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Calcio

L’ultimo tango argentino di Leo. Né più forte né più debole di Diego

Stanotte a Buenos Aires Messi saluterà il suo popolo come 25 anni fa Maradona. Due geni: uno alimentato dalla sapienza, l’altro dagli eccessi

(FILES) Argentina's Lionel Messi is thrown into the air by teammates after winning the Conmebol 2021 Copa America football tournament final match against Brazil at Maracana Stadium in Rio de Janeiro, Brazil, on July 10, 2021. It will be both a farewell and the start of a new era: Lionel Messi will bid farewell to the Argentina national football team in a friendly match against Benin on October 6, 2026, at the Monumental Stadium in Buenos Aires, where a large celebration is expected to pay tribute to the Argentine star. (Photo by CARL DE SOUZA / AFP)

Il calcio è dubbio costante e decisione rapida. La frase è di Osvaldo Soriano, narratore argentino di football, la morte lo portò via quando Lionel Messi aveva nove anni. Dopo aver raccontato le gesta e i gesti di Diego Armando Maradona, di certo, Soriano, avrebbe saputo scrivere di un rosarino, aggettivo ma anche diminutivo per i centimetri della sua altezza, fenomeno di una terra di malinconie e di rabbia, di polvere e di gloria, di bandoneon e di calcio. Nessun paragone, por favor, Diego fu Maradona, Lionel è Messi, pure nel giorno del ritiro dalla nazionale, le loro storie si dividono e si oppongono. La partita di addio di Diego, all’albiceleste, fu un omaggio malinconico alla vita aspra di un uomo gonfio di farmaci, il paso de adiòs di Lionel è una amichevole senza profumo; allora, il dieci di novembre del 2001, la Bombonera del Boca, a Buenos Aires, celebrò la fine di un’epoca, Maradona e i vecchi compagni, da Ayala a Samuel e poi Zanetti, Sorin, Almeyda, Aimar, Veron, Gonzales, Lopez, con lo sguardo di Bielsa in panchina contro una fetta del suo passato e del futuro, Ferrara e Cordoba, Riquelme, Valderrama, Francescoli, Suker, Stoichkov, con Basile pilota delle stelle. Vapori e lacrime, in tribuna l’austero Pelé, il più grande a rendere rispetto al rivale nemico. Sipario.

Venticinque anni dopo, Messi gioca contro il Benin, nazionale africana senza censo mondiale, l’evento perde il suo sapore, la partita si gioca nella casa del River Plate, il Monumental, teatro di sfide eterne contro il club xeineze del Boca. Messi non è stato mai Maradona, mai più forte, mai più debole, a volte i numeri tradiscono la verità, 91 partite di Diego e 34 gol, 207 presenze e 125 gol, l’album di Lionel. Messi lascia l’albiceleste ma non il rosa miliardario dell’Inter Miami, Maradona fumava sigari cubani ed era fratello di Fidel, Messi gioca per il club più anticastrista degli States, sul colletto della maglietta c’è scritto: Freedom to dream, libertà di sognare, il progetto di fuggire dal regime dell’Avana. Lionel Messi, dunque, non lascia affatto il calcio, resisterà fino al 2028, data di scadenza del suo contratto con il club di Jorge Mas e David Beckham, la sua storia sul campo va a continuare, quella con la fascia di capitano si conclude stanotte, lontano da tutti, vicino ai compañeros del mondiale in Qatar e los chicos, Mastantuono e Florez, nemmeno nati quando Lionel esordì con la nazionale. Non è una staffetta, impossibile ripetere il viaggio del figlio di Jorge e Clelia Cuccittini, figli eredi di italiani viaggiatori dalle Marche, migranti come mille e più di mille nell’atlante sudamericano, Gianni Brera sosteneva, per l’appunto, che gli argentini sono italiani che parlano bene lo spagnolo ma credono di essere inglesi. Lionel Messi non sembrava avesse nulla per il football, il fisico e la modestia del carattere erano distintivi grigi. Per fortuna, sua e nostra, i centimetri hanno un valore marginale quando il genio ha la prevalenza e viene alimentato con sapienza ed equilibrio. In questo Messi è distante da Maradona che, vittima dell’alveare tossico dei suoi sodali, bruciò l’esistenza lungo una carriera fantastica. Lionel no, ha frequentato lo stesso club di Diego nell’avvio continentale, il Barcellona e qui ha scritto la storia di un nuovo football. L’arte del dribbling accompagnata da una fulminea velocità di esecuzione, ritorna Soriano: il calcio è dubbio costante e decisione rapida. Messi ha pianto quando ha lasciato la Catalogna, non ha rigato il volto a Parigi ma non ha nascosto lacrime dopo la finale persa con la Spagna, mai è stato teatrale nelle sue proteste, mai ha pregato in ginocchio Dios e la Virgen, Messi non ha diviso i tifosi semmai li ha uniti, il mezzogiorno di fuoco con Ronaldo ha riempito la narrazione ma ha colmato un periodo storico di assenze altrettanto importati, mai ha esibito la sua vita privata, mai ha disprezzato o maltrattato la stampa. Non per questo va considerato un eroe, un mito, una leggenda, è un dono offerto a chi ama il calcio, come una luce nel buio di un gioco avvilito dalle tattiche, Messi egoista e generoso, ha reso l’impossibile normale, l’intelligenza ha sconfitto il muscolo, nella scuola del calcio è stato alunno, poi docente, infine rettore magnifico, il suo stile non ha provocato ansia ma sollecitato eccitazioni, i suoi gol sono stati opere d’arte in una galleria di pittori-imbianchini, è stato umano attorniato da robot, la sua grandezza è naturale, non certamente disegnata sulla lavagna, la sua espressività è ordinaria, la barba lo rende anche buffo, i tatuaggi sullo stinco sinistro non riportano battaglie ma i suoi tre migliori gol, Thiago, Mateo e Ciro, i figli, la morte di Jorge, il padre scomparso due mesi fa all’età ancora fresca di sessantotto anni, ha segnato i suoi pensieri e ristretto l’orizzonte, come si fosse spezzato il filo che legava Lionel alla propria carriera, all’infanzia, all’Argentina.

Stasera vestirà una camiseta d’onore, così i suoi compagni di squadra; i ragazzi africani del Benin hanno ricevuto un regalo straordinario, hanno viaggiato per un giorno intero, si sono accomodati in un albergo senza acqua calda ma, infine, scendono sul prato del Monumental per una festa da raccontare alla gente d’Africa. Il calcio non è soltanto un gioco di pallone, è gioia e tristezza, è delusione e trionfo, è inganno e lealtà, è l’urlo ubriaco della folla, il silenzio stordito di una tragedia. Con la maglia dell’Argentina, Lionel Messi questo ha vissuto, questo ha fatto vivere.

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