Calci di punizione e pugni di ferro: i 50 anni del sergente Mihajlovic

Compie 50 anni Sinisa Mihajlovic, uno dei giocatori simbolo del calcio italiano. Bandiera di Sampdoria, Lazio e Inter, è passato alla storia per i suoi gol su calcio piazzato. Ma anche per le sue idee politiche e l'amicizia con la Tigre di Arkan

"Sono nato in un Paese dove non si è duri per scelta, ma per sopravvivere". Quel Paese è la Serbia, anzi, la Jugoslavia. Tra i suoi massimi esponenti calcistici Sinisa Mihajlovic, che oggi compie 50 anni. Un traguardo festeggiato sulla panchina del Bologna, ultima tappa di una carriera infinita - prima da giocatore e poi da allenatore - che merita di essere raccontata e sviscerata in tutte le sue fasi, anche quelle meno felici. I 28 gol su punizione in Serie A, certo, segnati con le maglie di Roma, Sampdoria, Lazio e Inter. La tenera amicizia con il suo secondo padre Vujadin Boskov, l'unico capace di farlo sciogliere in un pianto commosso e liberatorio. Ma anche i 20 anni segnati dalla guerra in Jugoslavia, lui che era figlio di genitori serbo-croati. Il rapporto con la Tigre di Arkan. E tanto altro ancora.

"Mi piaceva calciare, non giocare a calcio"

Vukovar è come Waterloo, Austerlitz e Marengo. Una piccola città della Croazia, al confine con la Serbia, passata alla storia per l'omonima battaglia che nel 1991 contrappose le truppe jugoslave e le forze di difesa croate. In palio c'era qualcosa di più delle costruzioni barocche che adornano il centro storico della cittadina: il futuro della Jugoslavia, che (anche) il carisma del maresciallo Josip Broz Tito aveva tenuto unita nell'omonima Repubblica Socialista Federale. Fino al 1991, quando la Croazia dichiara la sua indipendenza scatenando la reazione della JNA, la guardia nazionale jugoslava. Che, a fine anno, assedia e conquista Vukovar.

Lì Mihajlovic era nato nel 1969, figlio di padre serbo e madre croata. "Da piccolo non mi piaceva giocare a pallone, ma solo calciare. Ogni giorno facevo due km a piedi per arrivare a un campo dove c'era una porta grande, ma senza rete. Per quattro-cinque ore tiravo di continuo, senza mai fermarmi". È su quel campetto che Sinisa affina la sua dote migliore: il calcio di punizione. La sua infanzia è felice. Il giovane Mihajlovic è un capellone, strano per un ragazzo a cui insegnano che la disciplina è tutto. Ed è tifoso della Stella Rossa, il club "serbo" per antonomasia. A 16 anni fa un provino con i crveno-beli, ma viene bocciato.

Poco male, ci arriverà nel 1991 giusto in tempo per vincere scudetto, Coppa dei Campioni e Coppa Intercontinentale. Sinisa è un esterno sinistro di centrocampo. Ha un bagaglio tecnico importante: piede, corsa, aggressività e lunghi capelli raccolti attorno a una "faccia da schiaffi". A 22 anni Mihajlovic è già un leader. In Europa segna 5 gol in 10 partite, compreso quello - fortunoso - contro il Bayern Monaco fondamentale per centrare la finale di Bari dove i biancorossi di Belgrado battono ai calci di rigore l'Olympique Marsiglia. Racconta Domenico Arnuzzo, che allora era responsabile del settore giovanile della Sampdoria: "In quella stagione andai più volte a Belgrado per osservarlo. Era un talento incredibile, con qualità tecniche molto importanti, personalità e un carattere fortissimo".

