"Sono un attore stakanovista ma Non dirlo al mio capo"

Il protagonista dell'amata fiction di Raiuno ci racconta la nuova stagione e i suoi molti impegni tra teatro e tv

Roma

Se per un attore la necessità di apparire in pubblico è proporzionale a quella che ha di sottrarsi alla sua curiosità, allora Lino Guanciale è un attore sempre più popolare. Tanto conosciuto e amato dal pubblico televisivo, quanto defilato e misterioso fuori dal set, il nuovo divo di molte delle fiction Rai di recente successo (Una grande famiglia, La dama velata, La porta rossa, Che Dio ci aiuti) gioca a nascondino con la popolarità. Non la insegue, ma ora che ce l'ha confessa- se la gode. E con la seconda serie di Non dirlo al mio capo (da domani su Raiuno, di nuovo accanto a Vanessa Incontrada e sempre per la produzione Lux Vide) il trentanovenne giovanotto abruzzese sale un gradino in più sulla scala della sua fortuna.

«È vero: la prima serie di Non dirlo al mio capo è stato un gran successo. Perché? È un prodotto sincero, fatto con amore, nel quale abbiamo creduto tutti. Queste cose il pubblico le sente. Poi c'è l'imponderabile: quando i personaggi sono così veri che saltano fuori dallo schermo, e sembra che siano finiti lì, in salotto, accanto a chi li guarda in tv, vuol dire che è scattata una vera magia. La magia della familiarità».

La prima serie si era conclusa con Enrico, il capo cui Lisa (la Incontrada) non doveva far sapere d'essere madre di due ragazzini, che invece scopre tutti gli altarini. E ora che succederà?

«Ora nell'ufficio di Enrico, al posto della palestra cui lui teneva tanto, c'è una scrivania. Quella di Lisa, che è diventata sua socia. Ovviamente è solo l'inizio di nuovi pasticci, per una nuova commedia sentimentale».

E un nuovo, prevedibile successo. Come vive la popolarità?

«Intanto toccando ferro. E poi riconoscendo che è arrivata anche se non l'ho cercata. Io ho iniziato a fare tv solo per attrarre più gente ai miei spettacoli in teatro; questa è la verità. Poi tutto è andato talmente al di là di ogni aspettativa, da stupire per primo me stesso. Ora me la godo, la popolarità. È molto piacevole».

E fonte anche di qualche inconveniente, magari?

«Oh: ad evitarmi quelli provvede il mio carattere. Io sono per natura un solitario, un chiuso. Vivo una vita discreta, molto gravitata, coi piedi per terra. Non ho alcun rapporto col gossip, né lo cerco. Devo infinita gratitudine solo alla sorte che m'ha baciato. E al pubblico. Che ringrazio a mani giunte».

Si dice che lei sia stakanovista: sui copioni a testa bassa, e poi tv, cinema, teatro...

«Sul lavoro sono una macchina, è vero. Poi però mi spengo, e mi metto in standby. Dopodiché mi caricano su un camper o su un aereo, passo da un set all'altro. E si ricomincia da capo. È una vita così: on the road».

E dove la porterà prossimamente la sua strada?

«A Trieste, dove con Gabriella Pession stiamo girando la seconda serie de La porta rossa. Poi a teatro, dove oltre a riprendere Ragazzi di vita da Pasolini e La classe operaia va in Paradiso da Petri, in dicembre sarò al Parenti di Milano con una riscrittura della Signorina Giulia di Strindberg, intitolata After miss Giulia».

Disinibito in scena lei si dichiara, come molti attori, chiuso nella vita reale. E nei rapporti coi colleghi?

«Non si recita da soli. Ho bisogno di trovare la complicità, l'intesa. Con Vanessa Incontrada sono stato fortunato perché, fin da quando ci siamo conosciuti tre anni fa, la sua spontaneità delicata e leggera è diventata la sponda naturale cui appoggiarmi. Quando recito con lei recito meglio».

Lei è anche un bell'uomo: quanto l'ha aiutata?

«Negarlo sarebbe sciocco. M'ha aiutato, certo. Ma devo di più al lavoro che ho fatto e faccio in teatro; il mio primo e più grande amore. Prima l'Accademia. Poi maestri come Ronconi, Branciaroli, Placido. Sono cose che rendono queste- nelle capacità di un attore».

Lei recita fiction generaliste, come Che Dio ci aiuti o Non dirlo al mio capo, ma anche quelle che svecchiano il genere, come La porta rossa...?

«Ogni attore sogna di fare di tutto. La versatilità: questo è il nostro obbiettivo. Così non c'è un successo che mi renda più felice di un altro».