuati dalle amministrazioni comunali grazie alla tassa in questione». </p><p>I Comuni hanno autonomia nelle delibere, ma spulciando gli elenchi dei municipi saltano agli occhi incongruenze, variazioni di importi a distanza di pochi chilometri, modi differenti di decidere la gratuità per i ragazzi: alcuni consentono la notte gratuita ai minori di 14 anni, altri solo ai bambini con meno di dieci anni, altri ancora a tutti i giovani sotto i 26 anni. </p><p>A Matera, capitale europea della Cultura 2019, negli alberghi fino a 3 stelle si pagano due euro per tre notti. Da 4 stelle in su quattro euro. Bernalda Metaponto non bada alle stelle, ma impone 5 euro per tutti i pernottamenti al di sopra di 150 euro, per 15 notti. Prunetto (come detto, 42 euro l'anno di incassi), Valpelline (52 euro) e Perletto (75) , piccoli Comuni di Piemonte e val d'Aosta che hanno il record dei guadagni minori, chiedono l'imposta per tre settimane. Nel bilancio del Comune di Gottasecca, 200 abitanti e 200 euro di incasso nel 2018, si legge che cento euro sono girati all'ente turismo Alba Bra come quota spettante, mentre altri cento sono destinati al turismo: a Gottasecca pochi guadagni ma molta trasparenza. </p><p>Tra le grandi città Milano chiarisce i modi di utilizzo nel bilancio: l'imposta serve a pagare quasi il 70% degli investimenti nel settore dei beni culturali, anche se le spese prettamente turistiche sono il 3%. Firenze indica di utilizzare 14 milioni per i trasporti pubblici e quattro milioni e mezzo per il Maggio musicale fiorentino tra le altre spese dettagliate. Oltre alle categorie città d'arte e marine nell'elenco dei Comuni che tassano le notti esiste anche il gruppo «hinterland metropolitano». A Stezzano, provincia di Bergamo, si possono pagare anche tre euro a notte di tassa, Rho arriva a quattro, come Cinisello Balsamo. Monterotondo, hinterland di Roma, si ferma a 1,20. All'estremo opposto, nelle Marche, Ascoli Piceno, celebre per la sua incantevole piazza del Popolo, non ha imposta turistica. La Regione Molise non ha deciso la sua lista.</p><p>OGNUNO FA COME CREDE</p><p>Un rapporto del 2018 della Banca d'Italia, pubblicato nella collana Studi di economia e finanza, segnala come «la mancata emanazione di un regolamento generale di attuazione dell'imposta di soggiorno ha comportato difficoltà applicative». Uno degli aspetti critici è stata «l'individuazione stessa dei Comuni aventi diritto all'istituzione del tributo». Alcune Regioni «hanno provveduto a emanare una normativa ad hoc per l'applicazione dell'imposta, individuando i comuni turistici del proprio territorio (in alcuni casi identificandoli con la totalità)». La maggior parte, invece, «non ha legiferato sul tema, cosicché l'introduzione del tributo si è basata su criteri e definizioni piuttosto eterogenei». L'Abruzzo e la Liguria «hanno dichiarato turistici tutti i comuni della regione». In alcuni casi gli elenchi sono stati formulati in base al riesumato decreto Bersani sulle aperture domenicali dei negozi, «anche se», continua il documento di via Nazionale, «le successive modifiche a tale regolamentazione hanno comportato la decadenza di quegli elenchi. L'incertezza normativa ha alimentato anche numerosi ricorsi ai Tar contro le delibere istitutive e regolamentari dell'imposta». </p><p>ESPOSTI E POLEMICHE</p><p>A Taormina l'esigenza di chiarezza sull'utilizzo dei fondi si è trasformata in un esposto alla Corte dei conti presentato da Federalberghi nel 2015 e i giudici contabili hanno disposto accertamenti. Al contrario, in alcune città gli albergatori stanno iniziando a evadere, trattenendo per sé la quota. A Roma la polizia tributaria ha scoperto una maxi evasione da oltre otto milioni di euro tra hotel, B&amp;B e affittacamere. Nelle Marche la Finanza ha incastrato 25 strutture alberghiere che non hanno versato i proventi ai Comuni sulla costa tra San Benedetto del Tronto e Grottammare.