"Ecco perché sono uscito da Scientology"

Il regista Paul Haggis: "Affascinato dal senso di appartenenza, ma hanno bandito le unioni gay"

Da quando ha lasciato Scientology - la setta dei vip hollywoodiani - Paul Haggis lavora più di prima. Intanto, s'è liberato di quell'oppressione mentale, parlandone apertamente e male nel docufilm di Alex Gibney Going Clear . E poi prepara un lavoro dietro l'altro, per nulla turbato dal fatto che l'Fbi voglia sapere da lui come funziona la setta dei personaggi d'alto profilo, come Tom Cruise e John Travolta. Così ora il sessantaduenne regista canadese premio Oscar di Crash (2004), che ha ideato programmi televisivi popolari come Walker, Texas Ranger e scritto il capolavoro di Clint Eastwood Million Dollar Baby (2004) e lo 007 Casino Royale , apprezza la quiete umbra. E riceve le chiavi della città di Montone (Perugia) che ospita l'«Umbria Film Festival», dove verrà proiettato Third Person , l'ultimo thriller di Haggis.

Ha lasciato Scientology dopo 35 anni di appartenenza perché la «chiesa» è ostile ai gay?

«Ho aderito al culto per la maggior parte della mia vita adulta, perché affascinato dal senso di appartenenza che mi trasmetteva il gruppo di Miscavige. Per un solitario è come entrare in un club pieno di gente cordiale. Ma quando ha bandito il matrimonio tra persone dello stesso sesso in California, dove vivo a Santa Monica, non sono rimasto in silenzio. Che è assenso».

Per la Hbo firma la serie tv Show me a Hero , negli Usa in onda il 16 agosto e da noi quest'inverno. Di cosa si tratta?

«Sono sette episodi basati su un conflitto, razziale e di classe, esploso nel 1987 a Yorkers, nello stato di New York, che un giovane sindaco cerca di sedare. È un tema attuale, mentre l'America esplode sulla questione dei neri discriminati. E poi c'è un cast formidabile: da Jim Belushi a Wynona Rider, che interpreta una politica buona, di larghe vedute».

Le frizioni tra politici e cittadini comuni sono attuali anche da noi...

«Anche in America c'è uno scollamento tra la gente comune e chi comanda. Per questo ho voluto mettere in buona luce un bravo sindaco della classe media, Nick Wesicsko, interpretato da Oscar Isaac, il quale rinuncia alla sua carriera per aiutare gli emarginati della sua città e una consigliera municipale molto altruista, che si batte per i neri e le ragazze madri».

Che cosa risponde a chi dice che, da regista bianco, non può capire le questioni razziali, dalla parte dei neri?

«Anche in Crash mettevo in prima linea i conflitti razziali di Los Angeles e non mi pare d'aver mancato il bersaglio. Stavolta mi sono documentato, leggendo a fondo il libro di Lisa Belkin, già firma di punta del New York Times , dove emerge una società esulcerata, con i neri che non vogliono lasciare le loro casupole per far posto agli insediamenti di lusso dei bianchi. La mia è più che altro una cronaca di fatti realmente accaduti».

Il miglior cinema lo fa la tv?

«La tv ha più soldi. Mette a disposizione mezzi tecnologici più avanzati, facendoti lavorare in scioltezza e velocità. Mi piace realizzare buoni lavori in breve tempo».