"Arkan? Ha salvato la vita a mio zio"

Prima di arrivare in Italia ("Ho sempre avuto il desiderio di venire da voi, mi è sempre piaciuto come Paese ma anche per il modo di giocare a calcio"), Mihajlovic gioca un altro anno a Belgrado. La Jugoslavia, però, è una polveriera. Solo un anno prima tifosi e calciatori di Stella e Dinamo Zagabria si erano scontrati prima di una partita di Prva Liga e un certo Zvonimir Boban aveva tirato un calcio a un agente di polizia. Ma è nel 1991 che crolla il castello jugoslavo, con la dichiarazione di indipendenza di Slovenia e Croazia. In Slovenia la guerra si accende e si spegne nel giro di 10 giorni, mentre in Croazia inizia a luglio per non finire mai. È questa, almeno, la sensazione degli abitanti di Vukovar, che si arrendono il 18 novembre dopo un'eroica e inutile resistenza. Nel mezzo fame, morte e distruzione a cui non sfugge neppure la casa natale di Sinisa Mihajlovic.

"Mia madre è croata, mio padre serbo. Quando si spostarono da Vukovar a Belgrado, mamma chiamò suo fratello Ivo e gli disse di venire a casa mia. La risposta di mio zio è stata: 'Perché hai portato via tuo marito? Quel porco serbo doveva restare qui così lo scannavamo'. Il clima era questo". Un conflitto etnico con bombe, stupri, violenze di massa e centinaia di persone scomparse nel nulla. C'era la mano della Tigre di Arkan, soprannome di Zeljko Raznatovic, che di Sinisa era amico. Lui non l'ha mai rinnegato. "Gli ho dedicato un necrologio. Era mio amico e capo dei tifosi della Stella Rossa. Con noi giocatori, del club e della nazionale jugoslava, si è sempre comportato bene. Aveva catturato mio zio Ivo, l'ha salvato dopo avermi chiamato al telefono. Ma non condivido i suoi crimini". Precisazione necessaria, quella di Mihajlovic, accusato di voler difendere un assassino.

La Roma, Boskov e l'amicizia col "Pupone"

"Non vedevo l'ora di venire in Italia". Avviene nel 1992, quando Sinisa approda alla Roma dopo essere stato a lungo corteggiato dalla Sampdoria. Ha una grande voglia di riscatto. Il motivo? L'esclusione della sua Jugoslavia dagli Europei vinti a sorpresa dalla Danimarca. In giallorosso trova un allenatore che sarebbe diventato per lui una sorta di secondo padre: Vujadin Boskov. Lo "zio Vuja", amato in Spagna come in Olanda, in Jugoslavia come in Italia, ha un record: è stato l'unico, in tempi recenti, a scatenare un vortice di emozioni nella testa e nel cuore del "sergente di ferro" Mihajlovic: tanto da farlo piangere. "Era molto intelligente. Tu pensavi che lui faceva ciò che gli dicevi, ma eri tu che facevi quello che diceva lui", il commosso ricordo dell'attuale tecnico del Bologna.

Nelle due stagioni in maglia giallorossa, Sinisa segna 7 gol in 69 partite: niente male. "Ci siamo conosciuti per la prima volta nel 1992: io giocavo nella Lazio, lui nella Roma. Ricordo che i media gli avevano dedicato molta attenzione perché era già famoso per le sue punizioni. Siamo diventati subito grandi amici", racconta Dario Marcolin, suo compagno di squadra alla Lazio e vice a Catania e Firenze. Eppure, Mihajlovic non riesce a legare con la piazza giallorossa. Che, solo qualche anno dopo, gli avrebbe riconosciuto il merito di avere svezzato un campioncino in erba: Francesco Totti. "Dovevamo andare a giocare a Brescia. Francesco era solo un ragazzino, ma una volta lo avevo visto giocare a Trigoria con la Primavera: mi aveva impressionato. Vado da Boskov e gli dico: 'mister, portiamolo con noi a Brescia: questo è bravo'. A 15 minuti dalla fine vinciamo 2-0. Mi avvicino alla panchina e dico a Boskov di metterlo dentro. Vujadin urla: 'Ragazzino'. Si alza Muzzi e Boskov: 'No tu, altro ragazzino'. Era il 28 marzo 1993".

