Gli dissero, una volta, che il cross era un’arte, e lui rispose che bastava crossargli una lavatrice: l’avrebbe colpita di testa lo stesso. Dentro quella battuta c’è tutto Pasquale Luiso, il Toro di Sora, napoletano di nascita e aversano di crescita. Un centravanti che non ha mai chiesto al pallone di essere elegante, solo di precipitare dalla sue parti per sbatterlo in rete.
Ora la sua storia diventa libro. «Pasquale Luiso. Il guerriero del gol», scritto con Daniele Colasuonno per Lab DFG, parte dove partono le storie vere del calcio italiano: dalla strada, dai campi di terra, dall’Afragolese. Poi Sora, in Serie D, dove un allenatore lo sposta al centro dell’attacco e lui, in quattro stagioni, ne mette dentro cinquantanove. Il soprannome arriva dopo, a Torino, e si porta dietro la geografia del cuore: Toro per la maglia, di Sora per l’origine.
Il suo gol più famoso, però, è un capriccio d’artista. Piacenza, 1996, il Milan di Weah e Baresi al Garilli. Luiso riceve spalle alla porta, il risultato è sul 2 a 2, il buonsenso suggerisce di proteggere la palla. Lui fa la cosa meno razionale del mondo: stop di petto, palleggio, rovesciata. Sebastiano Rossi guarda il pallone scavalcarlo sul secondo palo. Il Milan perde e Tabarez, poco dopo, perde la panchina: arriva Sacchi. Non male, per un ragazzo che negli spogliatoi, tra le risate dei compagni, dovette difendersi dall’accusa di aver colpito la squadra per cui tifava.
Poi Vicenza. Quando le grandi del Nord cominciano a guardarlo, e a Milano, raccontano, c’era chi lo aspettava, Luiso fa un’altra scelta poco razionale: resta. Resta dove un allenatore, Guidolin, ha costruito una squadra senza paura e una città gli ha dato la fiducia che a certi bomber di provincia si concede una volta sola. È la stagione 1997-98, quella della Coppa delle Coppe. Otto gol in sette partite, capocannoniere del torneo, la semifinale con il Chelsea del suo idolo di sempre, Gianluca Vialli.
All’andata, al Menti, decide Zauli. Il ritorno è la notte londinese di Luiso. Il Vicenza passa in vantaggio a Stamford Bridge con un suo gol, e lui si porta il dito alla bocca, ammutolendo uno stadio intero come un Batistuta di provincia. Un secondo gol, il raddoppio che avrebbe cambiato la storia, gli viene annullato per un fuorigioco che ancora oggi gli brucia. Poi il Chelsea fa quello che i grandi sanno fare: tre reti, Poyet, Zola, Hughes. Finisce 3-1. In finale ci andranno gli inglesi, ma i trofei li ricordano gli archivi, le notti le ricordano le persone.
Vialli, dopo, si complimentò con lui. Luiso, ricorda, scoppiò a piangere. Perché da ragazzino sognava un titolo di giornale così: «Luiso come Vialli».
Il resto è una carriera da attaccante vero, con le sue retrocessioni, le sue giravolte, il ritorno a Sora e l’addio a trentanove anni. Ma il libro, in fondo, racconta anche altro: che si può diventare grandi senza cambiare indirizzo, e che a volte la vera ambizione non è salire di categoria, ma restare dove sei diventato qualcuno. Nei posti del cuore. Nelle squadre e nelle città dove puoi essere un eroe e non un numero soltanto.
