L'ergastolo dopo l'assoluzione In cella il secondo dei fratelli killer

Mattia era già in carcere e aveva sempre scagionato Maurizio

Cristina Bassi

Sono passati quasi cinque anni dall'omicidio e nel processo di primo grado era arrivata l'assoluzione. In carcere, condannato invece all'ergastolo, era già finito suo fratello minore. Per Maurizio Archinito, 26enne di Abbiategrasso, la sentenza della Corte d'assise d'appello di Milano emessa una settimana fa sarà stata un fulmine a ciel sereno. Carcere a vita anche nei suoi confronti e conseguente ordine di cattura eseguito nelle scorse ore dalla divisione Anticrimine della polizia.

I destini dei fratelli Mattia e Maurizio Archinito si erano separati nelle aule del Tribunale di Pavia. Accusati di aver freddato a colpi di pistola e fucile il 16 novembre 2012 Alban Medha, di 27 anni, e Ndue Bruka, di 51, nipote e zio albanesi. Le vittime erano in bicicletta, i killer, cappuccio e casco, in scooter. Le indagini della Sezione omicidi del Nucleo investigativo dei carabinieri di Milano avevano subito messo nel mirino i due fratelli. All'epoca del delitto Mattia aveva appena compiuto 18 anni ed era incensurato. Maurizio, con precedenti per rissa, furto e resistenza a pubblico ufficiale, era il suo punto di riferimento. Il movente: i due albanesi dovevano essere puniti per aver rubato in casa Archinito. Per gli inquirenti, la notte dell'agguato Mattia era alla guida e il fratello maggiore avrebbe premuto il grilletto. Il primo, incastrato dalle intercettazioni delle frasi pronunciate in auto nelle ore successive, ha confessato. Processato con il rito abbreviato a Pavia, ha preso appunto l'ergastolo. La pena è definitiva. Ha sempre voluto scagionare Maurizio: «Avevo un complice, sì. Ma non era mio fratello e non dirò chi era». La Corte d'assise di Pavia alla fine del processo con il rito ordinario nel giugno 2015 aveva assolto Maurizio Archinito per non aver commesso il fatto.

Poi l'Appello a Milano e la rilettura degli atti di indagine da parte del sostituto pg Daniela Meliota. In particolare dei tabulati telefonici secondo i quali nelle ore dell'esecuzione Maurizio non era a casa. Come invece aveva sempre dichiarato. E delle ricostruzioni che lo hanno collocato sulla scena del crimine. Quando la polizia è andato da lui per portarlo in cella, il 26enne era vicino alla propria abitazione. Era libero, ma gli era stato ritirato il passaporto.