C’è un giovane che in piazza urla in faccia a un poliziotto. Lo insulta, lo provoca, cerca la lite. Si avvicina fino a pochi centimetri dalla visiera del casco, gesticola, alza la voce. Vuole una reazione. Una parola, un movimento, un gesto di insofferenza. Il poliziotto resta fermo. Non risponde. Non abbassa lo sguardo, non perde la calma. E in quel silenzio, in quella straordinaria capacità di controllare sé stesso, c’è una lezione che meriterebbe di essere insegnata nelle scuole.
I video registrati con i telefoni nelle piazze ci mostrano anche questo. Non soltanto la rabbia di chi protesta, ma la professionalità di chi è chiamato a garantire l’ordine pubblico. Uomini e donne in divisa che reggono insulti e ingiurie senza raccogliere la provocazione. Che conoscono il proprio mestiere, che sono stati a distinguere il pericolo dalla provocazione, a non trasformare un’offesa personale in una questione di forza. Bisognerebbe fermarsi a guardarli, quei filmati. Osservare i volti dei provocatori e l’immobilità degli agenti. Domandarsi quanta disciplina occorra per non reagire quando qualcuno ti offend e cerca deliberatamente di umiliarti. Perché dentro quelle divise ci sono persone che hanno sentimenti, dignità, orgoglio. E che tuttavia sanno mettere tutto questo al servizio di qualcosa di più grande: il dovere di rappresentare lo Stato.
Manifestare è un diritto. Contestare è una libertà che appartiene a tutti. Cercare la rissa con chi garantisce quella stessa libertà è un’altra cosa. E non rende più coraggiosi. C’è una forma di educazione civile che non ha bisogno di discorsi. Quei poliziotti lo mostrano con il loro comportamento. In quelle piazze qualcuno grida per farsi ascoltare. Qualcun altro tace perché conosce il valore della propria responsabilità. E alla fine, davanti a quelle immagini, viene spontaneo chiedersi chi stia davvero dando una lezione di democrazia a chi.
