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E i pm di Milano denunciavano: manca una legge

I magistrati non furono in grado di contestare i reati collettivi ai partecipanti del mega raduno

E i pm di Milano denunciavano: manca una legge

Milano. «La partecipazione al raduno non comporterebbe di per sé una attribuzione o attribuibilità di un reato». A sostenerlo era la Procura di Milano, al termine dell'inchiesta su un rave organizzato tre anni fa nel comune di Settala, pochi chilometri a est del capoluogo. Ne erano successe di tutti i colori, ben peggio di quanto accaduto nei giorni scorsi nel capannone di Modena. Ma per i pm non c'era reato, e comunque era impossibile indagare. Letta col senno di oggi, quella vicenda sembra dire che in effetti esisteva un vuoto di norme in grado di regolamentare il fenomeno crescente dei megaraduni clandestini a base di musica e droga: una carenza su cui il governo Meloni, anche se con modalità un po' confuse, ha scelto di intervenire introducendo nel codice penale l'articolo 434 bis.

L'evento che i pm milanesi ritenevano dovesse restare impunito si era tenuto tra il 25 e il 26 maggio 2019 all'interno di un capannone industriale in piena attività, dove erano approdati migliaia di giovani richiamati dall'appello di un centro sociale dell'area antagonista. Due giorni di musica e sballo, al termine dei quali il titolare del capannone si era trovato davanti uno spettacolo desolante: le porte abbattute e sfondate, l'impianto elettrico e di riscaldamento smontato e portato via. I giovani si erano accaniti anche sui bagni, spaccando water e lavandini, svellendo i rubinetti, sfondando le porte antifuoco. A adornare l'opera, scritte con la vernice sui muri dello stabilimento, spazzatura, escrementi. Su alcuni manifesti erano ancora riportate le istruzioni dettagliate fornite dall'organizzazione ai partecipanti per impedire alle forze dell'ordine di identificarli all'arrivo o alla partenza, nonchè le indicazioni da tenere in caso di interrogatorio e il sito dove trovare un avvocato di fiducia attraverso il «legal team» messo a disposizione dagli antagonisti.

Nonostante le cautele messe in atto dai giovani, i carabinieri erano riusciti a risalire alla identità di cinque di loro e li avevano denunciati alla Procura che però aveva chiesto l'archiviazione dalle accuse di deturpamento, danneggiamento e occupazione abusiva: impossibile, secondo i pm, risalire a chi aveva materialmente compiuto i singoli atti, e non si poteva attribuire a tutti i partecipanti la colpa «collettiva». È esattamente ciò cui la nuova norma vuole mettere rimedio, punendo non solo gli organizzatori dei rave ma anche (sebbene a pene più lievi) anche i singoli partecipanti. Nel caso di Settala a rimediare alla linea della Procura era stato il giudice preliminare Guido Salvini, che dopo avere affermato che «l'indagine è stata sostanzialmente abbandonata dagli inquirenti» aveva ordinato di contestare ai cinque almeno il reato di occupazione abusiva, che il codice punisce assai blandamente. E però non aveva potuto che accogliere la richiesta di archiviazione per gli altri reati.

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