</p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[Volontari, telefoni e bus: prove di apocalisse per la fuga dal vulcano]]></title><link>https://www.ilgiornale.it/news/politica/volontari-telefoni-e-bus-prove-apocalisse-fuga-vulcano-1770876.html</link><guid isPermaLink="true">https://www.ilgiornale.it/news/politica/volontari-telefoni-e-bus-prove-apocalisse-fuga-vulcano-1770876.html</guid><dc:creator><![CDATA[Emanuela Fontana]]></dc:creator><description><![CDATA[Maxi esercitazione nell'area dei Campi Flegrei Sarà la più grande mai fatta in Italia]]></description><pubDate>Fri, 18 Oct 2019 07:02:07 +0000</pubDate><content:encoded><![CDATA[<p>La prova generale della grande fuga è il più articolato piano di evacuazione mai organizzato in Italia di fronte a un rischio vulcanico e l'area coinvolta è una delle più densamente popolate d'Europa. I Campi Flegrei, l'enorme vulcano-caldera che è silente ma ribolle con le fumarole e il bradisismo, è stato inserito da qualche anno in un'allerta gialla e non verde, come il vicino Vesuvio. Giallo significa stato di attenzione. Il cambiamento è stato deciso nel 2012, quando furono confermate sensibili variazioni nella composizione chimica dei gas esalati dalle solfatare. Dopo anni di calcoli e carte è finalmente arrivato un piano di evacuazione che prevede la fuga di 3mila persone all'ora (300mila solo a Napoli) e la prima esercitazione generale. Da mercoledì è partita la simulazione dell'apocalisse, che andrà avanti fino a domani, quando gli attori non saranno più gli operatori della Protezione Civile e i tecnici dell'Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia (Ingv), già attivi da ieri, ma i cittadini, che metteranno in scena la fuga organizzata. Per quattro giorni i Campi Flegrei diventano un ipotetico scenario di pre-eruzione: saranno allestite riunioni della commissione Grandi Rischi e secondo i piani 4mila abitanti della provincia di Napoli usciranno di casa alle 8 del mattino come se dovessero scappare dal vulcano.</p><p>Il reclutamento è avvenuto su base volontaria. Pozzuoli è riuscita a radunare circa 500 abitanti cavie. I cittadini verranno prelevati dalle loro abitazioni con delle navette e condotti in tre punti di raccolta. Da uno di questi partiranno i pullman che trasferiranno una parte degli sfollati alla stazione centrale di Napoli, dove ad accoglierli ci sarà personale della regione Lombardia. Ogni Comune coinvolto nel piano di evacuazione della zona rossa è stato affidato a una Regione. Coloro che non raggiungeranno la stazione parteciperanno a una sorta di corso sul campo, in cui verranno istruiti sui comportamenti da mettere in pratica in caso di allarme. Saranno coinvolti anche gli abitanti di alcuni quartieri di Napoli, quelli di Bacoli, Giugliano in Campania, Marano di Napoli, Monte di Procida, Quarto e San Marco Evangelista. A Napoli un milione di telefoni fissi saranno fatti squillare contemporaneamente per testare l'allerta del Comune ai cittadini.</p><p>Difficilmente si raggiungeranno le 4mila persone volontarie preventivate per il «film« dell'ipotetico disastro, ci si potrebbe fermare a 2mila, ma le amministrazioni lo considerano già un successo. La popolazione della zona rossa supera in realtà il mezzo milione: uno degli elementi di pericolosità di questo vulcano dalle decine di bocche diventate laghi o paesi, e che si estende per circa cento chilometri quadrati a nord ovest di Napoli, è proprio l'urbanizzazione dei suoi crateri. Anche l'Osservatorio Vesuviano, che si trova nel quartiere Fuorigrotta di Napoli, è in zona rossa. L'esercitazione «Exe Flegrei 2019» è organizzata dalla Protezione civile e dalla Regione Campania in collaborazione con Ingv, Centro studi Plinius-Lupt e Cnr-Irea. Mercoledì è stata simulata la variazione dei parametri di osservazione: deformazioni del suolo, variazioni chimiche e