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Si tuffa all’indietro da un iceberg di 15 metri: è la prima donna al mondo

A Twillingate la tuffatrice canadese Molly Carlson si è lanciata di schiena dall’enorme blocco di ghiaccio, compiendo un’impresa speciale e pericolosa

Molly Carlson

Certi posti possono sembrare tutto fuorché un trampolino. Come questo monumentale blocco color avorio, una cattedrale di ghiaccio che per nove decimi nasconde il proprio peso sotto l’increspatura dell’acqua e che può spezzarsi, ribaltarsi, inabissarsi senza preavviso, con l’indifferenza di chi ha impiegato millenni a formarsi e non deve rendere conto a nessuno. Eppure c’è chi, come la tuffatrice canadese Molly Carlson, decide di salire sopra un iceberg di quindici metri per tuffarsi di schiena. Diventando la prima donna della storia nella pericolosa e speciale impresa.

Il tuffo nelle gelide acque dell’Atlantico - appena un grado - è avvenuto lo scorso giugno, ma è stato rivelato soltanto ieri. La scenario è quello della costa di Twillingate (Terranova), dove i giganti staccatisi dai ghiacciai artici vengono talvolta a incagliarsi, offrendo ai residenti uno spettacolo e ai marinai un’inquietudine. Su uno di essi, fermo nei fondali, la tuffatrice canadese ha costruito la sua sfida, nell’ambito di un progetto promosso da Red Bull. Un tuffo di schiena, senza la possibilità di vedere l’acqua che arriva, affidandosi soltanto alla memoria del corpo.

Sarebbe facile liquidarla come l’ennesima trovata per i social, di cui Carlson è del resto un’interprete celebre. Ma la biografia dice altro. Nata nel 1998 a Fort Frances, in Ontario, ginnasta da bambina e poi tuffatrice di rango, ha lasciato i trampolini quando i polsi, rotti sei volte, hanno smesso di concederle credito. Dal 2021 si è reinventata nel cliff diving, e l’esordio è stato di quelli che fanno rumore: secondo posto a Saint-Raphaël, alle spalle della sola Rhiannan Iffland. Da allora è stata la rivale più credibile della campionessa australiana, seconda in classifica generale per tre stagioni consecutive, capace di batterla in gare che sembravano un feudo inespugnabile.

Il suo sport vive di una matematica spietata: ventuno metri di altezza, tre secondi di volo, un impatto a settanta chilometri orari. Nell’estate del 2025, a Polignano a Mare, un piede tradì lo slancio sulla piattaforma e Carlson scivolò nel vuoto. Il video fece il giro del mondo. Lei, correggendo l’assetto a mezz’aria con un riflesso da manuale, entrò in acqua con i piedi, risparmiandosi guai peggiori. Poi risalì, ripartì, ricostruì la fiducia un gradino alla volta. Chi conosce la paura la tratta con rispetto: non la nega, la addestra.

Non tutti, a Terranova, hanno applaudito. Molti hanno guardato con incredulità, altri con aperta apprensione. La Guardia costiera canadese era al corrente dell’impresa e ha riconosciuto che l’atleta disponeva di una squadra di sicurezza al completo. Ma Phil Walker, responsabile del soccorso marittimo, ha tenuto a precisare che non spetta all’ente impedire simili iniziative, e che nessuno dovrebbe tentare di imitarla: potrebbe finire male. Un avvertimento inevitabile, perché un iceberg non conosce le coreografie, e il suo equilibrio è una concessione provvisoria. E perché, senza la preparazione necessaria - quella che una tuffatrice esperta come la Carlson possiede da anni - il rischio di finire a farsi molto male è più che concreto.

L’atleta canadese ha trasformato questo gesto antichissimo in racconto, e la vertigine in mestiere. La lezione di fondo sta però dietro gli schermi luminosi dei telefoni: dietro quei tre secondi di volo ci sono anni di ripetizioni, cadute, ripartenze. Il coraggio non è mai un azzardo. Somiglia molto di più alla disciplina.

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