Ammiro la coerenza. È merce rara, specialmente in televisione, dove si cambia idea come si cambia camicia. Rosanna Lambertucci, invece, da mezzo secolo dice la stessa cosa: il corpo va trattato bene, perché è l’unico che abbiamo. Lo diceva a «Più sani più belli», lo scriveva nel 1989 in «La salute vien mangiando», lo ripete oggi in «Tieni accesa la scintilla. La nuova dieta che mantiene giovani la mente e il corpo » (Mondadori, pagine 256, 19,50) con la fede di allora. Una vocazione.
Il motto lo conosciamo tutti: mens sana in corpore sano. Giovenale, per la verità, non prescriveva ginnastica: pregava gli dèi di concedere l’una e l’altro. Io una volta lo tradussi a modo mio, in una polemica di tanti anni fa, prima che il politicamente corretto proibisse le battute: mens sana in corpore nano. La rinnego volentieri. Colui al quale la dedicai non c’è più, e nel frattempo ci eravamo pacificati. Pace all’anima e al corpo suo.
Confesso di appartenere a un’altra scuola, quella di Winston Churchill e di Mario Soldati. Camparono a lungo entrambi, e non per merito dei pesi e delle corsette. Churchill fumava avana, e il sigaro che porta il suo nome è ancora oggi una misura classica. Soldati fumava toscani, tanto che gli hanno intitolato un mezzo toscano. Nessuno dei due disdegnava l’alcol. Di Churchill la leggenda dice che il segreto della longevità fosse un cognac armeno al mattino, regalo di Stalin, un avana e soprattutto niente sport. Soldati la pensava allo stesso modo: evitava qualunque movimento potesse turbare il suo equilibrio di narratore. Eppure pochi hanno scritto di calcio meglio di lui, senza mai correre dietro a un pallone. Io, che fumo da una vita, in questa scuola mi sono sempre trovato bene.
Detto questo, la Lambertucci mi ha convinto. Non manda fulmini su nessuno. Non minaccia, non terrorizza, non fa la predica. La sua ricetta è il buon senso antico: mangiare semplice e di stagione, muoversi, fare le scale invece di prendere l’ascensore (lei lo fa da bambina, settimo piano di un palazzone a San Giovanni), bere acqua, vedere gli amici, ascoltare i vecchi quando raccontano per la decima volta la stessa storia. Oggi si dice «olistico», parola che significa soltanto questo: tenere insieme il tutto invece di frantumarlo. Viene dal greco holos, intero, e a coniarla fu nel 1926 un generale sudafricano, Jan Smuts, che non era un dietologo e aveva altro per la testa.
L’idea che regge il libro è semplice: corpo e mente sono vasi comunicanti, e il cervello è un bosco. L’immagine è del neurochirurgo Giulio Maira. Qualche albero con gli anni si secca, è naturale; ma se continui a innaffiare il suolo, gli altri mettono rami nuovi. Innaffiare vuol dire camminare, leggere, imparare una poesia a memoria, fare i conti senza calcolatrice, uscire di casa. Lei non si inventa la scienza, la ascolta: ha portato in televisione l’autopalpazione del seno con Umberto Veronesi quando certe parole, in televisione, non si dicevano. E il tè verde, che beve ogni mattina, glielo consigliò da ragazzina una vecchia francese dalle parti del Colosseo. La scienza è arrivata dopo, a darle ragione. Anch’io l’ho adottato, 20 anni fa: mi giovava e mi giova. Tant’è che campo, e scrivo, che per me è tutto.
Mi convince perché è l’opposto delle mode. Il mezzo digiuno, la contabilità delle calorie, quelli che per una settimana mangiano solo banane e la settimana dopo solo patate: fanatismi da cui lei si tiene lontana. Nei suoi menu ci sono gli spaghetti con le vongole, la carbonara (di asparagi, ma carbonara), il vitello alla cacciatora. Non è una penitenza, è una tavola. E ha il coraggio di una parola che nessuno osa più pronunciare: vecchiaia. La scrive e la rivendica: consideriamoci fortunati ad avere il privilegio di viverla. A settantacinque anni si è rimessa gli sci ai piedi, a Cortina, e una signora di dieci anni più giovane le ha detto: lei non è giovanile, è giovane. Ha fatto «Ballando con le stelle» quando altri, a quell’età, hanno smesso perfino di camminare.
Qui mi arrendo. La salute è una cosa enorme e ce ne accorgiamo soltanto quando manca. Se ne va a farsi benedire, sperabilmente a Lourdes, proprio quando tutto sembra andare per il meglio. A me è capitato: qualche accidente, non per merito né per demerito mio, e a Dio piacendo resisto. Resisto perché non mi sono affidato a pratiche magiche, ma a buoni medici e ai loro consigli. Non esiste il consiglio in generale. Esiste ogni persona, con i suoi gusti, le sue predilezioni, le sue idiosincrasie. Si tratta di applicare il buon senso senza avidità: moderazione e modestia, almeno nel cibo. La Lambertucci lo chiama ascoltare il corpo. Io lo chiamo non fare il cretino.
Qualche volta, però, resto convinto che una sana bevuta aiuti. Non a dimenticare: a vedere in fondo le cose, e non soltanto in fondo al bicchiere. Su questo la Lambertucci e io non andremo mai d’accordo. Ma lei è troppo educata per fulminarmi, e io troppo vecchio per cambiare.