di temperatura delle esalazioni, eventi sismici. Questi sono i cambiamenti che impongono l'innalzamento dei livelli di allerta: si stanno verificando tutte le procedure che scatterebbero nel passaggio dall'attuale giallo all'arancione (preallarme), fino alla fase operativa di allarme, rosso. Sarà pianificata anche l'evacuazione delle strutture sanitarie. L'ultima eruzione ai Campi Flegrei si è verificata nel 1538 dopo una quiescenza di 3mila anni e ha dato origine a Monte Nuovo, alto 130 metri. In caso di un'eruzione da una bocca maggiore, imponenti flussi piroclastici si riverserebbero nella popolatissima area rossa. La zona gialla, che comprende anche 24 quartieri di Napoli, sarebbe esposta a ricaduta di ceneri vulcaniche. Qui abitano altre 800mila persone.</p>]]></content:encoded><media:content url="https://www.ilgiornale.it/resizer/v2/ZNOPFOHWTFOM3K6D2NCZIF5GVY.jpg?auth=40f017754c766558331edfbb25adc2404e023847f60c507f45ca57b0586382a9&amp;smart=true&amp;width=1200&amp;height=900" type="image/jpeg" height="900" width="1200"/></item><item><title><![CDATA[Il copyright sul paradiso]]></title><link>https://www.ilgiornale.it/news/politica/copyright-sul-paradiso-1753226.html</link><guid isPermaLink="true">https://www.ilgiornale.it/news/politica/copyright-sul-paradiso-1753226.html</guid><dc:creator><![CDATA[Emanuela Fontana]]></dc:creator><description></description><pubDate>Sun, 15 Sep 2019 06:35:05 +0000</pubDate><content:encoded><![CDATA[<p>Ferdinando Sciabbarrà è un uomo riservato. Da cinque anni il suo tesoro è venuto allo scoperto. È lui il re della Scala dei Turchi. La scogliera più bianca di Sicilia, la meraviglia della candida parete a gradoni miracolo di natura che illumina gli occhi poco dopo aver lasciato la Valle dei Templi di Agrigento, è sua. Di Sciabarrà Ferdinando pensionato, ex dirigente della Camera di Commercio di Agrigento. Eppure volente o nolente il suo nome continua a circolare come un prezzemolo. La notizia che la Scala dei Turchi è privata è diventata di dominio pubblico una manciata di anni fa, ma ora c'è da sistemare la questione: come può il Comune di Realmonte tutelare una scogliera di proprietà di un cittadino? Sul tavolo del sindaco Calogero Zicari è arrivata in questi giorni una bozza di accordo: la Scala dei Turchi può diventare patrimonio municipale, ma a un patto: i diritti di immagine, il «brand Scala dei Turchi», devono rimanere per la maggior parte appannaggio di Sciabbarrà.</p><p>Nel dettaglio: qualsiasi foto o ripresa prodotta a fini commerciali ai piedi o in cima alla candida scalinata di roccia a pochi chilometri dalla casa di Luigi Pirandello, da qui ai prossimi settanta anni, deve essere autorizzata da Sciabbarrà, a cui la casa cinematografica, o pubblicitaria o di moda, deve versare il 70% del dovuto. Il restante 30% andrebbe al Comune di Realmonte. Non si parla di post su Instagram o di selfie su Facebook, ma se da quel post e se quel selfie si ricava un guadagno allora sì, bisogna pagare l'obolo nelle proporzioni descritte. Il consigliere regionale del Pd Michele Catanzaro ha già preparato un' interrogazione da presentare con il suo gruppo al governatore Nello Musumeci. Il sindaco Zicari puntualizza: il documento deve essere discusso da giunta e consiglio comunale, e comunque «se i cittadini non vorranno, sono pronto a bloccare tutto».</p><p>Mentre a Realmonte si discute con passione sui diritti d'immagine della costa, poco più a nord, provincia di Palermo, l'Isola delle Femmine potrebbe essere acquistata da un'azienda straniera: gli eredi di Rosolino Pilo, proprietari dell'isolotto, l'hanno messa sul mercato attraverso una società immobiliare di Arezzo, la Romolini. L'acquirente sarebbe stato trovato e l'operazione dovrebbe concludersi entro il mese di settembre. Il prezzo indicato sul sito dell'agenzia è 2-3 milioni di euro: «Quest'isola di 15 ettari è perfetta per chi è alla ricerca di un luogo in cui vivere in tutta tranquillità», si legge ancora dal sito. L'Isola delle Femmine, riserva naturale, si trova di fronte all'omonimo Comune, dove il sindaco Stefano Bologna rivendica il vincolo municipale sulla torre.