Moser: "In Italia i talenti ci sono, ma viziati"

Il campione plurivittorioso: "I nostri corridori? Ricchi e senza fame". Azzurri nelle classiche mai così male dal 1964

Domenica scorsa Francesco Moser ha applaudito l'ennesima impresa di Fabian Cancellara, ma ha anche registrato l'ennesimo tonfo italiano. Ormai è un classico, nelle «classiche»: non si tocca palla. Sanremo, Gand-Wevelgem, Fiandre e Roubaix: mai così male dal 1964. Nessun podio, e miglior risultato «azzurro» il quinto posto di Luca Paolini alla Classicissima. Francesco Moser, l'italiano plurivittorioso di tutti i tempi (273), terzo al mondo, dietro ai soli Eddy Merckx (426) e Rik Van Looy (379), non ci gira tanto attorno al problema: «I nostri corridori sono ricchi e viziati. Hanno poca fame, si credono fenomeni già dalle categorie giovanili e rinunciano alle sfide vere per vincere le corsette di paese. Questo è il problema».

Siamo provinciali, in sostanza. Facciamo i fenomeni tra le mura di casa, ma rinunciamo a fare sul serio nelle corse che fanno la storia del ciclismo. Prendi la Roubaix: una corsa che resta l'unica tra quelle «monumento» non ancora conquistate dall'Italia negli anni 2000. L'ultimo successo è quello di Andrea Tafi nel 1999.
«Bisogna rischiare. Bisogna batterci il muso. Bisogna osare, anche con i ragazzi - ci spiega il campione trentino -. Non voglio essere disfattista, ma vedo ragazzi molto viziati. Non è colpa loro, ma delle famiglie e anche delle loro società di appartenenza. Non si educa allo sport, ma alla vittoria a tutti i costi. Vincono due corsette di paese e si sentono già campioni. Piuttosto che andare a fare esperienze all'estero, preferiscono restare sull'uscio di casa per vincere la coppetta e credersi chissà chi… È un problema più culturale che di materiale umano, perché secondo me il materiale umano c'è».

Argomento più che d'attualità. Alla Roubaix junior (vinta dal danese Mads Pedersen), nessun corridore azzurro si è presentato al via. Ci è andata un po' meglio al Fiandre under 23, vinto però da Rick Zabel, figlio di Erik: Bettiol 10°, Ignazio Moser - figlio di Francesco - ripreso a un chilometro dalla fine.
«Non perché è mio figlio, visto che io non ci metto neanche bocca su quello che fa - spiega papà Francesco -, ma la cosa che mi è piaciuta è che ha deciso di buttarsi nella mischia. Di provarci. Ha perso ma ha fatto una grande corsa. Ha dimostrato di avere i numeri e un domani può fare qualcosa d'importante».
Italia a zero, prima dell'Amstel Gold Race di domenica che si correrà sulle strade d'Olanda, preludio naturale delle Ardenne (Freccia mercoledì e Liegi domenica). Un digiuno nelle classiche-monumento che è ormai datato Lombardia 2008, quello del terzo successo personale firmato Damiano Cunego.

«Domenica scorsa ho ammirato un grandissimo Cancellara, che ha portato a tre le sue vittorie nella classica del pavé esattamente come il sottoscritto (tre Roubaix consecutive, '78, '79, '80, ndr) e sono certo che potrà anche fare meglio. Occorre pazienza e volontà. Sacrificio e voglia di arrivare. Ora ci sono le Ardenne.. . Abbiamo Nibali: lui è al momento l'unico vero atleta di livello mondiale che abbiamo. È davvero una garanzia, ma di giovani interessanti ce ne sono. Bisogna però programmare, educare, insegnare che le vittorie che si ottengono da ragazzi valgono per quello che possono valere, e non significano proprio nulla. Invece noi creiamo falsi miti, falsi campioni, che s'illudono di essere tali, e alla resa dei conti sono solo dei battuti. E nemmeno grandi».