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Attualità

MaranzAllah, la piazza violenta

A Torino Askatasuna e No Tav, a Milano la frangia insurrezionalista e i giovani palestinesi. Un documento chiama a “una vera rivolta” e osserva “uno spazio di conflitto che non si vedeva da anni”

Il clima A sinistra, Askatasuna all'opera Qui sopra, il ragazzino che ha partecipato alla razzia dei negozi di Milano

Il rischio in piazza sale, ora a unirsi oltre agli islamisti sono gli anarchici. Se a Torino sabato ci saranno i No Tav e Askatasuna, che hanno confermato la loro presenza, a Milano la fronda insurrezionalista ha deciso di seguire il coro dei maranza e degli islamisti. Un mix esplosivo che loro stessi definiscono «importante», riconoscendo una supposta «portata storica di ciò che si sta muovendo nelle strade di Milano e non solo, senza ignorare le nuove possibilità di incontro e conflitto che si possono aprire in questi momenti».

Hanno colto la portata del movimento che sta unendo diverse anime ed esprimono «solidarietà con chi lotta dentro e fuori le galere e in tutto il mondo», invocando «la rivoluzione sociale». Secondo gli autori del documento, partito da un canale dove si riuniscono le diverse realtà dell’antagonismo militante cittadino tra anarchici e centri sociali, le piazze milanesi dello scorso fine settimana «hanno aperto uno spazio di conflitto che a queste latitudini non si vedeva da anni. La rabbia che si è riversata nelle strade parla di carovita, precarietà, sfruttamento; di una vita sempre più difficile da sostenere e di un futuro che ci viene negato».

E alzano il livello dello scontro, che vedono come punto di svolta per invocare un cambiamento con metodi antidemocratici: «Non è una rabbia isolata. È in questo momento che è importante sostenere chi come noi decide di agire e non rimanere a guardare, chi vede che le lotte pacifiche non sono più abbastanza». Il 24 e il 30 ottobre sono le due date alle quali le forze dell’ordine prestano maggiore attenzione, soprattutto la seconda perché per quell’occasione si stanno mobilitando in massa anche i gruppi islamici: i palestinesi sono ufficialmente scesi in campo al fianco dei rivoltosi «dalla parte della Palestina, contro il governo della guerra e della miseria». La strategia sembra essere chiara: i grandi manovratori che sobillano e incitano la rivolta nell’ombra, dando fuoco alle braci, stanno cercando di tenere sotto un unico ombrello tutte le istanze delle piazze, dall’antagonismo radicale contro ogni forma di ordine statale alle piazze per la Palestina, fino a quelle contro il carovita. «Ragazzi e ragazze neanche ventenni all’assalto della polizia e del lusso del centro. Chi l’avrebbe mai detto? Anche in Italia abbiamo una gioventù disposta alla rivolta» ma non disposta «alla riproduzione della dinamica tanto cara alla sinistra (protesto eleggo un rappresentante perdo)», quindi favorevole «a una vera rivolta», si legge in un documento esclusivo e criptato post-17 ottobre di cui Il Giornale è entrato in possesso. Ed è proprio questo il cuore del problema: giovani e giovanissimi di varia estrazione sociale, aizzati su loro punti deboli ideologici per diventare carne da macello nelle piazze. «Vogliamo una bella vita e ce la veniamo a prendere», sbraitano i collettivi universitari bolognesi, «vogliamo sperimentare forme di riappropriazione», scrivono nei manifesti che circolano sui social, che richiamano non troppo da lontano gli echi degli «espropri» degli anni Settanta. «Il 30 ottobre è chiamato uno sciopero generale e sulla scia di queste giornate si vivrà, forse, uno sciopero non soltanto politico, ma umano etico», conclude il documento post-17 ottobre. Uno sciopero «di chi si riappropria della violenza. Vogliono mandare i carri armati a Milano. Li mandino pure, tanto abbiamo già imparato che anche se non vogliamo entrare in guerra ci siamo comunque».