Al Qusayr, l'inferno che ha inghiottito Domenico Quirico

Il caposaldo dei ribelli caduto nelle mani dei governativi è una distesa di macerie. E nessuno ha visto il giornalista

La strada è una linea d'asfalto martoriata dai colpi di mortaio e dalle voragini dei missili. Corre tra case sbriciolate, alberi inceneriti, rottami di carri, carcasse di auto contorte. Lì, 15 chilometri a sud ovest, oltre la linea delle devastazioni, passa il confine libanese. Homs, la terza citta siriana è 22 chilometri più a sud. Qui invece è l'epicentro di un terremoto chiamato guerra. L'auto di Shaza si ferma in uno slargo indefinito tra abitazioni sventrate, saracinesche divelte, resti di mobilia precipitati in strada. Intorno non c'è anima. Un vento rovente urla tra le rovine, trascina stracci e cartacce, fa sbattere i teli di plastica appesi a finestre e porte crivellate. Nel cerchio desolato s'inchina uno scheletro di torre azzannato da proiettili e granate. «Era la piazza di Al Qusayr, ma ora stento a riconoscerla - sospira Shaza – la torre dell'orologio era il simbolo della città. Qua intorno vivevano 50mila persone… guarda cos'è rimasto».

Shaza Murad, 32 anni, è il sindaco sunnita di queste macerie. Sunnita come i ribelli che le occupavano dal luglio del 2012 . Ma con idee un po' diverse. «Qusayr è caduta nella follia, i nostri ragazzi si sono fatti ammaliare dagli estremisti e la fine eccola qua…». La fine, la scossa fatale arriva tra l'inizio di aprile e il 5 giugno. In quei 60 giorni di guerra, orrore e morte l'esercito siriano e le milizie sciite di Hezbollah riconquistano la città diventata la rampa di lancio per i musallahin, gli armati anti-Assad provenienti dal Libano e diretti verso i fronti di Homs e Damasco. Da qui passa anche l'inviato della Stampa Domenico Quirico. E qui, stando ad alcune fonti siriane del Giornale, si chiude la sua avventura mentre tenta di rientrare in Libano. Bloccato dai combattimenti, sballottato tra i marosi della ritirata ribelle perde i contatti con il gruppo che l'accompagna, finisce nelle mani di alcuni sbandati vicini alle formazioni più estremiste, viene venduto ad una formazione di delinquenti. Una versione in linea con quella fornita giovedì dal direttore del Dis, Giampiero Massolo che nel corso di un audizione al Copasir, il Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica, attribuisce il sequestro a gruppi criminali pronti a trattare il prezzo della liberazione. Un'ipotesi rafforzata ieri dal ministro degli Esteri Emma Bonino che parla di «passaggi di mano» in «un'atmosfera grigia, molto variabile».

La nebbia grigia che avvolge la sorte di Quirico non si dirada neanche tra queste rovine. Quando la foto del giornalista compare sul nostro telefonino il sindaco Shaza Murad scuote la testa. «Sono arrivata in città solo il 9 maggio. E a tutt'oggi sono rientrate solo 700 famiglie. Per sapere qualcosa del vostro collega dovete parlare con quelli rimasti qui durante tutti i combattimenti. In fondo sono una trentina di persone». Ma anche tra i sopravvissuti di Qusayr la nebbia non si dirada. Abu Ani, un cristiano 54enne impegnato a dar di malta e cazzuola alle mura sforacchiate della sua abitazione, scuote la testa non appena sente la parola «sahafi», giornalista. Poi - mentre fa segno di no con una mano - si passa il palmo dell'altra a mo' di lama sotto la gola. «Durante l'occupazione i musallahin – traduce la donna sindaco - gli hanno rapito il figlio e adesso continuano a mandargli messaggi di minaccia. Li ricevo anch'io, arrivano sui telefonini di molti di noi, promettono di uccidere chiunque torni in città e collabori con il governo».

Elias Abid, un altro sopravvissuto all'apocalisse, è più disponibile. Guarda la foto di Quirico, la gira, la volta, la ingrandisce, ma alla fine scuote la testa. «Con i ribelli passavano tanti di voi, ma noi civili non li vedevamo e in ogni caso ci tenevamo il più possibile alla larga. Se era con loro durante l'attacco finale è molto probabile che si sia perduto. Quando i ribelli si sono ritirati qui è stato il disastro. I loro comandanti non sapevano dove dirigersi, molti gruppi allo sbando hanno finito addirittura per spararsi tra loro. È stato un vero inferno, abbiamo fatto fatica a salvarci noi, figuriamoci uno arrivato da fuori che non conosceva il posto e non parlava la lingua». «Comunque se era qui ed è vivo – commenta il sindaco Shaza - è già fortunato. Dalle macerie dalle case e dai tunnel dei musallahin continuano a saltar fuori cadaveri. Nessuno sa quanta gente sia morta, ma di sicuro sono migliaia».