"Più rigori sbagliati che punizioni"

Nell'estate 1994 Mihajlovic passa alla Sampdoria. Qui incontra un ex giallorosso come Sven-Goran Eriksson. Il tecnico svedese aveva lasciato nella Capitale un ricordo dolceamaro, con lo scudetto del 1986 sfumato dopo l'incredibile sconfitta casalinga contro il già retrocesso Lecce. Come spesso capita agli stranieri che non convincono al cento per cento nella loro prima esperienza in Serie A, nella tranquilla piazza genovese Sinisa si trasforma in uno dei giocatori più forti del campionato. Merito anche del secondo cambio di ruolo in pochi anni. Lui che nasceva esterno di centrocampo, complice l'infortunio di Carboni aveva arretrato il suo raggio di azione di qualche metro. Poi, in blucerchiato, da terzino sarebbe stato trasformato da Eriksson in centrale di difesa. Chi l'avrebbe mai detto?

"A Genova c'era un'atmosfera familiare. Conoscevo già Mancini oltre al mio compagno in nazionale Jugovic. Il mio spostamento al centro della difesa? Un'idea del mister durante una partita di Coppa Italia. Si era infortunato Franceschetti e Sven mi aveva detto di affiancare Mannini. Io sono disperato e gli chiedo che cosa devo fare. 'Non ti preoccupare, stai in linea con la palla e quando ti arriva fai come quando giochi a centrocampo'. Ringrazio il mister perché la sua intuizione mi ha prolungato la carriera". Come già successo a Roma, con gol all'esordio su punizione dopo appena quattro minuti nel match di Coppa Italia contro il Taranto, Sinisa segna al debutto in maglia blucerchiata. Ancora su calcio piazzato, con il solito mancino che si insacca all'incrocio dei pali. È il 28 agosto 1994 e la finale di Supercoppa Italiana tra Samp e Milan termina 1-1 ai tempi regolamentari. Si va ai rigori. Sinisa se lo fa parare da Rossi e il trofeo si tinge di rossonero. "In carriera ho sbagliato più rigori che punizioni", racconterà divertito - ma con una punta di amarezza - Miha.

ll tiro dagli 11 metri non è la sua specialità. I tifosi doriani lo capiranno quasi a fine stagione, quando Mancini e compagni perderanno ai rigori la semifinale di Coppa delle Coppe contro l'Arsenal anche per colpa dell'errore, il secondo consecutivo, di Mihajlovic. In compenso, però, il pupillo di Boskov ed Eriksson fa innamorare il pubblico di Marassi con i suoi straordinari tiri da fermo. "Tira la bomba, Sinisa tira la bomba" cantano i tifosi in gradinata sud. Lui li accontenta, eccome se li accontenta. A fronte di una sola rete su calcio di punizione in due anni alla Roma, a Genova ne segna 11 sulle 12 marcature messe a segno in quattro anni alla Samp. "Il più bello? Difficile dirlo. Forse quello contro l'Udinese, anzi no, quello segnato al Bari nel 1997 alla prima panchina di Boskov" che aveva sostituito il "flaco" Menotti. Poi, nel 1998, con un anno di ritardo, raggiunge Lombardo e Mancini alla Lazio.

Ferron: "Quella maledetta tripletta..."

Quando Sinisa sbarca a Roma, la Lazio è una delle società più ambiziose del campionato. Dopo la vittoria della Coppa Italia e il quasi successo in Coppa Uefa, con i biancocelesti che si arrendono solo in finale all'Inter di Ronaldo e Zamorano, l'aquila vuole tornare a volare come ai tempi di "Long John" Chinaglia. Come sempre, il primo impatto di Mihajlovic sulla sua nuova squadra è positivo. La Lazio vince la Supercoppa Italiana in casa della Juventus, arriva seconda in campionato dietro al Milan e trionfa nell'ultima edizione della Coppa delle Coppe. In mezzo i 9 gol segnati dall'ormai ex centrocampista serbo, di cui 8 in campionato. Tre di questi nella stessa partita, tutti su punizione. Un primato che ha l'altra faccia della medaglia nel viso e nel ricordo del portiere che ha incassato quella tripletta.

