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Calcio

La peggiore squadra di calcio dei top 5 campionati Europei

Cinque partite, cinque sconfitte, sette gol fatti e diciotto subiti: il Borussia Mönchengladbach, otto volte campione di Germania, è oggi l’ultima squadra dei grandi campionati europei. Una crisi che non riguarda soltanto il campo

epa13311484 Dortmund�s Serhou Guirassy (2-R) in action against Union�s Rani Khedira (3-R) during the German Bundesliga soccer match Union Berlin against Borussia Dortmund in Berlin, Germany, 17 October 2026. EPA/CLEMENS BILAN CONDITIONS - ATTENTION: The DFL regulations prohibit any use of photographs as image sequences and/or quasi-video.

Zero punti in cinque giornate. Sette reti segnate, diciotto incassate. Sono le cifre con cui il Borussia Mönchengladbach si ritrova in fondo alla classifica della Bundesliga e, più in generale, al fondo di un’intera geografia calcistica: tra i cinque principali campionati del continente, nessuna squadra ha avuto un avvio più rovinoso. I numeri non spiegano tutto, ma qui dicono quasi tutto, e ciò che dicono è una media di oltre tre gol e mezzo subiti a partita, la fotografia di una squadra che ha smarrito il baricentro prima ancora dei punti in classifica.

Il percorso è quello di un progressivo cedimento. Il 29 agosto a Lipsia arriva lo 0-3, una sconfitta che l’avversario, il blasone e il debutto potevano ancora giustificare. La settimana seguente, al Borussia-Park, contro l’Elversberg appena salito dalla seconda divisione, il Gladbach si porta sul 3-1 e perde 3-4: ed è qui che la crisi smette di essere un incidente e diventa subito un metodo, perché una squadra che getta via un vantaggio di due reti in casa contro una neopromossa non sta soltanto sbagliando una partita, sta rivelando la propria fragilità. Il 12 settembre a Friburgo il collasso si compie: 0-5, dodici gol subiti in tre gare. Il giorno dopo la società esonera il tecnico Eugen Polanski.

Ma l’allontanamento dell’allenatore, come accade spesso, non risolve nulla. Sulla panchina siede a titolo provvisorio Jan-Moritz Lichte e, alla prima uscita, davanti al proprio pubblico, il Mainz si impone 4-3. Lo schema si ripete con una regolarità che inquieta: la squadra segna, e non basta, perché dietro non regge. Il 22 settembre la dirigenza affida allora il progetto ad Alexander Blessin, reduce da due stagioni al St. Pauli, con un contratto che arriva fino al giugno 2028. Gli viene concessa la pausa internazionale per lavorare. Poi, l’11 ottobre, la trasferta di Colonia: la quinta sconfitta. Il conto dei punti resta fermo a zero, e tre allenatori in cinque partite compongono, da soli, la diagnosi di una società che ha perso il filo.

La stranezza, e forse il nodo politico di questa vicenda, è che nulla lasciava presagire un naufragio simile. Il direttore sportivo Rouven Schröder aveva impostato la stagione con anticipo, puntando su giovani talenti reclutati dalla seconda divisione tedesca. La Coppa di Germania si era aperta con un 5-0 sul Mainz Schott. Il campionato precedente era stato chiuso al dodicesimo posto con trentotto punti, a nove lunghezze dalla zona spareggio. Non un trionfo, ma nemmeno un’allerta. Eppure l’impressione, oggi, è che quella stabilità fosse soltanto apparente, la superficie di una mediocrità che nessuno aveva davvero affrontato.

Per capire quanto sia profonda la caduta bisogna ricordare da dove si parte. Il Borussia Mönchengladbach ha vinto otto campionati tedeschi e due Coppe Uefa; è stato la squadra di Netzer e di Heynckes, di Vogts e di Simonsen, l’interprete di un calcio verticale e coraggioso che negli anni Settanta ne fece una potenza europea. Nel nostro Paese l’ultimo ricordo nitido risale all’autunno del 2020, quando uno 0-0 tra Inter e Shakhtar spalancò ai tedeschi le porte degli ottavi di Champions, a spese dei nerazzurri. Era un club capace di intercettare l’occasione. Oggi appare incapace perfino di trattenerla.

La domanda, a questo punto, non è se il Gladbach possa ancora salvarsi: la stagione conta trentaquattro giornate, ne sono trascorse cinque, e l’aritmetica lascia aperta ogni strada. L’interrogativo è se una società che cambia guida tecnica con questa velocità, e che continua a perdere con questi punteggi, sappia ancora riconoscere la natura del proprio problema. Perché la difesa, il centrocampo, la panchina possono essere il sintomo. La malattia, probabilmente, è altrove: nella fiducia che si logora, nell’identità che si smarrisce, nella distanza crescente tra ciò che il club è stato e ciò che oggi riesce a essere. A Blessin spetta il compito più difficile, che non è soltanto vincere una partita. È restituire a questa squadra una ragione per credere che la prossima non sarà uguale alle precedenti.

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