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Attualità

“Non sono capo di niente: quei ragazzi li ho conosciuti in chat”

Parla la donna che si è presentata in questura per decidere il percorso del corteo

Scontri tra manifestanti a Manifestazione contro il caro vita a Milano sabato 17 ottobre 2026. (foto by Stefano Porta/LaPresse) clashes between protesters at Demonstration against the high cost of living in Milan saturday 17 october 2026 (Photo by Stefano Porta/LaPresse)

Si chiama D.A. È la «signora» che si è presentata in questura quando il corteo di sabato si chiamava ancora «Italia in piazza». Vive in Brianza, lavora, ha un figlio adolescente. Chiede di comparire solo con le iniziali.

Perché proprio lei?

«Ho conosciuto questi ragazzi: tantissimi, di tutte le età. Universitari, studenti, giovani che lavorano per potersi pagare gli studi. Doveva essere una manifestazione pacifica e apartitica, per cantare e fare slogan contro il caro vita».

Come li ha conosciuti?

«Sui social girava una locandina con un QR code che portava a un gruppo WhatsApp. Poi li ho sentiti in chat e in videochiamata. Ogni giorno ne buttavano fuori a centinaia: le teste calde, quelli del “facciamo la rivoluzione“».

È lei il capo?

«Non sono il capo di niente. È la prima volta che mi espongo in prima persona per aiutare dei ragazzi».

Com’è andata in questura?

«Ci sono andata da sola e sono rimasta un’ora a decidere con i funzionari l’itinerario migliore. Una dottoressa mi ha detto che era contenta di vedere un adulto. Avevo comprato con i miei soldi dei fischietti per comunicare. In queste cose la testa calda arriva sempre».

Poi sabato.

«In cinque minuti piazza Duomo era un altro mondo. Sono rimasta in coda al corteo perché mi sentivo responsabile dei più giovani. C’era una coppia francese con un bambino di 11 anni. Mi avevano detto che a Parigi non l’avrebbero mai portato, ma che in Italia siamo più organizzati. Mi sono vergognata, mi scendevano i lacrimoni».

Cosa non è stato raccontato?

«Che i ragazzi che siamo riusciti a far uscire per evitare le cariche, con tanti bambini e persone più grandi di me, sono arrivati fino al Monumentale da una via parallela. Senza scorta e senza incidenti».

E chi ha devastato?

«Qualcuno li chiama maranza, io li chiamo delinquenti. Non sono milanese, ma amo Milano. Un cestino rotto lo paghiamo noi con le tasse. Se spacchi una vetrina colpisci anche il commesso da 800 euro al mese che finisce in cassa integrazione».

Ora si parla di «Movimento 17 ottobre».

«Noi siamo nati come Italia in piazza e siamo ancora quelli, l’altro non c’entra. Quando in tv ho sentito chiamare Italia in piazza “i facinorosi“, a me che ci ho messo la faccia si è accapponata la pelle».

Per chi vota?

«Negli ultimi dieci anni non ho votato per nessuno. La politica doveva restare fuori. In casa ognuno ha le sue idee e le rispettiamo».

Cosa non le piace di questo Paese?

«Dover dire a mio figlio: studia e vai all’estero. Io il mio lavoro me lo sono fatto, la casa l’abbiamo comprata. Ma lui che futuro ha?»

Sabato prossimo?

«Gli ho detto: per un mese a Milano non ci metti piede, né tu né i tuoi amici. Ci aspettiamo il peggio».

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