Oggi Fabrizio Ferron è l'allenatore dei portieri delle nazionali italiane giovanili. Ma negli anni Novanta è stato uno dei portieri più importanti della Serie A, difendendo i pali di Atalanta e Sampdoria. "Chi è Sinisa Mihajlovic? Un grande giocatore e un grande specialista, ma soprattutto un grande amico. Tutti ricordano quel 'maledetto' Lazio-Sampdoria, ma nessuno sa che quella è stata l'unica volta in cui Sinisa è riuscito a farmi gol", racconta divertito. Nonostante sia la vittima di questo record, Ferron ne parla molto volentieri. "Prima di andare alla Lazio, è stato mio compagno di squadra alla Samp. Al primo impatto credevo di trovarmi davanti una persona molto dura. E invece Sinisa si è dimostrato, oltre che serio, simpatico e disponibile, non solo con me. Si trattava di un ragazzo di personalità e carisma: quando parlava, lo stavano tutti a sentire. Era un punto di riferimento per tutta la squadra".

Immancabile, ai tempi della Samp, la sfida del venerdì. "Il momento più bello della settimana è quando si provavano le punizioni. Avevo di fronte da una parte Sinisa e dall'altra parte Veron", ride. "Mi hanno allenato molto, è stato un periodo molto divertente. Se abbiamo mai messo in palio qualcosa? No, mai. Tra noi c'era un rapporto sincero, limpido e coinvolgente". Almeno fino al 13 dicembre 1998 (si scherza). Il giorno di Lazio-Sampdoria 5-2, con il tris di Mihajlovic su calcio piazzato. "Quel giorno ricordo che Sinisa non stava bene: e se non stava bene, preferiva lasciare le punizioni ad altri. Ho pensato: 'Che bello, un rompiscatole in meno...'. La prima punizione la calcia Veron: deviazione della barriera e calcio d'angolo. Lo va a battere Sinisa: non sente dolore. È lì che capisce di stare bene. E mi segna un gol dietro l'altro. Lui mi conosceva, sapeva che non mi muovevo fino all'ultimo. Se sono arrabbiato con lui? All'inizio un po' sì, poi ho pensato: meglio lui che qualcun altro! Se ne abbiamo parlato? Certo, tutte le volte che ci vediamo", racconta divertito Ferron che poi conclude: "Solo tre gol presi da Sinisa: se ci pensate è un'ottima media...".

Nella prima stagione alla Lazio, Sinisa segna 8 gol in Serie A. Poi, con il passare degli anni, il numero di reti cala: diventano 6, 4, 0, 1, 1. In compenso, però, arriva una pioggia di trofei ad arricchire il suo palmarès. Indimenticabile lo scudetto 1999/2000, conquistato grazie al suicidio juventino tra le pozzanghere dello stadio "Curi" di Perugia. E poi 1 Supercoppa e 2 Coppe Italia, l'ultima al canto del cigno di Mihajlovic con l'aquila biancoceleste. Stagione 2003/2004, la finale con la Juventus si gioca su 180 minuti. All'andata, caricata dal pubblico dell'Olimpico, la Lazio di Roberto Mancini vince 2-0 grazie alla doppietta di Fiore. Sinisa è in panchina, ma al ritorno gioca titolare ed è protagonista della rimonta dal 2-0 al 2-2 che consente a Liverani e compagni di festeggiare la quarta Coppa Italia della storia della società romana. Mihajlovic capisce che è finita: saluta, ringrazia e va all'Inter.

Da giocatore ad allenatore

L'amicizia tra Roberto Mancini e Sinisa Mihajlovic prosegue a Milano, dove arrivano insieme nel 2004 per riportare a Moratti uno scudetto che manca da 25 anni. Il Mancio è un allenatore emergente, ma con le idee chiare. Ha già cominciato a trasmetterle a Mihajlovic, il quale sfrutta le sue ultime due stagioni da calciatore professionista per studiare le tattiche del suo mister. "Siamo come fratelli. Quando giocavamo insieme, a ogni gol subito dava sempre la colpa a noi difensori e io mi arrabbiavo. Ma poi facevamo pace. Se sono diventato un allenatore, lo devo a Roberto e per questo lo ringrazio", ha raccontato una volta Mihajlovic. Il 2006 è l'anno spartiacque del calcio italiano e della carriera del difensore nato jugoslavo e diventato serbo. Da un lato Calciopoli, con la retrocessione in Serie B della Juventus e l'inaspettata vittoria dei Mondiali in Germania. Dall'altro l'addio al calcio di Sinisa, che con l'inizio della nuova stagione entra nello staff di Mancini come suo allenatore in seconda. "Io mi occupavo della fase difensiva, lui di quella offensiva". Inevitabile ripensando ai loro ruolo in campo e ai frequenti litigi che svanivano in un abbraccio.

