Arrestata tra Milano e Albania la famiglia di «Lady Jihad»

Presi nel Milanese padre, madre e sorella di Maria Giulia Sergio: stavano partendo per la Siria. In manette altri due parenti albanesi

«Cosa gradita per i fedeli!!! Dio è grande! Due dei mujaheddin hanno assassinato i fumettisti, quelli che hanno offeso il Profeta dell'Islam, in Francia. Preghiamo Dio di salvarli». È uno dei messaggi intercettati sulla strage nella redazione di Charlie Hebdo scritto da Maria Giulia Sergio, arruolata in Siria nel Califfato. Da ieri, la prima Lady Jihad italiana, è ricercata per il reato di associazione con finalità di terrorismo internazionale. La procura di Milano ha richiesto dieci mandati di cattura per sgominare una cellula «familiare» dello Stato islamico sotto indagine da ottobre, come ha scritto ieri il Giornale , quando Maria Giulia è arrivata in Siria. Il procuratore aggiunto Maurizio Romanelli ha spiegato che si tratta della «prima indagine sullo Stato Islamico in Italia, tra le prime in Europa».

La Digos di Milano, in collaborazione con l'antiterrorismo albanese, hanno eseguito cinque arresti. In manette sono finiti Assunta Buonfiglio, la madre di Maria Giulia, il padre Sergio e la sorella Marianna, che vivono ad Inzago, in provincia di Milano ed erano pronti a partire per la Siria. A Scansano, in provincia di Grosseto, è stata arrestata Arta Kacabuni, la zia di Aldo Kobuzi, il marito mujahed di origine albanese di Maria Giulia. La coppietta jihadista si era sposata lo scorso settembre nella moschea di Treviglio con un matrimonio combinato per venir accettati dallo Stato islamico. In Albania, a Lushnjë, 70 chilometri a sud di Tirana, hanno arrestato Baki Coku, lo zio di Kobuzi, il mujahed che in Siria si fa chiamare Said.

Per convincere la famiglia italiana convertita all'Islam a raggiungerla, Maria Giulia, che adesso è diventata Fatima, proclamava: «Parlo a nome dello Stato Islamico, lode ad Allah, e Abu Bakr Al Baghdadi (il Califfo ndr) chiama alla hijra (l'emigrazione verso Siria e Iraq, ndr) (…) chiama tutti gli uomini al Jihad per la causa di Dio, perché noi dobbiamo distruggere i miscredenti…». E via Skype, collegata con l'Italia, sventolava la bandiera nera del Califfato.

Fra i latitanti ci sono Donika Coku, la suocera di Maria Giulia già trasferita assieme alla figlia Serjola, pure ricercata, con il figlio piccolo di un volontario della guerra santa morto in battaglia. Donika, secondo i tabulati dell'Inps, ha lavorato nel 2010 a Scansano, assieme al fratello e alla sorella finiti ieri in carcere.

Ad Inzago, dove è stata arrestata la famiglia italiana di Maria Giulia, i conoscenti dei Sergio sostengono che «li hanno plagiati. Si sono fatti trascinare. Tanto che anche lui (il capofamiglia, ndr) si era avvicinato alla religione islamica facendosi crescere una folta barba». Gli italiani sono tutti convertiti a differenza della costola albanese della «famiglia jihadista». A Scansano, in provincia di Grosseto, la zia arrestata girava coperta da un velo marrone che lasciava libero solo il volto. «Non ho niente da dire. Se vuoi sapere qualcosa vai in Siria» è il battibecco, che ha avuto in gennaio con chi vi scrive sul destino del nipote arruolato nel Califfato. Maria Giulia ed il marito erano partiti in settembre per la Siria proprio da Poggioferro, una frazione di Scansano, dopo essere stati ospitati dagli zii albanesi finiti in manette.

Non solo: in provincia di Grosseto era stato accolto anche l'albanese Mariglen Dervishllari, marito di Serjola, la più giovane della famiglia in Siria assieme alla Lady Jihad italiana. Il biglietto aereo di Dervishllari per raggiungere la Turchia e poi la Siria era stato pagato dall'imam Bucar Hysa, in carcere dallo scorso anno. Proprio Dervishllari aveva presentato all'imam il cognato, Aldo Kobuzi, futuro marito di Maria Grazia Sergio. Sul profilo Facebook abbandonato di Aldo spicca ancora il simbolo nero dello Stato islamico.

L'inchiesta di Milano ha individuato fra la Siria e la Turchia anche l'emiro Ahmed Abu Alharith ed intercettato il suo telefono. Il pezzo grosso dello Stato islamico «rivendica il ruolo di “coordinatore dei foreign fighters” e di interlocutore con vari personaggi in numerosi Paesi europei - ha spiegato il procuratore aggiunto Romanelli -. Lui, e altre persone vicine a lui, sono in grado di parlare in diverse lingue straniere e di smistare coloro che vogliono unirsi al Califfato, offrendo a ognuno una collocazione». Tutti volontari che provengono da Paesi arabi o europei compresa la coppia jihadista italo-albanese.

Secondo Giuseppe Esposito, vicepresidente del Copasir, il Comitato parlamentare di controllo sui servizi segreti, «con modalità differenti, nuovi metodi di combattimento e diverse strategie, bisogna ormai prendere atto che è in corso quella che potrebbe definirsi una Terza guerra mondiale».

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di Fausto Biloslavo