Dall’Italia a Washington per spingere gli americani a investire nel made by italians. Roberta Marcenaro Lyon ha fondato l’agenzia IMARK 20 anni fa, ed ora è impegnata a portare nuova linfa nello sport italiano. Tra i progetti in arrivo anche quello sulla salute mentale dei campioni alle prese con problemi fisici sempre più frequenti.
Il caso Sinner è la vetrina di un problema?
«Chi gioca 10 partite per divertimento torna a casa sereno, chi ne gioca una sotto pressione finisce a terra. A cambiare è lo stress, per questo bisogna lavorare anche sulla testa».
Il calendario sta schiacciando gli atleti.
«Sì, l’attività sportiva di alto livello va a scapito delle persone. E in Usa il burnout parte già tra i bimbi: lo sport giovanile muove miliardi, si punta sulla specializzazione precoce e si rischia di arrivare all’età in cui si dovrebbe sbocciare con un campione già distrutto».
Cosa manca a un atleta di vertice?
«La pausa. Vale per un campione come per un amministratore delegato: senza un momento di riflessione con se stessi, tra pressione psicologica e sponsor, alla fine si rende meno. E si rischia di farsi male».
Infortuni muscolari, malesseri che spuntano all’improvviso, la paura di ricominciare: sono pezzi di uno stesso puzzle.
«Sono d’accordo. Gli esperti di una medicina più olistica dicono che tutto quello che ti succede fisicamente in realtà ha un riflesso sempre emotivo».
Cosa fare?
«Stiamo lavorando a questo progetto sulla longevità degli sportivi con medici importanti, vicini ai campioni. Si deve già agire sui ragazzi, prima che diventino qualcuno. E non lo possono fare gli allenatori, che seguono giustamente la parte tecnica».
Intanto però lo sport è sempre più business.
«Ma qui in America le cose stanno cambiando: il valore di una franchigia o di un torneo non si misura solo sull’audience ma sulla sostenibilità a lungo termine. Gli atleti sono un asset e ora si investe più a scapito della loro salute: spero accada anche in Italia».