Un aneddoto sulle due stagioni in nerazzurro del Mihajlovic vice del Mancio? Lo racconta Dario Marcolin, allora collaboratore tecnico di Mancini e oggi commentatore tecnico di Dazn. "È stato un biennio irripetibile. Ibrahimovic era abituato a scherzare con tutti, ma non con Sinisa. Con lui aveva un certo timore reverenziale... Diciamo che con lui scherzava solo al 70 per cento! E poi quella volta con Dacourt... Era il suo compleanno e per festeggiarlo con la squadra il francese aveva portato a tavola una bottiglia di Krug! Dacourt chiede a Sinisa: 'Mister, ti piace questa bottiglia eh?'. Come a dire, guarda che champagne di qualità ti faccio bere. La risposta di Sinisa, fantastica: 'Io con questa bottiglia ci lavo la macchina!', e tutta la squadra piegata in due dal ridere", scherza Marcolin.

Esaurito il suo mandato in nerazzurro, Mihajlovic si tuffa nella sua prima avventura in solitaria: è il 3 novembre 2008 e a 40 anni ancora da compiere accetta l'incarico di nuovo allenatore del Bologna al posto di Daniele Arrigoni. È l'inizio di una nuova era, in cui Sinisa riesce a ritagliarsi una posizione di tutto rispetto nel campionato italiano. In Emilia va così così e ad aprile rimedia il primo esonero in carriera, poi va a Catania dove porta la squadra alla salvezza con record di punti e una vittoria a Torino con la Juventus che agli etnei mancava dal 1963. Sinisa è un tipo tosto, ambizioso. È giovane, ma mira subito a una panchina prestigiosa. Lo ingaggia la Fiorentina, dove è chiamato a non far rimpiangere Prandelli. A Firenze porta con sè il fido Marcolin che già lo aveva affiancato in Sicilia. Conclude il primo anno al 9° posto per poi essere cacciato nel novembre del secondo anno.

Marcolin: "Ecco chi è davvero Sinisa"

Ma che uomo è davvero Mihajlovic? La palla passa ancora a Marcolin. "Sinisa passa per essere un duro. In realtà ha il cuore d'oro, soprattutto con la moglie, i figli e gli amici. Diciamo che è più duro nella sfera professionale che in quella familiare. Me lo ricordo da calciatore: era sempre severo con se stesso, attentissimo a mangiare il giusto e a riposarsi bene. Ha sempre avuto una personalità forte, oltre a una straordinaria abilità sui calci piazzati. Ai tempi della Lazio cercavamo tutti di imitarlo: io, Veron, Nedved e Conceição. Ma non c'era niente da fare, lui era l'unico a riuscire a imprimere alla palla l'effetto top speed che la fa scendere all'ultimo. Erano momenti di grande divertimento, ci volevamo bene e ogni volta era una lotta contro Marchegiani e Ballotta".

E come allenatore? "È uno che fin dai tempi dell'Inter studia ed è molto innovativo. Lavora molto sulle palle inattive ed elabora situazioni tattiche particolari per sorprendere l'avversario. E poi sa lavorare come pochi sulla testa dei suoi giocatori. È il tecnico ideale per quelle situazioni in cui la squadra difetta di personalità e fatica a trovare soluzioni efficaci in fase offensiva. C'è chi lo taccia di difensivismo ma in realtà ama giocare all'attacco. Ha grande pedigree e carisma. Il suo modulo preferito è il 4-3-3 che può diventare 4-2-3-1, ma in realtà è sempre alla ricerca di qualcosa di nuovo. Differenze con il Mancio? Al c.t. azzurro piacciono molto i centrocampisti di inserimento e gli scambi di posizione tra i giocatori, mentre Sinisa è più sulla tattica e sullo stare in campo".

