Polanski divide il Lido in nome del #MeToo

La presidente di giuria Martel contesta il regista Ma dopo le accuse dei produttori fa retromarcia

Venezia resiste a tutto, da sempre: alle pellicole scandalose, alle proteste, ai film politici, alla passerella dei politici stessi... Film belli, film brutti, polemiche, provocazioni, tutto passa persino il 68, che qui al Lido durò dieci anni - ma il festival resta. Però, questa cosa del neofemminismo di ritorno, le quote rosa cinematografiche, il #MeToo a proiezione continua, rischia di inceppare il perfetto meccanismo della Mostra del cinema, che peraltro quest'anno presenta un'edizione monstre, per quantità e qualità delle opere, con mezza Hollywood per dieci giorni in trasferta venexiana. Comunque, già lo scorso anno le paladine rosa americane la rivista Hollywood Reporter in testa, che ci ha riprovato anche stavolta - avevano attaccato il direttore della Mostra Alberto Barbera, rinfacciandogli di aver invitato in concorso troppe poche registe, rispetto ai colleghi maschi. Barbera rispose che se volevano qualcuno che scegliesse un regista solo perché donna, e non un regista quale sia il sesso perché bravo, chiamassero un altro al suo posto. E la faccenda, digerito qualche mugugno delle femministe più engagé, finì lì.

Questa volta, però, c'è stato un upgrade. Pronti via, ieri - giornata di inaugurazione la presidente della giuria «Venezia76», la regista argentina Lucrecia Martel, ha confessato un certo diciamo così «imbarazzo» per la presenza in concorso del film J'Accuse di Roman Polanski perché su di lui pende un mandato di cattura americano dopo la condanna per aver avuto nel 1977 un rapporto sessuale con una tredicenne con l'aiuto di sostanze stupefacenti (il regista al Lido ovviamente non verrà, perché gli Stati Uniti potrebbero chiederne l'estradizione). E poi ha tirato la molotov: «Non ci sarò alla proiezione ufficiale per il suo film per non dovermi alzare e applaudire» (e il fatto che la Martel autrice di quattro film, nessuno finora entrato nella storia del cinema dica «Non applaudirò Polanski», ha fatto notare qualcuno, suona un po' come se Eros Ramazzotti dicesse «Non applaudirò Bob Dylan»). Insomma, Lucrecia Martel concede una chance all'opera di Polanski, ma non accetta di distinguere l'opera dall'uomo (insomma, vedrà il film, ma non lo festeggerà). C'è da chiedersi a questo punto quante probabilità abbia J'Accuse di essere preso in considerazione artisticamente per un premio (ben poche, appunto). In più, in molti iniziano a dubitare della necessaria obiettività di giudizio della Martel: ieri pomeriggio sui social e al Lido giravano già richieste di dimissioni. A complicare le cose, in serata, Luca Barbareschi, coproduttore di J'Accuse, ha dichiarato che si sta valutando se ritirare il film dal concorso, «a meno che non arrivino scuse ufficiali», perché «preoccupati che il film non venga giudicato serenamente». Poco dopo, la velata marcia indietro della regista: «Nessun pregiudizio sul film, le mie parole sono state fraintese».

Chiamato direttamente in causa, Alberto Barbera ha risposto da signore, ma con fermezza maschile, alle rimostranze maschie della regista donna: «Sono fermamente convinto che bisogna fare distinzione tra uomo e artista. La storia dell'arte è piena di artisti che hanno commesso crimini. E di cui ancora ammiriamo le opere d'arte. Io ho visto il film di Polanski e mi è piaciuto, quindi ho invitato il film in concorso», ha spiegato pacato ma inflessibile. «L'unico modo per giudicare un film è la qualità del film stesso. Io non sono un giudice, non posso stabilire se un uomo debba andare in galera oppure no. Sono un critico e posso giudicare se un film merita di stare nella selezione veneziana. Il mio lavoro finisce qui». E speriamo, a questo punto, che inizi il festival.

Sempre che le percentuali femminili coinvolte lo permettano. La regista argentina è tornata anche a parlare della scarsa presenza di donne nel cartellone veneziano. «Il discorso delle quote rosa non è mai soddisfacente ma in una fase di transizione da un modello ad un altro non mi sembra ci siano altre strade. Senza registe, così come senza persone non bianche, il cinema non può riuscire a riflettere la complessità della realtà», ha detto. Tutto vero.

Ma, per completezza, va aggiunto che: 1) se in programma a Venezia ci sono molti film di registi e pochi di registe, nelle giurie ci sono più donne che uomini, a partire dalla stessa Martel che è persino presidente; 2) tantissimi film scelti per il festival affrontano la condizione femminile nelle diverse società, anche se girati da maschi; 3) il comitato di selezione dei film è composto per metà da donne; 4) qualche film girato da una donna forse è a Venezia proprio perché donna (qualche critico qui al Lido fa il nome di Nevia di Nunzia De Stefano, l'ex moglie di Matteo Garrone). Per il resto, buon Leone, e leonesse, a tutti.