Proteste ideologizzate in Francia, disordini più scriteriati in Italia. Ma dietro alle guerriglie urbane c’è un denominatore comune. È un libro, una sorta di Bibbia del maranza. Il titolo originale è Boef et barbares (Bifolchi e barbari) ma nella traduzione italiana è Maranza di tutto il mondo unitevi. Sia ben chiaro: non che i 13enni della piazza milanese si siano presi la briga di leggerlo, ma nelle loro chat, accanto a dilemmi e sondaggi accorati («Sfasciamo prima Footlocker o Sephora?»), ne compare la copertina, probabilmente imboccata da qualche collettivo che si infila nella «filiera» dell’odio. Perché è da un paio di anni che i centri sociali corteggiano i maranza milanesi e soffiano sul loro disagio. Precisamente da quando il manifesto della rivolta, edito da Deriveapprodi, è stato presentato al centro sociale Foa Boccaccio di Monza (quello di Ilaria Salis). Così gli anarchici erano riusciti a portare in corteo gli immigrati di seconda generazione dopo la morte di Ramy al Corvetto e avevano armato di spranghe e fumogeni ragazzini di 11 anni. E così hanno incoraggiato la sommossa anche stavolta.
Il disegno è piuttosto chiaro. Realizzare il progetto dell’autrice del libro, l’attivista anti razziale franco algerina Houria Bouteldja, che ha lanciato un appello alla mobilitazione a tutte le banlieue francesi. Importare il concetto di banlieue parigine in Italia è una mossa azzardata, che per ora è ben lungi dall’essere reale, ma che sicuramente è pericolosa, proprio perché fa leva su quel senso di appartenenza che gli immigrati di seconda generazione non trovano altrove.
«Per sconfiggere l’estrema destra, il libro sostiene la necessità di unire i «barbari» delle metropoli postcoloniali e i «bifolchi» del lavoro povero in Europa si legge nella quarta di copertina della nuova bibbia anti-sistema - Dalle banlieue alle periferie europee, il libro è un appello all’antirazzismo come lotta di liberazione dall’eredità della violenza coloniale e da un presente fatto di miseria per molti». Bouteldja lancia la «scommessa del noi» per costruire un’alleanza politica e sociale tra le classi popolari bianche e le cosiddette seconde generazioni. E dedica anche un capitolo al rap e alla cultura di strada: «non solo intrattenimento, ma vera e propria lingua del barbaro (o del maranza), usata come strumento di identità».
Il problema? Quando c’è un libro che ne fa teoria, il modello di rivolta è ancor più replicabile.