</p><p>A Realmonte, invece, il primo cittadino spiega i vantaggi di un accordo che garantirebbe al Comune la proprietà del sito: «Abbiamo circa 700mila presenza l'anno alla Scala dei Turchi e il bene non è tutelato come dovrebbe», ha chiarito ai microfoni di Agrigento Notizie. «Per un concreto progetto di gestione che possa andare in bando occorre innanzitutto avere la proprietà, cosa che ad oggi non c'è. Abbiamo attivato un contenzioso con un privato, ma nel frattempo è stato introdotto l'istituto della mediazione, gli avvocati delle due parti si sono incontrati, e oggi siamo di fronte ad una bozza di programma. Anche molti consiglieri di minoranza si sono dichiarati favorevoli». Se dovesse passare l'accordo, «il Comune diventerebbe proprietario per intero della Scala dei Turchi e a questo punto potremmo fare un concreto piano di gestione, mettere un biglietto d'ingresso, disciplinare il sito con guide, tutelare il bene e dare la possibilità di posti di lavoro». Una parte dei proventi del ticket andrebbe ovviamente al signor Sciabbarrà.</p>]]></content:encoded><media:content url="https://www.ilgiornale.it/resizer/v2/DJD5HUCAPNOQVMNWQ3EFI7RTLY.jpg?auth=42c2e0e4e70311034975a3745500b76c5e72a5358c0840e39f18b7ee6938d653&amp;smart=true&amp;width=1200&amp;height=900" type="image/jpeg" height="900" width="1200"/></item><item><title><![CDATA[L'ultimo giorno dei dinosauri]]></title><link>https://www.ilgiornale.it/news/politica/lultimo-giorno-dei-dinosauri-1751444.html</link><guid isPermaLink="true">https://www.ilgiornale.it/news/politica/lultimo-giorno-dei-dinosauri-1751444.html</guid><dc:creator><![CDATA[Emanuela Fontana]]></dc:creator><description><![CDATA[Un meteorite 10 miliardi di volte più potente della bomba di Hiroshima, il cielo oscurato dalla CO2 e un gigantesco tsunami. Un nuovo studio sulle 24 ore finali dei grandi rettili]]></description><pubDate>Wed, 11 Sep 2019 06:32:50 +0000</pubDate><content:encoded><![CDATA[<p>Un enorme tsunami si sollevò e inondò il centro America fino ai laghi del nord degli Stati Uniti. Bruciarono alberi a oltre mille chilometri di distanza e nel cielo si sollevò una nube di zolfo che bloccò il passaggio dei raggi del sole per un periodo di trent'anni, condannando la Terra a un interminabile inverno. Creature che avevano popolato i continenti fino a quel momento sparirono per sempre, e il giorno in cui il mondo si oscurò fu l'ultimo dell'impero dei dinosauri: da quel momento iniziarono a morire, fino alla completa estinzione. La cronaca della più grande apocalisse della storia del nostro pianeta è raccontata ora per ora dall'analisi delle rocce dello spaventoso cratere che si creò dopo l'impatto della Terra con un asteroide che, piombando sul Golfo del Messico, provocò un foro di 28 chilometri di profondità e 100 di diametro. I sedimenti rocciosi dicono che cosa avvenne nelle prime 24 ore di quell'inferno di 66 milioni di anni fa, l'ultimo giorno dei dinosauri, spartiacque tra l'era del Mesozoico e quella del Cenozoico.</p><p>Lo studio, pubblicato sulla rivista Proceedings of the National Academy of Sciences, ha analizzato un campione di roccia di circa mille metri estratto dal margine del cratere di Chicxulub, a poca distanza dalla penisola dello Yucatan, attraverso trivellazioni durate tre anni. Come gli anelli del tronco di un albero, il campione racconta attraverso la sequenza dei sedimenti i dettagli del giorno che cambiò la storia della terra, dopo che una mostruosa palla di fuoco così doveva apparire a un osservatore che si trovasse in quel momento a osservare il cielo - piombò sul Messico. Spiega quali materiali si depositarono per primi e a quale velocità.