Federica come la Williams, se scopri di non avere più l'età...

A 28 e a 35 anni sono la storia del nuoto e del tennis Ma, dopo le sconfitte, devono decidere se continuare

RIO DE JANEIRO - Sono passati pochi minuti da quando è uscita dall'acqua. Sul volto di Federica Pellegrini non c'è delusione, neppure rabbia, ma qualcosa di più indefinito, come una ruga di fatica, forse sorpresa o smarrimento. La frase che pronuncia lentamente non è per gli altri. È più per chiarirsi con se stessa. "Non è la medaglia, quella è andata. Ma mentre nuotavo ho sentito qualcosa di strano, di nuovo. Non mi sono riconosciuta". Quando sei Federica Pellegrini quello che ti pesa di più è esserlo tutti i santi giorni. Ogni volta che nuoti, che ti alleni, per ogni gara, quando non ti cambia nulla e quando ti giochi tutto. L'oro è l'aspettativa, le altre medaglie una consolazione, il resto una sconfitta. Tutto questo da quando hai 16 anni. Ma devi essere la Pellegrini, cioè una fuoriclasse, sempre e costantemente. Non puoi permetterti mai di essere al di sotto del tuo valore, del tuo nome, del tuo passato in ogni maledetta bracciata. Sembra quasi una condanna. E questo è il sale del campione. Uno dei prezzi da pagare. "Fa così male questo momento che non potrei descriverlo. È il dolore di una che sa cosa ha fatto quest'anno, la determinazione che ci ha messo, il mazzo che si è fatta. I pianti per i dolori e per la fatica, lo svegliarsi la mattina e dopo sette ore di sonno sentirsi come se ti avessero preso a pugni. Ho 28 anni ma ci credevo. Ho combattuto con tutto quello che avevo e purtroppo ho perso. In questo sport si vince di centesimi e si perde di centesimi e oggi qualcuno ci ha presentato un conto troppo salato da accettare. Forse è tempo di cambiare vita".

Si è creato uno spazio troppo evidente nella corsa parallela tra Federica e "la Pellegrini". Quello spazio c'è sempre stato e anche se piccolo attirava paure, incertezze, sospiri, capricci e notti insonni. Adesso è diverso, quello spazio per la prima volta si riempie di consapevolezza, magari con nuove paure: cosa farò adesso? Federica lo ha in pratica detto, ventotto anni non sono nulla, ma per una stella del nuoto sono tantissimi. È che Fede vive, e vivendo s'invecchia. È la stessa cosa che sta accadendo sul campo da tennis a Serena Williams, trentacinquenne, sconfitta al terzo turno qui a Rio dall'ucraina Svitolina. Serena dice che ormai sente gli acciacchi, sente anni e anni a dominare il mondo, sente che il tarlo dell'addio batte sempre più forte. Non riesce più a sostenere il confronto con il demone della vittoria. Non riesce ad arrivare a quel poco che ancora le manca, quelle recriminazioni, quel dover puntare al Grande Slam, quel vedere dove sono i confini della propria leggenda. E quel misurarsi con i propri limiti, trovare la forza per accettarli, anche se hai vinto tutto, è la frusta che scortica la pelle. Fino a quando non dici: ok, questa è la Williams, questo è il mio vestito. Ora è tempo di cercare Serena.

Il guaio, per noi umani, è che i campioni sono un metronomo del tempo, sono un orologio universale, un calendario con le pagine che giorno dopo giorno si cancellano lentamente e poi a un certo punto si consumano troppo in fretta. Te la ricordi Federica ad Atene 2004, con quell'argento al petto che già doveva essere un oro. Questa ragazzina di sedici anni, con la cadenza veneziana, arrivata chissà da dove, con l'arroganza di chi non deve nulla a nessuno, sbattendoti in faccia l'idea che il futuro è una preoccupazione dei vecchi e vecchi sono quelli che hanno superato i trent'anni. Ti ricordi di quando, ancora prima, allo scadere del vecchio secolo, Serena era solo la sorella minore di Venus. Te le ricordi tutte e due cadere e rialzarsi e fare i conti con la perfezione e scontare l'incubo degli errori. Solo adesso puoi farci i conti senza dolore. I fallimenti non sono la morte. E per capirlo devi invecchiare. È la lezione di Michael Jordan: "Avrò segnato undici volte canestri vincenti sulla sirena, e altre diciassette volte a meno di dieci secondi alla fine, ma nella mia carriera ho sbagliato più di 9.000 tiri. Ho perso quasi 300 partite. Per 36 volte i miei compagni si sono affidati a me per il tiro decisivo e l'ho sbagliato. Ho fallito tante e tante volte nella mia vita. Ed è per questo che alla fine ho vinto tutto".