da Londra
La maschera è la stessa. È cambiato quello che temiamo di trovarci dietro.Un fantasma che attraversa la strada, un volto insanguinato, qualcuno che avanza con una smorfia di gomma: Halloween ci invita a sorridere davanti a ciò che dovrebbe spaventarci. Il gioco funziona perché conosciamo il patto. Tu fingi di essere un mostro, io fingo di averne paura.
Quest’anno quel patto incontra un presente più difficile.
Gli scontri e i saccheggi che hanno accompagnato alcune manifestazioni in Francia hanno riportato al centro della cronaca la sicurezza delle piazze. Il diritto di protestare e la violenza sono cose distinte. Quando la seconda occupa lo spazio pubblico, però, lascia conseguenze anche nello sguardo di chi lo attraversa. Un volto nascosto può smettere di essere soltanto un travestimento. Può farci chiedere chi abbiamo davanti, che cosa stia per fare, se la scena alla quale assistiamo appartenga ancora alla festa. È questo il passaggio inquietante: il momento in cui non siamo più sicuri che la paura sia finta. Non significa che ogni maschera nasconda una minaccia. Significa che la violenza, quando irrompe nella vita collettiva, altera anche i gesti innocenti. Da artista, guardo questo cambiamento come un problema dell’immagine. Il costume può essere identico all’anno scorso; è il contesto ad averne modificato il significato. Lo stesso volto che faceva ridere può generare diffidenza. La forma rimane, la fiducia si incrina.
Una società libera dovrebbe proteggere anche questa possibilità apparentemente minore: attraversare una festa senza dover interpretare ogni sconosciuto come un pericolo. La sicurezza serve anche a lasciare spazio alla leggerezza. Abituarsi al sospetto, considerarlo una normale compagnia delle nostre serate, sarebbe già una rinuncia. Per questo non liquiderei Halloween come una sciocchezza importata. Prima di giudicarla, guarderei ciò che permette di fare. Una zucca scavata è un piccolo esercizio di scultura: bisogna togliere materia, aprire gli occhi senza spezzare la superficie, trovare una forma che regga. Poi arriva la luce e quel volume diventa un volto.
Un lenzuolo si trasforma in fantasma grazie a due buchi. Pochi interventi e una cosa domestica cambia identità. Un bambino che inventa il proprio mostro scopre qualcosa del teatro, della costruzione di un’immagine e del piacere di essere diverso per una sera. Anche noi italiani abbiamo imparato ad aggiornare il guardaroba dell’immaginario. A ottobre la vecchia con la scopa deve spaventare; a gennaio la aspettiamo perché porti i dolci. Stesso mezzo di trasporto, diverso contratto di lavoro. La Befana ha una storia propria e un posto distinto nella tradizione. La somiglianza delle figure rende però evidente quanto conti il racconto che le accompagna. Ai bambini chiediamo di orientarsi fra streghe minacciose e vecchine generose, caramelle da reclamare e calze da lasciare in attesa. Il calendario cambia, la scopa fa gli straordinari. Le tradizioni possono incontrarsi senza per questo cancellarsi. Per conservarle occorre però conoscerle e trasmetterne il significato. Se rimane soltanto una figura da acquistare, tutto diventa intercambiabile: zucca, calza, teschio, regalo. Una successione di confezioni. Il limite di Halloween è proprio questa paura pronta all’uso. Il sangue deve sembrare vero, purché venga via; la ferita deve impressionare, purché sotto la pelle sia intatta. Compriamo una rappresentazione della morte con la garanzia di poterla riporre. È un privilegio. La paura vissuta non rispetta lo stesso patto.
Mia madre ci portò dall’Iran in Italia quando eravamo bambini. Ha cresciuto noi tre fratelli facendo anche da padre. La protezione, prima di diventare per me un tema da interpretare, è stata qualcosa che ho visto costruire. Forse per questo mi interessa ciò che accade quando rendiamo inquietante la casa. La decoriamo come se fosse abbandonata, appendiamo presenze alle finestre, invitiamo simbolicamente il pericolo a entrare. Possiamo farlo perché confidiamo di ritrovare, sotto l’allestimento, il luogo che ci protegge. Un’installazione londinese offre un’immagine precisa di questa contraddizione. Alla galleria Annely Juda Fine Art, Nicola Turner avvolge una facciata settecentesca con lana e crine di cavallo. La massa scura occupa il balcone e risale tra le finestre, disturbando la regolarità dell’edificio. A colpirmi, più della somiglianza con una creatura, sono i materiali. La lana scalda; il crine è stato usato nelle imbottiture. Turner recupera anche materia da vecchi materassi e arredi.
Resta un’opera da giudicare. Un tentacolo scuro può diventare decorazione quanto una zucca. La scelta acquista interesse quando ci riporta dall’effetto alla materia e ci fa riconoscere, dentro il mostro, qualcosa che appartiene alla nostra vita. È quello che chiederei anche a questa notte: lasciare qualcosa oltre la fotografia riuscita. Il piacere del travestimento merita di sopravvivere al sospetto.
La memoria merita più di uno scheletro in vetrina.
