«Il governo ha reagito bene. Chi sbaglia paga, il problema è che abbiamo raccontato ai nostri figli una vita che non esiste».
È schietta Suor Anna Monia Alfieri, legale rappresentante delle scuole paritarie delle suore Marcelline a Milano, quando parla dei saccheggi e delle guerriglie urbane messe in atto dai giovanissimi lo scorso fine settimana.
Suor Anna, dietro le violenze potrebbe esserci una regia?
«Non so se sia interna o esterna, né se sia russa. Ma il fenomeno va approfondito. Davvero pensiamo che basti TikTok per organizzare devastazioni simili? Se i social hanno questa potenza vuole dire che il problema è enorme e bisogna intervenire».
Il decreto sicurezza è la risposta giusta?
«Il governo fa bene, ma va ripristinato un principio elementare: i diritti non esistono senza i doveri. Ma la sicurezza da sola non basta, servono anche scuola e famiglia. Corretto anche il decreto del ministro Valditara. Evidentemente serve un tetto agli stranieri e insegnare l’italiano».
Dove abbiamo sbagliato con questi ragazzi?
«Da almeno quindici anni abbiamo abbassato le aspettative, tollerato l’indisciplina e raccontato che non si può dire di no. Il Covid ha aggravato tutto: chiudere le scuole non significava soltanto interrompere le lezioni, ma isolare i ragazzi. Solitudine, vuoti culturali e permissivismo hanno creato un cocktail terribile, riempito dai social».
Le famiglie devono pagare i danni?
«Devono assumersi le proprie responsabilità. Se un minorenne devasta un negozio, i genitori non possono voltarsi dall’altra parte. Sapere che chi rompe paga, anche attraverso la responsabilità della famiglia, può diventare uno strumento educativo. Ma poi devono intervenire gli adulti: scuola e genitori devono fare squadra».
E a chi ruba le scarpe firmate perché non può comprarle cosa direbbe?
«Direi: benvenuto nel mondo reale. Non tutto ciò che desideri puoi averlo. Sono meridionale: mio padre si alzava alle tre del mattino per garantirci un’istruzione. Il Sud si è riscattato con lo studio e il lavoro, non saccheggiando i negozi. Questo vale anche per i giovani di seconda generazione. Non è una questione di origini, ma di responsabilità».
Come recuperare i ragazzi?
«Li manderei a fare volontariato, accompagnati da adulti, nelle case di riposo, nelle parrocchie, nei centri di recupero. Devono vedere la vita vera. Abbiamo mostrato loro il successo facile, i miliardari in tv, le bottiglie di champagne. Ma quella è la vita di chi? Abbiamo smesso di raccontare i sacrifici, i fallimenti, le frustrazioni: proprio quelli che aiutano a diventare adulti».
La politica, invece, litiga.
«Sembra di vedere due genitori che si accusano davanti ai figli. Basta usare questi episodi per fare propaganda: non serve né giustificare né soltanto punire. Serve un patto di comunità tra istituzioni, scuola, famiglie e media».
