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Moreno Modolo, dall’artigianato friulano agli Stati Uniti: “Voglio insegnare agli americani il metodo produttivo italiano”

Dalle aziende del distretto della sedia alla carriera internazionale nell’arredamento, fino al trasferimento a Miami. L’imprenditore friulano vuole formare tecnici americani e sviluppare una rete di produttori locali attraverso il trasferimento delle competenze manifatturiere italiane

Moreno Modolo

Trasferire negli Stati Uniti non soltanto i mobili italiani, ma anche il metodo produttivo che li rende competitivi. È il progetto di Moreno Modolo, imprenditore friulano con una lunga esperienza nel settore dell’arredamento. Dopo aver lavorato con importanti aziende italiane e avviato un’attività di distribuzione negli Stati Uniti, nel 2024 ha formalizzato un modello per formare tecnici americani e sostenere produttori indipendenti attraverso standard qualitativi condivisi e una rete commerciale in franchising.

Lei viene dal distretto della sedia in Friuli-Venezia Giulia, un territorio che per decenni ha rappresentato un’eccellenza dell’industria italiana. Quanto ha influito quell’ambiente sulla sua formazione?

“Moltissimo. Sono cresciuto nel triangolo della sedia, tra Manzano, San Giovanni al Natisone e Corno di Rosazzo, uno dei principali poli mondiali del settore. Qui ho imparato il valore delle competenze artigianali e della filiera produttiva. Ho capito, però, che la qualità da sola non basta: servono organizzazione, marketing e capacità imprenditoriali. Con la perdita del vantaggio competitivo dei prezzi, molte aziende hanno dovuto puntare sul design e sulla differenziazione. È una lezione che guida anche il mio progetto americano”.

La sua carriera è cominciata con Antonio Sibau, un’esperienza che le ha permesso di conoscere da vicino il mercato americano.

“Ero molto giovane quando mi fu affidata la gestione della rete commerciale americana, grazie alla conoscenza dell’inglese. È stata un’opportunità straordinaria: ho imparato a confrontarmi con aziende importanti, costruire relazioni e comprendere le esigenze di un mercato diverso da quello italiano”.

Dopo quella prima esperienza ha continuato a crescere professionalmente in aziende importanti del settore. Quali sono state le tappe più significative?

“Ho lavorato in Bonaldo e Smania, dove ho conosciuto l’imprenditore italo-americano Giovanni Gallizio. Successivamente sono passato a CD Italia, il gruppo legato a Fendi Casa e ad altre licenze internazionali, diventandone direttore commerciale a 32 anni. È stata un’esperienza decisiva, anche grazie al confronto con Alberto Vignatelli, da cui ho imparato a integrare creatività, prodotto e mercato”.

A un certo punto, però, ha deciso di lasciare la carriera dirigenziale per mettersi in proprio. Perché?

“Volevo mettere la mia esperienza al servizio delle piccole e medie imprese che non potevano permettersi un manager con il mio profilo. Con Corte Diamante mi sono occupato di produzione, costi, marketing e organizzazione commerciale. Ho capito che la consulenza dovrebbe intervenire prima che un’azienda entri in difficoltà, quando ha ancora le risorse per realizzare i cambiamenti necessari”.

Nel 2018 si è trasferito Stati Uniti con la famiglia. Che cosa cercava in America che non riusciva più a trovare in Italia?

“Volevo costruire qualcosa di nuovo in un mercato che già conoscevo. È nata così Cid Italia, società che aiuta le aziende italiane a entrare negli Stati Uniti. L’inizio è stato difficile: per contenere i costi sono arrivato a vivere nel magazzino, ricavandovi una piccola sistemazione. Non volevo finanziare il progetto vendendo ciò che avevo costruito in Italia, ma ripartire da zero. Dopo le difficoltà legate al Covid, abbiamo continuato a crescere. Oggi collaboriamo anche con aziende importanti, tra cui il gruppo Lube, sostenendone le attività americane con la nostra organizzazione e i nostri magazzini”.

Arriviamo così al progetto che ha elaborato negli ultimi anni. Da dove nasce l’idea di trasferire il metodo produttivo italiano negli Stati Uniti, anziché limitarsi a distribuire prodotti realizzati in Italia?

“Dalla convinzione che il valore italiano non risieda soltanto nel prodotto finito, ma anche nelle competenze necessarie per realizzarlo. Ho voluto trasformare questo patrimonio di conoscenze in un metodo che potesse essere trasmesso e applicato anche negli Stati Uniti. L’idea, sviluppata negli anni successivi al mio trasferimento, è stata formalizzata in un manuale nel 2024. Il progetto si chiama NM, dalle iniziali del cognome mio e di mia moglie”.

In concreto, come funziona questo sistema?

“Il modello integra una rete commerciale in franchising e produttori americani indipendenti, coordinati da specifiche tecniche e standard qualitativi comuni. Materiali, lavorazioni e caratteristiche del prodotto vengono definiti attraverso procedure documentate, così da rendere il metodo insegnabile e verificabile. I laboratori vengono selezionati in base alle capacità tecniche, all’organizzazione e alla possibilità di formare nuovi lavoratori”.

Che cosa prevede il progetto sul fronte della formazione?

“L’idea è creare la MM Academy, un percorso che unisce teoria, pratica in laboratorio e affiancamento a professionisti italiani. L’obiettivo è trasmettere competenze concrete, certificate internamente sulla base delle capacità dimostrate. La formazione potrà consentire di accedere a ruoli di responsabilità, diventare formatori e, in prospettiva, avviare un’attività indipendente”.

Perché ha scelto di partire da una rete in franchising?

“Per costruire un modello commerciale riconoscibile, con franchisee che utilizzino il metodo e le collezioni sviluppate. La produzione sarà realizzata negli Stati Uniti, coinvolgendo progressivamente imprese indipendenti. Il principio è diverso da quello tradizionale dell’esportazione italiana; voglio sviluppare la produzione americana attraverso il trasferimento delle competenze italiane. In una fase successiva, i produttori potranno applicare il metodo anche a collezioni diverse da quelle destinate alla rete, ampliando il progetto e coinvolgendo un numero crescente di imprese indipendenti”.

Lei conosce da decenni il mercato americano dell’arredamento. Quanto è importante questa esperienza per realizzare un progetto di queste dimensioni?

“È fondamentale. Da circa trent’anni frequento la fiera di High Point, in North Carolina, e conosco le dinamiche del mercato americano. Questa esperienza mi permette di adattare le competenze italiane alle condizioni locali, senza pretendere di riprodurre negli Stati Uniti il modello di un distretto manifatturiero italiano”.

Lei ha definito questo progetto un’iniziativa di interesse nazionale. Che cosa intende?

“Un modello che possa andare oltre la singola impresa, contribuendo allo sviluppo produttivo statunitense attraverso la formazione di tecnici, il sostegno ai produttori indipendenti e la diffusione di competenze. L’obiettivo è creare un sistema utilizzabile anche da altre aziende”.

C’è anche una motivazione personale dietro questa scelta: il desiderio di mettere in relazione le sue radici italiane con il Paese in cui ha deciso di costruire il futuro.

“Oggi vorrei riuscire a unire queste due esperienze: portare la cultura manifatturiera italiana in America e renderla parte di un sistema capace di creare opportunità economiche e professionali. Il progetto potrà aprire anche nuove possibilità di collaborazione tra imprenditori italiani e americani, e questo crea valore per gli Stati Uniti, ma anche per le aziende italiane”.

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