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Storia d’Assalto

Il meteorologo che decise il destino dello sbarco in Normandia

Il destino della più grande invasione anfibia della storia dipese dalle previsioni di James Stagg, un meteorologo scozzese che combatté la sua battaglia tra barometri e carte sinottiche per salvare milioni di vite

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La più grande invasione anfibia della storia, il D-Day, rischiò di essere compromessa dal maltempo. Fu un meteorologo, definito dal generale Dwight D. Eisenhower, comandante supremo delle forze alleate in Europa, come uno “scozzese austero ma scaltro”, a fare la differenza con una delle previsioni del tempo più importanti della storia.

L’Operazione Overlord, la più grande invasione anfibia della storia moderna, considerata una delle azioni decisive per le sorti della Seconda guerra mondiale, deve buona parte del suo successo alle previsioni del Capitano di Squadra della Royal Air Force James Stagg, l’uomo scelto dagli Alleati per guidare il team di meteorologi incaricati di studiare le condizioni del cielo e del mare per individuare una finestra di tempo sufficientemente buono e sufficientemente lunga da consentire a migliaia di navi, aerei e soldati di attraversare la Manica e sbarcare sulle coste della Francia occupata per aprire un terzo fronte nella Fortezza Europa. Una condizione imprescindibile per salvare l’intera operazione dal fallimento, che sarebbe costato decine di migliaia di vite alla forza d’invasione, spazzata via dalle onde e dal vento prima ancora di raggiungere le spiagge, costellate di bunker, mine, ostacoli anticarro, ed esporsi al tiro dell’artiglieria e delle mitragliatrici.

Geofisico di professione, James Martin Stagg non era un militare di carriera e non era la “scelta più ovvia” per assumere il comando del Meteorological Office e dirigere il servizio meteorologico dello Supreme Headquarters Allied Expeditionary Force, meglio conosciuto come SHAEF, il quartier generale alleato responsabile dell’invasione dell’Europa nord-occidentale, visto che la sua principale esperienza nel campo delle previsioni meteorologiche risaliva invero a un periodo di soli due anni trascorsi in Iraq negli anni Trenta. Ciò nonostante, quest’uomo meticoloso pose sulle sue spalle la grande responsabilità di consegnare le sue previsioni al generale Eisenhower, costretto a combattere non solo con il tempo, ma con il rischio che la segretezza di un’operazione pianificata fino all’ultimo dettaglio, e astutamente coperta da brillanti tattiche d’inganno e spionaggio, venisse compromessa a causa di una rischiosa posticipazione. Prima o poi, i tedeschi avrebbero scoperto l’immensa flotta di navi che non si trovavano nel settore dal quale avrebbero potuto puntare al Pas de Calais - dove i generali tedeschi si attendevano uno sbarco in forze - ma nel raggio d’azione delle coste del Calvados e della Penisola del Cotentin. Dove gli Alleati sarebbero invece sbarcati.

Nel 1944, tuttavia, prevedere il tempo sull’Atlantico settentrionale rappresentava una sfida scientifica considerevole anche per il meteorologo più esperto. Al tempo non esistevano satelliti meteorologici, né sofisticati modelli numerici capaci di elaborare in pochi istanti enormi quantità di dati. Le osservazioni dovevano essere raccolte attraverso stazioni terrestri che lanciavano nel cielo palloni sonda, navi e aerei da ricognizione che raccoglievano un’immensa quantità di dati da far interpretare agli esperti attraverso carte meteorologiche e metodi previsionali che lasciavano ampi margini d’incertezza.

Un’incertezza che il comando supremo alleato non poteva permettersi alla vigilia della più grande e complessa operazione della guerra. Venti troppo forti o mari troppo agitati avrebbero ostacolato le operazioni anfibie, mentre un cielo coperto da nuvole o una bassa visibilità avrebbero compromesso il lancio delle truppe aviotrasportate e ogni tipo di supporto aereo da parte dell’aviazione. Come se non bastasse, erano di vitale importanza le maree e l’illuminazione lunare, che dovevano rispondere a precisi requisiti per rendere possibile agli aerei che trasportavano i paracadutisti di trovare le loro zone di lancio, e ai mezzi da sbarco di approdare sulle spiagge nelle condizioni più adatte.

Solo una delicata combinazione di condizioni naturali poteva consentire agli Alleati di lanciare l’assalto senza esporre la forza d’invasione a rischi inaccettabili. E tale combinazione doveva essere prevista con diversi giorni d’anticipo.

Per cercare le “certezze” necessarie a una previsione attendibile, il comando alleato aveva creato un servizio meteorologico congiunto anglo-americano che faceva affidamento su otto navi meteorologiche dislocate in posizioni strategiche nell’Atlantico, aerei da ricognizione e un elevato numero di stazioni di osservazione terrestri che raccoglievano le informazioni sulle perturbazioni in avvicinamento, trasmettendo tutti i dati disponibili agli analisti che utilizzavano metodi differenti e giungevano fin troppo spesso a conclusioni contrastanti. Come comandante del servizio meteorologico, spettava a Stagg il compito di confrontare quelle interpretazioni e formulare una previsione complessiva da presentare ad Eisenhower che, insieme al resto dello SHAEF, avrebbe preso la decisione finale.