Le ultime esperienze: Serbia, Milan e Torino

Dopo la complicata esperienza alla Fiorentina, nel 2013 Mihajlovic diventa il nuovo c.t. della Serbia. Nell'anno e mezzo trascorso sulla panchina della nazionale serba non riesce a centrare l'obiettivo della qualificazione ai Mondiali di Brasile 2014. Allo stesso tempo, è protagonista di un'accesa polemica con il fantasista Adem Ljajic. Tra i due c'è una scarsa intesa dovuta a ragioni non solo tecnico-tattiche. Infatti Ljajic è nato a Novi Pazar, capoluogo di una regione balcanica a prevalenza musulmana, il Sangiaccato. Un verso dell'inno della Serbia recita: "Dio salva, Dio nutre / il Re serbo, il popolo serbo". Il 20 maggio 2012 Ljajic, prima dell'amichevole con la Spagna, si rifiuta di cantarlo. Mihajlovic non si fa troppi problemi e lo caccia: "Con me l'inno si canta. Chi non lo fa sta fuori".

D'altronde Mihajlovic non ha mai nascosto di sentirsi fieramente serbo: "Ho vissuto con Tito, sono più comunista di tanti. Se nazionalista vuol dire patriota, se significa amare la mia terra e la mia nazione, beh sì lo sono. Con Tito esistevano valori, famiglia, un’idea di patria e popolo. Quando è morto la gente è andata per mesi sulla sua tomba. Con lui la Jugoslavia era il paese più bello del mondo, insieme all’Italia che io amo e che oggi si sta rovinando", ha raccontato una volta Mihajlovic al Corriere di Bologna. Tornando al calcio, nel 2013 Mihajlovic torna a casa: lo prende la Sampdoria, penultima in classifica e a serio rischio retrocessione. Il primo incontro con la stampa è indimenticabile: "Questo è un club prestigioso, con 67 anni di storia. E se qualcuno dei miei giocatori questa storia non la conosce, gliela ricorderò io. Cosa dirò alla squadra? Non chiedetevi cosa può fare la Sampdoria per voi, ma cosa voi potete fare per la Sampdoria". Conquista una comoda salvezza, mentre l'anno dopo centra un eccellente settimo posto.

Il resto è storia recente. Nel 2015 lascia i blucerchiati per accettare l'offerta del Milan. Il rapporto con la dirigenza e il presidente Berlusconi è complicato, la squadra non è di alto livello e Sinisa non riesce a ottenere grandi risultati. In realtà, è proprio Mihajlovic a intuire le potenzialità di un giovanissimo portiere, il 16enne Gianluigi Donnarumma.

Tutti lo prendono per pazzo, lui fa di testa sua e lo porta in prima squadra facendolo giocare titolare al posto dell'esperto Diego Lopez. Una mossa azzardata che "dimostra la sua capacità di prendere decisioni importanti", spiega l'ex dirigente sampdoriano Arnuzzo. Tesi condivisa anche da Ferron: "Quando ho visto Donnarumma in Serie A ho pensato: finalmente un allenatore che non guarda all'età, ma ai valori tecnici".

Conquista la finale di Coppa Italia, ma la sconfitta interna contro la Juventus gli costa la panchina. Poco male perché il 25 maggio 2016 il Torino lo ufficializza come nuovo allenatore granata. È l'inizio di un rapporto tormentato, chiuso dopo un anno e mezzo dopo il ko nel derby della Mole. Proprio contro la Juventus, qualche tempo prima, aveva perso un'altra partita finendo per litigare con Vialli. "Ma quale fallo, Gianluca: stai dicendo una bestemmia calcistica". Solo l'ultimo (o il primo?) di una lunga serie di litigi con i giornalisti. Chi sono? Dare un'occhiata su YouTube, prego. Molti di loro, si sa, non lo amano. Lui, cordialmente, ricambia. "O stai con me o contro di me". Parola del sergente Mihajlovic.

Commenti

maurizio-macold

Mer, 20/02/2019 - 10:56

Le punizioni di sinistro di Mihalovic e quelle di destro di Zico sono fra le meraviglie del calcio.