La rivoluzione continua: al contrario. Se lo sport è un diritto del popolo come sosteneva ossessivamente Fidel Castro, bisogna pur avere la possibilità di finanziarsi l’attività. E come fai in un Paese come Cuba se tutti i fili li muove lo Stato? Nello sport, a manovrare tutto resta dal 1961 l’Inder, il ministero dello Sport legato da sempre a uno sponsor tecnico. Ma di consentire marchi, guadagni individuali, neanche a parlarne. Quando nel 1962 vennero fondati gli Industriales, che sarebbero diventati gli Yankees della Perla del Caribe o la Juventus del nostro calcio, il Comandante supremo aveva messo al bando tutte le operazioni commerciali, la pubblicità e il professionismo del mondo “capitalista”. Il dilettantismo fu il mantra del Lider Maximo. Adesso, il campionato di baseball appena scattato a L’Avana, vede proprio la squadra più decorata (12 titoli), odiata o amata dell’isola socialista, con il marchio sulla divisa bianca e azzurra degli Industriales (A Granel) e nello stadio.
È la prima volta in 65 anni del torneo che un’azienda
privata sponsorizza una squadra: paradossalmente si tratta di una compagnia privata di distribuzione di combustibile, ciò che drammaticamente manca al Paese, causando continui blackout. Il capo allenatore della squadra, Carmona, ammette: «Credo si tratti di una buona idea, adottiamo nuove regole, il cambio è in molte cose politiche. Tutto questo ci aiuterà». Un’apertura che consente accordi privati: nessuna cifra è stata rivelata, ma la squadra riceverà materiale tecnico, vestiario, alimenti, denaro per la manutenzione del diamante e appunto benzina per il trasporto dei giocatori. Ci tengono a sottolineare, i dirigenti cubani, che il sostegno riguarda la squadra nella sua interezza, e non i singoli. Lo sponsor vende combustibile importato dagli Usa ad aziende private dell’isola, il suo capitale è straniero e paga le tasse.
Una boccata d’ossigeno per il baseball, che già soffre per la riduzione della stagione (da 75 a 44 partite, con 16 squadre tra Est e Ovest) ma soprattutto patisce da un decennio la diaspora dei suoi campioni verso la Major League,
dove i prospetti diventano subito milionari (almeno in 103 hanno lasciato il Paese). Un campionato costa a Cuba 600.000 dollari, e intanto il regime ha sospeso i campionati giovanili. Luisa Alvarez, 55enne, rappresenta la tifoseria: «È importante questo primo passo, siamo coscienti della grave situazione che sta vivendo il Paese». Prima di questa sponsorizzazione il marchio di abbigliamento Venko nel pentathlon, e quello Tacc di forniture industriali per il basket, avevano dato ossigeno allo sport, ma adesso è lo sport nazionale dei cubani ad introdurre questa novità. Passo ulteriore di un cambio ideologico e pratico. Del resto sembra contraddittorio ma è nei fatti: Cuba ha nel baseball e nel dollaro due fattori tipicamente americani che ne riducono le distanze. Un passo avanti tra visioni totalmente diverse ma che sono costrette a “dialogare”. Un po’ come successe a Usa e Cina grazie al disgelo partito dal ping pong nel 1971, al cricket tra India e Pakistan nel 2017 e alle due Coree dei Giochi 2018.
