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Calcio

I segreti del reduce

Se la ride per gli elogi di chi lo compativa per i fallimenti. Uomo giusto in una squadra senza primedonne che lo segue

Si riparte da Grecia e Lussemburgo

La Lazio. Un mistero buffo del calcio. Buffo fino ad un certo punto, perché a spassarsela sono i calciatori, l’allenatore e il presidente, tutti primi in classifica, mentre il resto del popolo biancazzurro si è diviso tra capricci, critiche, diserzione, minacce, ricatti, insomma quel mondo romano, tutto, senza esclusione di maglia, di sport, di vita sociale, che non riesce mai a crescere. Rino Gattuso se la ride ascoltando e leggendo le coccole che adesso lo accarezzano, si moltiplicano gli elogi e le riverenze di chi lo compativa, ritenendolo un sopravvissuto, reduce da troppe avventure fallite, Svizzera, Grecia, Spagna, Francia, Croazia, nazionale azzurra e anche club italiani, totale: esoneri, dimissioni, un viaggio incominciato nella terra sibarita ma non per questo Gennaro Ivan si è goduto la vita sfarzosa, nell’ozio molle. Giammai, anzi le ha vissute tutte, parlando a gesti tra la gente di Glasgow dove approdò dopo fuga da Perugia, nei Rangers trovò uno, Paul Gascoigne, che lo prendeva a schiaffi tanto era simpatico con quel suo grugnire uno slang improbabile. Rino Gattuso mai ha dimenticato le proprie origini, mai ha spacciato una vita diversa da quella che effettivamente ha conosciuto e oggi frequenta, Roma e la Lazio sono il posto giusto al momento giusto, responsabilità minime soddisfazioni massime, la squadra non ha primedonne, vale il tutti per uno e uno per tutti ma non è affatto vero che uno valga uno, al contrario la Lazio ha il coraggio di coinvolgere tutti in ruoli diversi, coraggio è il sostantivo ideale per il Braveheart, come avevano battezzato Rino quelli di Glasgow che sull’argomento sono docenti dai tempi di sir William Wallace.

La Lazio prima in classifica, a fianco dell’Inter, fa strano a chi osserva il football con gli occhiali da sole e non da vista, si aspetta che prima o poi si svegli dal sogno che tale non è affatto, i contestatori di Lotito, quelli che disertano l’Olimpico, per non foraggiare il presidente, stanno maledicendo il giorno in cui hanno deciso l’ammutinamento, seguono, da remoto, la squadra, tifano a denti stretti, sono fedifraghi che si sono mozzati gli attributi per dispetto alla consorte, Lotito prosegue la sua storia da uomo solo al comando, ha commesso errori, deve riequilibrare il bilancio, ama il potere politico che lo ha reso senatore, la Lazio riempie il suo orgoglio, pronuncia frasi latine ma non certo per captatio benevolentiae, smaschera con toni pesanti gli ultras violenti, non piace alla gente che frequenta circoli e cafonal vari, dentro questo circo romano la Lazio vive solitaria, per il momento incontaminata, addirittura guardando dall’alto in basso la Roma degli americani che però gioca in Europa territorio di conquista laziale ai tempi di Cragnotti. Per ora la storia è davvero fantastica anche se di fantasia c’è poco e di polpa moltissimo. Rino Gattuso non cambia di una virgola, sa benissimo di non essere bello e resta storica la sua frase nei minuti successivi al trionfo azzurro nel mondiale del 2006, quando ancora in divisa da gioco, seduto nello studio Rai, guardandosi sul monitor, esclamò: «Come sono brutto, oh, ho una moquette in faccia!». La nazionale, quella da allenatore, gli è rimasta in circolo «una grande amarezza me la porterò nella bara», ha detto dopo il trionfo di Torino. Coraggio, Gennaro Ivan, gli basta ricordare sir William Wallace «tutti gli uomini muoiono ma non tutti gli uomini vivono veramente».