</p><p>L'urto del meteorite avrebbe generato un'energia dieci miliardi di volte più potente di quella sprigionata dalla bomba di Hiroshima. Avrebbe quindi liberato 425 miliardi di tonnellate di anidride carbonica e 325 di zolfo. Il gigantesco tsunami che seguì l'impatto trascinò acqua fino a 2500 chilometri di distanza. In appena 24 ore il cratere si riempì di 130 metri di sedimenti.</p><p>Gli strati più inferiori, di circa 40-50 metri, formati da rocce fuse, si depositarono secondo i ricercatori nei primi minuti dopo il collasso. Un'ora dopo si sarebbe formato un successivo strato di suevite, una breccia composta da frammenti vetrosi e cristalli. La montagna creata dai residui dell'esplosione si elevò poi di un altro strato di circa 80 metri di sedimenti fini, con materiale organico trasportato dall'acqua, oltre a carbone vegetale, generato dagli incendi e alla ricaduta di rocce incandescenti. Inizialmente si sprigionò dunque un grande calore, che potrebbe addirittura aver incendiato alberi «a 1500 chilometri di distanza», secondo quanto afferma il coordinatore dello studio, Sean Gulick, professore dell'Istituto di Geofisica dell'Università del Texas. Ciò che ha colpito i ricercatori è l'assenza di solfuri. La tesi è che l'impatto dell'asteroide avrebbe provocato l'espulsione nell'atmosfera di enormi quantità di zolfo. La nube avrebbe oscurato il sole. «Modelli climatici che hanno stimato soltanto cento miliardi di tonnellate metriche di zolfo - prosegue Gulick - suggeriscono una caduta globale della temperatura di 25 gradi». Il gelo durò almeno trent'anni, e sarebbe stata questa la causa della rivoluzione della vita sulla terra, con la morte della maggior parte delle creature e la nascita di una nuova era. «Ci troviamo di fronte all'evidenza empirica della correlazione tra l'impatto e la grande estinzione», sostiene un altro dei ricercatori, Jaime Urrutia, dell'Università Nazionale Autonoma del Messico. Alcuni dinosauri «furono bruciati» dalla ricaduta di materiale incandescente. Altri «congelarono», spiega Gulick. Il giorno dell'impatto con l'asteroide si creò quindi «un inferno breve e localizzato», seguito da un «raffreddamento globale».</p>]]></content:encoded><media:content url="https://www.ilgiornale.it/resizer/v2/6R5URPQKDJN4XMDHEHBL6NJSI4.jpg?auth=9b11df9015d2dfd40ffd0f6de822186cc8ed280ceebbebef18d247091ef2c3d4&amp;smart=true&amp;width=1200&amp;height=900" type="image/jpeg" height="900" width="1200"/></item><item><title><![CDATA[La Gioconda? Sono due. E una è sepolta a Napoli]]></title><link>https://www.ilgiornale.it/news/gioconda-sono-due-e-sepolta-napoli-1741269.html</link><guid isPermaLink="true">https://www.ilgiornale.it/news/gioconda-sono-due-e-sepolta-napoli-1741269.html</guid><dc:creator><![CDATA[Emanuela Fontana]]></dc:creator><description></description><pubDate>Tue, 20 Aug 2019 07:35:25 +0000</pubDate><content:encoded><![CDATA[<p>L'arca verde risalta sul lato sinistro dell'ingresso, accanto a quelle del nonno Ferrante, del bisnonno Alfonso il Magnanimo, e della zia Giovanna quarta d'Aragona. Per osservarla bisogna alzare gli occhi, perché le tombe della famiglia Aragona si trovano su un ballatoio al di sotto della volta affrescata da Francesco Solimena, in due file sovrapposte. Gli Aragona riposano nella sagrestia della Basilica di San Domenico Maggiore di Napoli. La chiesa è una suggestiva mescolanza di storie, prima tra tutte quella che riguarda San Tommaso d'Aquino, che soggiornò nel convento in una cella visitabile dove si trova anche il Crocefisso di legno che, secondo la tradizione, gli «parlò». Uno dei luoghi più enigmatici è proprio la sala delle arche: perché non si conosce l'identità di molti uomini e donne sepolti e perché nel sarcofago verde è custodito il mistero più seducente, quello di Isabella Sforza di Aragona, figlia di Alfonso II di Napoli e moglie di Giangaleazzo Sforza, Duca di Milano.