Garlasco, ovvero dell’impossibile verità. Quando una vicenda di cronaca finisce per essere una commedia dell’arte, il giornalismo da protagonista diventa spettatore di messe in scena altrui. E la fiducia dei cittadini nella giustizia e nel nostro mestiere finisce sepolta. La morte di Chiara Poggi rischia di restare orfana di tre verità sempre difficilmente conciliabili: quella giornalistica, quella giudiziaria e quella scientifica. L’impronta 33, il Dna sotto le unghie di Chiara, l’ora della morte del delitto dovrebbero essere tre capisaldi intangibili, la cui veridicità dovrebbe sopravvivere a qualsiasi editoriale o servizio tv. Così non è: ci si alambicca a scuoterne la solidità alle radici, e i motivi peraltro ci sono tutti. Perché le indagini sono state fatte male, malissimo, Dio non voglia perché qualcuno lo ha chiesto, o suggerito. E proprio per questo qualsiasi verdetto giudiziario è falsato, imperfetto, gravido di dubbi. Le nuove consulenze che hanno tentato di cavare il sangue dalle rape e di restituire un briciolo di solidità a questi tre punti fermi sono lodevoli, anche perché la non colpevolezza al di là di ogni ragionevole dubbio di Alberto Stasi che ne emerge naturalmente è una ferita aperta per chi difende i diritti costituzionali di chi è finito alla sbarra per una giustizia probabilistica, che seleziona moventi e colpevoli con la cinica ricorrenza del «se non lui, chi altri?», già vista e rivista nelle aule giudiziarie. Saperlo con un piede e mezzo fuori dal carcere lenisce appena la sofferenza di chi ha visto 20 anni bruciarsi dietro le sbarre, la sua innocenza probabile e quindi certa è un’elaborazione del lutto di ritorno per chi, come i familiari di Chiara Poggi, ha riversato su di lui l’odio necessario per non morirci dentro e che oggi non si da pace di aver così malriposto la propria, ormai consumata rabbia.
L’ombra della corruzione su magistrati e inquirenti colora di nero un’acqua già torbida. C’è stata una regia superiore? Vuolsi così colà dove si puote ciò che si vuole, e più non dimandare? C’è una testa del serpente, come la chiamano i legali di Stasi? Oppure, più banalmente, chi ha indagato si è infilato in una strettoia dalla quale era impossibile uscire? La dignità della magistratura si difende dentro e fuori i tribunali coltivando l’arte del dubbio, la stessa nobile strada che il buon giornalismo dovrebbe percorrere. L’istituto della revisione, mai così «di moda» in questi anni per vicende giudiziarie intricate di cui il Giornale si è largamente occupato, nasce per ridare ai giudici lo scettro che gli spetta. Non sono i giornalisti a far riaprire i processi, sono i magistrati che studiano le carte, leggono libri controcorrente che rimettono insieme i pezzi, ascoltano persone che rivelano punti di vista ed elementi sottaciuti, nascosti o peggio ancora messi da parte perché erano pezzi di un puzzle che rimandavano altrove, lontano dalla primogenita suggestione investigativa di cui pm e giornalisti sono ugualmente gelosi.
E qui c’è il cuore del problema. I giornalisti sbagliano a innamorarsi delle tesi di magistrati che a loro volta sbagliano perché indotti in errore da manine o manone o banalmente da forze dell’ordine non all’altezza. Ammettere di aver preso un grande abbaglio a puntare il dito contro Tizio o Caio perché lo dice la Procura, in un Paese normale, è la prassi del buon professionista. Invece di difendere verità traballanti come la propria reputazione, c’è chi gioca il ruolo del pasdaran. Una maglia da gioco buona per tutte le stagioni televisive, in cui purtroppo il canovaccio del «colpevolista» e dell’«innocentista» - termini orrendi che non servono a nulla se non a semplificare da quale lato del campo si gioca - è funzionale al teatrino dei talk show. Diventati partite dall’esito scontat, in cui nessuno, da entrambi i lati dello schermo, è disposto a cambiare idea. E la missione del giornalismo muore. Le tante verità scomode sono state finalmente disvelate da colleghi preparati ma non imbeccati, dentro e fuori i canali mainstream. La sceneggiatura è chiara, disponibile a tutti. Agitare un presunto mostro contro un altro presunto mostro è uno spettacolo triste e abominevole, l’innocenza di Stasi non dipende dalla «colpevolezza senza ragionevoli dubbi» di Andrea Sempio, a cui chiunque abbia davvero a cuore la giustizia non può augurare lo stesso tritacarne mediatico del «biondino dagli occhi di ghiaccio» - mai espressione fu così ingiusta, chi l’ha coniata non se ne vergognerà mai abbastanza - a cui invece va augurata la possibilità di dimostrare le sue ragioni. Più spazio si dà alla difesa, più si rispettano le garanzie e i diritti di chi è sotto accusa, più potente e esemplare sarà il verdetto. Ma non chiamatela più giustizia, non chiamatelo giornalismo. La verità su Garlasco è l’epitaffio non scritto su un Paese che ha ucciso il diritto nel suo tempio.
