Con Obama disoccupazione giù, ma ai danni della classe media

Il suo «Yes, we can» era una mirabile sintesi del sogno americano, un invito alla Springsteen a ricostruire sulle macerie lasciate dalla depressione peggiore dagli anni Trenta. Otto anni dopo la prima nomina, Barack Obama ha fondamentalmente tradito, sul terreno economico, quell'idea di rinascita. L'America di oggi non è più prospera di quella lasciata da Bush junior e non offre maggiori prospettive di benessere ai suoi figli. E, soprattutto, certifica che l'happy end a stelle e strisce non è più garantito.

Obama ha speso quasi un decennio a pencolare tra quell'idea, che a molti pare liberal e che invece puzza dell'assistenzialismo più deteriore, fondata sui buoni pasto gettati dall'elicottero (43 milioni di americani campano oggi di food stamp) e la furba strizzata d'occhio a quel capitalismo avido e rapace che avrebbe invece dovuto contrastare con ogni forza per eliminare il rischio di una Lehman 2.0. Nonostante le regole più stringenti introdotte sui derivati e sui fondi speculativi, una volta passata la buriana le grandi banche d'affari sono tornate ad arricchirsi, la pratica dei bonus d'oro ha ripreso con rinnovato vigore e l'(ab)uso dei buy back (il riacquisto delle azioni proprie) ha oliato gli ingranaggi dei dividendi d'oro e pompato a elio il valore delle azioni.

A conti fatti, Barack ha contribuito ad allargare il solco tra Wall Street e Main Street, cioè la gente comune, fino a trasformarlo in una voragine. I miliardi messi in circolo a partire dalla crisi dei mutui subprime attingendo dalle casse federali (denari, quindi, dei contribuenti) sono essenzialmente serviti, dopo aver usato Lehman Brothers come una sorta di catartico agnello sacrificale e prolungato i sussidi di disoccupazione e tagliato le tasse a mo' di stampella, a mettere in sicurezza le banche troppo grandi per fallire. Hanno, nella sostanza, preservato quella certa idea di America che modella - anzi deforma - i principi del liberismo per farsi gli affari propri. L'esplosione dell'indebitamento pubblico, schizzato di oltre 6mila miliardi di dollari in otto anni fino a sfiorare i 20mila miliardi, ne è in parte una conseguenza.

Obama, non a torto, ha più volte lamentato l'ostruzionismo repubblicano su alcune iniziative di stimolo per l'economia, compresa la riforma sanitaria; ma è anche vero che l'inquilino della Casa Bianca ha sempre avuto al fianco un alleato fedele, potentissimo e con le mani libere come la Federal Reserve. Eppure, malgrado i tassi a zero e ben tre round di quantitative easing, l'economia non è decollata. Durante il suo duplice mandato, Obama non è mai riuscito a esibire una crescita di almeno il 3% e qualcuno sospetta che stia per lasciare in eredità una recessione pronta a deflagrare l'anno prossimo. A dispetto della sbandierata salute del mercato del lavoro. Le statistiche raccontano che la disoccupazione è scesa dal 7,3 del 2009 al 4,9%, ma basta aggiungere ai conteggi i 27,7 milioni di lavoratori part-time involontari per vederla salire al 9,5%. Insomma, c'è polvere sotto al tappeto. Anche perché spesso i neo-assunti sono baristi, camerieri e commessi, ovvero categorie a basso potere d'acquisto. Ad avere la peggio in questi ultimi otto anni è stata la classe media. Un tempo pilastro del Paese, si è vista asfaltare dalla globalizzazione, dalla deflazione salariale e dai tagli al personale decisi dalle corporation. Così, tradita da Obama, la middle class ha girato lo sguardo verso Trump. Per prendersi la rivincita dall'urna.