I riflettori sono puntati di nuovo sul santuario Yasukuni. Nel cuore di Tokyo, capitale del Giappone, Sanae Takaichi ha inviato una doppia offerta rituale a questo controverso sito che più volte ha scatenato controversie diplomatiche non irrilevanti. Il motivo è semplice: qui vengono commemorati e celebrati oltre 2 milioni di giapponesi morti in diversi conflitti, compresi 14 criminali di guerra condannati da tribunali internazionali per il loro ruolo nella Seconda Guerra Mondiale. L’azione della premier nipponica ha tuttavia assunto un duplice significato: per i suoi sostenitori rappresenta un omaggio ai caduti ma per Cina e Corea del Sud è una specie di oltraggio alla memoria storica, o peggio, un’esaltazione del militarismo e dell’espansionismo imperiale.
Il santuario della discordia
Takaichi, in qualità di capo del governo e in occasione dell’inizio dell’autunno, una festività che lo Yasakuni festeggia per tre giorni, come detto ha fatto recapitare un’offerta al santuario sotto forma di composizione arborea, seguita da un’offerta monetaria attraverso esponenti del suo Partito Liberal Democratico.
Poco importa se la signora non si è recata di persona nel sito durante queste celebrazioni. Il Ministero degli Esteri sudcoreano ha mostrato il suo “profondo disappunto e rammarico” per il fatto che, ancora una volta, rappresentanti giapponesi inviino offerte o visitino un luogo che “glorifica il passato di aggressione bellica del Giappone” e “rende omaggio a criminali di guerra”.
Sulla stessa lunghezza d’onda la Cina. L’ambasciata cinese a Tokyo ha sottolineato che Pechino “condanna energicamente le misure negative” adottate dal Giappone in relazione al santuario shintoista, sostenendo che il tributo della leader giapponese contribuisce alla “remilitarizzazione” del Paese.
Le proteste di Cina e Corea del Sud
La controversia ruota attorno alla presenza nel santuario di 14 criminali di guerra di Classe A, commemorati insieme a milioni di altri caduti giapponesi. Le offerte di Takaichi hanno spinto la Cina ad accusare i dirigenti nipponici di voler occultare i crimini commessi durante la guerra e di alimentare una progressiva remilitarizzazione del Paese.
Per capire perché Yasukuni sia così controverso bisogna tornare al 1869, quando il santuario venne fondato a Tokyo per commemorare le persone morte combattendo per il Giappone. La svolta arrivò nell’ottobre 1978, quando furono inseriti anche i suddetti 14 leader militari e politici condannati o coinvolti nei processi per crimini di guerra dopo la sconfitta giapponese del 1945. Tra loro, per esempio, figurava Hideki Tojo, primo ministro durante una parte della Seconda Guerra Mondiale, giustiziato nel 1948. La decisione trasformò così il santuario in un simbolo controverso, perché accostava i caduti comuni a figure responsabili dell’aggressione militare giapponese in Asia.
La questione, dicevamo, è particolarmente sensibile in Cina, dove l’invasione giapponese e la guerra sino-giapponese del 1937-1945 restano elementi centrali della memoria nazionale. Le violenze commesse dalle forze imperiali, compreso il massacro di Nanchino, sono ancora oggi un punto di frizione nei rapporti bilaterali. Anche la Corea del Sud guarda con sospetto alle visite e alle offerte dei politici giapponesi. La penisola coreana rimase infatti sotto il dominio coloniale di Tokyo dal 1910 al 1945 e conserva ferite legate al lavoro forzato e allo sfruttamento delle donne durante la guerra.
La spada di Damocle dei leader giapponesi
Takaichi deve tuttavia muoversi su un terreno complicato. In Giappone, infatti, una parte dell’elettorato conservatore considera Yasukuni un luogo legittimo per rendere omaggio ai morti e respinge le critiche provenienti dall’estero come un’ingerenza negli affari interni.
Sul piano internazionale però ogni offerta rischia di aggravare una relazione già fragile con Pechino, proprio mentre Tokyo discute di sicurezza regionale, spese militari e ruolo strategico nell’Indo-Pacifico. Dal canto suo la premier ha dichiarato di voler partecipare al vertice APEC previsto a Shenzhen il 18 e 19 novembre, se gli impegni parlamentari lo consentiranno.
Il santuario rischia tuttavia di proiettare la propria ombra anche su questo fondamentale appuntamento, compromettendo la diplomazia della regione e riaccendendo vecchie tensioni mai sopite.