</p><p>La malìa della sua sepoltura è legata a una congettura storico-artistica che non ha ancora conferme né smentite: Isabella d'Aragona è la Monna Lisa di Leonardo?</p><p>IL QUESITO</p><p>Nel cinquecentesimo anniversario della morte del genio di Vinci nessuno studioso è ancora riuscito a dare una risposta definitiva alla domanda sull'identità della Gioconda. E non è una stravaganza l'ipotesi che le donne di Leonardo fossero due: la Monna Lisa e la Gioconda, come testimoniato da un pittore e saggista del sedicesimo secolo, Giovanni Paolo Lomazzo. Nel suo Trattato dell'arte della pittura, scultura e architettura, tra i più bei ritratti di donne, cita le immagini «di mano di Leonardo, ornati a guisa di primavera, come il ritratto di Gioconda e di Monna Lisa, né quali ha espresso tra l'altre parti meravigliosamente la bocca in atto di ridere». Lomazzo, nato vent'anni dopo la morte di Leonardo, parla dunque di due quadri distinti. La Monna Lisa e la Gioconda vengono separate con una «e» anche nell'indice dello stesso libro. Non si tratterebbe, insomma, di un refuso. In un altro trattato, Idea del tempio della pittura, Lomazzo torna sui ritratti femminili di Leonardo, e inserisce tra le tele concluse la «Leda ignuda e il ritratto di Mona Lisa napoletana», che sono nella «fontana di Beleo in Francia» (il Castello di Fontainbleau, ndr).</p><p>E qui balza in primo piano la figura di Isabella, nata e sepolta a Napoli, ma per anni signora a Milano, essendo andata in sposa a Giangaleazzo Maria Sforza, legittimo erede del Ducato, nel 1488. Aveva 18 anni quando arrivò al castello milanese, nel periodo in cui Leonardo era da alcuni anni ingegnere di Corte, e fu proprio l'artista-inventore toscano ad organizzare i sontuosi allestimenti scenici del banchetto nuziale. Isabella e Leonardo ebbero certamente modo di trascorrere del tempo insieme, prima durante il soggiorno di Leonardo a Pavia, dove Isabella era stata alloggiata con il marito da Ludovico il Moro, e poi a Palazzo Reale a Milano, nel difficile periodo in cui, dopo la morte del marito Gian Galeazzo ad appena 25 anni, Isabella era stata gettata ancor più nell'ombra da Ludovico. Gli storici dell'arte che accreditano la tesi della Gioconda -Isabella si soffermano sull'abito della Monna Lisa, che presenterebbe caratteristiche tipiche delle donne Sforza durante l'ultima fase dei periodi di lutto. Nel 1494 Isabella perse come detto il marito, forse avvelenato dal Moro, mentre nel 1512 le morì il figlio Francesco, da cui era stata separata dal re di Francia Luigi XII (la datazione della Gioconda del Louvre è compresa tra il primo e il secondo decennio del 500). C'è poi quel cenno di Lomazzo alla «napoletana». Ma una storica tedesca si è recentemente spinta molto più in là: Maike Vogt-Luerssen, oltre a condividere le tesi sull'abito, sostiene che tra Leonardo e Isabella d'Aragona sarebbe intercorsa una relazione amorosa, che la coppia avrebbe avuto dei figli e che Leonardo sarebbe anzi sepolto non ad Amboise, ma proprio a San Domenico Maggiore a Napoli, vicino alla duchessa.</p><p>LE IPOTESI SUL TAPPETO</p><p>La tesi non ha alcuna conferma, ma stanno te prendendo quota le ipotesi di una Monna Lisa-Isabella. Per chi volesse cercare tracce fisionomiche, esiste un unico busto conosciuto della principessa degli Aragona, opera dello scultore Francesco Laurana e ora conservato al museo Kunsthistorisches di Vienna.</p><p>Altre teorie indicano come possibile modella, Bianca Giovanna Sforza, la più giovane delle donne della Corte milanese al tempo di Leonardo, figlia di Ludovico il Moro, morta a 14 anni in circostanze misteriose appena due mesi prima di Beatrice d'Este, scomparsa anch'essa giovanissima in un castello milanese intriso di mondanità e gelosie, dove tre giovani il marito di Isabella, la figlia e la moglie del Moro - persero la vita in modo improvviso in appena tre anni.