La data fissata per il D-Day era inizialmente il 5 giugno, un lunedì, ma proprio nei giorni precedenti al giorno X, le condizioni meteo sull’Atlantico peggiorarono sensibilmente. Una successione di perturbazioni minacciava di investire la Manica, rendendo estremamente rischioso l’attraversamento per la flotta d’invasione.

Le previsioni di Stagg erano estremamente negative e rischiavano di rimandare l’operazione a una finestra di “bel tempo” con condizioni ideali di luce lunare e maree che si sarebbe riproposta intorno al 18 giugno. Ma poi qualcosa cambiò. Il meteorologo scozzese individuò la possibilità di un breve miglioramento delle condizioni atmosferiche per il giorno successivo alla data prefissata, lasciando spazio a un compromesso sul rischio. Il generale Eisenhower ricorderà nelle sue memorie come le conseguenze di un ulteriore rinvio giustificassero un rischio tutto sommato elevato: “Presi quindi rapidamente la decisione di procedere con l’attacco il 6 giugno. Erano le 4:15 del mattino del 5 giugno. Nessuno dei presenti sollevò obiezioni; i volti si distesero visibilmente e, senza aggiungere altro, ognuno tornò al proprio posto di comando per trasmettere i messaggi che avrebbero messo in moto l’intera imponente forza militare”.

Quella di Stagg era una previsione rischiosa. Se il miglioramento non si fosse verificato, migliaia di uomini si sarebbero trovati in mare o nei cieli della Normandia nel mezzo di condizioni meteorologiche potenzialmente disastrose. Se invece gli Alleati avessero rinunciato a sfruttare quella finestra, l’intera invasione avrebbe dovuto essere riprogrammata per una data tanto distante da rivelare ai tedeschi le reali intenzioni degli Alleati, che avrebbero spostato quante più forze potevano a ridosso delle coste per rispondere efficacemente a ogni tentativo di sbarco. Secondo una delle ricostruzioni dell’ultima riunione dello SHAEF prima di designare una volta per tutte la data del D-Day, il generale americano pronunciò la famosa frase: “Bene ragazzi, eccoci qui; non vedo proprio cos’altro potremmo fare”. Poi l’ordine venne impartito e i primi sottomarini, incaricati dell’arduo compito di fare da radiofari per la flotta d’invasione, fecero rotta per le posizioni designate.

Stagg avrebbe ricordato la promessa fattagli da Eisenhower quella notte: “Bene, Stagg, ti prometto che, se questa tua previsione si rivelerà corretta, regalerò a ognuno di voi una bottiglia di whisky”. Una battuta semplice, pronunciata in un momento di enorme tensione, quando il destino di un’operazione preparata per mesi dipendeva anche dall’evoluzione delle correnti calde e fredde che si scontrano sull’Atlantico.

Il resto della storia lo conosciamo. All’alba del 6 giugno 1944, la flotta alleata aveva attraversato la Manica, riversando 150.000 uomini in Normandia dal mare e dal cielo, combattendo sulle cinque spiagge designate con i nomi in codice Utah, Omaha, Gold, Juno e Sword, e conquistando i suoi obiettivi nell’entroterra. Al tramonto le teste di ponte erano state consolidate, e l’invasione poteva considerarsi riuscita, almeno fino a quel punto. La battaglia per la Normandia era appena cominciata.

Negli scorsi giorni ho avuto la fortuna di assistere all’anteprima del film Pressure, un buon film di guerra che, forte di un ottimo cast, illustra, in un tempo ridotto ma tutto sommato credibile, questo capitolo meno noto dell’Operazione Overlord, ricordando come il ruolo e la decisione del Capitano di Squadra Stagg ebbero un’importanza determinante per una ragione non marginale: le pessime condizioni meteorologiche di quei giorni avevano contribuito ad alimentare, tra i comandi tedeschi, la convinzione che un’invasione fosse improbabile nell’immediato. I meteorologi della Luftwaffe e della Wehrmacht avevano ipotizzato che il maltempo sulla Manica avrebbe impedito agli Alleati di sbarcare almeno fino al 10 giugno.

Terminata la guerra, James Stagg tornò al Met Office. Nel 1971 pubblicò Forecast for Overlord, il libro nel quale ricostruì la vicenda e le difficili decisioni che avevano preceduto il D‑Day. Lasciò questo mondo il 23 giugno 1975. Quando John F. Kennedy prese il posto di Eisenhower alla Casa Bianca nel 1961, gli domandò quale fosse stato il vantaggio decisivo degli Alleati durante il D-Day. Eisenhower si limitò a rispondere: “Avevamo meteorologi migliori dei tedeschi”.

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