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Calcio

Mancio, ct perfetto per italiani dalla memoria corta

Bene la sua Nazionale e le critiche per l’Arabia subito sparite

Convincente Mancini, 61 anni, apre il nuovo ciclo con due vittorie e un pareggio dopo il ko iniziale

È facile nascondersi dietro un sito: basterebbe consultare l’archivio dei social nel dopo Macedonia del Nord, disastro azzurro a Palermo, niente mondiale, fischi e schiamazzi di popolo contro Mancini, già dimenticato il grandioso titolo europeo, a seguire la fuga, a prendere soldi forti dagli emiri, come sa, può e deve fare un professionista, non soltanto del football, però immediatamente timbrato come traditore, infedele, voltagabbana. Oggi è tutto dimenticato, Mancini è l’uomo della rinascita, Mancini non è Ventura, Mancini non è Gattuso, Mancini non è Spalletti, Mancini non è, proprio così, è uno, nessuno, centomila (non euro). Siamo capaci di passare da piazza Venezia a piazzale Loreto e viceversa, la memoria si apre e si chiude come il mantice di una fisarmonica, Mancini sa fare il mestiere come pochi, ha amici illustri, da noi è un reato, allena calciatori e anche giornalisti, per questo è difficile trovare rimproveri al suo operato, qualche pizzicotto, a confronto del ventilatore di emme che ha ricoperto altri predecessori, compreso Enzo Bearzot insultato prima del mondiale in Spagna, «O il mondiale o Bearzot» titolò come un avviso di garanzia il Corriere della Sera.

Mancini resiste al logorio del calcio moderno, è l’italiano che molte madri e padri sognano di avere come consorte della propria figlia: elegante, intelligente, ricco, bello e pure vincente nel gioco più amato. Sono bastate quattro partite della Nations per dimenticare l’estate violenta del Ventitre, dimissioni ambigue, più o meno clandestine, il solito ballatoio nostrano, Mancini se la spassava in Arabia attendendo il ritorno, si era pure pentito di essere partito, ha poi detto che se ci fosse stato ancora Luca non avrebbe abbandonato la Patria calcistica, Luca è Vialli e ancora in queste ore Mancini ne ha ribadito l’assenza, mozione degli affetti e degli effetti. Va bene così, diceva Paolo Mantovani, presidente padrone della Sampdoria: «Se non gioca Mancini non mi diverto». Ecco, Mancio Mancini può permettersi anche questo, fa divertire e si diverte, se sbaglia è un inciampo, se vince è esclusivo, fino a novembre prossimo è l’allenatore che ha riportato l’Italia al proprio grande passato. Quello trapassato remoto, perché il passato prossimo è già dimenticato.