Dimenticata in auto, muore a 18 mesi

La madre avrebbe dovuto portarla al nido, ma l'ha lasciata chiusa sei ore sotto il sole

Quanta desolazione. Che tristezza nel raccontare la cruda, spietata, quasi incredibile cronaca, di un tragico déjà vu. E sempre ponendosi la stessa, quasi retorica, domanda: come è stato possibile?

Una bimba, poco più di una neonata, dimenticata in auto. Morta «bruciata» dal caldo, dalla mancanza di ossigeno. Alla fine stroncata da infarto.

Siamo solo agli inizi di giugno, eppure quante volte è già successo proprio in questo periodo. Accadde a Piacenza il 4 giugno 2013; a Vicenza 1° giugno 2015; a Livorno nel luglio dello scorso anno. Fotocopie di una sbadataggine fatale. Ma forse nemmeno colpevole. Stanchezza, ripetizione automatica di tempi e gesti, quasi la «robotizzazione» dell'animo. I sentimenti frantumati dalla fatica del vivere quotidiano. Un black out ed ecco l'imponderabile trasformarsi nell'irrimediabile. I giudici lo definiscono omicidio colposo. gli psichiatri, spesso, «amnesia temporanea». Basta per uccidere, non necessariamente per essere giudicati assassini. Saranno periti e giudici a stabilirlo.

Ieri, in uno dei borghi più incantevoli d'Italia, un paesello medioevale che si chiama Castelfranco di Sopra, provincia di Arezzo, quei posti da cartolina incantata e incantevole, è piombata la disperazione. L'incredulità, le lacrime di fronte alla macchina di una mamma trasformata in bara per la figlioletta di 18 mesi.

Cosa dire? Lei impiegata modello, segretaria comunale di trentanove anni, lungo il tragitto da Terranuova Bracciolini, dove risiede, avrebbe dovuto lasciare la sua bimba all'asilo nido. Invece ha tirato dritto, ha parcheggiato in piazza Vittorio Emanuele, è andata al lavoro e quando è uscita, sei ore dopo, si è accorta di aver scordato nella Lancia Ypsilon la figlioletta. Inutile l'allarme, l'intervento di alcuni passanti prima e dei soccorritori dopo mentre già si organizzava l'intervento con l'elicottero Pegaso per il trasferimento in ospedale. Troppo tardi.

«Abbiamo capito che era successa una tragedia quando si è sentito in piazza un urlo straziante», raccontano alcuni testimoni. Il dramma si era ormai consumato. Adesso, naturalmente, in questi tempo in cui tutto viaggia di fretta, spesso si tralascia ma sempre si ripete, sarà il tempo delle polemiche, dei consigli, dell'«avevamo detto». Da quanti anni si parla - e si promette - di modificare l'articolo 172 del codice della strada obbligando a installare un allarme per non dimenticare i bimbi sui seggiolini delle auto?

Andrea Albanese è il papà che nel giugno di quattro anni fa, in una situazione identica, perse il suo bimbo di 2 anni. L'auto come una fornace, lui al lavoro dentro per otto lunghe ore Luca. È bastato un processo. Nel settembre 2014 la giustizia lo ha assolto: sindrome dissociativa, la spiegazione della difesa, «amnesia temporanea». Insomma un uomo incapace di intendere e di volere, ma soltanto per qualche ora.

Con questa sentenza, quel giorno, fummo in qualche modo assolti tutti noi. Non criminali. Ma il nostro stile di vita, l'accettazione dello stress, dei limiti dell'essere uomini prima ancora che genitori. Nessuno sembra aver deciso di limitare il margine di errore. Basterebbe un cicalino, un segnalatore acustico a ricordarci dei nostri bimbi. A restituire la memoria, a riportarci nel presente. Anche se distopico.

Commenti

MARCO 34

Gio, 08/06/2017 - 13:55

NON esistono giustificazioni di alcun genere. Quando si pensa a persone che fanno i "furbetti del cartellino" per andare al bar in ore di lavoro ( e se ne ricordano sempre!)non vedo come si possa dimenticare un piccolo in macchina per andare al lavoro!!!