Farouk, rapito a 7 anni e costretto a rinascere

Un'esperienza da incubo, legato in una grotta, un pezzo d'orecchio tagliato dai sequestratori. Oggi racconta: "La mia vera battaglia è stata ricominciare a vivere"

«Quella sera stavo, come sempre, cenando a casa assieme a mia sorella Nour ed ai miei genitori. Terminata la cena i miei genitori ci dissero che era arrivata l'ora di andare a dormire e così io e Nour salimmo in camera dove mi misi il pigiama. Improvvisamente sentii un rumore molto forte provenire dalla cucina al piano di sotto».

A parlare è Farouk Kassam oggi trentenne ma all'epoca, nel 1992, un piccolo di sette anni che viveva con i genitori- imprenditori nel campo alberghiero- in una villa a Porto Cervo, in Sardegna. È mercoledì 15 gennaio e il padre di Farouk, Fateh Kassam, gestisce l'albergo quattro stelle «Li Luci di Muntagna», a Porto Cervo. Brevissimi istanti trasformarono la sua vita spensierata in un incubo che non lo avrebbe mai più abbandonato. In pochi minuti con passi pesanti degli uomini salirono le scale e presero i due fratellini portandoli in cucina, dove i genitori erano a terra legati. Il piccolo Farouk venne caricato in macchina dai suoi rapitori che poco dopo incrociano sulla strada una pattuglia della polizia che era stata avvisata dal papà Fateh.

Sono le otto di sera e quel rapimento così atroce fu il primo dell'anonima sarda ai danni di un bambino e destò sgomento, rabbia e desiderio di vendetta da parte di tutta Italia.

Drammatiche furono le prime ore che seguirono il sequestro del bimbo: i rapitori chiesero subito dieci miliardi delle vecchie lire per lasciare libero l'ostaggio.

I genitori di Farouk erano più che benestanti ma non miliardari, e come troppo spesso avviene la stampa alimentò una serie di notizie inesatte e pericolose. Si diceva che i Kassam fossero parenti dell'Aga Kahn. Nulla di più falso. Pochi giorni dopo il sequestro, il 19 gennaio durante la recita dell'Angelus, l'allora Papa, Giovanni Paolo II, inviò un appello ai rapitori affinché liberassero il piccolo Farouk mettendo fine «alle sue sofferenze e a quelle dei suoi familiari». Ma la supplica portò alcun risultato e, mentre le ore ed i giorni passavano lacerando le coscienze degli italiani, il piccolo Farouk languiva in una grotta steso a terra e con poche possibilità di muoversi, come unico alimento il grasso del maiale. Lo obbligavano a mangiare a colpi di frusta.

«Durante la prigionia non avevo la nozione del tempo ed era come se fosse sempre giorno», racconta oggi Farouk tornando indietro nell'incubo che «mi ha rovinato fisicamente e mentalmente». Intanto la battaglia di suo padre, continuava contro tutto e tutti. Un uomo coraggioso e caparbio che non ebbe paura di affrontare a viso aperto quelle bestie che gli avevano portato via il figlio. Con la sua 164 rossa Fateh Kassam perlustrava la Sardegna indomito e arrabbiato con la stampa rea di aver pubblicato in prima pagina una lettera del piccolo Farouk alla famiglia.

Furono mesi drammatici che ebbero il loro culmine quel 16 giugno del 1992 quando, tramite il prete sardo Don Luigi Monni, venne recapitato alla famiglia un lembo di orecchio tagliato al bimbo. Un gesto che alimentò ancor più il timore che i banditi non avessero alcuna intenzione di lasciare andare via il bambino senza aver incassato il riscatto.

Fu quello il momento in cui il bandito Graziano Mesina si propose come mediatore con i rapitori; lui considerato il numero uno del banditismo sardo voleva portare a casa il risultato di far rilasciare il piccolo Farouk per poi capitalizzare un credito nei confronti dello Stato.

Dopo 177 giorni di prigionia venerdì 10 luglio del 1992 Farouk Kassam fu liberato e poté finalmente riabbracciare i suoi genitori. Sei mesi di prigionia senza potersi lavare e con i vestiti che non gli si staccavano da dosso; 177 giorni, malnutrito, al freddo, maltrattato sono una enormità. Per chiunque, figurarsi per un bimbo.

Avere la forza morale di superare quei momenti e di ricominciare a vivere è stata la vera battaglia di Farouk: «Ci sono voluti molti anni per ritrovare la serenità e anche quando pensavo di averla trovata mi sbagliavo», racconta oggi. «Ho studiato Economia a Roma e poi International Trade and Commerce alla UCLA di Los Angeles e credo che la mia vita in America mi abbia aiutato moltissimo; lì ero lontano quattordici ore di aereo dalla mia famiglia, che mi ha sempre protetto per anni, e dai miei più cari amici, là non ero il “piccolo Farouk” ma un ragazzo qualsiasi perché il mio nome non diceva nulla a nessuno».

Farouk si sente un po' internazionale conosce bene tre lingue, è di nazionalità belga ma è nato in Canada (Vancouver), ha origini indiane e crede fare delle esperienze in giro per il mondo sia il modo giusto per un giovane per costruirsi il proprio patrimonio di conoscenza.

Nel suo cuore però rimane l'Italia, il Paese che l'ha sempre amato, anche se è il paese dei suoi carnefici. Ora, dopo aver lavorato alla MSC USA e alla Groupon France a Parigi, assiste il padre nell'attività imprenditoriale di famiglia sviluppando soprattutto il continente Africano; quel padre che a molti appariva ruvido e deciso nei giorni del rapimento ma che in realtà si stava battendo per la sua ragione di vita: il piccolo Farouk.

Twitter: @terzigio