Il mistero è tutto in una data: chi e cosa c’è dietro il 17 ottobre? “Italia in piazza” non è soltanto uno slogan. È un vuoto, una scatola messa lì in attesa di essere riempita, con la sagacia senza nome di scommettere sulla rabbia, sulla frustrazione, su il tiro di sponda di quello che sta avvenendo a Madrid, a Tirana, ma soprattutto a Parigi, la voglia di essere protagonisti di ragazzini che temono di non essere nessuno e magari anche un po’ di vecchia e solita ideologia. L’importante è incendiare ogni cosa, lasciando al caos e al destino il tiro di dadi. L’innesco è esattamente quello che in questa storia non torna.
L’account Instagram di “Italia in piazza” compare il 4 ottobre: niente sede, niente volti, niente passato. Tredici giorni dopo porta cinquemila persone verso piazza Duomo e lascia Milano con le vetrine sfondate: 271 in questura in due giorni, 220 minorenni, 32 arresti. Poi cambia pelle. Adesso si chiama Movimento 17 ottobre e promette «mobilitazione permanente ogni sabato, fino alla caduta di questo governo ladro». È un’operazione di marketing: il marchio si stacca dal contenitore e si attacca all’evento. Il giorno della devastazione diventa anniversario prima ancora di essere archiviato.
Il calendario dice qualcosa. Il 16 ottobre le piazze sono quelle di sempre: lo sciopero studentesco del «No Meloni Day», Osa, Cambiare Rotta, la Rete degli studenti, le sagome della premier a testa in giù, sassi a Torino, petardi a Roma. Il giorno dopo va in scena un’altra cosa. Il filo tra le due piazze è sottile, quasi solo cronologico, ma basta a far sembrare il 17 la coda naturale del 16. Non lo è. Il 17 non nasce nei collettivi, nasce nelle chat di Telegram e negli appuntamenti su TikTok, e il manifesto consiglia di portare il tricolore.
Il preavviso in questura lo firma un ragazzo di diciassette anni, accompagnato dalla madre. Il promotore ufficiale non può neppure votare. Oggi è spuntato anche un volto. Un signor «Louis», 21 anni, studente di Beni culturali, referente milanese insieme a un certo Andrea. Dice che il movimento è nato il 10 o l’11 ottobre, ma l’account esiste dal 4. Si dissocia dai «maranza», però ammette di poter «capire che si incendino i cestini». Parla di «cose strane» nella gestione del percorso e indica le prossime date: 29 e 30 ottobre. Il Movimento 17 ottobre dice invece ogni sabato. Le due anime già non si parlano.
Poi c’è il manifesto. Lavoro, stipendi, sanità, scuola, casa, sicurezza. «Liberazione da tutte le forme di limitazione del potere popolare». È la grammatica dei forconi e dei gilet gialli, con l’eco del primo grillismo e una spruzzata di rabbia di sinistra. Ma la lingua non è quella della sinistra: niente analisi, niente lessico da assemblea, niente capitale e imperialismo. Frasi corte, slogan da storia di Instagram: «I violenti siete voi che ci avete negato il futuro». È un linguaggio postideologico, che si condivide senza aver letto nulla.
Intorno, una rete leggera. Erick Jara e i Nuovi Italiani, il profilo Capoditaglia, i contatti con il Fronte rivoluzionario italiano. Il Partito dei Carc, che il 16 titola «Il 17 ottobre l’Italia è in piazza». E WordNews, piccola testata antimafia online, che il 16 pubblica l’unica anteprima con le voci di «coordinatori nazionali» senza nome e il 17 un’intervista al dirigente dei Carc firmata da Marco Giuseppe Toma. Nella sua scheda d’autore Toma si definisce «rappresentante» e «ideatore» del «Movimento 17 Ottobre». Il punto è quando l’abbia scritto. Se prima degli scontri, il cambio di nome non sarebbe un’improvvisazione ma un piano già pronto.
Il nuovo account, intanto, distribuisce una guida per eludere i controlli, rilancia un manuale di «resistenza urbana» del 2004 e annuncia il trasloco su Signal. Gli investigatori cercano il primo volantino digitale, con una grafica che ricalca quella dei «gilets jeunes» francesi, e si chiedono se gli algoritmi abbiano spinto in modo anomalo.
Milano conta le vetrine, il Sud conta invece i camion fermi. In Calabria e Sicilia i tir restano nei piazzali dal 16 ottobre, in Puglia metà dei distributori Eni è rimasta a secco, stanotte i blocchi hanno chiuso un tratto dell’A1 verso Caserta e rallentato il porto di Napoli. In Sicilia si fa la fila per pasta e acqua, in Calabria e Campania mancano i freschi. Anche qui le sigle non comandano: Conftrasporto parla di «proteste spontanee, non governate». È la stessa forma della piazza milanese, rabbia senza rappresentanza. E i Carc, nel loro appello al 17 ottobre, tendevano la mano proprio ai camionisti. Domani Salvini riceve i gruppi spontanei nella prefettura di Milano. Scaffali vuoti al Sud, vetrine rotte al Nord: la tempesta perfetta che i gilet gialli conoscono bene.
A chi conviene? Il governo convoca un vertice e studia un decreto Caivano per le piazze. La Lega vuole il fermo per i minorenni, Fratelli d’Italia l’associazione a delinquere per chi organizza. L’opposizione si divide tra chi difende le ragioni dei ragazzi e chi chiede la testa di Piantedosi. E poi c’è Roberto Vannacci. Parla poco: un post, «Milano ha mostrato cosa accade quando la violenza è organizzata», la solidarietà agli agenti, l’annuncio di una proposta di legge di Futuro Nazionale. Non serve altro. Il caos lavora per chi promette ordine, e lui aspetta che il conto arrivi da solo.
Resta una domanda. Un minorenne con la madre in questura, una rivista antimafia con un collaboratore che si dice ideatore, un pugno di sigle minuscole: basta questo per incendiare Milano? O il contenitore è stato riempito da chi aveva interesse a vederlo bruciare? Prove di una regia, per ora, non ce ne sono. Ci sono coincidenze. Troppo ordinate per sembrare del tutto casuali.
