Il futuro, a Frieze London, ha spesso la consistenza di qualcosa di antico. Lana, legno, carbone, oggetti recuperati, corpi che sembrano custodire un rito. Nel 2026, mentre l’intelligenza artificiale modifica la produzione delle immagini, ci si potrebbe aspettare una fiera proiettata verso la tecnologia. Attraversando il padiglione, a imporsi è invece una domanda fisica: che cosa resta da toccare, riconoscere, tramandare?
La fiera è impossibile da ridurre a una tendenza. Eppure il richiamo alle origini attraversa molte delle opere che trattengono lo sguardo. Il terreno è culturale oltre che materiale: appartenenze, memorie, saperi sopravvissuti alla storia. Il rischio sarebbe liquidare questa presenza come gusto tribale. Una parola troppo sbrigativa per lavori che chiedono di distinguere popoli, esperienze e intenzioni.
Per un artista come me, che lavora con fotografia e scultura, Frieze comincia anche dal pubblico. La scelta di visitarla durante l’apertura generale nasce dal desiderio di osservare l’incontro fra un’opera e chi non arriva necessariamente per comprarla. Il gallerista conosce il lavoro e deve venderlo; il visitatore porta un’attenzione meno prevedibile. Prima che il pubblico diventi nicchia e la nicchia collezionismo, esiste quel rapporto ancora aperto.
Da Lisson Gallery, Dalton Paula trattiene lo sguardo con due dipinti su una parete rosso terra. Due sedie, due capre: figure e oggetti separati da intervalli che diventano parte della composizione. Il fondo azzurro e il piano color ocra danno alle presenze una collocazione netta, quasi teatrale. La scala invita ad avvicinarsi. Per lo sguardo dell’artista, il legame con le origini passa anche da questa attenzione a ciò che appare familiare e resta da decifrare. Affiora il ricordo delle letture di antropologia: un oggetto quotidiano può custodire relazioni e appartenenze che la prima occhiata lascia sfuggire.
Il legno diventa possibilità costruttiva nelle sculture di Unathi Mkonto, da Goodman Gallery. Elementi sovrapposti e prolungamenti simili a rami fanno dialogare crescita e costruzione. La forma conserva la memoria dell’albero e suggerisce un’architettura. La materia suggerisce un futuro capace di imparare dal terreno su cui dovrà essere costruito.
Da Southern Guild, Mountain Wind di Amine El Gotaibi accosta acciaio corten e lana. La frangia chiara scende e si addensa davanti alla superficie scura: viene voglia di seguirne il peso, immaginarne il movimento. Lo sguardo di uno scultore riconosce la tensione fra ciò che sostiene e ciò che cede. Nella stessa galleria, Roméo Mivekannin riprende An Experiment on a Bird in the Air Pump di Joseph Wright of Derby. L’acrilico sul velluto scuro fa emergere le figure come apparizioni. La rilettura del dipinto settecentesco sposta la domanda sulla conoscenza anche verso il potere di rappresentarla.
Con Cannupa Hanska Luger, da Garth Greenan Gallery, il riferimento ancestrale acquista un’altra precisione. Midéegaadi: Thunder Bison, del 2022, combina una coperta, feltro industriale, attrezzature sportive recuperate, metallo, campanelli e ceramica. Il corpo evocato dal bisonte prende forma attraverso materiali già attraversati dall’uso. Nella ricerca dell’artista, i saperi indigeni entrano in una riflessione sul futuro e sulla sopravvivenza. Gli scarti contemporanei partecipano a una continuità culturale.
Nel portfolio inviato da blank projects, Daniel Arnan Quarshie lavora su ciò che rimane. Il suo disegno a carboncino si estende alla scultura e all’installazione, alimentato da archivi fotografici, memoria familiare e oggetti abbandonati. L’assenza può assumere presenza materiale. Qui il richiamo alle radici incontra anche la perdita: ciò che una società elimina continua a raccontarne i rapporti, il lavoro, l’eccesso.
Da Timothy Taylor, Sean Landers affida a un orso fiori rossi, accanto a libri e a una pagina scritta. L’animale sembra entrato nella cultura portandovi una tenerezza irrequieta. La pittura conserva l’ambiguità.
Da Dastan, il rapporto con le origini prende
forme diverse. La scultura sospesa di Pooya Aryanpour fa lavorare insieme curve, vuoto e riflessi. Nei rilievi di Mamali Shafahi e Domenico Gutknecht, invece, volti, animali e vegetazione si intrecciano dentro un rosso acceso. La resina floccata dà alla superficie un’apparenza vellutata. L’immaginario della metamorfosi passa attraverso una lavorazione artificiale, contemporanea. Le radici possono tornare anche deformate, colorate, rese estranee.
Altre opere incrinano la possibilità di una lettura rassicurante. Yuli Serfaty, da Xxijra Hii, presenta Who’s a good girl?: sculture canine e video mettono in tensione familiarità e disagio. Il corpo animale perde l’innocenza della compagnia domestica. Alex Da Corte, da Sadie Coles HQ, ingrandisce invece l’universo quotidiano con Princess Daffodil e i suoi Matchboxes. Il fiammifero, moltiplicato e sottratto alla propria scala, diventa presenza scultorea; la cultura pop possiede ormai un proprio deposito di ricordi e simboli.
Il percorso comprende anche la tecnologia. Feral Metaverse (Spider) di Theo Triantafyllidis, documentato nei materiali inviati dallo studio Slimetech, unisce un ragno gigante su cui arrampicarsi e un videogioco collettivo. Per avanzare servono collaborazione e coordinamento. Il digitale riconduce al corpo, alla difficoltà di stare insieme. Anche attraverso strumenti nuovi, l’opera cerca una relazione elementare.
Resta un’ipotesi: più la vita si smaterializza, più cresce il desiderio di presenze capaci di darle peso. Forse anche dentro casa si cerca qualcosa che ricordi una provenienza, un gesto, una durata. Lo sguardo di un artista non concede indulgenza ai colleghi: conosce però il costo delle scelte, i fallimenti, l’attesa del giudizio. E davanti a questa Frieze riconosce una possibilità: il futuro dell’arte potrebbe dipendere anche da ciò che saprà ricordare.