</p><p>La donna più accreditata come Gioconda è stata in realtà per secoli la dama tramandata dalle parole di Antonio Vasari nelle sue Vite: «Prese Lionardo a fare per Francesco del Giocondo il ritratto di Monna Lisa sua moglie; e quattro anni penatovi lo lasciò imperfetto. La quale opera oggi è appresso il Re Francesco di Francia, in Fontanableo». Dopo anni di ricerca non si ha la certezza, che le ossa di donna trovate nell'ex monastero di Sant'Orsola a Firenze siano di Lisa Gherardini, ma il suo nome è iscritto nel libro dei morti della vicina chiesa di San Lorenzo. Il riferimento del Vasari non convince però completamente. Le donne dopo il matrimonio mantenevano il cognome del padre e non assumevano quello del marito. Il mercante fiorentino Giocondo morì inoltre molti anni dopo Leonardo, e non si comprende perché il maestro, che aveva spesso bisogno di denaro, abbia tenuto sempre per sé un quadro dipinto su commissione se il committente era ancora in vita.</p><p>C'è poi un'altra testimonianza ancora, e questa volta a differenza del Vasari e di Lomazzo, chi scriveva aveva conosciuto Leonardo di persona: il cronista in questo caso è Antonio De Beatis, che nel suo diario al seguito del cardinale Luigi d'Aragona riferisce di un incontro a Cloux nel 1517 con il genio di Vinci, che avrebbe mostrato agli ospiti tre quadri tra i quali «uno di certa dona fiorentina, quadro di pictura bellissima, facto ad istanza del quondam magnifico Giuliano de Medici». Secondo lo storico Roberto Zapperi il ritratto commissionato da Giuliano de'Medici, figlio di Lorenzo, era quello di Pacifica Brandani, sua amante a Urbino, morta a soli due giorni dal parto di un bambino, Pasqualino. Proprio per dare a quell'orfano un volto materno, Giuliano avrebbe chiesto a Leonardo il ritratto della donna. Olivia Nesci, docente di geomorfologia dell'Università di Urbino e Rosetta Borchia, naturalista e artista, sostengono che lo sfondo della Gioconda sia il Montefeltro, territorio dell'antico Ducato di Urbino. Giuliano de Medici morì nel 1512: non avrebbe quindi potuto pretendere il quadro, rimasto nelle mani di Leonardo.</p><p>IL DISCEPOLO</p><p>Altre ipotesi hanno addirittura chiamato in causa l'allievo di Leonardo, Gian Giacomo Caprotti, detto il Salai, dalla controversa bellezza quasi femminea. Il mistero si infittisce se si considera che i ritratti potrebbero essere due differenti, come sosteneva Lomazzo. Nel 2008 un consorzio internazionale anonimo ha acquistato un quadro rimasto per anni in un caveau svizzero, ereditato dal marito da una donna inglese: la Monna Lisa di Isleworth, una Gioconda un po' più giovane, con tratti del viso appena differenti e uno sfondo distante da quello del Louvre (compaiono addirittura due colonne come quinte). A differenza delle copie della Gioconda sparse per il mondo, questa è stata definita dalla Mona Lisa Foundation che l'ha analizzata - e da una buona parte, anche se non da tutti, i maggiori studiosi di Leonardo - attribuibile al maestro. Non si tratta comunque di una copia ma di un quadro differente: la donna ritratta è simile ma non uguale, anche lei «nell'atto di ridere», come del resto moltissimi soggetti di Leonardo.</p><p>L'arcano continua a vivere anche a Napoli: sinora nessuno ha la certezza che sia esistito un legame spirituale tra Leonardo e Isabella Sforza d'Aragona. Ma la donna gli fu certamente vicina più di altre, e nel suo volto il Maestro potrebbe aver fuso malinconia e astuzia, elementi maschili e femminili, tradotti sulla tela in un sorriso senza tempo.</p>]]></content:encoded><media:content url="https://www.ilgiornale.it/resizer/v2/COT4FHZIKROSRHPYTGLE3LOPLE.jpg?auth=cf9b88d2862e0d2916464550491c1a05ed8e1170488f7323a3417e267dade86f&amp;smart=true&amp;width=1200&amp;height=900" type="image/jpeg" height="900" width="1200"/></item></channel></rss>