Le banche sono pronte a sostenere lo Stato, ma con strumenti diversi dal semplice prelievo. È il messaggio lanciato ieri da Carlo Messina, consigliere delegato e ceo di Intesa Sanpaolo, intervistato dal direttore del Giornale, Tommaso Cerno, al Forum di Moneta organizzato a Roma con Teha. Se il bilancio pubblico è in ordine, ha spiegato, il principale creditore dello Stato, cioè banche e assicurazioni, «ne trae un vantaggio», mentre «se lo spread mi va a 300, io sopporto delle perdite e rischio di innescare una crisi di fiducia anche nei confronti delle banche». Da qui un approccio «di grande collaborazione», con un paletto: «Ci deve essere il giusto equilibrio e un’equità di trattamento perché noi abbiamo degli azionisti» e «non è che le banche possono decidere di fare delle cose che vanno a detrimento degli azionisti in una fase come questa».
La proposta è usare le banche «maggiormente nella crescita», con «dei Pnrr italiani fatti con la collaborazione delle banche» e credito a «progetti finalizzati ai motori di crescita del Paese». E poi aggredire il debito: «Abbiamo 500-600 miliardi di euro di immobili detenuti dallo Stato e dalle Regioni». Smobilizzarne «50 miliardi, 100 miliardi» in 5-10 anni sarebbe «un modo per dimostrare che si parte con una riduzione del debito». Intesa è «disponibile a trovare strumenti finanziari da collocare alle famiglie rappresentativi degli immobili pubblici», con «prodotti equivalenti ai titoli di Stato per dare garanzia ai risparmiatori».
Ampio spazio alla difesa del risparmio. A Cerno, che gli chiedeva se stia costruendo «una banca italiana più forte o una banca italiana più potente», Messina ha risposto di essere «totalmente disinteressato al potere». L’Opas su Mps «stabilizza il risparmio di questo Paese», superando una governance «fragile, debole», in una banca che ha in portafoglio «elementi di sicurezza nazionale, Mediobanca, la quota di Generali». Con oltre il 13% del Leone, Intesa punta a «mettere in sicurezza l’indipendenza di Generali, che non sarà più scalabile», ed è pronta «a condividere questo elemento di stabilità con Unicredit, con Delfin, con Caltagirone, con Benetton», senza «nessuna volontà di interferire sulla gestione». «Lo facciamo per l’Italia, lo facciamo anche per Intesa Sanpaolo», perché chi acquisisse Generali «potrebbe diventare un leader nel wealth management».
La partita si gioca domani a Siena, dove l’assemblea del Monte è chiamata a votare il piano difensivo dell’ad Luigi Lovaglio: le Ops su Banca Generali e Banco Bpm, il dividendo straordinario da 4 miliardi e la fusione con Mediobanca. Ieri Banco Bpm (3,7%) ha annunciato che non parteciperà per conflitto di interessi, come già il Tesoro (4,9%). Delfin, Caltagirone ed Edizione guardano all’offerta di Intesa e il fronte contrario a Lovaglio, che comprende anche il fondo Norges, sfiora il 38%: abbastanza per bocciare le misure che richiedono i due terzi del capitale.
